CANTARE TRENTESIMOSETTIMO

By Auteur inconnu

Superno Dio, da cui formati furo

sette pianete e quattro elementi,

e liberasti dall'inferno scuro

e giusti, e peccatori e gl'innocenti,

concedi grazia al mio intelletto duro

e alla mia mente dà tanti argomenti

ch'io possa racontar del grave duolo

che Carlo fe' d'Orlando e del suo stuolo.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Orlando, il conte virtudioso,

poi ch'ebbe fatto suo terzo sonare,

l'anima rende a Cristo glorïoso;

e disse come Carlo a cavalcare

s'era già messo assai malinconoso:

inverso Roncisvalle con pensieri

cavalca in mezo di Namo e d'Ugieri.

Fu giunto Carlo in su quella montagna

dove el fior de' Cristiani era finito,

e cavalcando, che forte si lagna,

giugnendo al corpo, cadde tramortito.

Nessun barone della sua compagna,

di levar Carlo era punto ardito.

E così stando un pezo, risentissi

con gran sospiri, duoli e pianti fissi.

Con gran lamento dice Carlo Magno:

— Cara mia speme, nepote e figliuolo,

che non avevi in prodezza compagno,

o campion sommo del cristiano stuolo,

per te con pena nel mondo rimagno

e sconsolato con gravoso duolo.

Oggi per la tua morte abassa e cade

tutta la speme di Cristianitade.

Oggi l'argoglio de' Cristiani è morto:

andata è al fondo la magna speranza,

c'hanno perduto l'ardire e 'l conforto,

poi ch'è finita la tua gran possanza.

Omè tapino! condotto a mal porto

sol per lo traditor Gan di Maganza.

Omè, Gan da Pontier, quanto fallasti

quando sì gran tradimento ordinasti!

Maladetta sia l'ora che tuo padre

t'ingenerò con giusto matrimonio

e maladetta l'ora che tua madre

partorì te, incarnato demonio!

Con tradimento e tue opere ladre

e con dispetto e chiaro testimonio

el fior de' Cristïan, ch'era mia speme,

per te è spento, il valoroso seme. —

E così sopra il corpo del nepote

istrangosciato stava quel re Carlo

e spesso el viso con man si percuote

e nessuno il potea raconsolarlo.

E grida ad alta voce quanto puote:

— O doloroso, con che pena parlo!

Nepote caro, perché non ti lievi,

a togliere mie doglie e pianti grievi?

Questo non è quel che mi promettesti

quando nel bel paese d'Aspramonte

per le mie man cavalier ti facesti

ed occidesti el valoroso Almonte,

e Durlindana, sua spada, cignesti,

e promettesti a me con lieta fronte

che quando rivolessi cotal brando,

ridendo mel daresti al mio comando.

Tale impromessa mi debbi attenere,

sicché di ciò raconsolimi alquanto. —

Allora, come a Cristo fu in piacere,

nel conte Orlando entrò lo Spirto Santo:

levossi ritto, che stava a giacere,

verso di Carlo, che facea gran pianto,

e certo vivo quel corpo pareva

per la vertù de Dio che 'l conduceva.

Così Orlando colla spada in mano

inverso Carlo si volse ridendo

e parlò umìle, come corpo umano:

— Re Carlo Mano, tua spada ti rendo. —

Carlo la prese e poi il corpo vano

rimase morto per terra cadendo:

lo spirto si partì e 'l corpo, privo

com'era, cadde morto e non già vivo.

Se Carlo facea prima gran lamento,

signor, pensate che dovea far poscia:

el duol gli crebbe per ognuno cento,

el pianto grande e le stride e l'angoscia.

Battiesi Carlo a sì fatto tormento:

nel viso forte colle man si croscia.

Non fu mai duolo ch'a quel s'aguagliasse,

tanto parea che 'l re si consumasse.

Io non vorrei, signor, che voi pensassi

che in su quel punto sol Carlo piangesse,

sì gran lamento lì dintorno fassi

che non saria persona che 'l credesse.

Dusnamo di Baviera tace e stassi

e non parea ch'a piangere atendesse,

e prende Carlo con ambo le braccia,

dicendo: — Più lamentar non vi piaccia. —

Rispose Carlo: — Io ti prometto, Namo,

se non che sempre fedel mi se' stato

a questo punto dove giunti siamo,

al tradimento che fu ordinato

direi che ad ordinarlo fussi bramo,

che di ciò punto non se' travagliato.

Del danno grande, ch'abiam riceuto,

dolente punto non par che sia suto. —

Diceva Namo: — Omè, Carlo, che giova

a lamentarsi di quei che son morti?

Perch'io a pianger cogli altri mi muova,

non riarei quattro mie' figliuoli acorti.

Tanto dolore in mia mente si truova,

che non c'è nulla che più mi conforti;

però vi piaccia più non lamentarvi:

brigate omai con noi a confortarvi. —

E così Namo e 'l possente Danese

ebon lo 'mperadore a caval posto.

Orlando morto poi la gente prese:

su un caval lo traversaro tosto

e poi la gente, sanza più contese,

a seguir Carlo ciascun fu disposto,

e sceson nella valle dolorosa

dove morì la gente valorosa.

Là dove la battaglia era già stata,

fermò suo padiglione Carlo allotta.

Era la terra di morti calcata,

che n'era pieno ogni fossato e grotta:

insieme quella gente è mescolata,

Cristiani e Saracin, così condotta.

E così i morti non si conoscieno,

quali Cristiani o Saracin si sieno.

Gittossi Carlo Mano ginocchioni:

alzò le mani al ciel con riverenza,

Iddio pregando con divozïone

che dimostrasse vera sperïenza

de' morti tanti di quella legione,

qualunche in Giesù Cristo ave' credenza.

E così Carlo, quand'ebbe adorato,

fu per lui tal miracolo mostrato.

Tutti i morti Cristian si fur voltati

col viso in suso e la croce sul petto,

e Carlo comandò che ragunati

fussino insieme e, com'egli ebbe detto,

tutti i Cristian per la valle trovati

fur ragunati con amor perfetto.

E così ragunati i Cristian tanti,

feciesi strida e dolorosi pianti.

Chi piangeva il nipote e chi 'l cugino,

chi 'l padre, chi 'l fratello e chi suo zio,

chi del figliuol si chiamava tapino,

ch'era rimasto nello stormo rio.

Tanti piangeano allora a capo chino

che 'l quarto racontar non potre' io:

eran magior le strida e le travaglia

che non fu quando si fe' la battaglia.

Nessun Cristiano arebbe il cor sì duro

che 'n su quel punto non avesse pianto,

udendo il lamentar cotanto scuro

del popol morto ed il dolore tanto;

e così tutti soppelliti furo

color ch'avevano il batesmo santo,

salvo che i paladini e i duo fratelli,

de qua' vi conterò i nomi belli.

Poi disse Carlo con molta fatica:

— O Roncisvalle, doloroso piano,

Cristo per sua virtù ti maladica,

che 'n questo luogo non spighi mai grano

sì che a memoria sempre mai si dica:

fu sparto qui giusto sangue cristiano. —

Ed ancor oggi, dove fu tal briga,

nessuna biada vi grana né spiga.

Ordinò Carlo allor che si facesse,

per far portare in Francia e paladini,

quattordici arche e che 'n ciascuna stesse

un corpo morto di quelli tapini.

Così fu fatto, prima che 'l dicesse,

da mastri ch'eran ingegnosi e fini,

e fatte l'arche in ciascuna fu messo

un corpo morto e poi rinchiuso apresso.

Poi fu ciascuna arca covertata

di gentil panno, tutto a color bruno;

e poi di sopra il panno è disegnata

a punto l'arme e 'l cimier di ciascuno.

Facevasi già notte in quella fiata,

che 'l sol non si vedeva da nïuno,

sicché la gente allor per riposarsi,

que' che non facien guardia, disarmarsi.

E così sendo la gente a posare,

chi a padiglioni e chi sotto capanna,

que' ch'eran diputati di guardare,

di guardar ben dintorno ognun s'afanna.

Tutta la notte, sanza posa fare,

gente francesca, tedesca e alamanna,

acciò che l'oste fusse ben sicura,

infin al dì guardâr la valle scura.

Come fu mattutin, Carlo levossi

e fe' bandir che fanti e cavalieri

per dipartirsi tutti fussin mossi

vêr Cristianità prendere i sentieri.

Allor la gente tutta quanta armossi,

fecion far some e sellare i destrieri,

e levâr padiglion, trabache e tende,

nanzi che giorno sia ciascuno atende.

Quando fu il sol per l'orïente mosso,

che risplendea per ciascuna montagna,

e lucean l'arme ch'avevano indosso

la baronia di Carlo ardita e magna,

e Carlo a riguardare l'occhio ha mosso,

alzò le ciglia verso della Spagna

e vide gente venir con bandiere

coll'arme proprio d'Orlando a quartiere.

Vegendo Carlo tal gente venire

ed a quartier le bandiere che hanno,

fra sé medesimo cominciò a dire:

— Omè lasso! e' non bastami il gran danno

che 'l mio nepote m'han fatto morire.

Or con su' arme a schernire mi vanno. —

Certamente el re Carlo si credea

che Saracin fusser que' che vedea.

El forte e pro' Salamon di Brettagna,

ch'era con ottomila già schierato,

alzando gli occhi per quella campagna,

vide la gente venir da l'un lato.

Tosto si mosse con sua gente magna:

verso di loro il camino ha pigliato,

tutta sua gente dietro in una schiera

sotto sua insegna a scacchi bianca e nera.

El caval pugne e la lancia palmeggia:

ardito inanzi alla sua gente corre,

spronando sì ch'a pena ch'altri il veggia.

Ben si credea allor sua lancia porre.

El capitan della contraria greggia

vêr lui si ferma più forte ch'Ettorre.

Lo scudo in braccio e la lancia palmoia:

— Viva el re Carlo! — e' gridava — Mongioia! —

Allora Salamone, udendo questo,

ferma il cavallo ed alza la visiera

e grida: — Cavalier, fa manifesto

del nome tuo il modo e la maniera. —

Allora il cavalier rispose presto:

— Cristiano sono e non d'esta riviera;

del paese gentil di Francia come

cugin d'Orlando ed Ansuïgi ho nome. —

Re Salamone gettò via la lancia

e abraccia il cavalier con festa assai:

la bocca spesso gli bascia e la guancia

con più alegrezza, ch'egli avesse mai,

e dice: — Carlo, nostro re di Francia,

ben sarà lieto quando a lui sarai. —

Disse Ansuïgi, umilmente parlando,

— Deh, ditemi che è del conte Orlando? —

Salamon, quando sue parole intese,

di pianger quasi non si può tenere;

poi disse: — Amico, damigel cortese,

Orlando è sano e briga di godere,

e va uccellando per questo paese

di qua e di là, come a lui è in piacere.

Andiamo a Carlo, ch'è al suo padiglione,

a farlo certo di tua condizione. —

Così insieme al campo se n'andaro

e, quando giunti fuoro tra la gente,

assai baroni chi era domandaro.

Poi che si seppe il nome veramente,

donzelli e cavalier con pianto amaro

a lui n'andâr piangendo fortemente

di tenerezza, perch'era cugino

d'Orlando pro' sopr'ogni paladino.

Allor fu manifesto al damigello

come Orlando era coi compagni morto,

onde si chiama forte tapinello.

— Omè, cugino! o sommo mio conforto, —

dicea gridando il giovinetto snello,

— ov'è 'l tuo ardire, paladino accorto?

O dolorosi e tuoi parenti tutti,

che per tua morte ogi siamo distrutti! —

Fece Ansuïgi allora un gran lamento:

per tutto il campo se rinovò el pianto;

ma per non fare a voi rincrescimento

del pianger più non vo' seguire el canto;

ma diremo che sanza restamento

andò Ansuïgi all'imperador santo.

Giugnendo a lui, non con novelle bone,

salutollo umilmente in tal sermone:

— Quel giusto Padre, ch'è signor superno,

che 'n sulla croce fu per noi disteso,

e liberocci dal mortale inferno,

dove ognun era per peccato ateso,

salvi e mantenga Carlo in sempiterno

e chi 'l battesmo de' Cristiani ha preso;

abatta con vergogna, onta e danno

tutti color che contra sua fé vanno. —

Carlo rispose con voce afannata:

— Dimmi, donzel, che Dio ti sia in aiuto,

Gerusalem come hai tu lasciata,

che te ne se' con tua gente venuto? —

Disse Ansuïgi: — Io l'ho abandonata

per che tenerla più non ho potuto.

Posto m'avieno e Pagan tale assedio

che di tenerla non v'era rimedio.

E sappia Carlo che 'l re Balugante

con ben ducento mila Saracini

viene invêr noi con sua gente africante:

forse a se' miglia ci sono vicini;

però fa far tue schiere tutte quante

subitamente e a ciò non si rifini,

che 'n questo dì credo che assaliracci

sicché con lor combatter converracci. —

Subito Carlo fé mandare un bando

che tutta la sua gente si schierasse.

La gente presta per far suo comando

sotto sua insegna ognuno si ritrasse.

Diceva Namo al re Carlo parlando:

— A me parrebbe che e' s'ordinasse

dodeci paladin pro' e gagliardi,

sei che sien giovani e sei sien vegliardi. —

Respose Carlo: — Se ciò t'è in piacere,

di così fatta cosa io son contento.

El modo, che vi pare di tenere,

Danese e tu fate provedimento. —

Allora Namo, fonte di sapere,

fu con Ugieri insieme a parlamento

e paladini dodeci ordinaro,

com'udirete qui ben scorto e chiaro.

De' vecchi fu Desider di Pavia,

re Salamone e di Baviera Namo,

el quarto Ugieri pien di vigoria,

da Rossiglion Gerardo el quinto bramo;

poi seguitò el sesto in compagnia,

Arnaldo di Berlanda duca chiamo;

il settimo fu ornato di corona,

re Isolier, signor di Pampalona.

Fu poi l'ottavo Guido di Borgogna

ed Ansuïgi seguitò il nono.

Beltramo, fi di Namo, a tal bisogna

d'esser decimo a lor chiese per dono;

Ricciardo e Duodo, signor di Guascogna,

dei paladin cogli altri insieme sono.

Ed ordinato ciò, fecion tre schiere;

or udirete chi fu condottiere.

Fu conceduta la schiera primaia

a Guido e Duodo, Ansuïgi e Ricciardo,

e guidâr cavalier venti migliaia;

della seconda guidò lo stendardo

Beltramo ed Isolier con gente gaia,

con loro Arnaldo e 'l possente Gerardo;

Carlo e re Desider la terza schiera

guidò e 'l Danese e Namo di Baviera.

Così schierata fu la gente snella,

pure aspettando lor crudi nimici.

Nell'altro dir dirò la storia bella

come e Pagani sceson le pendici,

del lor ferir e lor votar di sella,

che insieme fêr e cavalier felici.

Io priego Cristo, padre vittorioso,

che vi mantenga in pace con riposo.