CANTARE VENTESIMOPRIMO
Grazia adimando alla virtù superna,
colui che è Re dell'universo e sire,
che tutto face, conduce e governa,
da lui principio vien, mezo e finire,
che mi conceda grazia ch'io discerna
la storia e sì l'adorni con mie dire,
che chi sta ascoltar, me ne dia lodo,
ed io tragga mia vita in cotal modo.
Signori, io vi lasciai l'altro cantare
sì come Orlando era a caval sallito,
sol per volere a quella casa andare,
che avea veduta e così fu partito
da' suo compagni e briga caminare
su l'alto poggio, ove trovò un romito.
Giunto alla casa, dov'egli n'andava,
l'uscio di fuor colla spada picchiava.
Così picchiando, a lui venne un massaro,
ch'avea degli anni ben due volte cento.
Sentendo quel picchiar sanza riparo,
sì giunse a lui sanza far restamento.
— Questo picchiar ti venderò più caro
che a color ch'oggi uccisi con tormento.
Se diavolo se', vanne alla tua via:
non voler ch'io ti facci villania.
Orlando disse: — Diavol non son io;
esser mi credo perfetto cristiano
e credo in Gesù Cristo sommo Dio.
Orlando son, nievo di Carlo Mano. —
Dice il romito: — Maladetto e rio,
partiti quinci, ch'io sò ben certano
che Orlando mai da Carlo non si parte
e non arivarebbe in queste parte. —
Rispose Orlando: — Egli è la veritade,
ch'io mi parti' da Carlo è ben quattro anni.
In più luoghi ho provato mia bontade:
ho ricevuto briga e assai affanni.
Sono arrivato ora in queste contrade
con duo, sicché non creder ch'io t'inganni.
Per voglia di mangiar son qui venuto,
sicché a mangiar, per Cristo, fammi aiuto. —
Quando il romito ta' parole intende,
ebbe una croce avanti a lui recata,
che mai nessuno per forza la prende,
se non persona che sia battezata.
Verso d'Orlando la croce distende,
ed e' la prese in mano quella fiata.
Quando il romito vede che la piglia,
di ciò si dava allor gran maraviglia.
E fra suo cuor diceva: — Veramente
questi de' esser quello m'ha contato. —
Poi dire al conte: — Aspetta umilemente.
Io voglio andare qua dentro da un lato
per adorare Cristo onnipotente,
e l'angel verrà a me, com'è usato,
arecarmi vivanda da mangiare,
sicché alquanto a te ne potrà dare. —
Rispose il conte: — Io vo' che 'l domandiate
quel ch'egli è di mia donna Alda la Bella,
e poi per verità da lui sappiate
dell'oste di mio zio certa novella,
e come capitò con suo brigate
sopra la Spagna, città e castella. —
Dicea il romito: — Ciò sarà ben fatto, —
e corse ad adorar subito e ratto.
Puosesi quel romito ginocchione
pregando Dio, e l'angelo scendea
e recò quattro tanti bandigione
che l'altre volte recar non solca.
Il romito domanda la cagione
perché tanta vivanda gli adducea.
L'angel diceva: — L'avanzo di questo
darai a quel baron che te n'ha chiesto,
con ciò sia cosa ch'è santa persona;
e però l'ha Dio qui a te mandato.
Digli che Carlo è intorno a Pampalona
come 'l lasciò, con suo oste attendato,
e tostamente l'assedio abandona,
sed e' non vede suo nievo tornato;
sicché cavalchi tosto e non gl'incresca,
e di' che Aldabella è sana e fresca.
E poscia, come tu gli hai detto questo,
da lui di botto ti confesserai,
però che piace a Dio, padre celesto,
che d'esto mondo te diparta omai. —
L'angel si parte e lo romito presto
torna ad Orlando con letizia assai,
e tutto gli contò sanza difetto
ciò che l'angel di Dio gli aveva detto.
Orlando, udendo ciò, Idio lodava,
forte piangendo con divoto core,
e poi a quel romito si voltava
dicendo: — Padre santo, per mio amore
dimmi il tuo nome. — Ed ei non dimorava:
— Sanson di Roma, o conte di valore,
e fui al mondo tra' buon cavalieri;
è ben cent'anni ch'i' lasciai il mestieri.
Poi mi disposi a volere servire
a Cristo onnipotente, signor pio.
Come mi vedi, sanza alcun fallire,
sono stato al diserto con disio:
nessun Cristian non vidi mai venire,
salvo che voi da poi che ci fu' io,
altro ch'alcun gigante o rubatore;
e quelli ho morti con grande dolore. —
E poi volse ch'Orlando il confessasse;
ed egli il confessò e comunicollo.
Idio di corpo l'anima gli trasse
e 'n paradiso gli angeli portollo.
Poi, inanzi che Orlando si mutasse,
apresso d'una grotta sotterollo;
poi tolse il pane che gli era avanzato,
e fu a suo compagni ritornato.
Ugone e Sansonetto facien festa
e la vivanda, che portava loro,
mangiâr, e poi se misson gli elmi in testa
e montâr a caval sanza dimoro.
Van cavalcando per quella foresta,
sempre l'angel de Dio presso di loro;
e tanto per più giorni cavalcaro,
che presso al campo di Carlo arivaro.
Furon posati su una montagna
di lungi a Pampalona ben tre miglia.
Diceva Orlando giù per la campagna:
— O nobil Sansonetto, alza le ciglia
e vedi di re Carlo l'oste magna.
Raguarda ben, non ti far maraviglia
che, poi che Carlo se misse corona,
non seguì sì bell'oste sua persona. —
Rispose Sansonetto: — Orlando, io guardo
e parmi ben che verità mi dica.
Deh, dimmi: de chi è quello stendardo
sì presso alla città ch'è lor nimica? —
Rispose il conte: — Esser potre' bugiardo
s'a dir suo nome durassi fatica;
ma quando prima mi parti' di Spagna,
guardava lì Salamon di Brettagna.
Ed è re di Brettagna a non dir ciancia:
di suo persona ha molte pruove fatte.
Non è nel campo più provata lancia
di suo persona, sì fiero combatte.
Tanto l'ha caro nostro re di Francia,
che per antico l'antiguardia batte. —
Parlando Sansonetto, Ugone e 'l conte,
posarsi disarmati ad una fonte.
Alquanto lasciam qui posare Orlando:
direm di Carlo e di suo falconieri,
che uscì del campo per ir ucellando
per aver cena pel santo imperieri.
Verso la fonte al pogio cavalcando
in tal maniera il nobile scudieri,
così montando per una pendice,
lassò il falcone ad una cotornice.
La cotornice, inanzi al falcon vola
fugendo e fu in un gran bosco entrata.
El falcon la smarrì e 'n aria vola,
e tanto quanto Terigi lo guata;
poi discese il falcon, a non dir fola,
dove è posato Orlando e sua brigata.
Terigi, che calare in giù lo vede,
cavalca là, che ripigliarlo crede.
Cavalcava Terigi molto in caccia
per ritrovar suo nobile falcone.
Essendo presso al conte a venti braccia,
vide seder Sansonetto ed Ugone.
Subito Orlando conobbe alla faccia:
degli altri due non sa la condizione.
Sanza che alcuno de' tre se n'aveggia,
torna Terigi ove Carlo sta in seggia.
E ginocchion dinanzi a lui Terigi
dice: — Mantenga Dio vostra franchezza.
Per lo verace baron san Dionigi
ogi sarete scarco di gramezza,
che poi che vi partisti da Parigi
non ebbe vostro cuor tanta allegrezza.
Pur ora, quando a ucellare andai,
con due Orlando in sul poggio trovai. —
Carlo adirato, d'allegrezza privo,
forte minaccia Terigi in quell'ora
perché non crede che Orlando sia vivo.
— Partiti, — comandò — sanza dimora,
se non ch'i' ti farò di vita privo. —
Onde Terigi uscì tosto di fuora.
Essendo fuor con gran superbia disse:
— Malaggi quel che corona te misse. —
Ulivier di Vïenna il paladino,
vegnendo a Carlo, Terigi scontrava:
udendol bastemiar a tal latino,
subito la cagione adimandava.
Disse Terigi: — Lasso me tapino,
novelle di suo nievo gli portava
ed e' di farmi morir mi minaccia
e sì come un ribaldo fuor mi caccia. —
Quando Ulivier sì fatta novella ode,
gli batte d'allegrezza ogni suo vena,
abracciando Terigi, e fra sé gode,
che mai non crede più aver di pena.
— Là, dov'è 'l mio cognato Orlando prode,
per Dio, Terigi, subito mi mena,
che ti prometto per nostro Dio certo
di tal novella ti darò buon merto. —
Allor disse Terigi: — Cavalchiamo
che 'n su quel poggio a posar il lassai. —
Allora Ottone, fil del duca Namo,
Astolfo col Danese e più assai,
udendo questo, ognun gioioso e bramo,
con più allegrezza ch'egli avessin mai,
giron dov'era Orlando sanza fallo,
ben da cinquanta montaro a cavallo.
Verso del poggio lor camin tenieno
e cavalcando alla fonte arivaro
Ulivier, tutto d'allegrezza pieno,
abraccia Orlando, suo compagno caro,
e gli altri ancora il simile facieno,
e poi di Sansonetto adimandaro
e d'Ugon altresì la sua maniera.
Orlando disse ciascuno chi era
Allor con festa, allegrezza e gran gioia
tornaro al campo facendo gran canto,
cacciando via malinconia e noia,
e ringraziando lo Spirito Santo.
Quando fu messa a fuoco la gran Troia,
per li Troian non si fece tal pianto,
quanto i Cristian s'allegraro a quel punto,
vegendo Orlando, lor campione, giunto.
Fu tutto il campo in quel punto a furore,
andando intorno al conte con gran festa.
Ancor non crede nostro imperadore
che sia Orlando della franca gesta.
Astolfo giva inanzi con rumore;
ne viene a Carlo con grande tempesta
dicendo: — Che fai, Carlo, che non vai
incontro al nievo tuo, ch'è qui omai? —
Carlo, quand'ode pur ch'è veritade
che Orlando suo nïevo era tornato,
uscì de sedia con gran dignitade:
con più baroni a caval fu montato
incontro al conte, con gran quantitade
di cavalier del campo acompagnato,
e volendo smontar per onorarlo,
Orlando smonta e bascia il piede a Carlo.
E Carlo allora per gran tenerezza
la fronte per più volte li basciava;
e poscia Orlando, pieno di franchezza,
in sul cavallo subito montava.
La baronia di grande gentilezza
al padiglion di Carlo se n'andava,
tutti a sedere, com'erano usati,
si furon posti que' baron nomati.
Lo imperador con favelar cortese
dimandò Orlando, ch'era lì presente,
come egli era arivato e in che paese,
quando partissi prima da suo gente.
— Di questi due baron fammi palese
chi sono e donde dimmi il conveniente. —
Orlando disse: — Costui, signor fino,
si è Ugone di Brava, mio cugino.
Quest'altro valoroso giovinetto
si è de Lamecche, figliuol del Soldano:
fassi chiamar per nome Sansonetto
e per mio amor si volle far cristiano.
Tu non hai, Carlo, in tutto tuo distretto
un baron di virtù tanto sovrano:
sappi che per suo scampo ho messo al fondo
due miglior cavalier di questo mondo,
quali fur Polinoro e l'Amostante,
due buon campioni della fé pagana
nepoti intramendue di Machidante,
signor della provincia sorïana,
ed anche le lor terre tutte quante
son sottomesse a nostra fé cristiana.
Gerusalem, Lamecche e la Soria
cristian si reggon per tua signoria. —
Quando il re Carlo intese cotal cosa,
al conte parla con sì fatti motti:
— Ben aggia tua persona valorosa!
Ben aggia quella che in corpo portotti!
O vero Dïo, l'anima riposa
del tuo padre Milon che generotti.
Or potrà dir Cristianità che tue
sia di prodezza superna virtùe. —
Parlando un pezzo in tal ragionamento,
diceva Orlando: — Carlo, signor caro,
ha fatto in Francia nobil regimento
colui che vi lasciasti per vicario?
Com'è 'l paese di lui ben contento?
È egli ancor tuo offizial Macario?
Che è della reina e di mia dama?
Ditemi 'l ver che di sapere ho brama. —
Rispose Carlo: — In fé di Dio ti giuro,
da poi che mi lasciasti a Pampalona,
di Francia a me novelle mai non furo
recate qui da nessuna persona.
Non so se tutto il camino è sicuro,
però che nostra non è la Ragona.
D'assai messagi, che 'n Francia ho mandati,
a rispondere mai non son tornati. —
Orlando a tal parole alzò le ciglia
e di botto ebbe mala opinïone,
dandosi di tal cosa maraviglia.
Parte da Carlo e va al suo padiglione,
e 'l libro in mano subito allor piglia,
di che il Soldano gli fe' donagione.
Dentro del padiglion da una parte
fece un gran cerchio e poi gettava l'arte.
Legendo il libro, ben mille demoni
entrâr nel cerchio, tra piccoli e grandi.
Tutti gridavan con alti sermoni:
— Che vuo' tu, conte? Che vuo'? Che domandi? —
Temette il conte per tal condizioni,
ch'a pena tien ch'a Dio non s'accomandi;
poi disse lor: — Chi ha più maestria
rimanga qui e gli altri vadan via. —
Tutti gridaron: — Macabel rimagna. —
Così rimase e gli altri si partiro.
Orlando dice: — Di' il ver sanza lagna,
se uscir tu vuoi giamai di questo giro.
Perché, da poi che mi parti' di Spagna,
quanti messagi ch'a Parigi giro,
perché non son tornati? Dimmi il vero,
sanza mentire, il fatto tutto intero.
Dimmi novelle di Cristianitade,
della reina e poi d'Alda la Bella. —
Disse 'l demonio: — Tutta veritade
ti conterò a punto la novella.
È la reina con gran dignitade
dentro a Parigi con tua dama bella;
perché novelle non vengon a Carlo,
si è pel modo ch'io ora ti parlo.
Il perché non ci vengon messagieri
si è perché Macario fu tentato
e involto ne' peccati e ma' pensieri,
che tutto il tempo che altrove se' stato,
i messi, che ha mandato lo 'mperieri
di Francia, mai non è nessun tornato;
e alla reina per lettere mostra
che Carlo è morto e tutta gente vostra.
Anche è la verità che domattina
quel malvagio Macario traditore
per moglie debba sposar la reina
e poscia incoronarsi imperadore. —
Allora Orlando gli occhi a terra china,
perché di cotal cosa ha gran dolore;
poscia scongiura, dicendo al demonio
che facesse stornar tal matrimonio.
Respuose el diavol: — Io nol potrei fare.
Sappi che 'l termine è di qui dimani;
ma questa notte ti posso portare
dentro a Parigi ne' luoghi cristiani. —
—Debbati — disse Orlando — contrafare
in quanti modi che tu sai più strani.
Fatti sì sozzo ch'ogni creatura
abbi, vegendo, di te gran paura. —
Allora il diavol si fece un cavallo
oltre misura di grandezza nero.
Poi dice Orlando che di quello stallo
non si partisse e così fe' per vero.
Orlando solo, sanza alcun vassallo,
andonne a Carlo, imperadore altero,
Giugnendo a lui disse: — Re, sanza ciancia,
sonvi portate novelle di Francia. —
Maravigliossi Carlo, ciò udendo;
e poi dimanda dov'era il messaggio.
Allora Orlando rispose dicendo:
— Dentro al mio padiglion vel mostreraggio. —
Carlo e 'l Dusnamo allora andar correndo
al padiglion col conte pro' e saggio.
Carlo, vegendo 'l demon contrafatto,
egli e 'l Dusnamo caddero a quel tratto.
Poi disse Carlo: — Caro nievo mio,
fami sì fatta cosa disparire. —
Orlando allora di ciò l'obbedio:
fece a suo forma il demonio redire
per suo scongiuro e per forza de Dio.
Poi la novella a Carlo fece dire:
lo 'mperadore di ciò sbigottito,
trovar si vuol rimedio a tal partito.
Rispose Orlando: — Ed io farò portarmi
in questa notte dentro da Parigi.
Ucciderò Macario con mie armi
per la virtù del baron san Dionigi. —
Allora dice el Dusnamo: — A me parmi
che tu non vada a sì fatti servigi.
Vadavi Carlo e tu qui rimarrai,
che l'oste fia vie più sicura assai. —
Allora disse Carlo: — Io temo forte
che quel demonio là non mi portasse.
Temo che prima non mi desse morte,
che in mal modo cader non mi lasciasse. —
Rispose Orlando a così fatte sorte
sopra di lui sanza temer montasse.
E così Carlo gli montò adosso,
di spada e di moneta tutto scosso.
Nessuna cosa, la qual croce avesse,
non portò Carlo per far tal camino.
Orlando comandò che lo ponesse
dentro in Parigi inanzi matutino.
Sopra 'l demonio allor Carlo si resse,
vestito a modo d'un ver pelegrino.
E sapiate, signori, che in quel punto
era già 'l sol dove si corca giunto.
Mosse 'l demonio con re Carlo Magno,
alzando via su per l'aria brunita.
Nell'altro dir dirò come con lagno
fu a Macario quel dì tolta la vita
e come molti fecion mal guadagno,
che furon morti di questa partita.
Quel vero Dio, da cui procede tutto,
sazi vi faccia di suo santo frutto.