CANTARE TRENTESIMONONO
Imperador della superna altezza,
che edificasti sole, cielo e luna;
qual ci dà caldo, freddura e chiarezza,
e allumina la notte l'aria bruna;
o sommo Padre, divina fortezza,
contro al cui gran poter non val fortuna,
bench'io non sia di chieder grazia degno,
concedi alla mie mente tanto ingegno
ch'io possa a tutta gente chiar mostrare
sì come Carlo Man fu vittorioso
a Roncisvalle, doppo il consumare
della gesta del sangue valoroso.
Signori, io dissi nell'altro cantare
che Carlo nello stormo doloroso
era già intrato, e dissi chiaro e scorto
com'egli aveva Balugante morto.
Va Carlo per lo stormo combattendo,
fiero come cinghial fugendo in caccia:
cavagli, uomini ed arme dipartendo,
bandiere e gonfaloni abatte e straccia.
Ciascuno Saracin, Carlo vegendo,
per fugir tosto volgeva la faccia.
Non v'era cavalier tanto sicuro,
che volesse aspettar suo colpo duro.
Benché Carlo e sua gente combattesse,
quanto poteva, ciascun di vantaggio,
non pensate ch'alcun Pagan si stesse,
anzi mostrava ciascun suo coraggio.
Le zuffe per lo stormo eran sì spesse
tra' cavalieri ben di gran legnaggio:
per la battaglia la gente combatte
e l'un l'altro per terra morto abatte.
Era già il sole a mezogiorno volto
e risplendendo facea gran caldana:
lo stormo era crudele ed aspro molto.
Quando fu certo alla gente pagana
che Balugante era di vita tolto
da Carlo, re della gente cristiana,
gran barbassori, duchi ed amiranti
isbigottiron di ciò tutti quanti.
Allor tutta la gente saracina,
sapendo ch'era morto el lor gran sire,
vêr Saragoza ciascuno camina:
tutti quanti si missono a fugire.
Gente francesca, todesca e latina
con lieto volto li vanno a seguire,
per lo camino molto dannegiando,
qual givano occidendo e qual pigliando.
Tutti e Cristiani seguitâr costoro,
salvo che quattromila cinquecento,
che a Roncisvalle feciono dimoro,
che stettono a guardare el fornimento
e corpi morti e l'altro lor tesoro,
ch'era nel campo, di gran valimento.
Carlo cogli altri nel nome di Dio
infino a Saragoza gli seguio.
Nostri Cristian seguitando gli vanno
insino a Saragoza per tal sorta,
facendo lor crudelissimo danno.
Molta gente pagana era già morta:
a lor dispetto e Cristian tanto fanno,
che dietro a loro entraro nella porta.
De' Cristiani c'entrò prima persona
re Isolier, signor di Pampalona.
Benché costui fusse stato pagano
e di Marsilio nepote carnale,
più feroce era che niuno cristiano
a fare a' Saracin gran danno e male.
Dentro alla porta colla spada in mano
entrò el baron di guerra naturale,
e doppo lui Salamon di Brettagna,
Carlo, el Danese e Namo in sua compagna.
Givano inanzi e buoni coridori
gridando forte: — Viva Carlo Magno!
Di tutta la città sarem signori;
or qui potremo fare gran guadagno. —
Di Saragoza piccoli e magiori
fugivan con dolore e grave lagno.
Marsilio, ch'era dentro al suo palazzo,
maravigliossi, udendo tal tramazzo,
e domandava perché si fugiva.
Da alquanti Saracin gli fu risposto,
significando che Carlo veniva
ed al palazzo ariverebbe tosto.
Ogni Cristian gridava: — Viva, viva
la fé di Cristo e Macon sia diposto! —
Furo e Cristiani a sì fatta baruffa
co' Saracini in sulla piazza a zuffa.
El re Marsilio, vegendo venire
l'insegna d'orifiamma e Carlo poscia,
ed a molti Pagani udiva dire
che Balugante è morto con angoscia,
della gran pena si pensò morire
e colle man nelle gote si croscia:
con gran lamento si chiama tapino,
bastemiando Macone ed Apollino,
dicendo: — Iddio Macon sia maladetto,
che in te non regna virtù né possanza;
vittoria hanno e Cristiani a tuo dispetto.
Che maledetto sia Gan di Maganza,
che con suoi tradimenti m'ha sì stretto
ch'i' ho perduta tutta la speranza.
Io son diserto; e Carlo con sua gente
a tal partito si chiama dolente!
Benché 'l dannaggio suo me non ristora,
ch'i' ho perduti parenti ed amici,
e' non mi posso riparare ancora,
ch'io vegio Carlo con sua gente quici.
Ohimè dolente! che 'l dolor m'accora,
vegendo contra me e Cristian felici,
e a me convien morire o rinegare
la fe' che sempre ho voluto observare. —
Facea Marsilio lamento sì scuro,
sì come truovo nella storia scritto,
che stato non sarebbe cuor sì duro
che non si fusse di pietà trafitto.
In buona verità, signor, vi giuro,
bench'io non fussi presente quiritto,
che per quel che la storia ne distende,
di tal lamento ancor pianger mi prende.
Che, benché non credesse in nostro Dio,
perch'era prode e di sangue gentile,
considerando l'onta e 'l danno rio,
che ricevuto avea non mai simìle,
forte ne piango nell'animo mio,
recando a ciò mia memoria sottile;
ma perch'io son qui della storia giunto,
vo' fare a tal lamento chiosa e punto.
Istandosi Marsilio alla fenestra
del suo palazzo nella mastra sala,
e avea tagliata la spalla sinestra.
di che il dolor del cor mai non gli cala,
per gran superbia che al cuor gli balestra
col capo in giù gettossi in sulla scala.
Fu del cader sì grande la percossa,
che l'alma sua perdé, le carni e l'ossa.
Portonne Macometto col malanno
l'anima sua e 'l corpo sopellissi.
Carlo co' suoi Cristian correndo vanno
tutta la terra, come prima dissi.
E Saracin difesa più non fanno;
ma molta gente per campar partissi.
Que' che rimason, Macon rinegaro;
poi alla nostra fe' si battezaro.
Di Saragoza fu Carlo signore
e cittadini tutti l'obediro:
nel palagio magior con grande onore
montato fu e più gente il seguiro.
Lasciam qui stare Carlo imperadore
vittorïoso con pianto e sospiro,
e conterem come Gan da Pontieri
assotigliò per fugir suo pensieri.
Voi sapete, signor, ch'io dissi come
Carlo partì da san Gian Piè di Porto
e lasciò un, di cui non dico il nome,
da cinquecento cavalieri scorto,
con vettovaglia e caricate some,
e per me fu con veritade pòrto
che lasciò Gano e disse che 'l guardasse,
tanto che l'oste indietro ritornasse.
Stava Gano rinchiuso in una torre,
guardato ben tutta la notte e 'l giorno,
ed una sera, quando il sol trascorre
verso ponente suo vampore adorno,
quel Gan, che di tradir non si può storre,
nella prigion dov'era andava atorno:
maninconoso con voce bugiarda
chiamò il donzel che la prigione guarda,
dicendo: — Per mio amor, donzel, ti piaccia
di venir dentro a cenare con meco,
che mangiar solo non par che prò faccia;
mangerò meglio accompagnato teco. —
Parlava Gano con più falsa faccia
che non fece per Troia Sinon greco.
Il donzel, che tradito esser non pensa,
entrò in prigion per gir con Gano a mensa.
Quando fu dentro, el traditor di Gano
a quel donzel vidde un coltello a lato:
subito v'ebbe posto su la mano
e ferì quel donzello nel costato.
e morto l'ebbe el traditor villano;
poi tostamente, com'avea pensato,
uscì di quella torre e niente falla:
subitamente andò in una stalla.
Di subito sellò un palafreno:
e tosto della stalla fu uscito,
prese il camin verso il pagan terreno,
credendosi per vero esser fugito;
ma come piacque a l'alto Dio sereno,
el tempo, ch'era stellato e chiarito,
per la virtù de Dio tutto s'anebbia
con una profondissima gran nebbia.
Tanto è la nebbia calcata e profonda,
che 'l lume delle stelle cuopre e spira:
non vede Gano già la via seconda,
ma 'n qua e 'n là, come cieco, s'agira.
Non batte 'l mar così spesso sua onda,
come in quel punto il traditor sospira,
e tutta quella notte insino al giorno
caminò men d'un miglio, andando atorno.
Poi la mattina, quando il sol si move
per l'universo e l'oriente schiarava,
come piacque a colui ch'è sommo Giove,
quel che l'avea in guardia se n'andava
subitamente a quella torre, dove
Gan traditore in prigïone stava.
Trovò la guardia morta, onde con onta
colla sua gente tosto a caval monta.
Cercando Gano, molto niquitoso
andava el capitan con sua compagna:
trovato l'ebbe assai malinconoso
andare in qua e 'n là per la campagna,
perchè 'l vedere era per lui ascoso
per la malizia sua che sì 'l magagna;
e come 'l capitan fuggir trovollo,
colle sue man fortemente legollo,
dicendo: — Traditor, negar non puoi
el tradimento c'hai fatto e 'l gran fallo.
Sono scoperti e tradimenti tuoi;
ora è palese a barone e vassallo.
Di mala morte è pur ragion che môi:
più non ti vo' guardare in questo stallo.
Davanti a Carlo apresentar ti voglio,
che con ria morte punirà tuo orgoglio. —
Per lo crudel dolor Gan non favella
e come fusse muto allora tace.
Quel capitan con cinquecento in sella
inverso Roncisvalle el camin face.
Giunto che fu a Saragoza bella,
dov'era Carlo e' suoi baron verace,
andò al palagio e dov'è Carlo adocchia:
con riverenza avanti s'inginocchia.
dicendo: — Il Re della gloria divina,
per la cui possa tutto si governa,
e sua virtù per fortuna non china,
salvi te, Carlo, con possa superna:
abatta tutta la fé saracina
per l'universo, ed ora e 'n sempiterna
abassi orgoglio, virtù e possanza
del maladetto Gano di Maganza.
Sì come in guardia el traditor mi desti,
così dinanzi a voi ve l'apresento.
Per certo abbiate, monsignor, che questi
fu della morte d'Orlando contento.
Da poi da san Giovanni ti partisti,
uccise un mio donzello a tradimento
e per fugir s'era già messo in via,
se non ch'il giunsi con mia compagnia. —
Carlo nïente rispondeva allora
per lo crudel dolor, ch'al cor gli venne.
Il duca Namo sanza far dimora
verso di Gano va, che non si tenne,
dicendo: — Traditor, convien che mora.
Io giuro a Cristo, che morte sostenne. —
Col pugno chiuso incontro ardito vagli:
più e più colpi in su la faccia dagli.
Allor si rizza di Berlanda, Arnaldo:
col pugno chiuso in sul viso gli spranga
l'un pugno sopra l'altro spesso e saldo,
menando forte, e Gano par che pianga.
Diceva Arnaldo: — Il mio consorto baldo
morto convien per tua cagion rimanga.
Per li tuoi tradimenti hai messo al fondo
tutti e parenti mie', el fior del mondo. —
Dandogli forte dicea el duca Namo:
— Ahi, traditor! per tuo malvagi inganni
di quattro mie' figliuol m'hai fatto gramo,
ch'alla mia vita sentirò gli afanni. —
Così ben otto ognun di dargli è bramo
e indosso gli stracciavan tutti i panni.
El traditor dicea con piena faccia:
— Sofferi, Carlo, che ciò mi si faccia?
Battuto son a gran peccato e torto,
e dispregiato con gran villania;
mai traditor non fu', mi scuso scorto,
né io né niuno già di casa mia.
Io son contento, Carlo, d'esser morto,
se mai per vero si truova che sia. —
Allora parlò Carlo e disse: — Siri,
sedete in pace e niuno più il martìri. —
Ciascun barone allora andò a sedere
e contro a Gano niente più andaro;
ma tanto fecer prima lor volere
che gli occhi e 'l naso tutto li fiaccaro.
Lasciamo or Gan, che non ha da godere,
e dirò come Carlo giusto e chiaro
partì da Saragoza per tornare
tra i Cristïan, dove vuol dimorare.
Apellò Carlo in quel punto Ansuïgi.
Disse: — Vicario vo' che tu rimanga
con diecimila a tutti i tuo' servigi
ed il re Isolieri in tua compagna.
Vo' con mia oste tornare a Parigi
e più non voglio dimorare in Spagna.
Se niun soccorso te bisogna mai,
subitamente mandando l'arài.
Ansuïgi accettò la signoria,
con allegrezza e col re Isolieri.
Carlo partì con la sua baronia
e lasciò diecimila cavalieri.
Vêr Roncisvalle si fu messo in via:
apresso a sè mena Gan da Pontieri,
e giunto a Roncisvalle, fece tôrre
quatordeci destrieri e a ciascun porre
un'arca adosso di que' corpi morti;
l'arche e i cavagli covertati a nero.
Poi mosse l'oste dei baroni acorti
verso Cristianità, a dir lo vero;
passorono montagne, fiumi e porti,
tanto che fur arrivati per vero
in Guascogna, alla terra di Nerbona;
e quivi Carlo in tal modo ragiona:
— Poiché, signori, giunti qui noi siamo,
questa città di gente saracina
ora al presente vo' che combattiamo.
Per certo pigliarenla stamattina. —
Rispose allora il savio duca Namo:
— Più non parlate di cotal dottrina,
perché si vede per verità scorta
assai di nostra gente è stata morta.
E se questa città si combattesse,
prima che per battaglia fusse nostra,
converrebbe che morta rimanesse
gran quantitade della gente vostra.
A me pare, signor, se a voi piacesse
(e questo è 'l meglio e mia mente 'l dimostra),
che se per patti non si puote avere,
sì fatti modi dobiate tenere.
Avete a Dio più grazie dimandate
ed egli tutte quante v'ha esaudito:
divotamente al presente el pregate
che conduca la terra a tal partito
che sanza dar battaglia la pigliate
e da que' Saracin siate obedito. —
Di botto Carlo ginocchiossi allora
e 'nvêr del ciel devotamente adora,
dicendo: — Padre, sempiterno Dio,
donami grazia per tua dignitade
che questa gran città pigliar poss'io
sanza battaglia alla mia voluntade. —
E Cristo allora el suo priego esaudio,
che da quel lato di quella cittade,
sì come piacque a sua volontà pura,
tutte per terra cascaron le mura.
Carlo entrò dentro allora con sua gente,
che non fu da persona contrastato.
E Saracin tutti comunalmente
a nostra fe' fu il popul battezato.
Posossi Carlo in quel giorno presente
infin che l'altro dì fu poi schiarato;
poi per partirsi e 'l vicario lasciare,
verso i baron così prese a parlare:
— Un franco capitan, signor, bisogna
che qui con gente alla guardia rimagna.
Questa terra confina con Guascogna
e infino a qui sapete ch'è la Spagna.
Se Saracini pensasson menzogna
contro Ansuïgi e sua franca compagna,
di qui el soccorso potrà tosto andare,
com'egli mandarà significare. —
Non vi fu allora duca né barone
che a così fatto motto rispondesse.
Io dico per nessuna condizione
non fu verun che rimaner volesse.
Vegendo Carlo cotale oppinione,
ch'ogni persona parea che temesse,
ebbe sì gran dolor di cotal mena,
che non potea parlare per la pena.
Vegendo Carlo ch'ognun rifiutava
di rimanere a guardia della terra,
in su quel punto forte s'adirava
e la bacchetta d'oro gettò in terra.
Arnaldo di Berlanda allor parlava:
— Signor, son vecchio e non più atto a guerra;
ma sed e' v'è in piacer, la guardia piglio,
non già per me, ma sol per un mie figlio,
el quale piccol fantino lassai,
quand'io parti'mi già fa cotanti anni:
credo che sarà sì grande oramai,
che ben potrà durare in guerra afanni.
Io in guerra non credo entrar più mai
con duchi o conti, con re o tiranni. —
Allora disse Carlo: — Ora m'intendi;
come tu di', per tuo figlio la prendi. —
Allora Arnaldo la signoria tolse
con quella gente che volea tenere.
Carlo con l'oste inver Francia si volse
e ciascuno cavalca a suo potere.
Quel vero Dio, che per noi morir volse,
ci guardi tutti con pace e piacere.
Nell'altro dir, signor, canterò tutto,
come Gan fu di vita spento e strutto.