CANTARE TRENTESIMOTERZO
Verace Dïo del regno celesto,
che 'n sulla croce ti lasciasti porre
da quel popul giudeo, fiero e rubesto,
sol per volerci dall'inferno tôrre,
donami grazia, signor manifesto,
ch'io sappia questa storia ben disporre
e seguir la battaglia e 'l crudo stormo,
sì come dall'autore ben m'informo.
Signori, io vi lasciai nell'altro dire
quando Sofrisso entrò nella battaglia
con baron diecimila al suo seguire,
duchi, amiranti e baron di gran vaglia.
Orlando vede quel Pagan ferire
sopra sua gente e fare sì gran taglia;
degli speroni Vegliantino punse:
dove Sofrisso era, quivi il giunse.
Nel mezzo delle reni allor ferillo:
arme ch'avesse gli fecero fallo,
che per me' la cintura dipartillo
e del destrieri in terra traboccallo.
La gente sua, ch'era per obedillo,
fugge vegendol morto in quello stallo.
Orlando nello stormo si rificca:
a cui le braccia, a cui la testa spicca.
Ulivier si scontrò in su un passo
con un ricco amirante di Soria,
che per nome era chiamato Fedrasso.
Ulivier in sul braccio lo feria:
tagliò il braccio ed abattelo al basso,
sicch'el Pagan di tal colpo moria.
Ed un Pagano allor ferì Ulivieri
su l'elmo e 'l fe' piegare del destrieri.
Poi nello scudo il ferì duramente:
quanto ne pigliò tanto ne discese.
Ed Ulivieri alzò 'l brando tagliente:
enverso quel Pagan suo camin prese
e diegli un colpo in su l'elmo lucente,
che tutto gliel tagliò el pro' marchese.
A mezo il capo gli misse la spada
sicché morto convien che 'n terra vada.
Missesi Falseron nella profonda,
forte ed aspra battaglia giudicata.
Coll'aste in man sua persona gioconda
ferì un della gente battezata:
lo scudo gli passò e l'arme atonda;
andogli il ferro infino alla corata.
Poi il destrier broccò di gran podesta
sopra un baron della cristiana gesta.
Di sotto al mento gli misse la lancia
onde el Cristian di quel corpo morio;
poi ne ferì un altro e diegli mancia,
che gli fe' rendere l'anima a Dio;
poi un altro ferì a non dir ciancia
quel demonio infernal, pessimo e rio:
tutti e Cristiani allor per gran temenza
fugivano dinanzi a sua potenza.
Orlando vede ferir Falserone:
dove lo vede, in quella parte vanne.
Col brando diegli per tal condizione
che della spalla gli tagliò due spanne.
Costui ferito a morte speronòne,
forte mughiando e strignendo le sanne;
e per lo stormo, come fa il cinghiale,
abatte e occide, facendo gran male.
Un Turco per lo stormo vien gridando:
—Viva Marsilio e moia il re Carlo! —
fracassando le schiere ed aterrando.
Tristo colui che si mette aspettarlo.
Ferì un Cristiano alla testa col brando,
che morto in terra fece traboccarlo;
e poi ferì un conte d'Inghilterra
tra capo e collo, e morto 'l manda in terra.
Sansonetto da Mecche lo scontrava
e del brando el ferì in sulla spalla:
tutta armadura divise e tagliava;
mozzò la spalla, che nïente falla.
Poi ferì un altro e 'l capo gli mozava,
sicché alla terra morto lo scavalla.
Un Turco riscontrossi in Sansonetto,
che d'una lancia lo ferì nel petto.
Passogli l'arme e della carne alquanta,
ma non però fu quel colpo mortale.
Angiolin di Bordella in lui s'apianta
e diegli un colpo grande e naturale:
quant'arme prese, tutta via gli schianta;
poco gli fece nella carne male.
El Pagan verso lui el brando mena
sopra l'elmo per dargli mortal pena.
L'elmo era forte e non curò nïente.
Angiolin ferì lui sul braccio destro:
di netto gliel tagliò subitamente.
Il Pagan, ch'era in prima tanto alpestro,
per lo stormo fugiva tostamente,
più forte che saetta di balestro.
Anzi ch'uscisse dello stormo scorto,
del destrier cadde alla pianura morto.
Entrò nella battaglia un amirante,
che mille Turchi dietro a lui venieno,
il qual era di forma di gigante,
nero come carbon, di virtù pieno.
Su l'elmo d'oro avea un Trevigante,
a pietre e perle, che molto valieno,
e due spade avea questi cinte al lato
ed un bastone en mano smisurato.
Nella gente cristiana si mettea:
al primo che scontrò, diè in sulla testa;
e l'elmo colla testa gli rompea
e missel morto in terra sanza resta.
Poi sopra un altro un gran colpo porgea
che morto l'abatté alla campestra;
e nello stormo si metteva poscia:
ferì un altro in su la destra coscia.
La coscia gli schiacciò e 'l buon destriere
per lo gran colpo cadde morto in terra.
Poi el Pagan per la battaglia fiere:
arme di piastra e di maglia diserra.
Allora lo scontrò un cavaliere,
figliuol d'un forte conte d'Inghilterra,
credendo ferir lui, diede al cavallo,
che morto l'abatté in quello stallo.
Essendo il Seracin così abattuto,
non si lasciava andar presso persona,
e mille Turchi aveva in suo adiuto,
e nessuno dintorno l'abandona.
En su un gran destrier fu risaluto
e verso il conte Orlando forte sprona.
La gente sua ben lo seguita forte,
dando a' Cristiani aspra e cruda morte.
Orlando, quando vide il Saracino
far sì gran guasto di gente cristiana,
forte spronava vêr lui Vegliantino
e brandì la sua spada Durlindana
tra 'l capo e 'l collo el ferì il paladino
e morto el gitta in sulla terra piana.
Quando sua gente lo vide morire,
nessuno aspetta l'altro del fugire.
Astolfo ben ferìa da una parte
con Mislëa sua spada sanguinosa.
A cui le braccia, a cui la testa parte:
ferendo va, che nïente si posa.
Miglior di lui davanti si gli parte,
vegendo sua persona valorosa.
Ottone e Berlinghier, fi del Dusnamo,
il populo pagan fan tristo e gramo.
Ben ferìa l'arcivescovo Turpino
Avino e Sansonetto e Berlinghieri
e di Bordella il possente Angiolino,
Avolio, Ottone e 'l marchese Ulivieri,
el figliuolo di Gano Baldovino.
Ben ferian tutti i dodeci pïeri.
Lo stormo allora forte se rinfolta:
gran parte de' Pagan se misse in volta.
Ulivier riscontrò nella pianura
re Falseron e 'l ferì duramente
per mezo el fianco e tutta l'armadura
gli dipartì col buon brando tagliente,
ond'egli ebbe di morte gran paura
e missesi a fugir subitamente.
Allor sua gente, vedendol fugire,
com'egli fêr per volerlo seguire.
Così i Pagani in fuga si mettea:
nostri Cristiani bene gli seguiéno.
Orlando Falseron sopragiungnea,
che già avea di morte poco meno:
per me' el fianco el brando gli mettea,
sicché morto cadie giuso al terreno;
poi sopra a gli altri come veltro a caccia
per ferire ed occider si procaccia.
Non si fe' mai di bestie sì gran guasto,
come di que' Pagan si fecie allotta:
sarebbe stato alla Tessaglia basto.
Avendogli e Cristiani messi in rotta,
facien per corvi e per avoltoi pasto.
Nessun del ben ferir se finge o dotta.
Fugendo per le fosse e per le valle,
chi ha ferito il capo e chi le spalle.
Egli era già passato mezzogiorno
quando e Pagani furon sì scacciati.
Di centomila ne fe' un ritorno
a re Marsilio e gli altri fur tagliati.
Di quel popul cristiano tanto adorno
ottomila ne fur morti lasciati
e ben duemila a morte son feriti,
onde rimason tutti sbigottiti.
Un re pagano, Malprimo chiamato,
di centomila ne fe' solo scampo:
tornò a Marsilio forte inaverato,
che era fuor di Roncisvalle a campo,
e racontò come 'l fatto era stato,
onde Marsilio d'ira mena vampo.
El re Malprimo, dette sue parole,
del destrier cadde morto a non dir fole.
Marsilio fu di ciò molto pensoso
e fello portar via a sopellire;
e poi fece un re prode e valoroso,
che nome avea Grandonio, a sé venire,
dicendo: — Io vo', Grandonio virtüoso,
che sopra e Cristïan vada a ferire
con ducento migliaia a tuo comando,
a morte e destruzion del conte Orlando.
Con teco voglio che sia in compagnia
il re Margaritone e re Fiorello
e Chiaramonte di gran vigoria.
Ognun di loro paladino snello
verso i Cristiani combattendo sia. —
Disse Grandonio: — Signore mio bello,
presto son io a ciò ch'a voi diletta,
per accrescer la nostra fé perfetta. —
Allora comandò Marsilïone
a ducento migliaia di cavalieri
che seguissono el real gonfalone
del re Grandonio e degli altri guerrieri.
Così partissi sanza far questione:
vêr Roncisvalle presono i sentieri
e 'n su un poggio giunsono i Pagani,
che scorger gli potieno e Cristïani.
Vegendo nostri Cristian dismontare
del poggio tanta gente sì armata,
ciascuno cominciò a impaurare
e di restringersi insieme ognun guata.
Turpin gli prese tutti a confortare:
— Non dottate, signori, in questa fiata.
Ferite volentier contra a' nimici:
oggi sarem tutti in gloria felici. —
Tutti e Cristiani allora se schieraro
e, rinfrescati di mangiare e bere,
in una piaggia forte si fermaro
per me' potersi salvi mantenere.
E Saracin nella valle smontaro
apresso a loro, stretti in un volere;
e quando presso furo ad un'arcata,
ognuno grida: — Alla morte, brigata! —
Grandonio un gran Turco allora apella,
fratel dell'argaliffo Balsimino.
Questo era nero e la persona snella,
forte e possente come paladino.
Disse Grandonio: — Va, con teco in sella
seimila d'esto popul saracino
e co' Cristian t'avisa alla battaglia. —
Disse 'l gran Turco: — Se Macon mi vaglia. —
Verso e Cristiani el Turco va gridando:
— Fatti davanti, o alto sir d'Anglante.
Vieni a combatter meco, o conte Orlando,
ch'oggi morrai con tua gente troiante. —
Un Cristïano andò vêr lui spronando
e morto l'abatté ivi davante;
poi n'abatté un altro nello stuolo:
morto el gettò a terra con gran duolo.
A quattro tolse quel Turco la vita,
anzi che la sua lancia si rompesse;
poi mise mano a sua spada forbita
e rimettiesi nelle calche spesse,
ferendo de' Cristian gente infinita.
Ognun pareva che di lui temesse.
Allor Astolfo, fi del re Ottone,
con quel Pagano insieme si scontròne.
E 'l ferì d'una lancia per me' il petto
che tutte l'arme gli divise in dosso;
ma non gli fe' alla carne difetto.
Quel Turco allora vêr lui si fu mosso:
diegli in sul capo col brando perfetto;
ruppegli el baccinetto e l'elmo e l'osso
e morto l'abatté presente al piano.
E poi ferì un altro Cristïano
e levogli la testa dall'imbusto,
sì come se di neve fusse stato.
El marchese Ulivier, di possa giusto,
con Altachiara, suo brando pregiato,
ferì il Pagan con velenoso gusto
entro la gola e 'l capo gli ha tagliato;
poi nello stormo un Saracino aspetta,
che va correndo come una saetta,
e ferillo in sul capo d'Altachiera,
che morto il fe' cadere in quello stallo;
poi va ferendo e rompendo la schiera.
Avino sprona el possente cavallo
e riscontrò un che nella bandiera
avea un lion nero nel campo giallo.
Questo era di quel Turco banderaio,
che occise Astolfo d'Inghilterra gaio.
Lo ferì Avino d'una lancia grossa
e del destrieri il fe' morto cadere:
tutta la gente del Turco fu mossa,
vegendo la bandiera rimanere.
Allor la gente pagana ringrossa.
Avanti viene un sir di gran potere,
el qual di Persia avea nome Feldarco:
correndo va più che saetta d'arco.
E ferì l'arcivescovo Turpino
sopra lo scudo e tutto glielo aperse.
Allora vien di Bordella Angiolino
e quel Feldarco del destrieri averse.
Essendo in terra questo Saracino,
facea prodezze spiatate e diverse.
Sansonetto da Mecche colla lancia
correndo lo passò per me' la pancia.
Grandonio si scontrò alla pianura
con un Cristiano ch'era d'Ungaria:
lo scudo e sbergo e tutta l'armadura
gli passò tutta, onde morto cadia;
poi si ficcò nella battaglia dura
mettendo assai Cristian per mala via.
Avolio, fì di Namo, pro' e saggio,
nella battaglia entrò di buon coraggio.
Baldovin da Pontieri, fi di Gano,
ferendo va per lo stormo diverso,
mettendo molti Saracini al piano
or qua or là pel campo in ogni verso.
Allora entrò nello stormo un Pagano,
miglior che fusse in tutto l'universo,
che chiamato era il re Margaritone,
re del reame di Felicitone.
Questi pareva per lo campo un drago,
uccidendo e Cristiani per lo stormo.
Per lo campo facea di sangue lago:
ognun fugia dinanzi a tale stormo.
Nell'altro dir seguirò 'l cantar vago,
secondamente che di ciò m'informo.
Io prego quel Signor, ch'è somma pace,
che ci riceva nel regno verace.