CANTARE VENTESIMONONO

By Auteur inconnu

Somma virtù, da cui procede tutto,

padre eternale, onnipotente Dio,

vera giustizia, superno ridutto,

a te ricorro come signor pio:

concedi a me del tuo superno frutto

che imparar possa lo spirito mio

e possa seguitar la bella storia

sì come il libro conta e fa memoria.

Signori, io dissi nell'altro cantare

come Marsilio s'era consigliato

con tutti i suo baron di grande affare

e come Bianciardino avea parlato

e come vuole messaggio mandare.

E poi il re Fiorano ebbe apellato,

re Mazademo e 'l buon re Giustamonte,

re Onoveo e 'l re Feligaconte,

e 'l re Albichi e 'l re Margaritone,

e' l re Ansuigi e 'l buon re Lïonetto:

re Biasamonte e Bianciardin chiamòne.

Allor ciascun, come baron perfetto,

inanzi a lui ginocchïoni andòne.

Disse Marsilio: — A Carlo, in suo cospetto,

dalla mia parte cotale imbasciata

per voi davanti a lui sia racontata. —

E disse lor come dovessin dire

del gran tributo, el qual gli promettea.

Poi fe' Marsilio dieci mul venire,

che ciascheduno gran tesor valea:

le selle eran d'avorio, a non mentire;

i freni d'oro e argento che lucea,

e cigne e sopracigne eran di seta,

le qual valevan molt'oro e moneta.

Molto tesoro ebbon gli ambasciadori

e poi se dipartiron cavalcando.

In pochi giorni sappiate, signori,

arivaron dov'era Carlo e Orlando

dintorno della Stella a ta' tenori.

Gli ambasciador, nell'oste capitando,

furono a Carlo davanti menati

e dentro al suo padiglion dismontati.

Fece lor Carlo grandissimo onore,

come si convenia a cotal gente:

cenâr la sera coll'imperadore

e poi dormiro la notte seguente;

poi il mattin, come apparve l'albore,

furon davanti a Carlo immantenente

dentro dal padiglione, ove assembrati

eran più duchi e principi nomati.

Or udirete bella imbasciaria

che fu disposta da que' imbasciadori

dinanzi a Carlo e alla sua baronia

da que' Pagani falsi traditori.

Re Bianciardin, falsa persona e ria,

davanti fassi dicendo: — Signori,

noi siam mandati da Marsilïone

davanti a Carlo, de' Cristan campione.

Da parte di Marsilio a te vegniamo

e sì dalla sua parte ti saluto.

Sappi che vuole essere al tuo richiamo

e darti per omaggio tal tributo;

bench'al presente non te l'arechiamo,

abbil da me sì come ricevuto:

trecento muli carichi d'argento

e cento d'oro di gran valimento;

e mille astori con mille sparvieri

e da cacciare mille buon brachetti,

trenta girfalchi con mille levrieri,

mille falcon da ucellar perfetti,

e mille donne e fi di cavalieri

e da tor moglie mille giovinetti,

chiariti e rilucenti come specchi,

e per tuo buon consiglio mille vecchi;

e vuolsi a vostra fede battezare

e rinegare Apollino e Macone;

e con tua gente tu debba tornare

fra i Cristïani e lassar sue magione;

e priegati gli debba perdonare

se vêr di te ha fatto falligione. —

Carlo rispose: — In che modo fidarmi

poss'io che tale don debba mandarmi? —

Rispose Bianciardin: — Quando tornato

sarete in Francia con vostra oste magna,

per la festa di san Michel beato,

Marsilio con gran séguito di Spagna

verrà in Francia, com'io ho contato,

a battezarsi con sua turba magna.

El gran tributo allora aporteravvi

ed anche per istaggi doneravvi

venti figliuoli di re incoronati;

ed un mio figlio sarà di que' venti,

che è di li migliori e più pregiati,

che 'n tutta Spagna sia e de' più possenti.

A vosta fede saran battezati.

Ben dovranno e Cristiani esser contenti

quando tanti pro' uomini di lancia

verranno tutti a battezarsi in Francia. —

Carlo rispose: — Se Marsilïone

mi manda tal tributo, son contento;

d'altro non gli farò dimandagione. —

E finì Carlo allor suo parlamento.

Orlando, figlio del duca Milone,

si levò ritto con grande ardimento:

sopra di tutti parlò in tal modo,

come odirete, signor, sanza frodo.

— Carlo, di Francia re e imperadore

di Roma e somma guida de' Cristiani,

con tua bella oste di tanto valore

diciasette anni sopra de' Pagani

stati siam nella Spagna con dolore.

Venuta è quasi tutta alle tue mani:

città e castella in Ispagna abiam prese

e Saragoza è sola a far contese.

Facciasi il campo a quest'oste levare

e 'ntorno a Saragoza ci poniamo,

che Marsilio ci possa favellare

vie più da presso, s'egli è così bramo.

Vedremo se vorrà il tributo dare,

come promesso udito ce l'abbiamo.

Se allora cel vorrà dare, il vedremo;

se altro si fa, ingannati saremo.

Se noi torniamo ne' cristian paesi,

dal re Marsilio avremo duri inganni.

Tanti baron, quanti son qui attesi,

non gli rasembri mai più in cento anni.

Guerregiati sarem da' Navarresi

vie più che mai con grandi nostri afanni.

Dica chi vuole, che per tal tributo

noi diamo il giuoco vinto per perduto. —

Detto che Orlando ebbe sua diceria,

sicché del padiglion tutti l'odiro,

Carlo, sguardando quella baronia

e non parlando, gettò gran sospiro.

Gan da Pontieri colla mente ria

si levò ritto per dir suo desio.

Ora incomincia il tradimento grande,

il qual per l'universo ancor si spande.

Disse Gan da Pontieri: — Intendi, Carlo.

Se ci atteniamo al consiglio d'Orlando,

di voler pur di guerra contentarlo,

in Cristianità noi tornerem quando?

Giamai non torneremo a casa, Carlo:

sempre andrem per lo mondo guerreggiando.

Poiché Marsilio tanto ne promette,

levisi il campo e nïente s'aspette. —

El duca Namo, di Baviera sire,

si levò ritto a re Carlo davanti

e disse, che ciascun potea odire,

ch'eran nel padiglione tutti quanti:

— Carlo, se 'l mio consiglio vuoi seguire,

udito ciò c'han detto gli Affricanti,

manda a Marsilio un tuo car messagio

e saprai poscia tutto el suo coragio.

Il qual gli conti e dica aperto e chiaro

come tu intendi volere il tributo;

che a te venga sanza alcun riparo,

se lui non vuol da te esser distrutto;

che il tributo, el qual dice sì chiaro

venga con esso e battezisi in tutto,

in prima che di qua facci partita,

se non ch'al tutto gli torrai la vita.

Che se ti parti di questa contrada

e torni in Francia e ingànnati costui,

giamai in qua sì nobile masnada

di gente d'arme non torna su lui.

Or ho finito, se 'l mio dir t'agrada,

a ciò che dica poi: dolente fui,

ch'i' ho abandonato il mio adversaro;

senno di drieto a fatica ha riparo.

Ed io voglio esser quel tal messagiere,

se t'è in piacere, a quel re saracino.—

Carlo rispose: — Siedi, consigliere;

d'andarvi non parlare più latino. —

Si levò allor ritto volentiere

di Rana l'arcivescovo Turpino,

dicendo: — Carlo, sì fatta ambasciata

sarà per me a Marsilio contata. —

Disse il re Carlo: — Di ciò non parlare. —

Turpin si tornò subito a sedere.

Orlando disse: — Ed io vi voglio andare

al re Marsilio per cotanto avere.

Se non vorrà o non voglia mandare,

la vita gli torrò con mio potere. —

Carlo rispose: — Tra que' Saracini

non vo' che vada alcun de' paladini.

Mandar vi voglio un altro gran barone,

il qual sia savio e bene aparentato. —

Disse Orlando: — Mandate Ganellone,

che tutto ciò ch'avete adimandato

non ha in tutto questo padiglione

miglior di lui a sì fatto mercato. —

Que' del consiglio allor, piccoli e grandi,

gridaron tutti: — Tal messo si mandi. —

Carlo apellò Ganellon da Pontieri

e disse: — Conte, poi ch'è in piacimento

a tutta l'oste ed a' mie' consiglieri,

a me diletta e molto m'è in talento

che tu vada con questi messagieri

al re Marsilio per l'oro e l'argento.

El gran tributo che promette dare,

sappi se dar lo vuole o se gli pare. —

E quando Gano tal parole intese,

giamai non fu sì dolente né tristo.

Mal volentier tale imbasciata prese,

perché pensava fare un male aquisto.

e gridò forte sì ch'ognun l'intese:

— Se io ci torno, in fe' di Gesù Cristo,

e non son morto da que' Saracini,

costerà questa andata a' paladini. —

Il possente Ulivier che ben l'udiva,

verso di Gano andò con mal volere:

con quanta forza del braccio gli usciva

donava al conte, che stava a sedere,

una gotata, non di forza priva,

sì che 'l fe' quasi di sedia cadere.

Il sangue della bocca d'ogni lato

uscì a Gano, onde si fu adirato,

dicendo: — Caro costeratti, sire,

questa gotata che al presente hai data. —

Col brando in man per volerlo ferire

verso di lui andò a quella fiata.

Il duca Astolfo, d'Inghilterra sire,

vegendo Gan colla mente adirata,

col brando in mano gli correa adosso.

Allora il duca Namo si fu mosso

e prese Astolfo dicendo: — Non fare.

Non esser contra lui tanto fallace:

lascialo del suo danno lamentare,

ch'andar conviengli, poi ch'a Carlo piace. —

Allora Gano cominciò a parlare

davanti a Carlo, imperador verace,

dicendo: — Monsignor, poi che v'agrada,

presto son io a mettermi in istrada. —

Ma dentro d'ira ardeva più che fuoco,

per niquità duramente infiamato,

e fra sé dice: — Egli è mestieri un poco

che non mi mostri d'essere adirato;

ma io farò a' paladin tal giuoco

che ciascheduno a pezi fia tagliato.

Inanzi torni qui da Saragoza,

de' paladin farò tagliata e moza. —

Allora Carlo si fu in piè levato

per dar risposta a' messaggi di Spagna.

Udendo come ognuno avea parlato,

disse: — Messaggi di virtute magna,

io sono al tutto in me deliberato

di mandar Gano in la vostra compagna

per saper da Marsilio suo volere

e che mi mandi il tributo e l'avere. —

I messageri, udendo la risposta,

disson: — Contenti siam di ciò che fate, —

e fuor del padiglion, sanza più sosta,

uscîr ed ebber lor some carcate.

Gan da Pontieri uscì lor alla costa

dicendo: — Io vo', signor, che vi posiate

qui al mio padiglion fino al mattino:

poi prenderemo allor nostro camino. —

Re Bianciardino, il più savio di loro,

rispose: — Per tuo amore siam contenti. —

Così posarsi la notte costoro

infino al giorno, agli albori lucenti:

poi caricaron lor some e tesoro

per caminar que' falsi frodolenti,

e Gan con loro insieme entrò in via

per far di Carlo l'ambasciata ria.

E così cotal gente cavalcando,

re Bianciardino dimandava Gano:

— Com'è forte uomo il vostro conte Orlando

che dà sì grande orgoglio a Carlo Mano! —

Rispose Gan, fieramente parlando:

— In tutto quanto il populo cristiano

non ha nïuno di tanta possanza,

né che di lui non abbia gran dottanza.

Se avesse adosso tutto l'universo,

un vil bisante non dotta né cura,

tanto è di possa pieno in ogni verso

che racontar non ne potrei misura.

Non credo sia gigante sì diverso

che non avesse di lui gran paura;

e s'io dico bugia, chi l'ha provato

dirlo potria se l'ha vivo lasciato. —

Disse il re Bianciardin: — Sariaci modo

o via o verso di farlo morire

per tradimento o per inganno o frodo,

che Carlo non avesse tanto ardire? —

Rispose Gano: — Di questo mi lodo

che alla sua morte voglio aconsentire

pel grande oltraggio e la gran villania

che mi fu fatta da sua compagnia.

Vedretemi Marsilio minacciare

quando sarò in sua corte davanti,

e lui e la sua gente dispregiare

e suo baroni insieme tutti quanti;

poscia con lui io vorrò ordinare

la gran vittoria per voi Affricanti

e la morte d'Orlando e de' compagni

che contra voi son di possa sì magni. —

Disse il re Bianciardin: — Se tu farai

ciò che prometti al giusto mio signore,

tanto tesoro ne guadagnerai

che in Cristianità non fia magiore. —

E così, ragionando insieme assai,

in pochi giorni il falso traditore

in Saragozza giunse nel palagio

là dove il re Marsilio stava ad agio.

Quando Marsilio vide ritornare

i suoi ambasciador con Ganellone

di botto prese loro adimandare:

— Che risposta recate da Carlone? —

Disse il re Bianciardin: — Tutto l'affare

vi conterà qui questo suo barone. —

E Gano avanti parlando si trasse,

che non pareva che punto dottasse.

— Quel vero Dio che l'universo mondo

formò e fece con sua mano propria,

di che tre parti sono a tondo a tondo,

Africa prima, Asia ed Europia,

e da poi tratto ha noi del profondo,

dandoci di sua grazia magna copia,

salvi e mantegna la Chiesa di Roma

e Carlo Magno, che 'mperier si noma;

salvi e mantenga Orlando, sir d'Anglante,

el duca Astolfo e 'l buon Turpin di Rana,

e Sansonetto che fu già affricante;

salvi e mantenga tutta fé cristiana;

abatta il re Marsilio e Balugante

e tutta vostra fé falsa pagana:

chi non crede in Gesù, sire di tutto,

d'avere e di persona sia distrutto.

Messaggio son di Carlo imperadore

e qui dalla sua parte ti comando

che riverenzia, come a tuo magiore,

gli facci e ciò che tieni a tuo comando

della metà vuol sanz'altro tenore

che ne facci signore il conte Orlando;

e con tutta tua gente a suo Idio

torna e riniega il tuo ch'è falso e rio.

E vuol che tu gli mandi il gran tributo,

che gli mandasti a dir che gli daresti;

ed io son qui per il tesor venuto;

ed anche vuole altri patti con questi:

che l'Argaliffo, che è tuo zio tenuto,

davanti a lui prigione il manifesti,

che gli vorrà la testa far tagliare,

perché fe' duo suoi nepoti impiccare.

E se tu non farai quel ch'io te dico,

Carlo e suo oste l'assedio porratti.

Ciò che tu hai, non ti varrà un fico:

tutto rubbare e dibrusciar faratti.

E se tu vorrai esser suo amico

e battezarti ed osservar ta' patti,

tu rimarrai signore ricco e magno,

e se nol fai, tu arài mal guadagno.

Faratti Carlo prendere e legare,

e in Francia ti merrà come mastino;

poi le tue carni farà a' can mangiare,

se non t'arenderai a lui tapino. —

Marsilio, odendo Gano sì parlare,

gran dolor ebbe nel suo cor meschino

e tolse allor con adirata mente

un gran spiedo di mano ad un sergente.

E verso Gano lo spiedo menava

dicendo: — Messagier, non puoi campare.

Non farai più imbasciata, — el re gridava —

— che tutto a pezzi ti farò tagliare. —

Gano il mantello allora si spogliava;

per poter meglio a' colpi riparare

al braccio se l'avolse e poi il brando

della guaina fuor trasse gridando:

— Marsilio, un vil bisante non ti curo,

né te né tutta quanta la tua corte.

Io mi credo sicuro e sì ti giuro

anzi ch'io moia, di dare la morte

a più di cento dentro a questo muro,

tanto mi sento la persona forte;

e se morto sarò, Marsilio, aspetta

che di me Carlo farà gran vendetta.

Un Saracin, ch'avia nome Ardalotto,

che di Marsilio era nievo carnale,

si fece inanzi e disse: — Già non dotto,

o re Marsilio, signor naturale.

Se mi dai la parola qui di botto,

darò a quel Cristian colpo mortale,

che tanto t'ha spregiato nel suo dire,

che più mio core nol può sofferire. —

Marsilio allora non rispose niente

e l'Argaliffo in piè si fu levato.

Vêr di Marsilio parla arditamente:

— Marsilio, il messaggio ch'è mandato

dee dir su' ambasceria compiutamente;

non dee esser offeso né assaltato.

Mandasti a Carlo tua grande imbasciata

e fu da lui con onore acettata.

Se qui facessi morir Ganellone,

ti saria disonore e dapoi Carlo

faria suo sforzo con sue legïone

ed al tutto vorrebbe vendicarlo. —

Allora Bianciardin, falso fellone,

si levò suso per volere atarlo:

— O Marsilio, riguarda Ganellone,

da cui pregio ed onor ricevuto hone.

Questo è 'l maggiore di Cristianitade,

di gran ricchezze e magno parentado,

anzi che parta di questa cittade,

t'insegnarà cosa che ti fia a grado:

di far morire Orlando e sue masnade

che guastano tuo regno e tuo contado. —

Marsilio, quando tal novella intende,

gettò lo spiedo e Gan per la man prende

dicendo: — Io vo' che tu mi facci un dono,

che mi perdoni s'io t'avessi offeso: —

Ridendo Gano disse: — Io ti perdono. —

Avendo il cor di tradimento acceso,

posti a sedere amenduni si sono.

Lasciarem qui il cantare sospeso

E nell'altro dirò del tradimento.

Cristo vi guardi da briga e tormento.