CANTARE TRENTESIMOTTAVO

By Auteur inconnu

Divina maiestà, vera e superna,

o sommo Padre, onnipotente Giove,

da cui virtù si conduce e governa

ed ogni buon principio da lui muove,

concedi alla mia mente ch'io discerna

a dimostrar le virtudiose pruove

che Carlo fe' doppo la rotta, quando

con ventimila morì il conte Orlando.

Signori, io dissi nell'altro dir, quando

re Carlo aveva sua gente assembrata,

re Balugante e sua gente aspettando,

ed era già meza terza passata,

que' Saracini, forte cavalcando,

arrivâr nella valle sventurata,

apresso a nostra gente ben due miglia,

fermarsi tutti e l'arme ciascun piglia.

Re Balugante fe' due schiere allotta,

la qual fu ognuna di migliaia ottanta:

la prima schiera fu per lui condotta,

e la seconda di guidar si vanta

el re di Persia, che guerra non dotta.

Così la gente a schiera tutta quanta,

re Balugante di vincer si stima

e fêssi inanzi colla schiera prima.

Poi fe' spiegar sue bandiere e stendardi

e comandò che ciascun lo seguisse.

La baronia de' cavalier gagliardi

con esso lui alla zuffa se misse.

Guido e' compagni suoi, non già codardi,

ognun seguirlo lietamente disse;

così fur mosse amendune le schiere,

ritti e pennoni e spiegate bandiere.

Sonavan gli stormenti d'ogni loco:

e destrier cominciavan anetrire:

venivansi apressando a poco a poco

la valorosa gente con ardire.

Quando apressati furono a tal giuoco,

subito cominciaron a ferire.

I cavalier coll'aste basse vanno:

l'un contra l'altro gran colpi si danno.

Il ferir forte e le percosse grande

spezzavan lance e rompevan gli scudi:

l'un l'altro morto giù per terra spande;

poi metton mano a' forti brandi innudi.

Chi fiere inanzi e chi dietro le bande,

dandosi colpi dispietati e crudi.

Di cavalier morti assai palafreni

vanno pel campo, abandonati e freni.

Venne Ansuïgi, el forte paladino,

lo scudo in braccio ed in mano la lancia.

Nel petto ferì un grande Saracino:

passò lo sbergo e forogli la pancia;

e poi n'abatte un altro el baron fino;

gridando va: — Viva Carlo di Francia! —

Ad un grande Pagano allor si volse

e colla lancia la vita gli tolse.

Rotta la lancia, el forte brando prende

e per lo stormo si mette ferendo:

cavalieri e cavagli ed arme fende

e gambe e mani e teste dipartendo.

Tanto i Pagani arditamente offende,

che chi lo vede, si volge fugendo.

Un Saracino grande e di gran possa

nello stormo entra con sua lancia grossa.

Al primo colpo abatté un Cristiano:

ferillo a morte, a terra del destriere;

poi ferì un altro d'un colpo villano:

lo scudo gli passò, sbergo e lamiere.

Morto l'abatte el malvagio Pagano:

simile fe' a un altro cavaliere.

Da cinque morti convien che n'abatta,

prima che sia sua lancia rotta o fratta.

Dal lato de' Cristian venne un Tedesco

su un caval morel coll'aste bassa,

ardito e snello, valoroso e fresco,

per la battaglia le schiere fracassa.

Su l'elmo fiere un gran Barbaresco:

l'elmo fêsse e di vita morto el cassa;

poi ferì un altro per me' el pettignone,

che morto l'abatté di sul sabbione.

Re Desider per provar sua persona

la lancia abassa ed imbraccia lo scudo:

quanto più puote suo cavallo sprona,

mettendosi oltre per lo stormo crudo.

Sua franca gente già non l'abandona;

ma ciascun pruova ben suo brando ignudo.

Riscontrò Desider nella battaglia

un Saracin, qual'era di gran vaglia.

Ferillo Desiderio nel cimiero,

sicché di testa gliel fece cadere.

El Saracino arditamente e fiero

si volse contra lui con mal volere:

col brando in man si rizza in sul destriero

e Desiderio fier con gran potere:

sopra alla destra spalla quanto prende

di sopravesta e d'armadura fende.

Un che di Desiderio era vasallo,

vegendo el suo signor così ferire,

la lancia abassa e sprona il suo cavallo

verso quel Saracin con grande ardire:

ferillo nella testa sanza fallo

d'un sì gran colpo che lo fe' morire;

poi ferì tra la gente saracina

quanto più può con forza e con rapina.

Venne allo stormo el fi del duca Namo,

ch'era de' nuovi eletti paladini,

e chiamato per nome era Beltramo:

grande occisione fa de' Saracini.

Qualunche scontra, fa di vita gramo:

più di quaranta ne fece tapini,

qual caduto per terra e qual ferito,

condotto per morire a tal partito.

Arnaldo, duca e signor di Berlanda,

venne allo stormo con mente adirata:

a Gesù Cristo padre s'acomanda,

lo scudo in braccio e la lancia impugnata.

Un Saracin che portava una banda

nel campo rosso d'oro atraversata,

qual'era re di Tunisi a quell'otta,

adosso Arnaldo la sua lancia ha rotta.

Sì gran colpo gli diede, ch'a gran pena

Arnaldo in sul cavallo si sostenne.

El duca già sua ira non rafrena:

la lancia abassa che niente si tenne;

verso il Pagan ne va con forza e lena.

Quel Saracino verso di lui venne:

Arnaldo per me' il fianco el ferì allora;

l'arme e le carni infino adietro fôra.

Al campo venne el nostro Carlo Mano

su un caval che pare una montagna,

lo scudo in braccio e la forte aste in mano,

e dietro a lui Salamon di Brettagna,

Namo e 'l Danese, paladin sovrano,

seguivan tutti con la lor compagna:

re Isolieri, el buon duca Girardo,

lo 'mperador seguian ognun gagliardo.

Ben combattea la gente valorosa,

nostri cristiani Franceschi e Alamanni

contra la fé di Macon dolorosa,

dando a que' Saracin gravosi afanni.

Nessun Cristiano già prendeva posa:

di ben ferire ognun fa sanza inganni.

Ognun credea quel giorno far vendetta

d'Orlando e della gente sua perfetta.

Re Balugante vedea la battaglia

che cominciava ben da ogni lato:

su un cavallo, coverto di maglia,

subito fu el Saracin montato

coll'aste in mano e 'l brando che ben taglia,

che cinto avea al sinistro costato.

La lancia abassa, el forte scudo imbraccia

e nello stormo a ferire si caccia.

Menava il suo caval sì gran tempesta

per l'anitrire e spesso scalchegiando,

che non fu cosa mai tanto rubesta

veder per terra gli uomeni mandando.

Re Balugante mostra sua podesta,

i baron de' destrieri scavalcando:

per la battaglia fa sì gran fracasso

che niuno c'è che gli contasti il passo.

Correndo el Re per lo stormo mortale

coll'aste in mano e 'l forte scudo in braccio,

scontrò un giovinetto provenzale,

di cui il nome al presente mi taccio.

Nell'elmo lo ferì il baron reale:

passollo tutto come fusse ghiaccio.

Morto l'abatte e poi un altro fiere:

per simil modo lo fece cadere.

Sì forte fiere quel re Balugante

che a suo colpi nïuno vi dura:

qualunche vede di dietro o davante,

si briga di fugir per la pianura.

Rigoglio piglia la gente affricante;

allor rinforza la battaglia dura.

Tagliar di membra e d'arme e di cavagli

facevan colle spade di buon tagli.

Venne allo stormo Guido d'Avignone

su un cavallo coperto d'acciaio,

e seguitaval sotto suo pennone

di franchi cavalier più d'un migliaio.

Coll'aste bassa quel nobil barone

spronò il suo destrier gagliardo e gaio:

ferì un Saracin nella visiera;

morto l'abatte per cotal maniera.

Diciotto abatte Guido da cavallo,

inanzi che trovasse alcuno intoppo.

Ogni amirante, scudieri o vasallo,

vegendo lui, fugiva di galoppo;

e Balugante, re di Portogallo,

che a quel punto fu gagliardo troppo,

scontrò el buon Guido e colla lancia bassa

per mezzo il petto infin di dietro il passa.

Poi ferì Balugante in simil modo

un franco cavalier, ch'era inghilese:

a sette di dar morte si diè lodo

e non trovava da niuno contese.

Raconta l'aütore, a non dir frodo,

che tra feriti e morti ne distese,

in men d'un'ora, ben cinquanta e cento,

tanto feriva con grande ardimento.

Fugian nostri Cristiani avanti ad esso,

vegendol d'arme far tal maraviglia.

Nïuno ardiva andargli troppo presso;

ma chi me' puote da lui campo piglia.

Re Carlo allora, che guardava spesso,

verso lo stormo inalzava le ciglia:

vedea e Cristian tanto disavanzare

e tutti quanti adietro ritornare.

Domandò Carlo: — Chi è il cavaliere

che nostra gente così mette in volta? —

Fugli risposto per alcun scudiere:

— Egli è un Saracin che ha forza molta.

Le 'nsegne abatte e fracassa le schiere:

a più di cento ha già la vita tolta.

A Guido d'Avignone ha dato morte

per sua potenza smisurata e forte. —

Udendo Carlo dir di sua prodezza,

non gli par giuoco lo stare a vedere

e dice fra suo cuor: — Saria mattezza,

se lo lasciassi tal modo tenere.

Darebbe a tutta mia gente gravezza,

s'egli ha così infinito potere. —

Così pensoso e doloroso e gramo,

apellò di Baviera el duca Namo,

dicendo: — Re mai più esser non voglio;

a questo punto ti do la corona.

Verso il Pagan, che mostra tanto orgoglio,

voglio andare a provare mia persona.

O io col brando la vita gli toglio

o morta mia persona s'abandona. —

Rispose Namo: — Omè, di che parlate?

Di tale afare più non ragionate.

Come farem se morto fusse voi?

Chi questa gente poi conducerebbe?

State qui e lasciate andare a noi:

per voi andare gran prò non sarebbe. —

Carlo rispose: — Io son pur fermo, poi

che morto è quello ch'amor tanto m'ebbe,

di vendicarlo o di morire tosto

ed a ciò ho io l'animo disposto.

Vegendo Namo la sua voluntade,

grida: — Ch'ognun ferisca alla battaglia! —

Allora i cavalier, ch'avien bontade,

tutti seguieno Carlo di gran vaglia.

Tutta la gente per comunitade

co' Saracini andâr alla visaglia.

Quando il re Balugante vide questo,

alla schiera di dietro mandò presto

e comandò al re che gli guidava

che di presente si traesse avanti.

El capitan suo comando oservava:

avanti fersi i baroni affricanti,

sicché l'un l'altro bene seguitava

da l'una parte e l'altra tutti quanti.

Cristiani e Saracini, a cotal briga,

chi ha più forza l'un l'altro gastiga.

Così tutta la gente fu avisata

alla battaglia ben da ogni parte.

El gridar grande e poi la gran sonata:

chi me' potea adopera tal arte.

La gente per lo campo era tagliata

e 'n qua e 'n là la carne se diparte.

Votar di selle e abattere bandiere

facea chi era franco cavaliere.

Al campo vien Desider di Pavia

colla sua gente, Toscani e Lombardi:

non è in quell'oste miglior baronia.

Pedoni e cavalier, tutti gagliardi,

fan gran tagliata della gente ria.

Con lance e spade, con falcioni e dardi,

fanno que' valorosi Italïani

tutte tremar le schiere de' Pagani.

Non pensate, signor, che stesser muti

alla battaglia allor que' Saracini,

ma come mastri gagliardi e saputi

verso Cristian parevan paladini.

Chi avesse e ricchi amiranti veduti

del Paganesmo, lontani e vicini,

non fu mai gente valorosa tanto,

poi che venne Gesù nel ventre santo.

Signori, a racontar gli avisamenti,

le gran percosse e le ferite assai,

che i franchi cavalier, d'arme possenti,

faceano insieme valorosi e gai,

in fede vi prometto, buone genti,

non crederei poter cantar giamai:

cadean sì spesso e cavalieri arditi,

che 'nsieme combatteano a tal partiti.

Re Balugante su un gran destriere

per la battaglia va forte spronando:

abatte insegne, stendardi e bandiere

e gente assai per terra scavallando.

Carlo di Francia, nostro imperïere,

in lui scontrossi: — Alla morte! — gridando.

L'uno invêr l'altro la sua lancia china,

correndo con superbia e con rapina.

Un sì gran colpo gli diè Balugante

che 'n piana terra lo fece cadere;

poi comandò a sua gente affricante

che per prigion lo debbin ritenere.

Rizzossi Carlo a sì fatto sembiante,

pigliò Gioiosa nel forte tenere:

in qua e 'n là fortemente s'arosta,

mettendo a mala via chi si gli acosta.

Faceva Carlo allora come un orso,

quand'egli è stretto ben da molti cani:

or dinanzi e or di dietro dà suo morso;

così s'arosta Carlo da' Pagani,

tanto che fu aitato e soccorso

da' valorosi suo' franchi Cristiani,

e in sun un poderoso destrier posto,

fu da sua gente lo 'mperier riposto.

Carlo con gran paura dubitava

che Balugante più nollo scontrasse;

dove il vedeva andare, lo schifava,

temendo pur che nollo scavallasse.

Allor di cielo una voce parlava

(un angel credo che Cristo mandasse),

dicendo a Carlo: — Va sopra il Pagano

arditamente con tua spada in mano.

Contra lui Dio ti darà forza tanta

che col tuo brando gli darai la morte. —

Re Carlo, udendo quella voce santa,

che vien dal re della superna corte

fra sé medesmo d'allegrezza canta:

a duo man prende la sua spada forte;

e sprona dove Balugante vede,

che, come fe', d'occiderlo si crede.

En sulla testa un grave colpo dagli

sicché la testa e l'elmo e 'l baccinetto

insino al mento convien che la tagli,

sicché della pianura gli fe' letto.

Poi si rimisse Carlo tra' travagli

dove lo stormo è più calcato e stretto:

ferendo va mostrando sua prodezza,

arditamente con molta allegrezza.

Non gli curava Carlo una medaglia

dapoi ch'egli ebbe Balugante morto:

per l'aspro stormo quella gente taglia

e molti Saracin mette a mal porto.

Nell'altro dir dirò della battaglia

e mostrerovi a tutti, chiaro e scorto,

sì come Carlo Saragoza prese.

Cristo sia sempre alle vostre difese.