CANTARE TRENTESIMOQUINTO

By Auteur inconnu

Eterno Iddio, divina maiestade,

di cui per tutto la possa risplende,

pace superna, di ciascun pietade,

se del fallo pentuto a te si rende,

concedi a lo mio cor tanta bontade

che, come el libro e l'autore mi stende,

io sappia seguitare el bel cantare

ed alla gran battaglia ritornare.

Essendo el re Balsimello venuto,

sì come io vi lasciai nell'altro dire,

e molto popul cristiano abatuto,

quale ferito e qual fatto morire,

Orlando l'ebbe nel campo veduto

che de' Cristian facea sì gran ferire:

broccò el destrieri in quelle parti ov'era

per dargli morte la presente sera.

Quando il re Balsimello vide Orlando,

non ebbe già di lui nulla dottanza:

avanti gli si fece col suo brando

dicendo: — Non arò di te piatanza. —

En su l'elmo gli diè così parlando:

l'elmo è forte e non cura sua possanza.

Orlando vêr di lui con Durlindana

gli diè di punta una piaga villana.

La spada gli ficcò nel fianco ritto,

onde di ciò fu sbigottito molto.

Sentendosi di morte sì trafitto,

per fugir via el destrier ebbe volto.

Ulivier lo scontrò così afflitto:

d'Altachiara gli mena per lo volto

e gli occhi e 'l naso colla spada taglia,

e diegli allora di morte travaglia.

Morto il Pagano, tutta la sua gente

prese a fugire e lasciò il campo stare:

l'altra ch'era rimasa similmente

si misse in fuga, come può andare.

Nostri Cristiani tutti arditamente

cominciaron lor dietro a seguitare:

come di cani lor carni facieno;

fugendo via, e' non si difendieno.

Fugendo qua e là per la montagna,

nostri Cristiani seguien dietro loro,

punendogli di lor grave magagna,

assai ne misono a crudel martoro.

Così fugendo e Saracin di Spagna,

in su un poggio ne fecion dimoro

ben da tremila ed una schiera fenno

e tornaro a ferir per lor mal senno.

Quando nostri Cristiani ebbon veduti

quelli tremila che facien ritorno,

inverso loro andâr come saputi.

Orlando prode, valoroso e adorno,

non aspettò che fusser descenduti

di quel poggio, ma sanza far sogiorno,

ispronò Vegliantino e col buon brando

verso di loro andò forte gridando.

Un Saracino veniva davante:

Orlando el fiere in sulla spalla dritta;

l'arme gli manda a terra tutte quante

e col brando gli diè mortal trafitta.

Un altro della fé di Trevigante

Orlando riscontrò 'n quella sconfitta:

el capo dalle spalle tagliò via;

e poi nel duro stormo si mettia.

Ulivieri di Vienna va ferendo

fra quella gente col buon brando innudo.

assai Pagani per terra mettendo:

non valea contra lui corazze o scudo,

che quanti truova, tutti va ucidendo.

Un Turco molto dispietato e crudo

verso e Cristian con una grossa mazza

per la battaglia si facea gran piazza.

Feriansi fortemente e Cristïani

co' Saracini insieme per quel piano:

tagliavan visi, teste, gambe e mani;

ognun provava suo brando sovrano.

Tanti fur morti allor di que' Pagani,

che per fugire l'avanzo non sano

volsen le spalle e Cristian seguitargli,

mettendo a morte loro e lor cavagli.

Raconta l'aütor ch'a quella volta

della gente pagana, che fu tanta,

a tutti quanti fu la vita tolta,

ch'altro che un re campare non si vanta,

che a Marsilio tornò con pena molta

d'una ferita che 'l cuore gli afranta.

Come giunse a Marsilio, disse: — Sire,

muovi se Orlando tu vuoi far morire.

Egli è rimasto al campo tutto solo,

ch'altri ch'ottanta non ha in compagnia,

e di quel magno e valoroso stuolo,

che oggi mandasti, per la fede mia

non è rimaso niuno, ed io con duolo

a pena fino a qui scort'ho la via. —

Così dicendo vien di vita meno

e da cavallo cadde sul terreno.

Marsilio fece allora comandare

che tutta gente sua insegna seguisse;

e così mosse e fe' tre schiere fare

a Roncisvalle e nel gran pian se misse.

Come fu giunto, sanza più tardare,

re Bianciardin chiamò e sì li disse:

— Va in su quel poggio di quella montagna

con quindeci migliaia in tua compagna.

Tutta stanotte farai buona guarda,

sicché de' Cristian niun sen possa ire;

poi al mattin con tua gente gagliarda

a petto a lor mettera'ti a ferire. —

Bianciardin si partì, che più non tarda,

con quindeci migliaia a suo seguire

e in sul poggio si fu a guardia posto

presso a Gualtieri ch'era là nascosto.

Marsilione rimase quella notte

nel pian di Roncisvalle sì schierato.

Nostri Cristiani, che di male botte

aveano avuto quel giorno passato,

de ventimila persone lì addotte

ottanta n'era del stormo scampato:

la magior parte, a mal modo feriti,

posarono la notte a mal partiti.

Quando fu giorno e 'l mattino fu chiaro,

nostri Cristian furon tutti schierati:

e Saracini avanti se tiraro,

tanto che furon tutti aprossimati.

Orlando, pieno di dolore amaro,

tutti e compagni suoi ebbe chiamati,

dicendo lor: — Be' compagni e fratelli,

ogi convienci mostrar forti e snelli.

Qui ci convien mostrar nostra prodezza,

sicché di noi sia sempre buona fama.

Ogi morrà tutta la gentilezza,

onde Cristianità rimarrà grama.

Mostratevi, signori, con asprezza:

veder vostra virtù mia voglia brama.

Sopra questi Pagani ognun s'acordi,

acciò che Cristo di noi se ricordi.

Non dubitate niente del morire

e non temete, o nobili Cristiani;

fate le vostre gran virtù sentire

e morti sien questi pessimi cani.

Fate lor morte dolente patire:

nessun ne campi dalle vostre mani.

Non dubitate: prendete conforto,

ch'ogni Pagano che c'è, sarà morto.

Ciascun Cristiano insïeme s'abraccia,

piangendo ognun con pïatoso core,

basciandosi l'un l'altro nella faccia

e mostrando ciascun perfetto amore.

Marsilio di combatter si procaccia

ed apellò un baron di gran valore,

che nome aveva lo re Filadosta.

Disse Marsilio: — Vanne sanza sosta

con ventimila di mia bona gente;

con que' Cristian la battaglia comincia. —

Re Filadosta allora tostamente

mosse con gente della sua provincia

inverso de' Cristiani ognun valente.

Nanzi che siano a lor, ciascun li trincia.

Quando apressati son da ogni parte,

un della schiera de' Pagan si parte.

Inverso de' Cristian spronando viene,

abassa l'aste e 'n sua compagnia cento

per metter chi giugnea a male mene.

Sansonetto ferì con ardimento:

e' ferì lui che nïente si tiene.

Ognun ruppe sua lancia di talento

e a brandi lor misson mano di botto,

ferendosi l'un l'altro a tale scotto.

Orlando Vegliantino forte sprona:

fra que' Pagani la sua lancia abassa

ed abatté cinque re di corona;

infin di dietro la schiera trapassa.

Nessun Cristiano quivi s'abandona:

assai Pagan di questa vita passa.

Ulivieri di Vienna a Filadosta

ebbe la lancia sullo scudo posta.

Dall'una parte all'altra trapassollo

e morto in terra del destrier l'abatte.

Un altro ne ferì tra 'l capo e 'l collo

e similmente di morte el trabatte.

Un forte Turco allora riscontrollo,

che nello stormo ben forte combatte:

nello scudo ferì forte Ulivieri

che quasi il fe' cadere del destrieri.

Ulivier ferì lui per me' la pancia:

passollo tutto, sicché morto cade;

nel forte stormo fier poi colla lancia.

Ben dimostrava sua magna bontade.

— Viva l'imperador Carlo di Francia —

— gridavan tutti — e la Cristianitade! —

L'esercito pagano maladetto

gridavan tutti: — Viva Macometto! —

Angiolin di Bordella con coraggio

per la battaglia sopra Pagan fiere,

facendo crudo e spiatato dannaggio:

morti e feriti abatte del destriere.

Angiolier di Baiona, a tal paraggio,

ben si portava come buon guerriere;

e Gualtierino, conte di Provenza,

con loro insieme mostra sua potenza.

Turpin ferìa tra la gente pagana

sì come drago che menasse vampo.

Orlando con sua spada Durlindana

per la battaglia si facea far campo:

non dà ferita già piccola o vana;

a cui la dava, giamai non fa scampo.

Così pel campo con gravosi guai

a vote selle van cavalli assai.

Un Saracino colla lancia grossa

ferì Turpino sopra el forte scudo

con sì gran forza e velenosa possa

ch'alle carni gli misse el ferro ignudo;

ma pure e' non morì per la percossa.

Per lo stormo si misse el baron drudo,

di molti colpi ricevendo e dando,

morti e feriti per terra mandando.

Sansonetto scontrò un gran Pagano,

che re era del regno di Valbianca,

e ferillo d'un colpo sì villano,

che morto el getta e la vita gli manca.

Poi ferì un altro morto il manda al piano:

di ben ferir sopra lor non si stanca.

Ulivieri di Vienna nella schiera

ferì un capitano di bandiera

e morto il fe' in sulla terra cadere

poi ferì un altro possente Pagano:

morto l'abatte per suo gran potere.

Orlando fier col suo brando sovrano:

nïuno può suoi colpi sofferere;

tristo colui che gli sta prossimano.

Sì magna forza al ferire risplende

che tutte quelle schiere parte e fende.

Marsilio allora un re ebbe apellato,

quale era del reame di Volterna:

questi era re Paladotto chiamato.

Disse Marsilio: — Fa che si discerna

tua magna possa e fa che si' avisato

alla battaglia e conduci e governa

trentamila a cavallo armati bene. —

Quel re si parte, che più non si tiene.

Questo re che è sì bene acompagnato,

fra la gente cristiana ferìa forte

nella battaglia da ciascuno lato:

assai per terra ne mettea a morte.

Nel conte Orlando si fu riscontrato:

Orlando lo ferì per cotal sorte

per mezzo il cor d'una mortal trafitta,

che morto da cavallo a terra el gitta.

Dice l'autor che così combattendo

nel pian di Roncisvalle questa gente,

re Bianciardino la guardia facendo

presso a Gualtier, guardò e pose mente.

Com'egli era cristian certo vegendo,

a lui si rapressò subitamente

e Gualtieri invêr lui bene avisato

con mille cavalier si fu scontrato.

Così fu cominciata la battaglia:

da l'una parte e l'altra si gridava.

Gualtieri viene alla prima visaglia:

coll'aste bassa assai ne scavallava.

Re Bianciardino ferìa di gran vaglia,

che della morte nïente curava:

per la battaglia si mette ferendo

ed assai morti per terra mettendo.

Gualtieri per lo campo si mettea,

tagliando piedi e teste, mani e braccia.

Sì gran dannaggio de' Pagan facea,

che giamai non si fe' di lepre a caccia.

E così quella gente combattea:

l'un l'altro morto del destrieri caccia.

Un amirante con Gualtier s'abocca

e sopra l'elmo un gran colpo gli accocca.

Quanto dell'elmo piglia, a terra mena,

tanto fu il colpo di gran valimento.

Gualtieri verso lui un colpo mena

tra 'l capo e 'l collo con grave tormento:

taglioli el capo e diegli mortal pena;

poi nello stormo va con ardimento

col brando ignudo, di sangue coperto,

fra quel popul pagan così diserto.

Un Saracino, come carbon nero,

fra la gente cristiana va a ferire

con grande possa, dispietato e fiero,

assai facendo de' Cristian morire.

Non v'era niuno (e questo è certo e vero)

che colpi suoi potesse sofferire.

Gualtieri el vidde tanto danno fare:

verso di lui n'andò sanza tardare.

E ferillo col brando in sulla testa

che 'nsino al mento l'elmo e 'l capo parte.

Per lo stormo grandissima tempesta

facendo va Gualtieri in ogni parte.

Ben dimostrava sua magna podesta

nel combatter, che bene sapea l'arte.

Tutti per terra convien che gli metta:

nessuno Saracin suo colpi aspetta.

Venivano e Cristiani e Pagan meno

per le ferite crudeli e mortali

di spade e di saette con veleno.

Quanti baroni prodi e naturali,

si vedevano morti sul terreno

e di combattere erano quasi eguali!

Re Bianciardino riscontrò Gualtieri:

del brando lo ferì con mal pensieri.

Ferillo colla spada per me' il fianco,

onde Gualtieri si pensò morire

e ferì lui, e benché fosse stanco,

el capo fe' dallo 'mbusto partire.

Sendo venuto della vita manco,

cominciò la sua gente a sbigottire,

ch'eran rimasi tra sani e feriti

fuori che cento Cristiani in que' liti.

Non vi rimase alcun che non morisse,

fuor che Gualtieri che con pena molta

della ferita parea che transisse.

Poi di quel poggio nella valle smonta:

nella battaglia sugli altri se misse;

ferendo qual di taglio e qual di ponta.

Quando Orlando el sentì, alzò le ciglia:

vedendolo si fe' gran maraviglia

e domandollo dove era sua gente.

Gualtier rispose: — Tutta è stata morta. —

Orlando, che ode cotal convenente,

vie più che mai allora si sconforta.

Nell'altro dir la battaglia dolente

vi conterò tutta distesa e scorta.

Quel vero Dïo, che è somma concordia,

abbia di tutti noi misericordia.