CANTARE TRENTESIMO
O sommo Dïo, padre potentissimo,
che 'n sulla croce ti lasciasti apendere,
e spandesti tuo sangue preziosissimo
per volerci da tenebre difendere,
donami grazia, Salvator santissimo,
ch'io sappia sì questo cantar distendere
che piaccia a tutti que' che l'udiranno.
Or udirete tradimento e inganno.
Essendo Gano e Marsilio a sedere,
sì come io dissi nell'altro cantare,
su una sedia d'òr di gran valere,
che 'l tradimento volea ordinare,
Dio dimostrò allora suo potere,
che quella sedia si vide fiaccare,
e Gano e 'l re caddon di botto a terra:
el mal pensiero Gano non diserra.
Gran maraviglia si fe' allora Gano,
vedendo che la sedia era caduta:
del tradimento pessimo e villano
per quel miracol già non si rimuta.
Marsilio allora il prese per la mano
dicendo: — Molto ho caro tua venuta. —
Così insieme in un giardino andaro
ed altri gran baron gli seguitaro.
Entraron nel giardino tutti quanti,
che fur ventotto de' migliori eletti,
tra re, principi, duchi ed amiranti,
di Marsilion tutti amici perfetti.
Ancora venne a Marsilio davanti
la bella donna sua sanza difetti.
Per quello che l'autor per vero spanda,
apellata era la reina Branda.
Aveva in quel giardino una fontana
con cento pomi dintorno adornata,
che al mondo non v'è una più sovrana,
d'un bello prato tutta circumdata.
Marsilio e tutta sua compagnia vana
in quel pratel sedieno quella fiata
in su un drappo lavorato ad oro;
e Gano insieme sedette con loro.
Fece Marsilio un gran libro recare,
dove la storia era di Macometto,
dicendo a Gano: — E' ti convien giurare
per osservare, sanza alcun difetto,
sì come Orlando morir possiam fare,
anzi ti parta d'in sul mio distretto. —
E Gano in su quel libro la man pose
e d'osservarlo l'animo dispose
dicendo: — Il modo ch'abiate a tenere
si è che 'l gran tributo, ch'è promesso
di dare a Carlo, dobbiate attenere
ed io tantosto portarollo ad esso.
Carlo, vegendo tanto vostro avere,
di vostro regno si partirà esso
con tutta sua grande oste e lasceravvi:
Orlando a Roncisvalle attenderavvi.
Dirò a lui che voi verrete in Francia
per san Michele, quando è la gran festa;
poi lascerà Orlando, franca lancia,
con ventimila che ha a sua richiesta;
e voi verrete poi per dargli mancia
con tutto vostro sforzo e gran podesta.
Di vostra gente tre schiere farete:
una di centomila manderete.
I centomila fien tutti tagliati;
poi la seconda abiate aparecchiata.
Costor saranno a mal fine recati
e la gente cristiana fia alassata
e di lor morti assai e 'nnaverati.
Non aspettar ch'ella sia riposata:
la terza schiera venga avanti poscia
sì che a' Cristiani dia pena ed angoscia,
perché gli troveranno lassi e stanchi,
gran parte morti ed ancora feruti,
e lor cavagli feriti pei fianchi,
sicché assai ne saranno caduti,
e fieno vostri baron freschi e franchi.
Vostri voler saran tutti compiuti:
nessun Cristian farà di morte scampo,
salvo che Orlando che rimarrà al campo.
Quale non puote per forza esser morto,
ma arà gran dolor della sua gente.
Vegendoli condotti a cotal porto,
per gran dolore morrà certamente.
Perduto arà Carlo allor suo conforto,
che per lui solo si tien sì possente.
Sarai signore di Cristianitade,
d'ogni provincia, castella e cittade. —
Marsilio allora fu molto gioioso,
facendo a Gano feste ed allegrezza,
e sì dicea: — Dimmi, baron grazioso,
come mi posso fidar per certezza
che 'l tradimento facci ben nascoso,
se io ti do il tesoro e la ricchezza. —
Disse allor Gano: — Io l'ho giurato e giuro,
ch'io faccia tal trattato sta sicuro. —
— Possomi io attenere a te per certo, —
— disse Marsilio — dandoti il tributo? —
Rispose Gano: — Sì, chiaro ed aperto,
atterrò ben ciò che t'ho promettuto. —
Allor Gesù pel tradimento sperto
volle mostrar miracolo compiuto,
che quella fonte, d'acqua tanto chiara,
diventò rossa come sangue e amara.
E gli albor del giardino si seccaro:
la gente allor maravigliossi molto.
Un re allora, valoroso e chiaro,
donò a Gano un elmo bello molto.
Un altro re non fu nïente avaro;
un brando gli donò dicendo in volto:
— Questo è il brando miglior che sia al mondo,
da Durlindana in fuori, io ti rispondo. —
Di tali doni Gan gli ringraziava.
Allor si levò ritta la reina
ed una bella borsa a Gan donava
con cinque pietre, ognuna molto fina.
— Questa vi dono — la dama parlava —
— solo perché la diate a tal dottrina
alla vostra mogliera da mia parte. —
Ed allor la reina si diparte.
Non vi fu duca, principe o barone,
che del tesoro a Gano non donasse.
Parlando disse Gano a Marsilione
che 'l gran tributo allora aparecchiasse:
— Ch'io non vorrei che monsignor Carlone
per la mia stanza fellonia pensasse. —
Marsilio disse: — Egli è aparechiato.
Quando vuoi gire, ti sarà recato. —
Gli statichi con quel magno tesoro
mandò Marsilio a Carlo imperadore
e dieci muli caricati d'oro
donò a Gano fellon traditore.
Ed ei si dipartì sanza dimoro
per tosto ritornare a suo signore,
e per più giorni tanto ha cavalcato,
che nella Stella a Carlo fu arivato.
Quando l'oste di Carlo grazïosa
vide venir que' muli caricati,
tutta la gente paria vittoriosa.
Assai baroni incontra fur andati
a Gano e all'imbasciata maliziosa,
non credendo esser traditi e ingannati.
E Gano col tributo inanzi a Carlo
andò sol per volere apresentarlo.
Grande festa fe' Carlo allora a Gano
dicendo: — Tu se' quel che per tuo ardire
acresci sempre il populo cristiano.
Or voglio, Gano, le novelle odire. —
Nel padiglione allor di Carlo Mano
si raunaro i baron per sentire
quel che Marsilio avea in cuor di fare;
e Gano falso cominciò a parlare:
— Monsignor Carlo, Marsilio ha mandato
questo tributo e vuolsi battezare.
Per la festa di san Michel beato
verrà in Francia a tua lege osservare;
ma vuol che 'l campo e l'oste sia levato
ed in Cristianità debbi tornare;
e l'Argaliffo di Baldracca, suo zio,
non può mandare, che intrar lo vid'io
in una nave e partirsi. Dal porto
forse a tre miglia una gran tempesta
per il mar si levò e io vidi scorto
che la nave afondò sanza far resta.
Io ti so dir per certo ch'egli è morto,
sì che di ciò si può far gioia e festa.
È questa l'ambasciata mi fu data
dal re Marsilio e così l'ho contata.
Onde parrebbe a me per lo migliore
di levar quinci logge e padiglioni,
perché Marsilio ti vuol per signore
ed hatti fatto così magni doni,
e lasciare alla guardia di valore
un caporal con alquanti baroni,
che aspetino Marsilio infino a tanto
che a prendere verrà il battesmo santo.
A me parrebbe di lasciare Orlando
e in compagnia il marchese Ulivieri,
e Marsilione in tal modo aspettando,
con esso lor ventimila guerrieri. —
Orlando gli rispose allor ghignando:
— Dolce patrigno, pro' Gan da Pontieri,
io vegio ben che di buon cor m'amate
poi che di tale onor capo mi fate. —
Carlo rispose: — Nïente mi piace
che Orlando rimanga a guardia fare.
Un altro de li miei baron verace
voglio che stia a Marsilio aspettare. —
Orlando disse: — Non arò mai pace
se mi volete questo contradiare. —
Carlo, vegendo pure il suo volere,
aconsentì dovesse rimanere
con sessanta migliaia di buona gente,
acciò che fusse in cotal luogo forte.
Orlando disse: — Non torrò nïente
cotanta gente meco a tale sorte.
Mille a cavallo voglio solamente
che già non aggio paura di morte. —
Disse Ulivieri allora e suo' compagni:
— Qui sanza noi non vogliam che rimagni.
E qui vogliam ventimila secento
con teco rimanere in compagnia. —
Orlando gli rispose: — Io son contento
rimanghin qui e gli altri vadin via. —
Allora Carlo fe' comandamento
a tutta sua grande oste e baronia
che logge e padiglioni ognun levasse
e per partir sue some caricasse.
Allor fuor logge e trabacche levate,
che ognuno parea pien d'allegrezza:
tutte lor some avevan caricate
di panni e d'armadure e gran ricchezza.
Furono le bandiere rasegnate
di quella gente di tanta fierezza.
Ed ordinò e diede l'antiguarda
a Salamon con sua gente gagliarda.
Così partendo Carlo parlò allora
al conte Orlando dicendo: — Qui aspetta
il re Marsilio ed io farò dimora
con tutta questa gente mia perfetta
a san Giovanni Piè di Porto ancora,
perché l'animo mio molto sospetta. —
E così Carlo partissi ed Orlando
a Roncisvalle rimase aspettando.
Tanto cavalcò Carlo e suo seguìto,
che a Porto san Giovanni fu arivato.
Non credendosi già esser tradito,
fu con sua oste in tal luogo attendato.
Or qui lasciamo Carlo a tal partito
e direm di Marsilio c'ha spïato
che levata è la grande oste di Carlo
e come Orlando è rimaso aspettarlo.
Subito fece un magno parlamento
di tutti e suoi re, principi e baroni
per consigliarsi dell'avisamento
che far dovien co' cristiani campioni.
Ed allora un baron di valimento,
nepote di Marsilio a tal sermoni,
ch'Ardalotto per nome era chiamato,
si leva ritto, acceso ed infiammato.
Nanzi a Marsilio parla arditamente:
— Signor possente, un dono v'adimando,
ch'a Roncisvalle alla cristiana gente
el primo feritor voglio esser quando
cavalcaremo, a non fallir nïente.
Orlando occiderò là col mio brando:
a Ulivieri farò il somigliante
per nostro dio Macone e Trevigante.
Dammi dei vostri baroni sovrani
undeci, i quali sien miei compagnoni,
sì ch'arem paladin com'e Cristiani.—
Allora Falserone a tal sermoni
disse: — Ucciderò Orlando con mie mani,
se nostro dio Macone mi perdoni. —
Allor si levò ritto il re Malprimo
e disse: — Occidere Orlando mi stimo. —
Poi si levò Turchion di Tortolosa,
Folgore re e poi il re Franchino
ed altra gran baronia valorosa
di quel malvagio popul saracino:
col cuore e colla mente velenosa
minacciavano Orlando paladino
ed Ulivieri e la sua compagnia
e di metterli tutti in mala via.
Marsilio apellò il re Falserone
dicendo: — Io vo' che tu la prima schiera
guidi con centomilia di persone
ed Ardalotto con teco a bandiera.
Insieme sia con voi el re Turchione
a ferir sopra quella gente fiera. —
Poi apellò re Grandonio di vaglia:
— Concedo a te la seconda battaglia.
Con teco Chïarello e Fieramonte
e re Margaritone pro' e ardito;
el re Cornuto vo' con forze pronte,
Folgore e Fïoretto al mio seguìto.
Questi sien paladini contra 'l conte,
il qual per noi sarà a morte finito.
Ora ciascun d'armare si procacci
e poi per cavalcar tosto si spacci. —
Allor mandò il bando per la terra
ch'ognun s'armasse e montasse a cavallo
con tutte buone armadure di guerra.
Allora ciascheduno sanza fallo,
d'arme coverto, suo cavallo aferra
e dipartironsi di quello stallo.
E come fu la gente aparecchiata,
di Seragoza uscì così schierata.
Chiamò Marsilio allora Bianciardino
dicendo: — I' vo' che guidi mille some
di robba da mangiare, pane e vino
a Roncisvalle e dalle, da mio nome,
al conte Orlando, il qual farem tapino,
che non gl'incresca l'aspettar: di' come
non posso ancor venir, sì che perdoni
a me e pigli di queste imbandigioni
sì ch'egli e la sua gente se rinfreschi.
Se così fai non aranno temenza;
e suoi baroni brettoni e franceschi
mangeran tanto e non aràn potenza.
Noi giugneremo adosso a loro freschi
e darem loro mala penitenza,
e come aràn la vettovaglia tolta,
di ritornare dà tosto la volta. —
Allora Bianciardino se diparte
con mille some de rinfrescamento
e cavalcando giunse in quelle parte
dov'erano e Cristian pien d'ardimento.
Così le some che portava ad arte
diede ad Orlando che di buon talento
le ricevette e poi Bianciardin disse
la sua imbasciata e da lui dipartisse.
Tutti e Cristiani allor se rinfrescarono
di ciò che a loro faceva mestieri:
molti la sera quivi s'inebriarono,
laonde Orlando insieme a Ulivieri
di buona guardia far si consigliarono
tutta la notte sanz'altri pensieri.
In su un poggio fino a mezanotte
deliberaron di far guardia ad otte.
Disse Orlando: — Ulivier, guarderò io
infino a mezanotte in su quel monte
e tu la farai poi per nostro Dio. —
— Io son contento — rispose egli al conte.
Così Orlando in sun quel poggio gio
con mille cavalieri alla sua fronte
per far del campo la guardia e la scorta,
acciò che gente sua non fosse morta.
Ulivier se rimase alla pianura
con l'altra gente ed andossi a dormire.
Non avea già dottanza né paura
il forte conte di dover morire.
Lasciamo qui finir la notte scura
e poi raconterò nell'altro dire
sì come si schierò la gente ardita.
Cristo vi guardi e sua madre fiorita.