CANTARE TRENTESIMOQUARTO

By Auteur inconnu

Al nome di Colui ch'è sommo bene,

che magiore non ha, simil né pare,

da cui discende ogni grazia e viene,

voglio alla bella storia ritornare,

e racontar delle dogliose pene

che a Roncisvalle se viddono dare.

Signor, io dissi nell'altro dir quando

Margaritone venne speronando.

Nella battaglia facie gran tagliare

di braccia e gambe a cui toglie la vita.

Nessun Cristiano il volea aspettare,

vegendo lui di possa sì infinita.

Orlando el vidde tanto danno fare

sopra sua gente di mortal ferita;

speronò Vegliantin vêr lui dicendo:

— Aspetta, Saracin, che vai correndo. —

E Durlindana sua spada ribrande

e ferì il Saracin nella cintura.

Tanto fu il colpo dispietato e grande

che lo tagliò con tutta l'armadura

e morto in terra suo sangue si spande,

onde la gente pagana ha paura.

Orlando allor nella zuffa si mette

fra la gran calca di dardi e saette.

Non fu giamai battaglia fiera tanto

quant'era quella, vegendol ferire:

il sangue, che era per lo campo spanto,

non si porrebbe né contar né dire,

e i morti ed i feriti d'ogni canto;

e tuttavia si mettieno al ferire.

Angiolier di Baiona con sua spada

per la battaglia si facea la strada.

E venne al campo un possente Affricante,

ch'era re del reame di Sobilia.

Questi avea d'oro l'arme tutte quante,

che per virtù valien molta mobilia,

e quasi era di forma de gigante.

Abassa l'aste con più d'ottomilia:

sopra nostri Cristian venne a ferire

e fe' al primo colpo assai morire.

Per la battaglia va menando vampo

come serpente o drago mordace:

a cui dà un colpo, giamai non ha scampo;

l'anima rende a Quel ch'è somma pace.

Ulivier si scontrò con lui al campo

con Altachiara, sua spada verace:

en sulla testa el fier che 'nfino al petto

gli misse el brando suo sanza difetto.

Il Pagan fece della terra stallo.

Ulivier fiere sopra l'altra gente,

mettendo morti assai giù del cavallo

e qual ferendo molto duramente.

Ottone si scontrò in cotal ballo

in un gran Turco di virtù possente:

ferillo della spada in sul cimieri,

che morto il fe' cadere del destrieri.

Un amirante del regno di None

veniva inanzi con tremila armati.

Questi avea nome el forte Agamenone

e sopra nostri Cristian battezati

con una lancia in man ferendo andòne:

assai ne fe' cadere innaverati.

Berlinghieri col brando il ferì forte

tra 'l capo e 'l collo onde gli diè la morte.

Baldovin da Pontier giva ferendo

sopra gente pagana di gran vaglia,

a terra del cavallo assai mettendo,

e niuno contra lui mena battaglia,

onde si maraviglia ciò vegendo.

E così riscontrò nella schermaglia

Orlando e disse: — Dimmi, fratel mio;

ora m'ascolta, che ti guardi Dio.

Tutto dì oggi io ho combattuto

e messi assai Pagani a mal partito:

nessuno contro me è mai venuto;

tòcco non sono stato né ferito. —

Rispose Orlando: — Idïo l'ha voluto

e tu col padre tuo che m'ha tradito.

Ben ti conoscon per amor di Gano

e però adosso non ti pongon mano. —

Rispose Baldovin: — Mai tradimento

provar si può ch'a nessun facesse io.

Se questo è stato di consentimento

di Gano traditor, ch'è padre mio,

se campar posso di questo tormento,

io lo prometto a Gesù, nostro Dio,

che con mia mano ne farò vendetta

sopra la sua persona maladetta. —

Orlando disse: — Se tu vuoi sapere

per ver che Gano ci abbia ingannato,

tratti la sopravesta e poi il cimiere

e véstite d'altre arme travisato;

allor potrai chiaramente vedere

se Gano ci ha a tal fine recato. —

Baldovin gettò via la sopravesta

dell'arme sua e 'l cimieri di testa.

Di sopraveste e di cimier mutossi

e nello stormo tosto se distende.

Così correndo con lui riscontrossi

un Saracin che la spada gli stende:

en sulla testa el ferì e non dottossi,

e 'nsino al petto colla spada el fende.

Quando Orlando lo vide così morto,

disse: — Gan m'ha tradito; veggio scorto. —

Per vendicar suo fratel Baldovino

verso il Pagano, che l'avea conquiso,

speronò suo destrieri Vegliantino

col brando in mano sanza niuno aviso.

In sulla, spada ferì il Saracino

che 'nsino sull'arcion l'ebbe diviso;

poi nello stormo rientrò il barone

facendo de' Pagan grande occisione.

Sì fortemente il paladin combatte

che nessun Saracin suo colpo aspetta:

le 'nsegne e i gonfaloni in terra abatte;

le schiere rompe sua forza perfetta.

e nello stormo ad un Pagan s'abatte,

ch'era re della Polita Isoletta.

Questo era nero come un calabrone

ed avea il viso in forma di leone.

Sette braccia, era costui di lunghezza

e l'altre membra rispondieno al busto:

aveva l'arme per gran gentilezza

tutte d'argento e della sella el frusto.

El suo nome era per vera certezza

lo crudo e dispietato Framedusto.

Portava questi in man per sua difesa

un gran baston che cento libre pesa.

Sì come cane costui abaiava:

enverso Orlando suo bastone mena:

se non che Orlando adietro se tirava,

dato gli arebbe della morte pena.

Un altro colpo quel Pagan menava:

ferì Orlando di netto in sulla schiena;

sì fortemente quel colpo piegollo,

che col cimier del caval toccò 'l collo.

Gran pezzo sté Orlando intenebrato

per la gran doglia del colpo sentia;

poi si fu in sulle staffe dirizzato

e Durlindana sua spada brandia.

Ferì sull'elmo quel can rinegato:

insino al mento el capo gli partia.

Sansonetto da Mecche valoroso

se scontrò con un Turco poderoso

e in sulla spada ferillo col brando;

sì come fusse di ghiaccio lo taglia;

e per lo stormo andava cavalcando:

gente pagana mette in gran travaglia.

L'arcivesco Turpino confortando

andava e Cristïan per la battaglia.

A ciascun perdonò la sua fallenza:

del ben ferire dà lor penitenza.

Da ogni parte l'un l'altro feria:

già non valeva lì mercé chiamare.

Per la battaglia più gente s'udia,

l'un Macometto e l'altro Dio chiamare.

Tanta gente pagana vi moria,

che quasi non poteano più durare,

se non che 'nnanzi venia il re Grandonio,

diverso e fiero più che un demonio.

Abassa l'aste e sprona il buon destriere

verso di Berlinghier, figliol di Namo.

Sopra lo scudo duramente el fiere:

l'arme li passa e di vita il fa gramo.

Alora Ottone, rompendo le schiere,

per vendicare suo fratello bramo,

col re Grandonio ensieme scontrossi:

coll'aste in mano a Dio racomandossi

e ferì in sullo scudo quel Pagano:

l'aste si ruppe, che nïente vale.

Grandonio ferì lui e non in vano:

a terra il mette quel colpo mortale.

Avino sprona vêr lui per lo piano:

fece Grandonio a lui altrettale.

Avolio a vendicare avanti venne:

come degli altri di lui intervenne.

Quattro de' paladin Grandonio ha morti,

onde e Cristiani hanno di lui temenza.

Rinforza la battaglia e i colpi forti:

ben si dimostra chi ha più potenza.

Quanti combattitori, pro' e scorti,

da ogni parte van con providenza!

A destra ed a sinistra, bene agiunta

chi feriva di taglio e chi di punta.

Vedevansi e destrieri a selle vote

gir per lo campo, perduti i lor siri:

con le teste alte l'un l'altro percuote:

pianti pareano lor grandi anitriri.

Ahi quante triste e dolorose note

s'udivan d'ogni parte e gran sospiri!

Chi padre piange, chi nepote e zio:

ora rinforza quello stormo rio.

E Pagan richiamavan Macometto

che avesse di loro anime piatade.

dicendo: — Ganellon sia maladetto,

che ordinò sì fatta dislealtade

e fa morir tanta, gente a dispetto.

Consuma Pagania e Cristianitade.

Maladetto sia il giorno e l'ora e 'l punto

ch'al tradimento, Gano, fusti giunto. —

Udiansi strida per li colpi grandi

da ogni parte spietate e feroce.

Ferivan chi di lance e chi di brandi;

e non valeva far di braccia croce.

Vecchi morivano, piccoli e grandi.

Ahi quanti traean guai ad alta voce,

feriti chi nel capo e chi nel fianco,

e chi nel braccio ritto e chi nel manco!

Venivan le saette, lance e dardi

più spesse che tempesta mai non cade

Franceschi, Provenzali con Piccardi

si difendien colle lance e le spade.

Gente dell'India, Sorïani e Sardi

d'archi traean saette in quantitade

avelenate, che quanti giugneno

per tal ferire ivi morti cadieno.

Or chi potrebbe racontare i colpi

che si davan pel campo e riceviensi,

tagliando l'arme e l'ossa con le polpi,

e braccia e gambe e teste dipartiensi.

Non parea caccia di liepre o di volpi,

tanti uomini cader morti vediensi.

L'anitrire, el gridare e 'l gran colpire

l'un l'altro quasi non lasciava odire.

E re Fiorello di Val di Lamonda

col brando in mano fortemente fiere

nella spietata battaglia e profonda,

forte spronando suo franco destriere.

Margaritone dietro a lui seconda

e Chiaramonte con falso pensiere,

facendo de' Cristiani grande strazio.

si facien far per la battaglia spazio.

Re Chiaramonte riscontrò Turpino,

che del combattere era lasso e stanco,

e ferì colla lancia il guerrier fino

e ben tre dita la misse pel fianco.

Tuirpin richiama l'alto Dio divino,

el brando strigne e sopra il braccio manco

ferì e tagliò a quel re Chiaramonte,

onde e' cadde al terreno a sue male onte.

Ulivieri di Vienna, il buon marchese,

ferì el re Fiorello in sulla testa:

la testa fende e giù morto lo stese

e poi nel campo mena gran tempesta.

Sansonetto da Mecche un Pagan prese

per la barbuta con pena molesta,

l'aterrò del destrieri e po' il cavallo

gli misse adosso e fel morir di stallo.

Il forte e pro' Angiolier di Baiona

riscontrò sullo scudo il re Carcuto:

lo scudo gli passò e la persona,

e morto l'ebbe al terreno abattuto.

Angiolin di Bordella forte sprona:

el re Margaritone ebbe feruto

sopra lo scudo e tal colpo gli diede

che 'l fe' cadere, onde rimase a piede.

Fu rimesso a cavallo l'Affricante

e per lo stormo a ferire se mise.

Orlando vide quel grande amirante

che quattro figli di Dusnamo occise:

inverso di lui sprona l'aferrante.

Grandonio, quando el vide, già non rise,

ma per fugire spronò suo cavallo.

Orlando gli andò dietro in quello stallo.

Ben due miglia Grandonio fugì allotta

per scampar dalle mani del Cristiano.

Orlando l'ebbe giunto ad una grotta;

gridando disse: — Malvagio Pagano,

tu se' fugito ben due miglia in rotta.

Or ti darò pentimento villano

della morte c'hai data a' mie' compagni

ch'eran dell'arme tanto pro' e magni. —

Il Pagano invêr lui alzò la spada

e sopra l'elmo un gran colpo gli porse.

Orlando non istette punto a bada:

alzò la spada ed a ferirlo corse

sopra de l'elmo. Come a Cristo agrada,

la testa gli partì sanza dir forse:

a terra el mette e la vita gli ha tolta;

poi per tornare al campo diede volta.

Entrò nella battaglia dispietata,

dove assai gente era morta feruta,

facendo de' Pagani gran tagliata:

in qua e 'n là per lo campo si muta.

Era la gente pagana scemata

e la cristiana non era cresciuta:

pareva per lo campo adormentata

la gente ch'era morta innaverata.

Chi avesse veduto Sansonetto,

Angiolier di Baiona e di Bordella,

Turpino ed Ulivier, ciascuno stretto

sopra di quella gente tanto fella,

ferire ognuno sanza alcun sospetto!

Orlando gir con Durlindana bella,

Marco e Matteo seguire ben lor banda

e 'l conte di Provenza e quel d'Irlanda!

Era già il sole in ora di compieta,

che risplendeva per tutta la valle.

Lì si pagavan di mala moneta:

tristo colui che volgeva le spalle.

Del ben ferire ognuno si racheta,

maladicendo el pian di Roncisvalle.

Chi vendica il parente e chi l'amico:

non vi si cura più la vita un fico.

Un re ch'aveva nome Balsimello,

che della Barberia era natio,

con diecimila sotto suo pennello

nella battaglia entrò fresco e giulìo,

e ferì Marco, di Matteo fratello,

del Pian di san Michel d'un colpo rio:

per mezzo il cor d'una lancia passollo,

che a terra del destrier morto gettollo.

Nella battaglia entrò quel Barbaresco

colla sua gente, facendo gran danno,

e scontrò un Cristian ch'era tedesco,

che alla pagana gente facea danno:

morto l'abatte in sul sabbione fresco,

di che e Cristiani gran paura n'hanno;

e dinanzi a quel re nessuno attende,

ma di fugire ciascadun contende.

Cristiani non si possono schierare,

tanta è la forza di quel miscredente:

tutti e Cristian facea impaurare

in quella parte dov'era presente.

Ora rinforza il piatoso cantare

dell'aspro stormo e battaglia dolente.

Cristo per sua misericordia e dono

faccia a tutti e Cristian vero perdono.