CANTARE VENTESIMOSECONDO

By Auteur inconnu

Grazia divina del regno superno,

che incarnasti nella Madre santa

per liberarci da pene d'inferno

e l'umana natura tutta quanta,

la quale era dannata in sempiterno,

per tua piatà dammi scïenza tanta

che te onorando, sì bel seguir faccia

che a tutti que' che l'udiranno piaccia.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Carlo Mano imperadore

ad un demonio si fece portare

in Francia bella, per cotal tenore,

per volere al mattino discordare

il matrimon che facea 'l traditore;

e dissi come adosso era montato

al diavolo e com'egli era adobbato.

Da Pampalona il diavol si partìe,

con Carlo adosso per l'aria volando,

in sulla sera già passato il dìe;

e pure in su e 'n giù giva inalzando,

dicendo a Carlo: — Cotal terra è quie. —

Tutte le terre gli andava mostrando,

sol perché Dio avesse ricordato,

che a mano a mano l'arebbe lassato.

Diceva Carlo: — Va alla tuo via

e non mi ricordar nulla menzogna. —

Diceva il diavol: — Vedi Normandia,

questo è Bramante e questa è la Guascogna,

quel paese di qua è Piccardia,

quella è la Fiandra e quella è la Borgogna.

Vedi Ciampagna ed anche la Brettagna,

vedi Ginese, Frisonia e la Magna.

Quel castel di quel poggio è Montalbano:

vedi Tremogna dove fu tal guerra.

Quel che ti pare sterminato piano,

si è l'isola grande d'Inghilterra. —

Ispesso ispesso dicea Carlo Mano:

— Io so ben me' di te ciascuna terra. —

E 'l diavol: — Ve' Provenza ed Avignone;

da questo lato di qua è Monlione.

Vedi qui Monpolier, vedi Bordella;

ora se' tu 'n tuo' paesi arivato,

or puoi vedere tutta Francia bella.

Vedi Parigi che c'è qui da lato. —

Discendendo vien più per l'aria snella;

quando fu sopra la scala abassato

del magno e bel palazzo di Parigi,

si sonò matutino a san Dionigi.

Quando udì Carlo matutin sonare,

il viso colla mano si segnòne:

— Lodato sia colui che non ha pare!

Lodato sia san Dionigi il barone! —

Sì come el diavol lo vide segnare,

in sulla scala cader lo lassòne;

ma come volle il Padre celestiale,

l'imperadore non si fe' niun male.

Disse 'l diavolo: — Un dono t'adimando,

che ben ch'io t'abbia lassato cadere,

che tu non dica niente al conte Orlando

che mi vorrebbe in pregion ritenere. —

Disse Carlo: — Va via, io tel comando;

non ti bisogna, ch'il dica, temere.

Dipartiti pur tosto: i' ti prometto

che mai per me non gli fia nulla detto. —

Il diavol se partì nell'ora mala.

Carlo, vestito come pelegrino,

sì se misse ad andar su per la scala

del bel palazzo che fe' far Pipino.

Quando fu giunto nella mastra sala,

guardò e vide dentro ad un camino

che la vivanda dentro si cocea

delle nozze che 'l dì far si dovea.

Quel giorno si dovea incoronare

Macario, nievo di Gan da Pontieri,

e la reina si dovea sposare,

ch'era mogliera di Carlo imperieri.

Carlo, vegendo quelle nozze fare,

allora gli montò magior pensieri

e, quasi che di paura tremando,

alla cuciua andò pan dimandando,

dicendo: — Fatemi del ben, per Dio,

che da Galizia e sant'Iacopo vegno. —

Disse un cuoco poltronier, brutto e rio:

— Di parecchie mazzate se' tu degno.

Ancora non è giorno, ben vegg'io,

e tu vien su così sanza ritegno.

Va via e torna cogli altri bricconi

quando aràn tutti mangiato i baroni. —

Disse l'imperador: — Deh pure un poco

o di pane o di carne o qualche bene. —

Un cuoco si levò allor del fuoco

e 'nverso Carlo con un stizzon viene

dicendo: — Partiti di questo loco,

ch'io ti darò con questo baston pene. —

Carlone alzò allora il suo bordone

e in sulla testa a quel cuoco crosciòne.

E gli altri gli traevan tutti adosso

con uncini, con mazze e chi con pale.

Carlo s'arosta con quel bordon grosso:

a chi cogliea non valea altretale.

Qualunche era da quel bordon percosso

o e' moriva o egli stava male.

Tre ne fur morti e gli altri gir fugendo:

— Accorrici, Ghïon, — forte dicendo.

Carlo giù per la scala se n'andava

per paura di non esser trovato.

Un giovinetto tosto si levava

con un bastone di nerbo ferrato

ed in cucina subito n'andava

dicendo lor: — Che avete voi pensato?

Sète voi ebri, che così gridate?

In malan Dio vi metta: in pace state. —

Dissono e cuochi: — Un briccone ci venne,

che domandava per Dio caritade.

Perché non ebbe, nïente si tenne:

prese il bordone con gran niquitade.

Per sua franchezza tre morire fenne,

che contra lui non ebbero bontade. —

Ghïone, udendo così fatto motto,

col baston gia alla scala di botto.

Disse Ghïon: — Malvagio poltronieri,

va pian ch'io tel farò caro costare. —

E Carlo disse: — O nobile scudieri,

in cortesia, deh, debbimi ascoltare.

Novelle venni a dir dell'imperieri

ed eglino mi vollon pur cacciare.

Da sant'Iacopo vegno e vidi Carlo

a Pampalona, più chiar che cristallo.

E vidi di Brettagna Salamone

e Namo di Baviera e 'l buon Danese,

Gan da Pontieri, Gualtier da Monlione

ed Ulivieri, il possente marchese,

Orlando figlio del duca Milone,

Astolfo figlio d'Ottone inghilese,

Arnaldo di Berlanda, el buon Turpino,

Ottone e Berlinghieri, Avolio, Avino.

El conte Orlando da Mecche è tornato:

con esso seco un Pagan giovinetto,

il quale a nostra fé è battezato,

fi del Soldan da Mecche, Sansonetto,

Ugon di Brava, il quale fu mandato

con Ansuïgi, giovine perfetto.

Tornato è il conte Orlando sanza pecche:

Gerusalem ha presa e pur Lamecche. —

Quando Ghïone, udì ch'egli era vivo

Carlo con tutta la sua baronia,

d'allegrezza non fu nïente privo;

già non ebbe di ciò maninconia.

De vittoria gli par ch'avesse ulivo

né mica pare allor pien di pazzia;

ma, come savio e dotto, Carlo prese

dicendo: — Vien su, peregrin cortese. —

Nella camera sua l'ebbe menato

e recogli da bere e da mangiare.

Quando Carlo ebbe a suo voler mangiato,

disse: — Io vorre' alla reina parlare. —

Ghïone alla sua zambra ne fu andato

e fortemente cominciò a picchiare.

E quella dama, che il picchiare intese,

subito il fatto si pensò palese.

L'uscio si serrò dentro fortemente:

en su un letto stava sospirando,

però che si credeva veramente

fusse Macario sanz'altro dimando.

Ghione diceva: — Reina piacente,

i' son Ghïon, che sono al tuo comando;

un che di Spagna vien da genti felle,

di Carlo monsignor reca novelle. —

La dama, udendo dir cotai tenori,

la camera con furia grande aprìe

ed a Ghïone uscì allor di fuori:

— Che novelle son queste che tu dìe? —

Disse Ghïone: — Più che mai migliori,

se ver me dice un pelegrin ch'è quie.

Egli ha veduto Carlo e sua persona

colla sua gente intorno a Pampalona.

Vieni su, bella dama d'onor degna,

al pelegrin che è nella zambra mia.

Se Carlo Man, cui Dio salvi e mantegna,

sì come dice, è ver che vivo sia,

per quello Dio, per cui possanza regna,

Macario vostro marito non fia. —

Disse la dama: — Andiam ch'il vo' vedere,

queste novelle ben voglio sapere. —

Nella sua zambra Ghïon la menòe.

Come Carlo la vide, inginocchiossi:

la dama allor si rizzasse parlòe.

Carlo subitamente allor rizzossi:

allato a lei per mezzo s'acostòe

e col cappello gli occhi covertossi.

Disse la dama: — Dimmi, pelegrino,

che novelle del fi del re Pipino?

Che novelle me di' dell'imperieri,

del conte Orlando figliuol di Milone,

del duca Namo e del Danese Ugieri,

del valoroso e pro' re Salamone,

d'Astolfo d'Inghilterra e d'Ulivieri,

Avino, Avolio, Berlinghieri e Ottone,

del fi Giraldo, Arnaldo di Berlanda,

e ciascun che di Carlo segue banda? —

Disse allor Carlo: — Tutti salvi e sani

dintorno a Pampalona sono stesi.

Carlo vid'io cogli altri Cristïani,

se io non erro, è meno di duo mesi.

Assediati hanno que' miseri cani,

che da nessuna parte son difesi. —

La dama, udendo dir novella tale,

ebbe allegrezza assai, a non dir male.

Una catella aveva la reina,

che sedici anni l'aveva tenuta

e per usanza avea sera e mattina

essere a Carlo una volta venuta.

Non la toccasse altra dama o fantina:

di far carezze ad ogni altro rifiuta.

Com'ella vide Carlo, i piè fiutogli;

poi tutto il viso per festa leccogli.

Dal capo ai piè tutto quanto il leccava,

che d'allegrezza parea si strugesse.

Per maraviglia la dama il guardava,

forte pensando perch'ella il facesse.

La catellina leccar non ristava,

che ben parea ch'ella lo conoscesse.

Disse la dama: — Dimi tal novella.

Perchè ti fa tal festa la catella?

Hai tu più volte sto palazzo usato?

Se' tu qui stato per scudiere o fante?

Se non a Carlo, a niuno che sia nato,

la catella non fa cotal sembiante. —

Carlo per cotal modo ebbe parlato:

— Già non son io poltroniere o troiante,

che veggio ben mi cognosce una fiera

e non tu che se' vera mia mogliera.

Io son Carlo, figliuol del re Pipino,

imperador di Roma e re di Francia,

e perch'io sia qui come pelegrino,

sanz'armadura, scudo, spada o lancia,

sanza scarlatto o drappo alessandrino,

in buona verità, a non dir ciancia,

ben mi dovresti cognoscer vegendo,

sanza parlar, non che tanto dicendo. —

La dama fisso il riguarda nel viso

e forte lo vedea trasfigurato:

— Lo 'mperador non se', ch'egli è conquiso.

Dov'è Gioiosa che portavi a lato? —

Carlo le disse allor sanza diviso

sì come il diavol l'aveva recato

e per la croce, la qual dentro v'era,

non la poté recar per tal maniera.

Disse la dama: — Mostrami l'anello

che io ti diedi quando mi sposasti. —

— Vedilo — disse Carlo — anco più bello

che 'l primo giorno che tu mel donasti. —

La dama ancora non si atenne a quello

e disse: — Io vo' saper tanto che basti.

La croce che in sulla spalla ritta hai,

se me la mostri, lo'mperier sarai. —

Carlo si dispogliò fuor la schiavina

e tutta si spogliò la destra spalla;

poscia mostrò la croce alla reina.

Quando la vide, d'allegrezza galla:

insieme s'abracciâr quella mattina.

Diceva la reina: — Sanza falla

tu sei colui che, se tu fossi morto,

tutta Cristianità era a mal porto. —

E così amenduo per allegrezza

caddono in terra tutti trangosciati;

e così insieme per gran tenerezza

in sullo spazzo stavano abracciati.

Ghion che mostra esser pieno di mattezza,

vegendoli posare in tali stati,

sopra di Carlo andò con un bastone

dicendo: — Che fai tu, falso briccone? —

Disse la dama: — Ghione, posa posa,

che questo è Carlo Mano imperatore. —

Ghïone, udendo dir sì fatta cosa,

Carlo abracciò con grandissimo amore

dicendo: — Dio e la madre pietosa

salvi e mantenga sempre vostro onore;

e chi contra di voi, Carlo, è fallace

distrutto sia sanza riposo o pace. —

Carlo, non conoscendo il giovinetto,

disse alla dama con letizia magna:

— Chi è costui? — Ed ella gliel'ha detto:

— Figliuol di Salamon, re di Brettagna,

che Salamone il lasciò piccioletto,

quando cogli altri seguio in Spagna.

E sappi, Carlo, che Macario ha presi

tutti e tuo' amici di questi paesi.

E questo giovine arebbe apenduto,

se non che per la corte si fa pazzo,

onde Macario non l'ha già temuto

e come d'un buffon sen tra' sollazzo.

Ed io per compagnia me l'ho tenuto

già fa due anni meco in sul palazzo.

Più lettere Macario m'ha mostrate

com'eri morto, tu e tue brigate.

Più e più volte quel traditor fello

per sua mogliera mi volea sposare.

Non volsi mai aconsentire a quello,

che m'arei nanzi lassata tagliare.

Questa mattina mi dee dar l'anello;

ma poi che sète qui, non si può fare.

Voi sète savio, sì ch'a tal bisogna

saprete riparar sanza vergogna. —

Carlo, che 'ntese sì fatto sermone,

non sapeva in che modo ripararsi:

con gran sospiri dimandò Ghïone

se niun rimedio potrebbe trovarsi;

e se in Parigi ha conte o niun barone

che con sue gente potesse fidarsi.

Disse Ghïone: — Quattro vostri amici

ci son rimasi, che fien più felici,

che ducento uomini a caval faranno,

i qua' saran sempre a vostra richiesta.

Questo giorno, se Dio me dia il buon anno,

a quel Macario taglierò la testa;

e a tutti quelli che lui seguiranno

a mio poter darò lor mala festa.

Morti saran tutti que' di Maganza,

se 'l mio baston non mi fa disleanza. —

Lo 'mperier disse: — Va segretamente

a questi quattro, alle lor magïoni

e come io son tornato qui al presente

fa che tu conti e per che condizioni;

ch'abbino aparecchiata la lor gente

questa mattina armati in su roncioni

in sulla piazza colle armi coperte,

acciò che non si veghino scoperte.

Com'udiranno levato il romore,

di questa piazza piglino le strade,

gridando: Viva Carlo imperadore!

Chi 'l contradice, sia messo alle spade,

ferendo tutti con allegro core,

dando loro ferite sconce e lade. —

Disse Ghïon: — Ben ch'io mi mostri matto,

me' che altr'uomo farò questo fatto. —

Poi disse Carlo alla dama pregiata:

— Quando Macario ti vorrà sposare

dentro alla chiesa, sì come è usata,

umilemente l'arài a pregare

che tu non voglia lì esser sposata.

Me' che dell'altre vogli usanza fare,

che donne di borgesi e mercatanti

cotale usanza fanno tutti quanti.

Dirai: «Io sò reina e imperadrice,

sicché da l'altre debbo aver vantaggio.

In sul palazzo vostro più felice

mi sposerete con gran baronaggio».

Se di non voler farlo pur vi dice,

prieganelo mostrando buon visaggio;

ed e' per compiacerti e contentarti

in sul palazzo verrà a sposarti. —

Quando Carlo ebbe tal sermon parlato,

Ghione si parte sanza restamento.

Del palazzo ebbe tosto dismontato

ed una stalla aprì e trovovi drento

un palafreno ambiante e ben selato,

el qual valea trenta marchi d'argento.

Su vi montò il valletto e andò in piazza:

giva spronando ed in collo la mazza.

Ghione giva gridando fortemente:

— Levate su, mercatanti e borgesi,

a fare onore a Macario possente,

principi, duchi, baroni e marchesi. —

Nell'altro canto dirò, buona gente,

secondo che nel principio compresi,

come Macario traditor fu morto.

Cristo del ciel vi conduca a buon porto.