CANTARE VENTESIMOQUINTO
Verace Dio, onnipotente padre,
che edificasti l'universo mondo,
poi incarnasti nella santa Madre
e morte sofferisti con gran pondo,
donami grazia con rime legiadre
segua la storia e 'l bel cantar giocondo,
ch'io possa dire bene in ogni lato
ch'io sia da tutta gente ringraziato.
Essendo l'oste de' Cristian partito,
sì come io dissi nell'altro cantare,
del pian in sulla montagna sallito,
re Mazarigi fe' l'acqua gettare,
credendo fare de' Cristian finito
e tutta la pianura fe' alagare;
e poi, come fu fatto chiaro il dìe,
gente pagana della terra uscìe,
dicendo l'un all'altro que' Pagani:
— Or chi potrà tanta roba riporre
quanta n'aranno lasciata e Cristiani? —
E con grande allegrezza ciascun corre.
Ben si credevan, Turchi e Sorïani,
ciò che Cristiani avean rubare e tôrre;
ma, quando vidono 'l campo levato,
ciascun rimase tristo e dolorato.
In Pampalona si tornâr tantosto,
tutti Macon, loro Dio, bastemiando,
Carlo, che 'n sulla montagna era posto,
tornò nel piano pochi giorni stando.
E così il campo fu tutto riposto.
Or lassaremo Carlo e direm quando
il messo, sanza nullo rimproverio,
giunse a Pavia al buon re Desiderio.
Passò la Francia, Provenza e Piamonte:
in pochi giorni fu in Lombardia,
via caminando per piano e per monte,
tanto che fu arivato a Pavia.
Sallì il palazzo con allegra fronte:
andò là dove Desider stagia.
Giugnendo nella sala, riguardollo;
poi dapresso in tal modo salutollo:
— Quel vero Dio, per cui ciascun Cristiano
fu liberato da 'nfernal dolore,
salvi, guardi e mantenga Carlo Mano,
di Francia re, di Roma imperadore;
il duca di Baviera e 'l conte Gano,
Orlando ed Ulivier, pien di valore,
e te, re Desider, salvi e mantegna
e ciascuno in cui fé di Gesù regna.
Carlo di Francia a te, signor, mi manda,
significando che vi aparecchiate
con quanta gente fa vostra comanda
ed in Ispagna tosto cavalchiate.
Intorno a Pampalona alla sua banda
con vostra gente a lui v'apresentiate. —
Disse il re Desiderio: — Ben mi piace
di seguitar l'imperador verace. —
Grande onor fe' Desiderio al messaggio;
poi fe' bandir per tutta Lombardia,
e per Toscana e per ciascun rivaggio,
in ogni parte ove avea signoria,
a conti, a duchi e ad altro baronaggio
tutti s'appresentassino a Pavia:
con quella gente che potessin fare
infra un mese si debbin presentare.
Tutti que' ch'ebbero il comandamento
s' apresentò ognun con sua brigata.
Molti vi venner pur di lor talento
con gente a piè ed a cavallo armata;
ed in un mese sanza fallimento
di gente fu in Pavia asembrata
trentamila Toscani e buon Lombardi
a piè ed a caval, tutti gagliardi.
Diecimila a caval di suo reame
assembrò Desiderio in men d'un mese
e ventimila mastri di legname,
ciascuno ben fornito di suo arnese,
che tutti lo seguivan con gran brame.
Così se dipartì di suo paese:
passando de' Cristian villa e castella,
fu arivato a Pampalona bella.
Quando e' fu presso all'oste di Carlone,
Franceschi ed Alamanni e Borgognoni
ciascun dell'oste si maravigliòne,
vedendo que' cavalieri e pedoni,
ch'erano in farsettacci ed in giuppone.
Diceva l'un all'altro: — Ve' ghiottoni
che Desider da Pavia ci ha menati,
che que' da piè son tutti male armati. —
Desiderio con tutto suo seguìto
andò dov'era Carlo, inginocchione
dicendo: — Quello Dio che fu tradito
salvi e guardi lo 'mperador Carlone
ed Ulivieri e 'l conte Orlando ardito,
el duca Namo e 'l buon re Salamone,
Arnaldo di Berlanda e chiunque crede
in Gesù Cristo ed in sua santa fede.
Monsignor Carlo, io mi ti rapresento
come per tuo messagio mi fu detto.
Venuto son per fare tuo talento
e destruger la fé di Macometto.
Dimi colà dove t'è in piacimento
ch'io ponga campo su questo distretto? —
Carlo, vegendo così fatta gente,
rispose a lui assai turbatamente:
— Va, pone il campo dentro a Pampalona,
nel gran palazzo ove sta Mazarigi. —
Re Desiderio con sua gente buona
se dipartì dal re di san Dionigi
e del parlar di Carlo in sé ragiona:
— Anzi che faccia ritorno a Parigi,
colla mia gente tanto credo fare,
di quel c'ha detto il farò ricordare. —
Desider con sua gente dilungossi
dal campo di re Carlo ben due miglia:
ed apresso ad un gran bosco acostossi
e quanto campo gli bisogna piglia.
Così in tal modo a quel bosco acampossi
con tutta sua masnada e sua famiglia;
poi comandò 'l re che fusse tagliato
molto legname grosso e lì arecato.
E comandò a' mastri tutti quanti
che tosto fossin di legname fatti
gran torri altissime e castelli alquanti
e grilli in quantità e molti gatti
per distruger i Turchi e gli Africanti.
I maestri, ingegnosi e bene adatti,
cominciarono a far molti castelli,
come sapevan, congegnati e belli.
E que' dell'oste di Carlo ogni giorno
andavano a vedere i Talïani.
Ciascun guardava in qua e in là dintorno
come e maestri menavan le mani.
In venti dì, sanza far più sogiorno,
feron que' mastri lombardi e toscani
torri, castella e gatti cinquecento
e manganelli e mangani ben cento.
Poi mandò a Carlo Desiderio a dire
quando volea combatter la cittade.
Carlo rispose, sanza alcun fallire,
che l'altro giorno con le sue masnade
contra Pagani volev'egli gire
e dimostrar contra lor suo bontade.
Re Desiderio, udendo l'ambasciata,
l'altro giorno ebbe sua gente assembrata.
Anzi che 'l giorno fusse reschiarato,
tutti nostri Cristian furon a schiere
e ciascun capitan bene avisato
e rassegnate tutte le bandiere.
Quando 'l popul cristian fu assembrato
e tutta gente montata a destriere,
Carlo fe' quattro schiere di sua gente
che ciascuna ebbe capitan possente.
La prima si fu data al conte Orlando
con ventimila secento persone;
la seconda guidò a suo comando
con ottomila il buon re Salamone;
la terza, doppo le due seguitando,
guidò il falso conte Ganellone,
di suo legnaggio con sessanta conti,
trentamila a cavallo presti e pronti.
Nella quarta fu Carlo imperadore
e Namo di Baviera e 'l buon Danese
con altra baronia di gran valore,
ch'eran con Carlo sempre a suo difese.
Re Desiderio per cotal tenore
fe' della gente de lo suo paese
due schiere a quella città acostare
con gran difici ch'avea fatto fare.
Come il re Desiderio fu acostato
colla sua gente intorno della terra,
il conte Orlando va da l'altro lato
colla sua gente bene usi di guerra.
Re Salamon con sua gente avisato
da l'altra parte andò, s'el dir non erra.
Gan da Pontieri fece il simigliante:
colla sua gente si trasse davante.
Carlo né la sua schiera non si mosse,
ma si rimase adietro sì schierata.
Ciascuna di quelle altre ben percosse
e la città ebber tutta assediata,
rïempiendo dintorno le gran fosse.
Gente africante fu tutta montata
su per le mura, tutti bene armati,
di ciò che fa mestieri a ta' mercati.
Molte frecce con archi sorïani
e lance e dardi e sassi in quantitade
gittando giù, gridavano a' Cristiani:
— Fatevi inanzi, s'avete bontade.
Se voi venite con noi alle mani,
non tornerete mai 'n Cristianitade. —
E Cristian pure inanzi si facieno
combattendo e Pagan si defendieno.
Nostri Cristian ponevan molte scale,
credendosi montar sopra le mura.
Isciagurato colui che vi sale,
se non è ben coperto d'armadura:
di sassi e dardi sofferir gli cale,
che cade morto in terra alla pianura.
Assai ve si vedevan scale porre
e qual levare e far cadere e tôrre.
Da ogni lato davan la battaglia
nostri Cristian con tutto lor potere,
dando e togliendo a sì fatta travaglia.
Molti vediensi per terra cadere,
che que' Pagani eran di sì gran vaglia
e con tanto finissimo valere
che, qualunque alle mura s'acostava,
morto cadeva e mai non si levava.
E sassi vi piovean da tutti i lati
più spessi che non venne mai tempesta
e lance e frecce e dardi avelenati,
ferendo, a cui le braccia, a cui la testa.
Assai ne fur de' Cristiani amazzati
da quella gente tanto disonesta.
L'un morto sopra l'altro ivi cadea
per lo gettar che ogni Pagan facea.
Dalla mattina a nona combattero
nostri Cristiani con quelli Affricanti:
nulla però aquistar vi potero
e certo sarien morti tutti quanti,
se non che 'l valoroso Desiderio
con suo defici si trasse davanti,
con trabocchi gettando e manganelle
sopra le mura delle genti felle.
Castella di legname e gatti e grilli
si fece a lato alle mura acostare
e di molti uomini armati fornilli
e mastri sotto que' grilli a cavare.
I Pagan non potevano ferilli,
che castelli gli facien rinculare,
e tanto e mastri le mura cavaro,
che gran parte per terra ne cacciaro.
I Pagan da quel lato si partiro.
Desider col suo séguito sicuro,
che vide che Pagani si fugiro,
securamente fe' spianare 'l muro
e dentro entrò ed i suoi lo seguiro.
Quando i Talian nella cittade furo,
Desider gi al palazzo del signore
con sue masnade pien di gran valore.
Per la città fugiva ogni persona
davanti a Desiderio e suoi seguaci,
dicendo l'uno all'altro: — Pampalona
sarà pur d'esti Cristïan mordaci. —
Egli era già passato più che nona
quando i Taliani, guerrieri veraci,
con lor signor, Desider di Pavia,
del gran palazzo preson signoria.
Dentro v'entraron sanz'altre contese
e si rubbaro tutto 'l gran tesoro.
Quando per la città fu ben palese
ch'avevan preso il palagio costoro,
quei ch'erano alle mura, alle difese,
missonsi in fuga e 'l muro abandonoro.
E Cristian, ch'eran fuor, questo vegendo,
maravigliavansi, altro non sapendo.
Quando seppono il modo e la maniera
com'era Desiderio dentro entrato,
Orlando e tutta la sua franca schiera
dal lato dove il muro era aterrato,
a quartier bianca e rossa la bandiera,
entrò come baron bene avisato,
gridando: — Viva Carlo e sue masnade!
Moia Macone che non ha bontade! —
Per la città andavano uccidendo
quanti trovavan di que' rinegati.
Così andando la terra scorrendo,
molti cavalieri ebbero scontrati.
Sansonetto ed Orlando gien correndo
davanti a tutti que' baron pregiati:
scorrendo vidon tra que' cavalieri
che v'era Mazarigi ed Isolieri.
Orlando sprona forte Vegliantino;
la lancia abassa verso Mazarigi
forte gridando: — Viva Dio divino!
Viva Carlo! Mongioia san Dionigi!—
In sullo scudo ferì il Saracino:
a terra l'abatté per tal servigi.
Poi smontò e disse: — Chiedi tu mercede?
Vuoi tu tornare alla cristiana fede? —
Disse re Mazarigi: — O sir d'Anglante,
poi che tu m'hai del destrieri abattuto,
rinegar vo' Macone e Trevigante,
il quale iddio io ho sempre creduto. —
Allor fu preso quel re affricante,
legato stretto e per pregion tenuto;
ed altri, ch'erano in suo compagnia,
qual era morto e quale s'arendia.
Sansonetto da Mecche a tal partito
ferì Isolier del brando in sulla testa.
Il colpo il fe' star gran pezzo stordito
e di tenersi non avea podesta.
Sansonetto dicea: — Barone ardito,
vuo' tu tornare alla cristiana gesta? —
Disse Isolieri: — Non posso altro fare:
a te m'arendo e vômi battezzare. —
Allor fur presi amendue que' signori
ed altri ch'eran con lor caporali.
Molti ne furon morti con dolori,
non si volendo render que' cotali.
Rubando gieno piccoli e magiori,
Alamanni, Franceschi e Provenzali,
per la città donne, fanti e fantini,
facendo molti di lor star tapini.
Salamon di Brettagna con sua gente
nella città entrò sanza contese.
Gan da Pontier, traditor miscredente,
con trentamila entrò di suo paese
e Carlo Mano, lo 'mperier possente,
col duca Namo insieme col Danese,
con la sua schiera entrò in Pampalona,
sanz'esser contradetto da persona.
La città allora fu tutta rubbata
e morto chi non volle a Dio tornare.
Meza la gente e più fu battezzata:
chi 'l fe' per fede e chi per iscampare.
Quando la gente si fu riposata,
Carlo nel gran palagio volle entrare,
là dove Mazarigi dimorava,
e per entrarvi con sua gente andava.
Quando il re Desider vide venire
in sulla piazza Carlo e sue bandiere,
fece a sua gente comandare e dire
che non lasciassino entrar lo 'mperiere,
né la sua gente al palagio salire,
sia chi si vuole, sergente o scudiere.
— Che si ci vien, co' sassi il salutate,
né Carlo né nessun non riguardate. —
Franceschi ed Alamanni e Borgognoni
ed altra gente, che Carlo seguiva,
del palagio montavan gli scaglioni
forte gridando: — Carlo Mano viva! —
E Talïani, come fier dragoni,
con dardi e chi con sassi li feriva.
Giù per le scale voltar gli facieno:
morti e feriti molti ne cadieno.
Non s'acostava nïuno al palagio
che da Lombardi non fusse percosso.
A cui giugnea un sasso stava ad agio,
che gli rompeva tutte l'arme indosso.
Dicea l'un l'altro: — Traditor malvagio
re Desider ci s'è rivolto adosso. —
Carlo di ciò molto maravigliando,
chiamò così dicendo il conte Orlando:
— Va a Desiderio e dimanda perché
rivolto s'è contro la gente mia;
dimanda se ha rinegata la fé
di Gesù Cristo, figliuol di Maria. —
Orlando allor più dimora non fe':
presso al palagio cavalcando gia.
Dicevano i Lombardi al re gridando:
— Gettiamo noi de' sassi al conte Orlando? —
Disse il re Desiderio: — Non gettate;
vegiamo quello che Orlando vuol dire.
Tanto che venga suso, v'arestate. —
Di piazza Orlando cominciò a dire:
— Re Desiderio, or mi manifestate,
perché i nostri Cristian fate morire?
Avete rinegato vostro Iddio
o volete da Carlo omaggio o fio? —
Disse il re Desider: — I' vo' da Carlo
mezo il tesoro che ci s'è rubato,
sicché io possa alla mia gente darlo;
e Toscani e Lombardi in ogni lato
il brando a lor voler possin portarlo,
voglin al collo o voglin cinto al lato;
e voglio che 'n Toscana e Lombardia
doppo mia morte mai più re non sia. —
Quando Orlando ebbe Desiderio odito,
tornò a Carlo e contogli il tenore.
Disse Carlo: — Che sia tosto fornito
ciò ch'egli vuole, ch'è degno d'onore. —
Ed allora il tesoro fu partito;
e fatti i patti, el buon imperadore
montò in sul palazzo per posarsi
e prendere agio e alquanto rinfrescarsi.
Tutta la gente si pose a diletto:
molti Pagani si fêr battezare.
Or i' vo' far qui fine a questo detto
e conterovi nell'altro cantare
come Carlo, l'imperador perfetto,
volle a Marsilio messagio mandare.
Io priego quello Dio, ch'è sommo bene,
che ci conduca in gloria sanza pene.