CANTARE TRENTESIMOSESTO
O glorïosa Vergine Maria,
che sei dei peccator somma speranza
e di salvazïon verace via,
madre di Cristo ed eterna possanza,
donami grazia per tua cortesia
ch'io sappia e possa con bella adornanza
la bella storia e 'l bel cantar seguire,
ch'a ogni gente diletti di odire.
Signori, io disse nell'altro mio canto
come Gualtieri era al campo venuto.
Lo stormo crudelissimo era tanto
ch'a racontarlo non saria creduto:
l'un morto sopra l'altro con gran pianto;
chi era vivo, al capo era feruto;
e la gente pagana pure abonda,
benché e Cristiani a gran parte risponda.
Un Saracino di gran vigoria
con diecimila nello stormo entrava
e nome avea Udolo d'Alfania,
che un paese bel signoreggiava:
la lancia abassa con sua compagnia
e molti de' Cristiani scavallava.
Angiolier di Baiona riscontrollo
e 'n sullo scudo col brando toccollo.
Dello scudo tagliò quanto ne prese
e 'n sulla coscia il colpo discende:
niuna armadura el Saracin difese,
che gli tagliò la coscia e l'arcion fende
e morto in terra quel Pagan distese;
e la sua gente allora a fugir prende.
Orlando per lo stormo con gran doglia
assai Pagan di questa vita spoglia.
Sansonetto da Mecche valoroso
per la battaglia mostra sua possanza:
col brando in mano, tutto sanguinoso,
facea de' Saracini gran mancanza.
Turpin di Rana, nïente nascoso,
va per lo campo con molta arroganza:
morti e feriti con gran doglia amara
mette per terra chi nanzi si para.
Orlando per lo stormo se rivolta,
dando e togliendo colpi dispietati:
assai Pagani avean la vita tolta,
e messi in terra morti innaverati.
Ulivïer nella battaglia folta
molti n'avea di que' Pagan tagliati.
Angiolin di Bordella a cotal scorta
cogli altri paladin bene si porta.
Gualtieri da Monlion, ch'era ferito,
sì come disperato combattea:
non era Saracin cotanto ardito
che non fugisse quando lui vedea;
ma poco combatté che fu finito,
sicché sei paladin ne rimanea.
Dal lato dei Pagani el re Cordace
con ottomila avanti allor si face.
Costui ferì Orlando alla visiera:
l'elmo era forte e quel colpo non cura.
Orlando invêr di lui con mente fiera
del brando in sulla testa gli misura:
l'elmo gli taglia come fusse cera
e morto l'abatté alla pianura;
poi s'avisò con un grande amirante,
ch'era formato sì com'un gigante.
El Pagano ferì el conte Orlando
en sullo scudo e per mezzo el partia.
El conte inverso lui col forte brando
tra 'l capo e 'l collo in tal modo el feria,
e quel Pagano per terra mandando
in simil modo sua vita finia;
poi per lo campo Orlando fiere forte,
a molti Saracin donando morte.
Marsilïone entrò nella battaglia:
la lancia abassa e 'l buon cavallo sprona;
e riscontrossi nell'aspra bresaglia
nel forte e pro' Angiolier di Baiona.
Passogli l'arme di piastra e di maglia:
fino di dietro passò la persona.
Morto per terra per quel colpo cade
el paladino di tanta bontade.
A cinque tolse Marsilio la vita
inanzi che sua lancia fusse rotta;
poi misse mano a sua spada forbita
e ferìa per lo campo, che non dotta.
L'Amansor di Soria con possa ardita
nella battaglia si misse in quell'otta.
L'Argaliffo di Baldracca e 'l re Strugante
e Mazarigi allor si trasse avante.
El gran re Simïone di Soria
con amiranti ed assai re con esso,
con ventimilia en sua compagnia,
entraro nello stormo crudo e spesso.
Sopra e pochi Cristiani ognun ferìa:
qual'era morto e qual per terra messo.
E quanti inaverati lì cadieno,
che per lo campo serragli facieno!
Marsilïon come fiero serpente
per lo stormo ferìa da ogni lato
e riscontrò Sansonetto possente.
Colla spada il ferì per me' el costato:
niuna armadura gli valse nïente,
che 'nsino al core andò el brando afilato
e morto l'abatté del buon cavallo;
poi per lo stormo fiere non in fallo.
L'Argaliffo di Baldracca colla lancia
sullo scudo ferì el buon marchese:
lo scudo passa, lo sbergo e la pancia
infin di dietro, che nulla el difese.
Vedendosi Ulivieri a cotal mancia,
ad ambo mani Altachiara prese,
gridando: — Saracin, non camperai;
che m'abbi morto non te vantarai. —
En sulla testa el marchese ferillo
per sì grande onta, vigore e potenza,
che 'nfino al petto col brando partillo,
onde gli diè di morte penitenza.
El sangue ad Ulivier come uno spillo
uscia del corpo con gran sofferenza;
e della piaga Ulivieri fasciossi;
poi al ferire tutto abandonossi.
Gia per lo campo come smemorato
e già perduto avea tutto 'l vedere;
ed ebbe per lo stormo riscontrato
Orlando paladin di gran potere:
en sulla testa un gran colpo gli ha dato,
che quasi a terra lo fece cadere.
Orlando di quel colpo maraviglia
e verso d'Ulivieri alzò le ciglia
dicendo: — Dolce cognato mio fino,
perché se' tu verso me tanto rio?
Or se' tu diventato saracino
e rinegato il nostro vero Dio? —
Ulivier disse: — Caro mio cugino,
perdonami che lume non veggio io;
a morte son ferito, non tel niego.
Ma se tu scampi, per amor ti priego
che mia sorella e tua donna Aldabella
per lo mio amor te sia racomandata.
Non estiam più; ma tra la gente fella
mettemi tosto dov'è più calcata. —
Orlando per pietade non favella:
ben si pensò morire a quella fiata.
El suo cavallo prese per lo freno
e nello stormo il misse ov'è più pieno.
E sì gli disse: — Cognato mio forte,
or se' tu nello stormo grande e spesso. —
Ulivier punse el destrieri a tal sorte.
Tristo a colui che viene avanti ad esso.
A più di trenta allora diè la morte,
tanto nel grande stormo si fu messo;
e tanto il traportò el suo destriere,
che tratto l'ebbe di tutte le schiere
al piano, ov'era el suo padiglione,
e quivi apunto el destrier si fermava.
Ulivieri, el possente borgognone,
a terra con gran doglia dismontava
e fece a Dïo devota orazione.
L'anima sua del corpo trapassava;
poi el destrieri nell'aspra battaglia
rientrò vòto del baron di vaglia.
Faceva el destrïer grande anitrire,
dando gran calci e poi forte mordendo:
facea le schiere diserare e aprire,
feriti e morti per terra mettendo.
Orlando, quando lo vide venire,
disse: — Ulivieri è morto, s'io comprendo.
Per la mia fe', ch'io ne farò vendetta. —
Poi si misse a ferire con gran fretta.
Marsilio che lo vede per lo campo,
inverso il suo padiglione si volse
per far dinanzi al paladino scampo.
Un suo piccol fantino in braccio tolse:
via si fugge che par che meni vampo.
Orlando dietro a lui del campo tolse
e tanto corse che giunse el Pagano
ad una grotta, allo scender d'un piano.
Sopra la spalla lo ferì con noglia,
che gliel tagliò come fusse di ghiaccio,
e di più bene ancora lo dispoglia,
che 'l figliuol gli tagliò e 'l manco braccio.
Marsilio allora per la mortal doglia
fuggì per non sentir magiore impaccio.
Orlando, fatto questo, non ristette;
ma nel crudele stormo se rimette.
E riscontrò l'Amansor di Soria,
che morto avea di Bordella Angiolino:
tra 'l capo e 'l collo Orlando lo feria,
che alla terra l'abatté tapino.
Re Mazarigi inanzi a lui venia:
Orlando el fiere col brando acciarino.
La testa dall'imbusto netto taglia
poi si rimette nell'aspra battaglia.
Per la possanza che mostra il barone
con Durlindana in man per cotal sorte,
davanti a lui fugien tutte persone
per non sentire da lui cruda morte.
Forte bastemiano Apollo e Macone,
e così Gano maladivan forte:
— Maladetto sia tu che ci venisti,
che tanti corpi di vita fai tristi. —
Orlando guarda pur per la pianura:
dove vedeva più nobile gente,
là si cacciava colla spada dura,
partendo a chi la testa insino al dente
e chi partiva fino alla cintura.
Così andando il suo caval corrente,
per l'afanno morì el buon destrieri,
e tolse tosto quello d'Ulivieri
che sempre dietro a lui era gito.
Come persona el caval seguitava:
di che ciascun Pagano è sbigottito.
Ciascuno di fugir dietro guardava:
Orlando gli seguia con appetito.
Alla gente pagana forte dava
sì aspra morte con ambo le mani:
faceva come fier leon tra cani.
Già era il sole a mezodì passato
e tra la nona e 'l vespro tramezava.
Orlando con Turpin si fu scontrato
e degli altri compagni el domandava.
Disse Turpino: — Niuno n'è campato. —
El conte allora forte adolorava.
Dicea Turpino: — Andianci a riposare
e questa gente omai lasciamo stare. —
Subitamente al padiglion n'andaro,
e come quivi furon dismontati,
disse Turpino: — Compagno mio caro,
tutti e mie sensi sento travagliati. —
Così dicendo, tosto scorto e chiaro
gli angioli furon dal cielo smontati:
l'anima di Turpin con canti e festa
ne la portaron nella santa gesta.
Rimase Orlando tutto sconsolato
con grave pena e con molto dolore.
Essendo ad una fonte rinfrescato,
ringrazïava el sommo Creatore
dicendo: — Dio, da po' niuno è campato,
dammi la morte, verace signore. —
Subitamente uno splendore aparse
e inverso Orlando tal parole sparse:
— El vero Dio ti darà compagnia
sì come tu avevi primamente;
uomeni forti e pien di vigoria
della tua gesta e ciascuno possente. —
Rispose Orlando: — Se può esser sia
che que' che sono morti ora al presente
che Dio padre gli fa resuscitare,
contento son; se non, non vo' scampare. —
Un'altra voce disse: — A Dio non piace
di far resuscitar que' che son morti.
Da poi c'ha' chiesto la morte fallace,
tosto l'arài, ma fa che ti conforti. —
Poi la voce sparì e Orlando tace
e tornò a pensieri oscuri e forti.
Così, pensando del re di Parigi,
a lui apparve el suo scudier Terigi.
Molte carezze Orlando li facea;
poi disse: — Andiamo in sun quella montagna. —
Terigi con Orlando si movea:
a piedi andâr per la trista campagna.
Ad un gran sasso Orlando percotea
sua spada Durlindana tanto magna,
credendola fiaccare: el forte brando
divise il sasso, sé non magagnando.
Più e più colpi Orlando ripercosse
a quel petron, credendola fiaccare,
e radoppiando tutte le sue posse,
nolla poté di nulla magagnare.
Il sasso lasciò stare e poi si mosse
dicendo: — O vero Dio che non hai pare,
o spada mia, bella e cotanto forte,
perché non ti conobbi inanzi morte?
Se io t'avessi, come ora, cognosciuta,
non are' auto del mondo dottanza. —
Sendo sul poggio, di forza compiuta
el corno a bocca si pose in certanza;
sì forte el suona che suo cor si muta
e uscigli il sangue per la gran possanza.
E Saracin, ch'eran rimasi al campo,
sentendo el corno, fugieno per scampo.
Raconta l'aütor che fu sì grande,
il suono di tal corno in quella fiata
che passò monti e piani e tutte bande,
dov'era Carlo e sua gente atendata.
Per la virtù de Dio sua voce spande:
a San Gian Piè di Porto fu andata.
Carlo, che sente quel corno sonare,
enverso e suo baron prese a parlare:
— Quel suono parmi quel del conte Orlando;
gran paura ho che 'l re Marsilïone
m'abbia ingannato. — E Gan tosto parlando
disse: — O santo imperador Carlone,
vecchio voi mi parete a ciò pensando;
così parlate a modo d'un garzone. —
Carlo allora tacette el suo parlare:
Orlando un'altra volta va a sonare.
Per sì gran forza sonava suo corno
che Carlo e la sua gente la 'ntendea.
Carlo riguarda suoi baron dintorno
e poi con gran maninconia dicea:
— Quel pare il corno del mio nievo adorno. —
E Gano inanzi tutti rispondea:
— Monsignor Carlo, parlar da fantino
mi par ch'abbiate a sì fatto latino.
Voi ben sapete che Orlando non cura
già tutto l'universo un vil bisante:
e' sarà or cacciando alla pianura
e però suona suo bel lïonfante. —
Carlo allor tacque, ma non si assicura.
Orlando parla a Terigi suo fante:
— Andrai a Carlo, com'io sarò morto,
che è a san Giovanni Piè di Porto.
Di' come Gan fe' questo tradimento,
quando andò a Marsilio per messagio:
di cavalier ventimila secento
di' che son morti con gravoso oltragio. —
E poi el corno el baron d'ardimento
si pose a bocca e sonò con coragio.
Com'ha sonato il corno, inginocchiossi:
devotamente a Dio raccomandossi.
Li angel di Dio la sua anima santa
trasson del corpo, come piacque a Cristo:
su nella gloria, ove sempre si canta,
ne la portaron; e questo fu visto.
Terigi di dolor quasi si schianta,
abraccia Orlando e dice: — Oimè tristo!
cara speranza, dolce signor mio,
deh, perché tolto t'ha la vita Dio?
Come tornerò io dinanzi a Carlo
a racontargli sì fatta ambasciata,
che di dolore il farò trangosciarlo?
Ben potrà dir la gente battezata:
dov'è il nostro campion? Dove trovarlo
potremo noi, o gente sconsolata? —
Gran lamento facea Terigi e pianto;
poi si partì e lasciò il corpo santo.
Or lasciamo Terigi cavalcare
e sì diremo dell'imperadore.
Quando sentì el terzo suon sonare,
tosto si volse al falso Ganellone.
Disse: — Per certo ci avesti a ingannare,
quando per messo andasti a Marsilione. —
Tutti i baroni allor gridavan forte:
— A Gano traditor sia dato morte. —
El duca Namo, di Baviera sire,
prese pel petto Gano a tal tenore
e sì gli disse: — E' ti convien morire;
or se' pur giunto, falso traditore;
quattro figliuoli m'hai fatto morire,
ch'eran col nievo dell'imperadore. —
Arnaldo di Berlanda e 'l buon Danese
adosso a Gano ciascun se distese.
El pro' Girardo, sir da Rossiglione,
ed altri gran baroni, ognun possente,
ciascun correa adosso a Ganellone,
dandogli per lo viso fortemente.
Diceva Gano: — Imperador Carlone,
sofferi tu mi dieno te presente? —
Carlo rispose e disse: — A me ben pare
ch'eglino abbian ragion di questo fare. —
Comandò Carlo che fusse legato
e in una torre fusse poi mettuto,
da cinquecento cavalier guardato
infin che fusse andato e rivenuto;
poi comandò che ciascun fusse armato
ed a cavallo fusse ognun salluto
a seguitar le 'nsegne dove vanno,
che vol vedere suo gravoso danno.
Poi fece Carlo la gente di Gano
andar inanzi alla sua disarmata;
mossesi poi l'esercito sovrano
e non si fu dilungato un'arcata
che del destrieri scese Carlo Mano;
e poi inginocchiossi in quella fiata
e chiese grazia a Dio così adorando,
come odirete ora qui ascoltando.
— Concedimi ora, altissimo Signore,
che 'l sole, che è a vespro già passato,
tanto riluca suo bello splendore
che a Roncisvalle io sia arrivato,
e le montagne per tuo gran valore
infino là sieno tutte in pianato,
sicché mia gente ben cavalcar possa. —
Poi rimontò a cavallo e fece mossa.
Sì come Carlo fu a caval salito,
con sue masnade cavalcando ratto,
Cristo verace ben l'ebbe esaudito
del giusto priego ch'egli aveva fatto.
Ogni montagna e poggio fu partito
e tutte rispianate in quello tratto,
e quella via, che Carlo aveva a fare,
Cristo per sua virtù la fe' spianare.
E lo splendor del sol che ci conduce,
ch'era in sull'ora del vespro disceso,
di continuo mostrava la sua luce,
come se mezogiorno fusse acceso.
Questo fe' Cristo, ch'ogni ben conduce.
Allora Carlo suo camino ha preso;
e cavalcando per cotal servigi,
aparve a lui lo scudieri Terigi.
Maravigliossi allor, vedendol, molto
e gran dolore par ch'al cor gli tocchi.
Terigi andò a lui con turbo volto
con gran sospiri e lagrime in su gli occhi.
Del gran dolor pareva quasi stolto:
non si ricorda già che s'inginocchi.
Re Carlo salutò con tale effetto,
come per me, signor, vi sarà detto.
— Quel Dio padre, che è eterna pace,
che edificò l'universo terreno,
ed ogni ben per sua grazia si face,
che suo possanza non verrà mai meno,
salvi e mantenga te, Carlo verace,
en gran vettoria e in stato sereno:
abatta sempre con danno e vergogna
chiunque t'ha fatto danno o fare agogna.
Le novelle che reco, son sì crude
e così amare e con tanti dolori,
che dir non posso, tanto il cor si chiude,
però che al mondo mai furon pegiori.
El conte Orlando, ch'avia gran virtude,
mi comandò venissi a voi, signori,
ch'io vi raconti tutto ciò ch'è suto
e 'l gran dannaggio che s'è riceuto.
Morto è Orlando, el fior de' cavalieri,
el duca Astolfo, suo carnal cugino,
Sansonetto da Mecche ed Ulivieri,
morto è l'arcivescovo Turpino,
Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri,
e di Bordella il possente Angiolino,
Angiolier di Baiona, el conte Ugone,
morto è il franco Gualtier da Monlione,
Marco e Matteo del Pian di san Michele,
morti si son ventimila secento;
da quella gente, ch'è a Dio infedele,
morti son stati con pena e tormento.
Gan da Pontieri con malvagio fèle
con Marsilio ordinò tal tradimento. —
Quando el re Carlo tal parole intese,
a cavalcare con sua gente prese.
Via cavalcando Carlo e sua compagna,
con lui Arnaldo e 'l duca di Baviera:
inanzi va Salamon di Bretagna
e poi Ugier colla real bandiera.
Ora rinforza el bel cantar di Spagna.
Dirò nell'altro la battaglia fiera
che a Roncisvalle fece Carlo Magno.
Cristo vi doni pace con guadagno.