CANTARE VENTESIMOQUARTO

By Auteur inconnu

Virtù superna da cui tutto muove,

celestïale e divina potenza,

altissimo Signor, superno Giove,

misericordia, giustizia e clemenza,

a te ricorro sempre, e non altrove,

e priegoti con magna reverenza

che concedi a mio cor tanta memoria,

ch'io sappia e possa seguir questa storia.

L'altro cantar, signor, vi fu finito,

come Isolier, sì valorosa lancia,

dentro da Pampalona era redito,

quando il Danese partì per tal mancia.

Torniamo a Carlo, imperador gradito,

ch'era ben otto giorni stato in Francia,

per ritornare a Pampalona magna

chiamò Ghïon, fil del re di Brettagna.

— La signoria ti do come vicaro,

ch'a tutta gente mantenghi ragione,

sia che si vuole, cortese o avaro,

povero o ricco, mercante o barone;

chi ha ragion, fagliela aperto e chiaro,

e sì punisci chi fa falligione. —

Ghïon rispose: — A voi grazia ne rende:

accetto sempre, a voi onor crescendo. —

Poi mandò Carlo un suo fino messaggio

a Desider, ch'era re di Pavia,

che a Pampalona con suo baronaggio

di qui a sei mesi apresentato sia.

Poi Carlo Mano con séguito maggio

con vettoria di Francia si partia

e cavalcando giunse in pochi giorni

dov'era l'oste e suoi baroni adorni.

Fe' tutto il campo di Carlo gran festa:

piccoli e grandi hanno molta allegrezza.

Ghion, che ha la signoria a sua podesta,

per dimostrare altrove sua franchezza

si assembrò di valorosa gesta,

giovani adatti di molta prodezza,

diecimila a cavallo arditi e franchi,

che a far battaglia non erano stanchi.

Radunata la gente sì gagliarda,

fece un vicario in suo simile stallo:

un gentiluomo di possa gagliarda;

e comandogli, e dovesse osservallo,

di fare nella terra buona guarda

a gente a piè e a quella da cavallo,

ed a ogni uomo ragion mantenesse,

sia chi si vuole o che stato tenesse.

Ghïon fe' far bandiere e gonfaloni

a nuove insegne e nuove sopraveste

ad aquile e liopardi ed a leoni,

di cinghiali e cavalli busti e teste,

draghi, serpenti ed ucelli grifoni,

pavoni e galli e molti ucei con creste,

e pesci ed orsi e più diverse fiere

fe' fare a sopraveste ed a bandiere.

Tutte arme, che non furon mai vedute,

fe' far Ghïone a tutta la sua gente,

per che non fosser da niun cognosciute,

né chi fusse si sapesse nïente.

Come tutte l'arnese fur compiute,

con diecimila partì tostamente,

passando Francia, Guascogna e Brettagna,

Navarra tutta ed arivò in Spagna.

Un dì, sull'ora che 'l sole tramonta,

e lascia l'universo intenebrato,

secondamente che l'autor mi conta,

Ghïone a Pampalona fu arivato.

Da l'una parte della terra smonta:

l'oste di Carlo era da l'altro lato.

Trabacche e padiglioni fe' rizare

e gonfaloni e bandiere spiegare.

Tutta la notte vi si riposaro,

facendo festa e stormenti sonando.

Quando aparve al mattino il giorno chiaro,

verso di loro guardò il conte Orlando

dicendo: — Questi donde ce arivaro? —

E sopra ciò forte viene pensando.

A suo compagni la gente mostrava:

per l'oste ognuno si maravigliava.

Diceva Orlando: — Io so bene che io

nella mia zambra ho tutte disegnate

quante arme son di sotto al nostro Dio

di tutte le persone nominate.

Niuna di quelle vi conosco io:

mai non vidi arme tanto travisate.

Idio potrebbe far, ma non Macone,

che quelle fossin per vero persone. —

Que' della terra avieno gran paura

vegendo quella gente così fresca,

bene a caval, coperti d'armadura:

credean che fossino gente francesca.

Da quel lato montâr su per le mura

e raconciavano alcuna bertesca.

Diceva l'uno all'altro de' Pagani:

— Non paion quelle insegne de' Cristiani. —

Re Isolier per saper certamente

che gente era e di qual condizïoni,

fuor della terra uscì subitamente

e seco in compagnia trenta baroni.

Nel campo della cristïana gente

entrò gridando a sì fatti sermoni:

— Per vostro Dio, cavalier, dite a noi

qual'è il maggior capitano di voi? —

Isolier fu menato al padiglione

dov'era il capitan di quella schiera.

Isolier salutòl con bel sermone

dicendo: — Dimmi, sir, di che riviera

sète voi o di qual condizïone?

Di che paese o di che manïera?

Credi tu in Gesù Cristo o in Macometto?

Dimmi la verità, baron perfetto. —

Ghïon rispose: — Io non credo in Gesùe,

né in Macometto non ho mia speranza.

Negl'idoli ho messa mia virtùe

e così credo che abbino possanza.

Dapoi che vuoi sapere donde io fue,

del regno Feminoro per certanza,

io confino con l'India magïore,

dall'altra parte con l'India minore.

Mio padre è un richissimo almansoro,

sir di paesi non potrei dir tanti:

di persone e di terre e di tesoro.

è più ricco che Carlo tre cotanti.

Gran tempo fa mi parti' con costoro,

cercando il mondo di dietro e davante:

soldo vorrei, però che m'è mancato

l'oro e l'argento, ch'io avea recato.

I' ho qui con meco diecimila armati,

ch'uomini sono di grande potere:

si son con sette cotanti avisati

e perdenti gli han fatti rimanere.

Con que' Cristian, che son colà atendati,

con questa gente non credo temere.

se come Orlando fussin forti tutti,

per la mia gente fien tutti destrutti.

Ancor te dico: se questa cittade

fusse di gente ben piena e calcata,

avesson quanto potesson bontade,

per noi sarebbe a mal fine recata.

Sia chi si vuole o di quali contrade,

el qual soldo mi dia a questa fiata,

o que' del campo o vuo' que' della terra,

gl'imprometto di dar vinta la guerra. —

Quando Isolieri udì così parlare,

disse: — Dimmi, baron, s'io ti soldassi,

come mi poteria di te fidare?

Non ti conosco: se tu m'ingannassi? —

Disse Ghïone: — Ed io ti voglio dare,

se hai paura che io ti fallassi,

cavalier cinquecento per istagi

de' migliori ch'io abbi e de' più sagi. —

Disse il re Isolier: — Io son contento.

Giamo a mio padre: accordati con ello. —

Ghïone tolse de' suoi cinquecento:

nella città andò col Pagan fello.

I Pagan fecer gran bisbigliamento

dicendo l'uno all'altro: — Vedi quello?

Vedi quell'altro come sono armati,

bene a cavallo e di persona ornati? —

A vedere corrieno e cittadini

quella gente cristiana tanto bella:

uomini e donne, grandi e piccolini,

di lor bellezze ciascuno favella.

Al palazzo del re, que' guerrier fini,

la magior parte dismontò di sella.

Ghïone con alquanti cavalieri

sul palagio montò con Isolieri.

Dinanzi a Mazarigi inginocchiato

si fu Ghïone in tal modo parlando:

— Quel vero Dio, che fu in croce chiavato,

salvi e mantenga Carlo a suo comando;

e Macometto, ch'è dal vostro lato,

salvi e mantenga voi sempre inalzando;

e gl'idoli, ne' quali io ho speranza,

salvi e mantenga me con gran possanza.

Come io ho detto già al vostro figliuolo,

ch'è qui presente, il qual venne per me,

io tolgo a far dipartir quello stuolo,

che intorno c'è della cristiana fé,

morti e tagliati con gravoso duolo,

e Carlo non fia più di Francia re.

E se non mi dai soldo, io ti prometto

dì destruger la fé di Macometto. —

Re Mazarigi, udendo quel garzone

che prometteva così fatta cosa,

con lui il patto allor tutto fermòne

e della gente tanto valorosa

cinquecento con seco ne menòne;

per istagi gli diè sanza far posa

e disse: — Io vo' che noi facciam tre schiere;

io dinanzi e di dietro Isolïere.

Voi verrete di dietro alla riscossa

con quella gente vorrete menare.

Io andrò oltre alla prima percossa:

tutti e Cristiani farò rinculare.

Come io percuoto, vostra schiera grossa

movete e fate le porte serrare,

acciò nessuno, sergente o scudiere,

di fugir dentro non abbia potere. —

Poscia disse Ghïone alla sua gente:

— Istate sempre armati in ogni fiata,

e come voi sentite certamente

che la battaglia sia incominciata,

levate dentro il romor di presente.

Gente pagana sia tutta tagliata. —

Detto allor questo, uscì della cittade,

tutto soletto sanz'altre masnade.

Giunse a stia gente e félla ben armare

per cominciar co' Cristian la battaglia.

Fece sue insegne tutte dispiegare

e levò il campo con la vettovaglia.

E Mazarigi fe' dentro assembrare

cinquanta mila cavalier di vaglia.

Per la città gridavan più e piùe:

— Or fie destrutta la fé di Gesùe. —

Per la città si faceva gran festa,

sonando trombe, naccari e tamburi:

gli stormenti facien sì gran tempesta,

che smemorar facien vili e sicuri.

Nostri Cristian ch'erano alla foresta,

sentendo quel gridar dentro da' muri,

maravigliarsi molto e lo 'mperieri

apellò Namo e 'l buon Danese Ugieri,

Salamon di Brettagna e 'l conte Gano,

e più nomati baron ch'egli avea.

— Quel gran romor che fa il popul pagano,

che vorrà dir? — Carlo Mano dicea.

Il duca Namo di virtù sovrano

si levò ritto e così rispondea:

— Io credo che i Pagan verranno ancoi

con questa gente avisarsi con noi.

Quella gente che fuori è assembrata,

saran con loro a metterci in impacci,

onde mi par che, sanza più restata,

la nostra gente schierare si facci.

Se vien vêr noi la gente disperata,

ciascuno di defendersi procacci. —

Allor rispose ognuno in tal maniera:

— Seguasi il dir del duca di Baviera. —

Allora fu di botto comandato

a tutti i banderai e guidatori

ch'ognuno fusse a suo gente assembrato

a seguitare i capitan magiori.

Il campo fu subitamente armato,

e montâr a caval grandi e minori

e tre schiere si fecero, e la prima

guidò colui ch'era di tutti cima,

ciò fu Orlando, e la seconda schiera

ebbe il re Salamone in sua podesta

con ottomila di sua gente altera.

Carlo fu nella terza grande gesta:

Ugier con lui, con la ricca bandiera

sempre portando a lui sopra la testa.

Fatte le schiere, i Pagan poco stando,

uscîr della città tutti gridando.

Ghione, vegendo la gente africante,

mosse sua schiera verso il conte Orlando.

A tutta la sua gente gia davante,

la lancia in mano e 'l cavallo spronando:

Orlando verso lui fe' il simigliante.

Quando fur presso, Ghïone gridando

levò su l'elmo e gettò via la lancia:

— Mongioia san Dionigi! Viva Francia! —

Orlando alzò le ciglia e sì gridòne:

— Chi se', baron, con sì bella compagna? —

Disse Ghïon: — Fi del re Salamone,

che t'è dietro, sire della Brettagna. —

Allor l'un l'altro stretto s'abracciòne.

Or lasciam qui costoro alla campagna

e direm de' Cristian che in Pampalona

rimaser, come il libro inanzi suona.

Inanzi che Pagan fussero usciti

fuor della terra migliaia cinquanta,

nostri Cristian furo a caval salliti.

— Viva Carlo e la Chiesa nostra santa! —

gridavan tutti di valor fioriti.

— Muoia gente affricante tutta quanta! —

Van per la terra in qua e in là spandendo:

quanti trovavan Pagani occidendo.

Sentendo que' Pagan, ch'eran di fuora,

il gran romor che dentro si levava,

ciascuno indietro sanza far dimora,

chi me' poteva, ratto si tornava.

Ghïone e'l conte Orlando in su quell'ora

colla lor gente Pagan seguitava,

dando la morte a quanti ne giugneano

e con gran danno dentro gli metteano.

Come e Pagan fur nella terra entrati,

serrâr le porte e andâr sopra le mura

con archi sorïan que' rinegati,

e tutti covertati d'armadura:

— Fatevi inanzi, Cristian battezati,

noi non abbiam di voi nulla paura. —

Nostri Cristian gli lasciavan pur dire

e cominciarono al campo a redire.

Que' Cristian, ch'eran dentro combattendo,

furono allor tutti a pezzi tagliati.

Re Salamone di Brettagna audendo

che 'l figliuol suo ve li aveva lasciati,

di botto l'apellò così dicendo:

— Perc'hai tu questi gioveni menati

di Cristianità qui a far morire,

che per Gesù te ne farò pentire? —

E trasse fuor sua spada e disse: — Pònti

giù in terra ch'io ti torrò la persona,

sicché male a tuo prò passasti i monti

dalla Cristianità a Pampalona. —

Allora si levâr principi e conti

dicendogli: — Non far, santa corona;

perdonagli, perché per giovinezza

ha fatto cotal fallo e per mattezza. —

Tanta fu la preghiera de' baroni

che Salamon gli perdonò tal fallo;

poi tornâr tutta gente a' padiglioni

e disarmarsi e smontâr da cavallo.

Orlando, il fiore di tutti e campioni,

armato sanza scudieri o vasallo

dintorno Pampalona gia vedere

dove le mura avessin men potere.

Andando intorno alle mura guardando,

inanzi gli aparia una feminella

dicendogli: — Baron, che vai cercando? —

Orlando per grand'ira non favella.

Disse la donna: — Ora m'intendi, Orlando.

Se non m'ascolti, arài mala novella. —

Orlando del parlar maravigliossi

e per la donna odir tosto fermossi.

Disse la donna: — Intendi, baron dotto.

Mazarigi in Pamplona ha raunata,

già fa sei mesi, acqua assai per condotto;

e quando questa notte sia scurata,

per metter tutti e Cristiani al di sotto,

dov'è la gente tua tutta assembrata,

farà per arte quell'acqua gettare

per farvi tutti stanotte anegare.

Acciò che tu mi creda sanza errore,

sappi ch'io son la Vergine Maria. —

E subito gettò uno splendore

e, sanza più parlare, sparì via.

Orlando alzò le man con grande amore

dicendo: — Sempre rengraziata sia. —

Ritornò a sua gente e per iscampo

in sulla sera fe' levare il campo.

In su un alto poggio la grande oste

subitamente allora se ricolse,

e padiglioni e trabacche fur poste,

però c'ognun campar volontier volse.

Nell'altro canto con rime disposte

dirò dell'acqua, se ben loro colse.

Io priego quello Dio, che tutti sazia,

che vi conceda a tutti la sua grazia.