CANTARE TRENTESIMOSECONDO
Benigno Padre misericordioso,
somma virtù, celestïal potenza,
pace superna, signore piatoso,
a te ricorro con gran riverenza,
che faccia tanto el mio core ingegnoso
e la mia mente con tanta scïenza
ch'io seguir possa la storia compresa
in ogni luogo e con nulla contesa;
sì che io con rime piatose raconti
del crudo stormo e battaglia rubesta,
che a Roncisvalle fu infra due monti,
dove morì la franca e santa gesta
de principi, marchesi, duchi e conti
della pensata falsa e manifesta
che fe' Gan da Pontieri e 'l tradimento
di che morì ventimila e secento.
Io vi lasciai nell'altro dir davante
che ventimila della fé cristiana
e centomila della fé affricante
erano a Roncisvalle alla caldana:
e avisato era ciascuno amirante
per darsi morte pessima e villana.
Or udirete il bel ferir di lancia,
di spade e dardi, e non colpi di ciancia.
Sonavan gli stormenti d'ogni parte,
le grida e l'anetrire a cotal sorte,
com'è usanza sempre di tale arte,
ciascun gridando: — Alla morte! Alla morte! —
Dal lato de' Pagani se diparte
re Ardalotto e vien gridando forte
con una lancia in man, pien d'ira acceso:
— Sarà morto Ulivieri e Orlando preso. —
E ferì un Cristiano in sullo scudo,
che 'l ferro gli passò dietro alle reni:
morto l'abatte per quel colpo crudo.
Poi ne ferì un altro a gran veleni
ch'al cor gli misse l'asta e il ferro innudo,
sicché amenduni abandonâr i freni.
El terzo che scontrò, morto l'abatte.
Tristo colui che inanzi gli s'abatte!
Sì ben ferìa di lancia Ardalotto,
ch'al forte Ettorre fia stato bastanza;
sì ben feriva fortemente e dotto
che inanzi a lui ognuno avea dottanza.
Astolfo inglese, figliuol del re Otto,
vedendolo venir con arroganza,
la lancia abassa e 'nverso lui sperona
e non curò perch'egli abbia corona.
Sopra lo scudo el ferì per tal modo
che 'nfin di dietro colla lancia il passa
e morto l'abatté sul terren sodo;
poi un altro Pagan di vita cassa.
Un amirante, ch'avea molto lodo,
che nome avea Chiarotto di Valmassa,
col forte Astolfo con lancia scontrossi,
onde ad ognuno l'aste fracassossi.
Il duca Astolfo trasse fuor Mislea
e ferì l'amirante in modo tale,
tra 'l capo e 'l collo, che con pena rea
l'abatte in terra quel colpo mortale;
poi sopra un altro tal colpo traea
sopra la testa il baron naturale,
che l'elmo e 'l baccinetto gli divise
e 'nfino al petto la spada gli mise.
Nell'aspro stormo il buon duca si mette:
tristo colui che inanzi gli si para!
Un Pagan, ch'avea nome Micelette,
di Valmagiore sire e di Valchiara,
sopra e Cristian ferì, che non ristette,
ed a due diede loro morte amara.
Nel grande stormo scontrò el Saracino
del duca di Baviera il figlio Avino.
Sopra li scudi amenduni ferirsi:
l'aste del Saracin non valse un dado,
che 'n cento pezzi si vide partirsi.
Avino gli cacciò per me' il costado
la lancia e 'l ferro dietro vide uscirsi,
e morto l'abatté a suo mal grado.
Poi in un amirante grande e grosso
si fu Avino di nuovo percosso.
Ferirsi insieme in sugli scudi forti:
le lance in pezzi amenduni fiaccaro;
poi misser mano a' brandi presti e acorti
e duo gran colpi adosso si donaro.
Sariensi per lo certo allora morti,
se non che l'armadure gli salvaro.
Avino in sulle staffe si dirizza
e ferì sopra l'elmo con gran stizza.
Per sì gran forza del brando gli diede,
che l'elmo e 'l baccinetto tutto aperse,
e morto cadde del cavallo a piede.
Avin sotto suo scudo si coperse
e per lo stormo arditamente fiede:
più de cinquanta per terra ne messe.
Dal lato de' Pagani un re gagliardo
verso e Cristiani spiegò suo stendardo
e riscontrossi con un cavaliere
che della Magna avea nome Tesello.
Lo scudo e sbergo passò e lamiere:
al cuor gli misse la lancia e 'l pennello.
Morto l'abatte; poi volta el destriere,
facendo de' Cristiani gran macello.
A sette diè di morte mala mancia.
anzi ch'avesse fiaccata sua lancia.
Orlando sprona il destrier Vegliantino:
la lancia abassa e 'l forte scudo imbraccia:
e ferì nella gola il Seracino:
casso di vita, in sulla terra il caccia.
Un altro riscontrò in quel camino:
l'elmo e la cuffia di capo gli slaccia.
Morto l'abatte Orlando del destriere
e poi un altro in sullo scudo fiere.
Lo scudo gli passò e per me' il core
gli misse il ferro della lancia grossa:
il Saracino di quel colpo more.
Orlando contra un altro fece mossa:
della sella lo trasse netto fore
e a terra il misse con mala percossa.
Poi nello stormo entrò forte correndo.
cavagli e uomen per terra abattendo.
A ventisette diè di morte angoscia,
inanzi che sua lancia si fiaccasse:
e misse mano a Durlindana poscia,
e nello stormo più avanti si trasse.
Un amirante ferì in sulla coscia,
che arme non ebbe che a ciò riparasse:
la coscia gli tagliò via coll'arcione
e morto l'abatté giù nel sabbione.
Tenendo in mano la sua franca spada,
ferìa dintorno di punta e di taglio.
Per quanto si facea larga la strada,
niuno dinanzi gli facea serraglio.
Chi truova, a terra conviene che vada
con morte amara sanz'altro travaglio.
Così Orlando per forza dirompe
i Pagani e le schiere spezza e rompe.
El re Turchione, nero come mora,
verso Cristiani venia speronando.
Un Cristian trasse della sella fôra
e poi un altro ne ferì scontrando:
colla lancia il passò sicché l'acora;
poi per lo stormo va forte gridando.
Qualunche scontra, morir convenia:
ogni Cristian dinanzi a lui fugia.
Sansonetto da Mecche riscontrollo,
come baron valoroso ed ardito:
colla lancia il ferì tra 'l capo e 'l collo,
e morto in terra l'abatté finito.
Il destrier Sansonetto traportollo:
nel grande stormo col brando fu ito.
Un amirante scontrò molto grande
e morto in terra per forza lo spande.
Poi riscontrò un gran re di Soria,
che per suo nome era chiamato Isotto.
Sansonetto nel scudo lo feria:
lo scudo e sbergo gli passò di botto.
La lancia per me' il core gli mettia,
sicché morto il lasciava il baron dotto;
e nell'aspra battaglia si mettea,
ferendo de' Pagan quanti giugnea.
Da ogni parte si sentia gran duolo
delle persone tante innaverate:
chi vede morto il padre e chi il figliuolo:
a ciascun pare aver male derrate.
Venìa dal lato del pagano stuolo
tanti dardi e saette avelenate,
che quando cade più spessa tempesta,
sarebbe stato niente a petto a questa.
Deh quante spade vediesi menare
sopra de l'arme e gli elmi rilucenti!
Vediensi gambe e briccia e piè tagliare
e dipartire capi fino a' denti.
Non si poteva l'un l'altro ascoltare
per l'anetrir de' buon destrier correnti,
tant'era d'ogni parte grande strida
di chi ferisce e chi a morte se sfida.
Ulivieri di Vienna valoroso
se misse nello stormo arditamente.
Al primo colpo fece doloroso
un Saracino e poi similemente
un amirante, ch'era molto ontoso.
Nel petignone el ferì malamente,
e piastre e maglie li passò il marchese,
e morto a terra del destrier lo scese.
El valoroso Angiolin di Bordella
fra la gente pagana gia ferendo.
Non scontra alcuno non voti la sella:
a chi dà morte e chi va dipartendo.
Un forte re di quella gente fella
in sullo scudo riscontrò correndo:
lo scudo gli passò e l'armadura
e morto l'abatté alla pianura.
Avanti venne Angiolier di Baiona
coll'aste bassa e lo scudo imbracciato
e riscontrò un gran re di corona,
ch'era per nome re Albio chiamato.
Quest'era molto pro' di sua persona:
fierlo Angiolier sullo scudo ferrato.
Lo scudo forte non si ruppe in frezza:
la lancia d'Angiolier tutta si spezza.
Rotta la lancia, misse mano al brando
e sopra a quel Pagan tornò a ferire.
El Pagan verso lui va speronando,
dicendo: — Sire, e' ti convien morire. —
Angioliero il Pagan ferì gridando:
— Non ti varrà, barone, avere ardire; —
ed in sull'elmo un gran colpo gli dava,
che per gran forza in terra lo mandava.
Otton, figliuol del duca di Baviera,
con una lancia in man si trasse avante
e riscontrò nel mezzo della schiera
un valoroso e possente amirante.
Sullo scudo el ferì per tal maniera,
che l'arme gli trapassa tutte quante
e del caval lo misse morto a terra;
poi nello stormo per ferir si serra.
Avino gia facendo gran tempesta
col brando in man, ch'avia la lancia rotta,
e ferì un Pagano in sulla testa
che morto il fé cader in poca d'otta;
e nello stormo con sua gran podesta
ferendo andava ov'era magior frotta.
Berlinghier dietro a lui non facia meno:
brocca il destrier ed abandona il freno.
Ben ferìa l'arcivescovo Turpino
fra la gente pagana di gran vaglia.
Col brando in mano il franco paladino
gli elmi, gli scudi e gli sberghi dismaglia.
Un re di Lubre, ch'era saracino,
si riscontrò con lui nella battaglia:
en su l'elmo el ferì che fe' piegarlo
sul collo del destrieri e dilacciarlo.
Turpin si rizza e l'elmo se rilaccia
e 'n sul cavallo bene si rasetta:
nell'aspro stormo ferendo si caccia
sopra la fé pagana maladetta.
Del ben ferire quanto può procaccia:
tristo colui che suo buon colpi aspetta.
Dal lato de' Pagan un re si mosse:
credo del regno di Valgrana fosse.
E ferì un Cristian con tale ardire
sopra le spalle col brando tagliente,
che tutte l'armi gli facea partire
e morto l'abatté triste e dolente.
Poi ferì un altro, di Vïenna sire:
el braccio dritto gli tagliò presente,
onde el Cristiano per lo duol del braccio
del destrier cadde con gravoso impaccio.
Baldovino di Gano da Pontieri
per la battaglia ferendo mettiesi,
uccidendo baroni e cavalieri:
nessun Pagano da lui difendiesi.
Ahi quanti palafreni e buon destrieri
a selle vote pel campo vediesi!
Gli uomini morti, l'arme e' buon cavagli
facevan per quel piano gran serragli.
Marco e Matteo del Pian di san Michele
cogli altri insieme ferivan per costa.
Un Seracino, spietato e crudele,
sopra lo scudo ebbe la lancia posta
a Matteo e passòl per mezo el fiele,
sì che lo stormo già caro gli costa.
Per quello che l'autor per ver mi spande,
sette braccia era il Saracino grande.
Avea la testa magior tre cotanti
che nessun uomo ch'allor si trovasse.
Per nome l'apellavan gli Africanti
Ulimandocco del regno di Trasse.
Nel grande stormo si mette davanti:
non era niun Cristian che l'aspettasse;
ma el fior di tutti i cavalier sovrani
si riscontrò con lui e ad ambe mani
Durlindana la bella forte strigne,
dicendo: — Saracin, ora se' giunto. —
Un colpo gli donò, che non s'infigne:
tra 'l capo e 'l collo lo ferì a punto.
El capo dall'imbusto gli discigne:
poi cogli sproni il suo cavallo ha punto.
Al voltar che fe' Orlando del cavallo,
se riscontrò nel re di Portogallo.
Aveva questo re nome Chiarello
e mille lo seguiano di suo regno.
Orlando verso lui, sanza più apello,
andogli incontro pieno de disdegno.
Forte il feriva sopra l'elmo bello:
l'elmo e la cuffia non ebbe ritegno.
Come fusse di cera, infino al petto
gli misse Orlando suo brando perfetto.
Deh, come ben ferìa 'l pro' Ulivieri,
Astolfo, Berlinghieri e 'l franco Ottone
e Sansonetto e 'l possente Angiolieri
e Baldovin, figliuol di Ganellone!
E similmente i pagan cavalieri
provavan di vantaggio lor persone.
Ahi quanti morti e feriti nel campo
avieno d'ogni parte sanza scampo!
Chi avesse veduto gli stendardi
e le bandiere per terra cadere
e cavalier, valorosi e gagliardi,
mostrar quel giorno lor magno potere!
Ahi quante lance, saette e gran dardi
si vedeano pel campo rimanere!
L'aspra battaglia tuttavia rinforza,
che nessun suo orgoglio non amorza.
Un valoroso principe pagano,
ch'era chiamato per nome Sofrisso,
con una spada smisurata in mano
della battaglia nel stormo s'è misso.
Entrò con séguito magno e sovrano
con diecimila quel diavol d'abisso
e sopra de' Cristian con forza doppia
l'un colpo sopra l'altro allor radoppia.
Ferìa pel campo con sua franca gente,
che ben parea un demonio infernale
e per cimieri portava un serpente
che d'arïento avea ambedue l'ale.
Qui è finito il cantare presente:
nell'altro vi dirò di quel reale.
Cristo per sua piatà a tutti perdoni
e diaci parte de' suo' santi doni.