CANTARE TERZO

By Auteur inconnu

Al nome di Colui, da chi formato

fu tutto quanto l'universo mondo,

io vo' tornare al mio cantar pregiato

e racontar di quel baron giocondo,

che Ferraù per nome era chiamato:

di suo potenza vo' contare il pondo.

Or udirete, signor, che Dio onori,

abatter più cavalieri e signori.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Astolfo era sul campo armato,

con Ferraù per voler contastare.

En cotal modo l'ebbe salutato:

— Maladicati Dio che non ha pare,

malvagio traditor, can rinegato.

Come vien tu a dimandar battaglia

contro a' Cristian che son de sì gran vaglia? —

Ferraù disse: — Se' tu il conte Orlando,

se' tu il nïevo dello imperadore,

di cui la gente va tanto parlando?

Deh, dimi il ver, se Cristo te dia onore! —

Astolfo glie rispose minacciando:

— Se tu vedessi d'Anglante il signore,

non vorresti essere al campo venuto,

né mai in questo mondo esser nasciuto.

Io sono Astolfo, figliuol del re Ottone,

che tutta l'Inghilterra signoreggio:

rendeti a me, sanza più questïone,

se non hai voglia di ricever peggio. —

Ferraù disse: — E' par ch'i' sia pregione;

già abattuto da te non mi veggio.

Se tu se' così forte come mostri,

prende del campo e la lancia il dimostri. —

Ciascun di loro del campo si tolse

e dilungarsi el gettar di due arcate;

poi l'un vêr l'altro il buon destrieri volse,

gli scudi al collo e le lance impugnate.

In sulli scudi ciascuno si colse

con tutte le lor posse smisurate:

sopra il Pagano d'Astolfo la lancia

passò lo scudo dinanzi alla pancia.

Ferraù non si torse dell'arcione,

né la sua lancia nulla magagnossi:

ferì Astolfo per tal condizione;

la grossa lancia in più pezzi fiaccossi.

Per lo gran colpo che Ferraù donòne,

non poté sofferire e andar lasciossi.

Quanto fu lunga l'aste per misura

rovescio cadde Astolfo alla pianura.

— È così fatto Orlando ed Ulivieri?

Deh, dimmi il vero, o nobile barone.

È così fatto il pro' Danese Ugieri

e' quattro figli del duca Namone?

Son così fatti i dodeci pïeri?

Rendeti tu, ricreduto e prigione. —

Astolfo li rispuose a tal parlare:

— Sì, bel signor, che non posso altro fare. —

Diegli la spada Astolfo di presente

e Ferraù menollo infino al ponte;

poi sonò il corno molto fortemente

e di suo gente tosto scese il monte

ben cento e più, armati finemente.

E Ferraù vêr loro alzò la fronte:

— Costui debbiate alla città menare

nella prigione e molto ben guardare. —

Poi Ferraù nel campo fu tornato

e cominciò el suo corno a sonare;

e sonando diceva in suo dettato:

— Carlo, che fai? Mal ti possa incontrare.

Tu m'hai al campo uno scudier mandato,

che contro me non s'è potuto atare.

Mandami Orlando, tuo nievo carnale,

che mi credo di lui fare altretale. —

Carlo, udendo ch'Astolfo era abattuto,

alla suo vita non fu più dolente

ed un gran pezzo stette come muto,

e fra suo core dicea veramente:

— Questo fia il diavol che sarà venuto

abatter tutta quanta la mie gente. —

Poi gridò forte il possente re Carlo:

— Chi andarà al piano a contastarlo? —

Allora il franco e possente Danese

tutte sue arme si fece venire.

Armato tutto, suo buon destrier prese:

montovvi prestamente pien d'ardire.

Verso il Pagano a caminar si stese;

giugnendo a lui in tal modo prese a dire:

— Mal aggia, cavalier, la tua possanza!

Come hai tu contro a noi tanta arroganza?

Dismonta tosto in terra del destrieri,

tratti di dosso tutte le tue armi

e, sì come sergente ovver scudieri,

a piè tu debbi dietro seguitarmi;

e ginocchione andrai allo 'mperieri.

Dirai: «Messer, debiati perdonarmi».

È tanto umìle che perdoneratti

e come a gran signore onor faratti. —

Ferraù rise, udendo tal sermone.

— Come — gli disse — ti fai tu chiamare? —

Disse il Danese: — Quando era garzone,

credetti in vostra fé, poi battezare

mi feci e rinegai vostro Macone.

Or credo in quello Dio che non ha pare.

Danese il forte, signor della Marca,

m'apella quella gente d'onor carca. —

Ferraù disse: — Tu sia il mal trovato;

io t'ho già bene udito nominare.

Tu se' in Navarra lungo tempo stato

contro a Marsilïone a guerregiare.

Guarti da me, traditor rinegato,

che ben di te mi credo vendicare.

Piglia del campo e dimostra tua possa,

o vuoi col brando o vuoi con lancia grossa. —

E così furo amendue dilungati

più che un arco non getta per lunghezza.

Le forte lance e li scudi imbracciati,

e' gironsi a ferir con gran fierezza.

Furonsi insieme ambedue riscontrati:

Danese Ugieri la sua lancia spezza

sopra lo scudo del Pagan: passollo,

ma della sella nïente piegollo.

Ferraù ferì lui con gran superba

sopra lo scudo e tutto gliel divise:

passogli l'arme e con gran pena acerba

in terra del destrier per forza il mise.

Vegendol Ferraù disteso all'erba,

vêr del barone fortemente rise,

dicendo: — Tue minacce non ti valse,

né tuo parole maliziose e false.

Arenditi prigion, sanza dir forse. —

Disse il Danese: — Sì, in fede mia, —

e poi Cortana, sua spada, gli porse:

e Ferraù al ponte il menò via.

Allor suo gente a menarlo là corse.

Ferraù disse: — Menatelo via; —

e poi ritornò al campo e suonò il corno,

facendo de' Cristiani beffe e scorno.

Ulivier, fortemente iniquitoso,

gridò: —Venghin mie arme, — e fu armato;

sopra un destrieri magno e poderoso

come un levrier leggero fu montato:

la lancia in mano prese il sir gioioso,

verso il Pagano a salti ne fu andato.

Ben ei parea baron di valimento,

tanto nell'arme era pien d'ardimento.

Giugnendo a Ferraù disse Ulivieri:

— Dio te sconfonda, malvagio Affricante,

se' tu el demonio che tanti guerrieri

e la lor possa non curi un bisante?

Del campo prendi e poi volta el destrieri. —

Allor si dilungâr ciascun davante.

L'uno vêr l'altro dimostra suo forza,

che niuno suo orgoglio par ch'amorza.

E buon guerrieri insieme riscontrarsi

sopra li scudi le ferrate lance;

le lance insieme in più pezzi fiaccarsi,

gli scudi lor passâr per me' le pance:

e buon destrier per forza ginocchiarsi,

che già non furon que' colpi da ciance.

Ulivier del destrier votò l'arcione;

ma Ferraù di sella non mutòne.

Disse allor Ferraù: — Dimmi, Cristiano,

ch'eri in tuo favellar cotanto fiero,

poi ch'io t'ho del destrier mandato al piano,

vuo' ti tu arender per mio pregioniero? —

Disse il Marchese: — Sì, baron sovrano. —

Allor gli diede suo brando Altachiero;

cogli altri fu prigion sanza più scampo

e Ferraù ritornò tosto al campo,

sonando il corno sì com'era usato,

dispregiando il re Carlo in suo parlare.

Allor si fu subitamente armato

ciascun cavalïer di grande affare:

di combatter con lui ebber giurato

o rimaner prigioni o lui menare.

Gualtieri da Monlion montò in arcione:

contro al Pagano andò come dragone.

Costui fu abattuto similmente,

e poi apresso Ottone e Berlinghieri,

e sì di Piccardia Sanson possente,

el forte traditor Gan da Pontieri,

Angiolin di Bordella ed altra gente,

pur de' migliori e più franchi guerrieri;

e fur baroni in tutto trentasette,

che a Ferraù prigione s'arendette.

Da Ferraù abattuti fur tutti

ad uno ad uno e menati in prigione.

Carlo rimase con pianti e con lutti,

forte pensando sopra tal cagione;

vegendo e suo baron così condutti,

sta come pazzo dentro al padiglione,

dandosi forte e le mani storcendo,

e contra Dio cota' sermon dicendo:

— O sire Dio padre, signor di tutto,

vuo'mi tu a questo punto disertare?

vuo'mi tu d'ogni ben lasciar distrutto? —

Con questo si volea pur disperare:

con pianti, con sospiri e grave lutto

nel padiglion se rimase a posare.

Ferraù dentro a Lazera n'andòe

e trentasette prigion ne menòe.

La madre sua, come el vide venire,

con gran letizia gli si gittò al collo

e più di cento volte, a non mentire,

anzi se disarmasse, ella basciollo.

— Com'hai tanto potuto sofferire

alla battaglia? — tosto dimandollo.

— Or dimi se hai prigion quello d'Anglante? —

Ferraù disse: — Non, per Trevigante.

Domani arò preso lui e Carlone,

el duca Namo e tutta l'altra gente;

tutta Cristianità sanza tenzone

arò, che già non ne saprà nïente

Marsilio, Balugante e Falserone,

e l'Argaliffo e nessun mio parente.

Signor vo' esser de Cristianitade

e di qua lasserò tutte contrade.

A Roma, nella chiesa di san Piero,

sull'altar mangiarà el mio ferrante:

la legge di Giesù sanza pensiero

abattuta sarà, e Trevigante,

Apollino e Macon sarà più altero,

come signor di Ponente e Levante. —

E così disarmato, andò a mangiare,

che gran bisogno avea di tale affare.

E fece dar mangiare a que' prigioni

ch'eran tutti serrati in una sala.

Ciascun piangeva con tristi sermoni;

l'un dice' all'altro: — Cristianità cala. —

Astolfo disse: — Pregiati baroni,

lasciarete doman di batter l'ala.

Ferraù con Orlando, gentil conte,

doman vendicarà tutte nostre onte. —

Poi tutti quanti cenaron con doglia,

tenendo il dir del duca Astolfo a beffa,

tremando tutti come fa la foglia

e di pensier facieno nel cor gueffa.

Ciascun pentiasi ch'avea avuto voglia

di battagliare, e Astolfo li caleffa

e non parea che fusse pregioniero,

né che di morte avesse alcun pensiero.

Lasciamo Astolfo e gli altri in tale stato

e ritorniamo a quel baron perfetto,

Ferraù che fu d'arme sì pregiato.

Com'egli ebbe cenato, n'andò a letto,

e poi, quando il mattin fu rischiarato,

levossi quel baron sanza difetto,

e chiamò alcuno de' suo buon sergenti,

quale portasse l'arme rilucenti.

Tutte sue armi vestite gli furo

e 'l buon destrier menatoli davante,

di piastre covertato d'acciaio duro:

la sua sella era d'osso de liofante,

l'arme di Macometto d'oro puro

e quelle d'Apollìno e Trevigante

intagliate erano intorno l'arcione

dietro e davanti, tutte per ragione.

Armato quel baron montò a cavallo

e della terra giù discese al piano,

apresso d'un'arcata sanza fallo,

dov'era il padiglion di Carlo Mano,

e tosto cominciò a dispregiallo

con parlar tristo, pessimo e villano,

e gridando dicea: — La tua persona

non porterà di Francia più corona.

Vieni sul campo sanza dimoranza

o tu mi manda tuo nepote Orlando:

come degli altri farò simiglianza. —

Orlando tal sermon giva ascoltando.

—Vengan mie armi sanza più dottanza. —

Molti sergenti, sanz'altro aspettando,

recargli l'arme e menâr Vegliantino,

fino al tallon coperto d'acciaio fino.

Lo sbergo e le lamieri al baron franco

gli fu vestito e poi la sopravesta,

tutta a quartieri, che nulla fu manco,

e l'arme della Chiesa sopra questa,

e Durlindana dal sinistro fianco,

la cuffia e l'elmo rilucente in testa:

la spada e l'elmo fu del pro' Almonte,

fil d'Agolante, che fu in Aspramonte.

E così armato montò in sul destrieri

e gì verso il Pagan con suo virtùe.

Giugnendo a lui diceva: — Cavalieri,

il sommo Dio, padre eterno Giesùe,

ti doni grazia e mettati in pensieri

che torni alla sua fé, sì come tue

credi in Macone ed in sue false leggi

con tutti quei Pagan che signoreggi. —

E Ferraù, quando udì così dire,

vêr di lui si gridò: — Sozzo sterpone,

io non vo' battezarmi al vostro sire

né rinegare il mio dïo Macone

per quello Dio che si lasciò morire.

Tu mostri troppo erronea intenzione.

Dimmi se se' del re Carlo nepote,

signor d'Anglante, quel che tanto puote. —

Rispuose Orlando: — Io son signor d'Anglante,

fi di Milon, nepote del re Carlo,

e sappi, quando io fui giovine infante,

in Aspramonte, chiar come cristallo,

quando vi venne il forte re Agolante,

re Carlo Mano andò a contastallo

con cento ottanta mila de Cristiani

contro a seicento mila de Pagani.

Al nome di Dio, padre glorïoso,

vo' che tu sappi come in Aspramonte

il fi del re Agolante valoroso,

in un gran piano, presso ad una fonte,

con un bastone feci doloroso.

Così fu morto quello re Almonte,

ch'era per nome così apellato:

uomo più forte non fu mai trovato.

Questo elmo e questa spada Durlindana.

e questo buon destrier tanto corrente

per me li guadagnai alla fontana,

quando feri' quel re così possente.

Deh, riniega tua fé, ch'è rea e vana,

e torna a Cristo padre onnipotente:

battezati a mia fé, franco barone,

e lassa star Trevigante e Macone. —

Ferraù disse: — Deh! non parlar tanto;

giurianci insieme, ciascun per suo fede;

quale abattuto sarà, tanto o quanto,

prigion s'arenda, chiamando mercede;

poi ciascun si dilunghi dal suo canto

e richiami colui in cui el crede. —

Orlando disse: — Giura tu in prima. —

Giurò allor Ferraù per tale stima:

— Per quell'iddio Apollo e Trevigante

e Macometto, ch'è mia fé perfetta,

che, se abattuto son d'esto afferrante,

sanza far contro a te più mosse o retta,

pregion m'arenderò a te davante:

farai di me quel che 'l tuo cuor diletta.

Or giura a me, per lo tuo dio, seguire

ciò che prometterai sanza fallire. —

Orlando disse: — Pel verace Dio

che 'n sulla croce fu morto e confitto

per liberarci dall'inferno rio,

dove ciascuno prima era trafitto,

se tu m'abatti giù del caval mio,

a te m'arendo sanza contraditto. —

E così furo tramendui giurati

e poi per darsi morte disfidati.

Intramendue voltaro i destrier forti:

l'un dell'altro il gettar di due arcate

si dilungaron poi presti ed accorti;

coi grossi scudi e le lance impugnate

spronando corsero per cotal sorti.

Non fu mai dardo o saette gettate,

che gissor forte per l'aria volando,

come l'uno vêr l'altro va spronando.

Le lance basse e pennoni spiegarsi;

in sulli scudi amendui si colpiro:

passâr li scudi e le lance spezarsi;

e troncon grossi via per l'aria giro.

Per la gran forza i duo baron piegarsi,

ma degli arcioni niente si partiro:

e buon destrier li trasportaron piùe

di due arcate per la lor virtùe.

Al rivoltar che fecero i destrieri,

presero in mano i buon brandi taglienti;

l'un contra l'altro come pro' guerrieri,

ferendo sopra l'arme rilucenti,

tagliando grossi sberghi e lamïeri

fino alle carni que' colpi possenti;

voltandosi qua e là per la campestra,

ferìa ciascuno a destra ed a sinestra.

Orlando in sulle staffe dirizossi

col brando in mano e con tutta sua possa

a ferire il Pagano andar lasciossi:

col brando in sulla testa tal percossa

gli diè che tutto quanto rimutossi.

L'elmo fatato non curò sua possa:

il greve colpo in tal modo toccollo

che dell'arcion del suo destrier piegollo.

Rizossi Ferraù tutto stordito,

che non sapeva che parte si fosse,

ed ebbe Orlando col brando ferito

sul destro braccio con tutte sue posse.

Or lascieremo star cotal partito:

nell'altro canto dirò gran percosse.

Cristo del ciel per sua misericordia

ci mandi pace, dovizia e concordia.