CANTARE TRENTESIMOPRIMO
Verace Dïo, padre onnipotente,
che cielo e terra, acqua, aria e fuoco
formasti con tue man primieramente;
poi festi Adamo ed Eva in su quel loco,
donde discesi siamo tutta gente,
multiplicati in questo mondo fioco;
donami grazia, signor mio magiore,
che della storia segua il bel tenore.
Signori, io ve fini' l'altro cantare
come Orlando era in sul poggio sallito
con mille cavalieri per guardare
che 'l campo süo non fusse assallito.
Quando fu mezanotte, andò a posare
ed Ulivieri alla guardia fu ito
con altri mille e colla sua persona
tutta la notte fece guardia buona.
Quando fu il sol per l'universo sparto,
Ulivieri guardò verso la Spagna,
sì come fa nell'ago il vecchio sarto,
e vide quella turba e gran compagna,
che scorger non poteva al certo el quarto,
tanta era per pianura e per montagna.
Le 'nsegne a oro, bianche, azurre e nere
parean per l'aere un nuvolo a vedere.
Vegendo Ulivïer tanta abondanza
di gente a piè ed a cavallo armata,
fra suo cuor dice: — Omè, o Gan di Maganza!
sir da Pontier, fatt'hai mala pensata
per voler sempre usare disleanza.
Or ben sarà Cristianità abassata,
ch'io vegio ben che questa gente viene
per nostro male e non per nostro bene.
Se Marsilio volessi battezarsi
e' non verrebbe con masnade tante
a piè ed a caval, sì come parsi
che mostra tutta la fé affricante.
Già non mi paion d'armadura scarsi,
tanto rilucon di rietro e davante. —
Così pensoso, di dolor tremando,
tornò al padiglion del conte Orlando
dicendo: — Leva su, cugin carnale,
che omai è giorno e la guardia ti tocca.
Il sole per lo mondo ha aperte l'ale:
da mezanotte, non con mente sciocca,
fatto ho la scorta. — Orlando a parlar tale
aperse gli occhi e tal sermone scocca
dicendo: — Tu déi per certo mentire.
Non è mezz'ora ch'io venni a dormire. —
Disse Ulivier: — Leva su, ch'io non mento.
Il giorno è chiaro e 'l sol mostra suo vampo
e della Spagna grande assembramento
viene vêr noi per istrade e per campo.
Credo che Gan ci ha fatto tradimento;
però ti leva, che prendiamo scampo.
La gente mi par tale armata e tanta:
par la fé affricante tutta quanta.
Io vegio tanti gonfalon vermigli
e bianchi e neri e gialli a novi intagli,
a mezelune e bande a stelle e gigli,
e cani e piedi e teste di cavagli
e serpi ed armellin, liepri e conigli,
isparvieri e falcon sanza sonagli
di più colori veggio chiari e cupi,
e lïon per cimier, draghi, orsi e lupi;
tante aste veggio azurre, bianche e nere,
che cuopron la montagna e la pianura,
palafreni e destrier di gran potere
con uomini coperti d'armadura.
Il quarto non si può ancor vedere:
que' che si veggon paion cosa scura. —
Orlando disse: — Vanne in punto, oziaco;
del vino déi esser ancor brïaco.
Il vin t'ha fatto male che beesti,
che t'ha fatto vedere in visïoni.
Gli uomini, che tu di' che tu vedesti,
saranno capre o pecore o montoni.
Gli uomini del paese saran desti
ed usciranno fuor di lor magioni:
per la pace ch'è fatta tra noi e loro,
lor bestie metton fuor sanza dimoro. —
Disse Ulivier: — Non sò ebro né orbo
ch'i' non cognosca l'uomo dal bestiame
e l'ucello minuto ancor dal corbo,
e ben cognosco l'oro dal letame.
Per certo, Orlando, ch'io cogli occhi scorgo
che vien Marsilio e tutto suo reame. —
Orlando, udendo sì dire il marchese,
uscì del letto e per la mano il prese
dicendo: — Io vo' veder tal maraviglia.
Andiam dov'eri a guardia in sul monte. —
E ciaschedun di lor un caval piglia:
sanz'arme indosso a caval monta il conte;
con esso seco assai di sua famiglia.
Sulla montagna presto alzò la fronte.
Quando del poggio furono alla cima,
Orlando quella gente tutta stima.
Vegendo tanta gente sorïana
d'Indïa e d'Affrica e de l'Alfania
e d'ogni parte della fé pagana,
fra suo cor disse: — Vergine Maria,
madre di Cristo, di virtù fontana,
questa gente di che condizion sia?
Per certo veggo che Gan mi tradie
quando a Marsilio per messaggio gie.
Ma io giuro a quel Dio che fece tutto,
nanzi ch'io vegna della vita manco,
tanto sarà di quel popul distrutto,
che 'l terren sarà rosso più che bianco.
Qui rimarrà di lor semenza il frutto,
tanto mi sento di mia vita franco.
Non se dirà giamai, se non a torto,
ch'io come vile o codardo sia morto. —
Disse Ulivieri: — Dimi, compagnone,
paionti bestie quelle che tu vedi?
Quella grandissima insegna a Macone
e la contraria parte che tu vedi,
paionti bestie? Dimi la cagione?
Deh, leva il campo, poi che certo vedi,
o tu sul poggio va e suona il corno:
Carlo e sua gente farà qui ritorno.
E poi che questa gente mi par tanta
che non potremo allora riparare,
da costoro la nostra sarà afranta,
sì che brighianci al tutto di campare. —
Disse Orlando: — La madre di Dio santa
ci aiuterà, che bene lo può fare,
e non temere e non aver paura,
che noi daremo a lor mala ventura. —
Ulivier disse: — Deh, fa quel ch'io dico,
però ch'io vedo che c'è gran mestieri;
e se nol fai, noi non varremo un fico
a questa gente e tanti cavalieri
di Saracini e di popolo ostìco,
che per disfarci vien sì volentieri,
sì che consiglio del corno sonare
se tu ci vuoi dalla morte iscampare. —
Rispose Orlando: — Già non vo' sonarlo;
non ti bisogna di ciò far fatica.
Non ha qui luogo il soccorso di Carlo.
Non vo' che mai nessuno di me dica,
né che per verità possa provarlo,
ch'io per paura sonassi né mica.
Se hai paura e tremati la pancia,
la via è fatta da tornare in Francia. —
Disse Ulivier: — Se vai inanzi, parente,
con Durlindana tua così trinciante
quanto farò con mia lancia pungente,
a ferir sopra la gente affricante,
non vedrai mai lo 'mperïer possente,
né Aldabella, c'ha il dolce sembiante,
non bascerai, e non arài diletto,
che morto sarai qui con gran dispetto. —
Orlando disse: — Se mi seguirai
nella battaglia, sì come tu dici,
morti saranno con sospiri e guai
quanti s'apellaran nostri nemici.
Or discendiam di questo poggio omai
e cavalchiamo giù alle pendici. —
Quando nell'oste fu el conte Orlando,
fra tutta la sua gente mandò il bando
ch'armato ognuno a cavallo montasse,
sotto le 'nsegne sue e gonfaloni;
per aspettar battaglia si schierasse.
Allora tutti, vegliardi e garzoni,
non vi rimase alcun che non s'armasse,
covertati e destrieri in sugli arcioni.
Quando schierata fu la gente bella,
da Monlione Gualtieri Orlando apella.
— Muovi, baron, con mille cavalieri:
in su quel poggio che la valle serra,
e guarda e piglia ben tutti e sentieri
con questi cavalieri usi di guerra.
So caso avien che questi Pagan fieri
voglian passare, le lor carni aferra. —
Gualtieri da Monlion subito mosse
per stare in su quel poggio alle riscosse.
Rimase al campo undeci paladini
con diecinove migliaia e secento
di cavalier, combattitori fini.
Orlando, tutto pieno d'ardimento,
per aboccarsi con que' Saracini
deliberò con gran provedimento
di far pure una schiera di sua gente;
e così fe' se la storia non mente.
A tutta gente fe' bere e mangiare
e dare ancora simile a' cavagli
di ciò che fa mestieri a rinfrescare.
Di selle e cinghie fe' tutti asettargli.
Le spade nude si vedien guardare
e rimirare s'avieno buon tagli.
La gente armata sì schierata stando,
Turpino andava in tal modo parlando:
— Ciascuno pruovi bene sua persona,
sicché nostra possanza si discerna.
Io vi prosciolgo e Cristo vi perdona:
oggi saremo tutti in vita eterna.
De màrtir portaremo la corona
nella gran corte di gloria superna.
Cristo morì per noi: certi ne siamo;
or non c'incresca se per lui moriamo. —
Marsilio e la sua gente s'apressava
a Roncisvalle. La schiera primaia
in contra Orlando forte cavalcava,
ch'era di cavalier cento migliaia.
Ognun de' Saracini si vantava:
— E' converrà che mia virtù si paia
sopra questi Cristiani in questo giorno.
Nessun farà 'n Cristianità ritorno. —
E cavalcando quella gente fella
si venia pure apressando a' Cristiani.
Quanti guerrieri sono in sulla sella
de' Cristiani morran per loro mani!
Re Falserone più baroni apella
d'India e di Persia e molti Sorïani,
dicendo: — Be' signor, nella battaglia
siate valenti, che Macon vi vaglia.
Fate come pro' uomini e gagliardi.
Ognun mettete al taglio delle spade.
Questi Cristiani, franceschi e piccardi,
non potranno mostrar loro bontade;
e son sì pochi che saran codardi.
Di lor farem la nostra voluntade.
Oggi sarem vincitor della punga
e della guerra ch'è stata sì lunga.
Oggi saremo noi più onorati
che gente che mai combattesse al mondo.
Siate, signor, del ferire avisati,
che questa è cosa che porta gran pondo.
Sarem signori de' can battezati,
se Orlando e gli altri sono messi al fondo.
E poi, signor, anco vi vo' pregare,
qualunche vuol lealtà osservare,
che se scontrate un giovane garzone,
el quale porta nella sopravesta
el campo azurro e d'argento un falcone,
che contro a lui non mostri sua podesta,
però ch'egli è figliuol di Ganellone,
c'ha traditi e Cristiani a tale inchiesta. —
E tutta quella schiera amaestrata
fu di tal cosa promessa e giurata.
Ulivieri di Vienna, pro' e ardito,
diceva: — Orlando, cugino e cognato,
poi che tu vedi che Gan ci ha tradito,
e vedi questo populo schierato,
manda un messaggio a Carlo ch'è partito:
sia di presente qui a noi arivato,
over tu va sul poggio qui davante
e suona forte il tuo buon alifante.
Quando il re Carlo l'udirà sonare,
subito ci verrà qui in aiuto.
Se tu nol fai, tu ci vedrai tagliare
quanti siam qui da quel popolo arguto. —
Orlando disse: — Nïente il vo' fare;
mai non voglio codardo esser tenuto.
Giamai per Saracin nol soneraggio,
sien quanti voglino e di che lignaggio.
Non vo' che sia rimproverato mai
a nessun di mia gesta tal vergogna.
Se sti Pagan son più di noi assai,
di lor temenza aver non ci bisogna,
che noi siam ventimila, e tu lo sai,
gente gagliarda da non far menzogna,
che 'n tutto l'universo franchi tanti
non sono tra Cristiani ed Affricanti. —
Turpin di Rana disse: — Sir d'Anglante,
e' mi ricorda ch'io fui in Aspramonte,
quando vi capitò il re Agolante
e 'n compagnia el suo figliuolo Almonte:
e tu ancora eri piccol fante
e 'l tuo padre Milone era con te.
Io so che con Almonte combattemmo
ed a gran pena la vettoria avemmo.
Sed e' non fusse che d'uno stendardo
de' suoi ben diecimila se n'andaro,
e se non fusse stato il buon Gerardo,
con esso lui don Buoso e don Chïaro,
rimanea nostro esercito codardo;
e ciò vediesi bene scorto e chiaro,
che noi eramo più della metade
di quei d'Almonte e di sua quantitade.
E poi con Agolante ci aboccammo,
e come piacque a Dio, fummo vincenti.
Ed io so ben che dieci tanti eramo
come siamo ora ed ancor più possenti.
Grande dannaggio allora v'acquistammo.
sì che guarda, che qui tu non ti penti,
che per orgoglio c'hai in tua persona,
di nessun altro il tuo cuor non ragiona.
Se tu non hai di nessuno dottanza
e tutto il mondo un bisante non curi,
pensa degli altri, c'hanno men possanza,
se credi come te sieno sicuri.
Deh non voler aver tanta arroganza:
noi non siam qui aforzati da muri.
Va, suona il corno, come Ulivier dice,
che Carlo l'oda e suo oste felice. —
Orlando disse: — Va, canta la messa.
Non t'impacciar, ch'io son deliberato
se questa, gente vêr di noi s'apressa,
di combatter con loro io solo nato.
Chi non vorrà mettersi nella pressa,
o fuga o stiesi a vedere da lato. —
Allor tutti gridaron d'un volere:
— Mettianci a morte, poi che gli è in piacere. —
Ognun diceva: — Ciascun sia fratello
a ferir sopra questa gente fèra. —
Re Falserone con suo bel drapello
si fece innanzi colla prima schiera,
ch'eran cento migliaia del popol fello.
Passaron poggi e ciascuna riviera
e fur del poggio nella valle scesi
dove nostri Cristiani erano atesi.
E quando a un mezo miglio rapressati
fur e Cristiani e' Saracini allora,
udiasi mughi crudi e dispietati
da ogni parte sanza far dimora.
Così essendo a battaglia avisati,
ciascuno suo Idio chiama ed adora;
e così quelle schiere s'apressaro
per darsi morte sanza alcun riparo.
Molto gia confortando il buon Turpino
nostri Cristiani pur del ferir bene:
— Ognun si porti come paladino.
oggi saremo in gloria fuor di pene. —
E così quel gran popol saracino
verso e Cristiani arditamente viene,
e Cristiani vêr loro niente stanno,
ma quanto posson vêr di lor ne vanno.
Eran del giorno passate due ore,
secondo che l'autor fa manifesto:
faceano gli stormenti tal romore
che racontar nïun porrebbe il sesto.
Lasciamo qui dei cantare il tenore
e nell'altro direm, sanza far resto,
sì come cominciò la gran battaglia.
Cristo vi guardi da briga e travaglia.