CANTARE VENTESIMO
Sempre ricorro a te con riverenza,
serenissimo Padre giusto e pio,
eterna gloria e divina potenza,
governator di noi, superno Dio.
Pregar ti vo' per tua magnificenza
che di memoria illumini il cor mio,
sicché con belle rime in questa storia
io possa della fine far memoria.
Signori, io dissi nel cantar davante
come la gente d'Ugon s'era mossa
per tôrre la città a Machidante,
e com'era a' serragli alla percossa,
gridando: — Moia fé di Trevigante! —
Va dimostrando ogni Cristian suo possa
e per la terra, gagliardi e felici,
fuoco mettean dal lato de' nemici.
Incominciarsi armare e cittadini
e poscia alquanti, qual'eran soldati.
Insieme que' Cristian co' Saracini
fur in più luoghi a battaglia avisati.
Da ogni parte si facien tapini,
ma pure e Saracin son castigati
per li Cristian ch'avisati venieno
e Saracin contra lor non potieno.
Il romore era per la terra grande
per li feriti che traevan guai.
Gente cristiana va da tutte bande,
facendo danno a' Saracini assai.
Per tutta la città il romor si spande.
Così gran zuffa non si vide mai;
e Machidante, che nel tempio stava,
d'esser egli assallito non pensava,
ma chiaramente e certo si credea
che sua gente abbi il romor cominciato.
Correa la gente al foco che vedea;
e non credea d'esser così beffato.
E così stando un messaggio giugnea
a lui dicendo: — Tu hai mal pensato.
Che fai tu che Cristian hanno già presa
tutta la terra, che non han contesa? —
Allora Machidante, udendo questo,
montò a cavallo con molti pensieri
e 'n sulla piazza venne molto presto:
dietro a lui forse cento cavalieri.
Ed Ansuïgi facea gran molesto
d'uomini, d'armadure e di destrieri.
In sulla piazza si fu riscontrato
con Machidante forte inanimato.
Sopra lo scudo Ansuïgi lo fiere:
el forte scudo per forza fracassa;
lo sbergo della maglia e le lamiere
col ferro della lancia tutto passa.
È morto Machidante in sul destriere.
Fra l'altra gente poi sua lancia abassa:
lo scudo imbraccia, el forte destrier pugne;
abatte morti quanti Pagan giugne.
Egli era già passato matutino,
quando quel Machidante sì finia.
Ugon, d'Orlando carnale cugino,
pel romor della gente che sentia,
armato tosto, sanz'altro latino,
su un destrieri altissimo sallia;
ma prima fece su un'alta torre
una bandiera di sua arma porre,
acciò che Orlando sì possa vedere
ch'egli abbia cominciata la battaglia;
poi per mostrare suo grande potere
andò alla piazza, sanza più travaglia.
Per terra quanti truova fa cadere
e suo nemici fende e rompe e taglia.
La gente saracina per temenza
fugien dinanzi alla sua gran potenza.
Per la bontà de' nostri Cristïani
e Saracini già più non potieno:
uomini, vecchi, piccoli e mezani
per non morire a Cristo s'arendieno.
Così della città tutti e Pagani
di battezarsi allotta promettieno;
e la battaglia da ogni parte fue
finita che non si combattea piùe.
Ora torniamo a dir del conte Orlando
che vide su la torre la bandiera.
Subito fra sua gente mandò 'l bando
ch'ognuno avaccio si recasse a schiera.
E Saracini, nïente aspettando,
furon schierati tutti a tal maniera.
Orlando parla dicendo al Soldano:
— Subito vêr la terra cavalchiamo.
Nella città è levato il romore
tra Saracini e Cristian che son drento:
se cavalchiam, voi sarete signore,
e non aremo niun contastamento. —
Dice il Soldan: — Se ti pare il migliore,
andiamo che di ciò son io contento. —
E così insieme, andando con gran scorta,
furo alla terra presso ad una porta.
Ugone avea la porta fatta aprire
acciò che Orlando da quel lato entrasse.
Il conte inanzi a tutti, a non mentire,
il primo fu che nella terra entrasse.
Sulla porta fermossi con ardire
e Durlindana del fodero trasse:
verso il Soldano parla arditamente,
come io vi conterò qui al presente.
— Signor Soldano, come voi sapete,
per la grazia de Dio e mia bontade
da Machidante libero voi sète,
quale assediato avea vostra cittade.
Fin qui pagano tenuto m'avete,
e così ancor vi par la veritade;
ma io la verità vi fo palese,
che son cristiano del franco paese.
Orlando son, nievo di Carlo Mano,
figliuol del conte Milone d'Anglante.
Se vi piacesse, o nobile Soldano,
rinegare la fé di Trevigante
e battezarvi e diventar cristiano,
sare' contento di cotal sembiante.
Se ciò non fate, infin da or vi dico
ch'io vi disfido come mio nimico.
E vo' che voi per verità sappiate
che Cristian dentro sono alla mia posta.
Se quel ch'io dico, subito non fate,
mia mente a diservirvi è già disposta. —
Quando Orlando ha ta' parole parlate,
il Soldan non sapea farvi risposta.
Sansonetto rispose: — Che facciamo?
Di ciò che Orlando vuole, il contentiamo.
E' ci ha da tal pericoli campati,
che, come ha fatto, non so pensare io.
Omai esser possiam certificati
che nessuna possanza ha il nostro Dio.
Or troviam modo d'esser battezati
e ciò non vi dispiaccia, padre mio. —
Rispose con pietà il Soldano allora:
— Ciò che tu vuoi, facciam sanza dimora. —
Sansonetto e 'l Soldano s'acordaro
di battezarsi a nostra fede santa;
poi nella terra con gran festa entraro
con la lor gente insieme tutta quanta.
Ugone ed Ansuïgi riscontraro
presso alla porta forse braccia ottanta:
ognun suo elmo traendo di testa,
insieme si facien carezze e festa.
Quel giorno e l'altro la magna brigata
insieme fecion festa ed allegrezza,
facendo giostre con grande armegiata
giovani nominati di prodezza.
Tutta la gente si fu battezata:
di nostra fede ebbe certa fermezza.
Pilagi, il quale Ugone aveva preso,
ancor si battezò sanza conteso.
E battezossi ancora quella dama
che del Soldano si era figliuola,
ch'era più bella che un fior di rama,
gaia e amorosa più ch'una vïola.
Essendo battezata, Orlando chiama
e disse: — Barone, odi mia parola.
Io t'adimando un don, baron perfetto,
del Soldan con licenza e Sansonetto:
che un de' tua baron, qual più ti piace,
tu mi concedi, s'egli è tuo piacere. —
Alora Orlando ad Ugone verace
disse: — Costei, se fusse tuo volere,
per moglie ti vo' dare, se ti piace. —
Ugon rispuose con molto sapere:
— Non mi dar moglie, che non si richiede. —
Orlando ad Ansuïgi alor la diede.
Fatta tutta la gente battezare
e ritornati a nostra fé cristiana,
Orlando più non volle dimorare,
che già passata era una settimana.
Chiamò Ansuïgi con dolce parlare:
cota' parole umilmente gli spiana:
— Cugino, a guardia qui vo' che rimagna,
co' ventimila c'hai a tua compagna.
E fa che tu sì fatto modo tegna,
che tu possi durar la signoria,
e che la terra ad altrui man non vegna,
per tua scioccheza over per codardia. —
Disse Ansuïgi: — Se Dio mi mantegna,
per me la terra ben guardata fia.
Va, che grazia ti doni Gesù Cristo,
che sopra e Saracin tu facci aquisto. —
Così si fu da lui acomiatato:
similemente acomiatossi Ugone.
Pilagi con Orlando acompagnato
si fu, come la storia dice e pone.
Orlando un bando subito ha mandato
che tutta gente montasse in arcione.
E così l'oste del Soldan fu armata
e 'n sulle navi subito montata.
Alzâr le vele e savi marinari
con vento fresco navicando via:
in pochi giorni, tutti quanti chiari,
giunsono ove il Soldan ha signoria,
ricchi d'arnesi e di molti danari,
dentro Lamecche, la gran baronia.
Allor la festa fu assai per la terra
per la vettoria avuta della guerra.
I cittadini gien tutti armegiando
per la vettoria ch'avieno acquistata.
Passato il quarto giorno, volse Orlando
prender partenza sanza più restata.
Vanne al Soldano, umilmente parlando:
— Signore, io vo' partir con mia brigata,
e voglio che una grazia mi facciate,
che Sansonetto meco ne mandiate. —
Disse il Soldano: — Deh, non mi gravare;
ogni altra cosa m'adimandi, dono;
sanza mio figlio non saperia stare,
che non ho più e già sì vecchio sono,
ch'io non potrei le mie terre guardare,
onde di ciò t'adimando perdono. —
Sansonetto rispuose allora: — Ed io
d'andar con lui fermo ho l'animo mio. —
Allora ebbe il Soldano magior doglia,
udendo quello che 'l figliuolo ha detto;
ma poi che vede che d'andar ha voglia,
con pianto l'ha segnato e benedetto,
tremando com'al vento fa la foglia
per grande amore porta a Sansonetto.
E la sorella ancor di sua partita
rimase con dolore sbigottita.
Anzi che Orlando de là se n'andasse,
un nobil libro gli donò il Soldano,
e da suo parte disse che 'l portasse
a Pampalona, a suo zio Carlo Mano,
però che non credeva si trovasse
de gramanzia al mondo più sovrano.
Orlando cotal dono ricevette:
prese comiato, che nulla ristette.
E con Pilagi, Sansonetto e Ugone
al porto tutti in una nave entraro.
Alzar le vele fece il buon padrone
e navicando van con vento chiaro.
Tutto quel giorno la storia mi pone
che per fortuna nïente piegaro;
e poi la notte, al levar della luna,
mossesi in mare una grande fortuna,
che combattieno insieme quattro venti,
che qua e là la nave percotea:
non vi valea la notte guernimenti,
che l'albero nel mezo si rompea.
Timone e sartie e tutti i fornimenti
pel vento in su quel punto si perdea;
poi, come piacque a Dio, una mattina
trovarsi a terra fuor della marina.
E tutti quattro della nave usciro
e lor cavagli e tutta l'armadura:
malinconosi in su' destrier salliro,
via cavalcando per una pianura.
Per una selva tutto il giorno giro
che non si riscontraro in creatura;
apresso, quando il dì manca suo lume,
passar convenne loro un grosso fiume.
Or dice Orlando: — Lasciate passarmi,
e poscia dietro a me voi passerete;
sul buon caval, con tutte quante l'armi,
per la virtù di Dio me seguirete. —
Poi dice: — Dïo, piacciati d'atarmi,
fattor del cielo e di tutte pianete. —
Per quel profondo fiume il nobil conte
passollo tutto e già non v'era ponte.
Così passaro Ugone e Sansonetto;
e Pilagi era già nel fiume entrato;
ricordandosi pur di Macometto,
non vuole Dio, ch'egli era battezato.
Perché non era ancor cristian perfetto,
l'acqua l'avea di sotto già menato,
che non poteva più, se non che Orlando,
per aiutarlo, se misse notando.
Presel per man dicendo: — Abbi nel core
Colui che nacque di santa Maria; —
e come piacque a Dio, nostro signore,
uscì del fiume per suo vigoria.
Poi cavalcando i baron di valore,
inanzi già non si vedeva via:
la selva è folta d'ogni lato tanto
ch'andar non si potea da nessun canto.
Allora smonta assai malinconoso
e 'nginocchiossi Orlando paladino,
dicendo: — Eterno padre glorïoso,
superna maiestà di Dio divino,
per tua piatà misericordïoso,
or ci diriza nostro buon camino. —
E fatto il priego, si montò a destriere:
come a Dio piacque, videro un sentiere.
Per lo miracol che Cristo mostrava
sì come tutti quattro eran passati,
il sentier dietro a lor se riserrava,
gli arbori insieme s'erano acostati.
Così ognun pensoso cavalcava,
per voluntà di mangiare affamati,
e tutta quella notte infino al giorno
e' cavalcaron sanza far sogiorno.
E cavalcâr infin passato nona,
sì come lupi di mangiar bramanti,
che non trovâr né bestia né persona,
se non che trovâr morti due giganti.
Allora ognun di quelli quattro sprona,
chiamando Cristo e la Madre e suo' Santi.
Trovando quei giganti così morti,
nessun v'avea ch'a ciò non si sconforti.
Diceva l'uno all'altro in lor linguaggio:
— Usarci debbia qualche mala fiera,
che que' giganti in luogo sì selvaggio
ha sì feriti per mala maniera. —
Ognuno, cavalcando di vantaggio,
furono al prato di quella riviera;
ed un bel pome ebber veduto presso,
che per mangiare s'apressaro ad esso.
Così dicendo, scontraro un gigante,
tutto coperto di coiame cotto:
in collo aveva una mazza pesante
di più di cento libre, a non dir motto.
Pilagi, fi che fu di Machidante,
vêr lui sperona suo caval di botto:
la lancia abassa e ferillo nel petto,
sicché 'l passò di dietro a suo dispetto.
E quel gigante per quella percossa
alzò la mazza e lassolla cadere
sopra Pilagi, sì pesante e grossa.
Pilagi il colpo non può sostenere,
che gli fracassa il caval, l'arme e l'ossa,
e morto gli convenne rimanere;
sicché il gigante, Pilagi e 'l cavallo
rimason morti in così fatto stallo.
Orlando allora, tal cosa vegendo,
ebbe più ira che già mai avesse.
E così un altro gigante giugnendo,
venne vêr lui che non par che temesse:
una gran mazza ad ambo man tenendo,
che con gran pena un bue la sostenesse.
Orlando vêr di lui forte sperona
col brando in mano, la franca persona.
Verso d'Orlando il gigante menava
un colpo che 'l credette far morire.
Il conte allora indietro se tirava,
sicché quel colpo nol poté ferire.
Orlando vêr di lui correndo andava,
e 'n sulla spalla el ferì a non mentire,
che per forza la spalla e l'armadura
col brando il fêsse infino alla cintura.
Morto colui, Pilagi sotterraro,
entro la via, che non v'era sagrato,
di lui insieme assai si lamentaro,
che nol vorrebbor mai aver menato.
L'anima sua a Dio racomandaro,
che la riceva nel celeste stato;
poi tutt'e tre, di Dio sempre a suo nome,
andâr dove veduto avien el pome.
E giunti, dismontaron da cavallo.
Ugone in su quel pome fu sallito:
un pome tolse per voler mangiallo;
misselo in bocca per cotal partito.
Parvegli amaro, ond'egli in quello stallo
di quel pome discese sbigottito,
dicendo agli altri: — Non potrem mangiare,
che queste mele paion tutte amare. —
Orlando fu in sul pome montato
per saper se dicea vero o bugia,
ed ebbe in bocca d'un pome assagiato:
parvegli amaro, ond'egli el gittò via.
E così stando, gli venne guardato
e vide, fuor di quella prateria,
una piccola casa su un monte,
e per andarvi in terra scese il conte.
Montò a cavallo e dice a' compagnoni:
— A quella casa voglio cavalcare
e recheronne qualche bandigioni
con che voi vi possiate confortare. —
Signori, andate che Idio vi perdoni,
ed io dirovi nell'altro cantare
sì come Orlando giunse a Pampalona.
Cristo v'acresca in avere e in persona.