CANTARE VENTESIMOSESTO
Madre de Dïo, vergine gloriosa,
con riverenza un dono t'adimando,
che facci la mia mente virtudiosa,
ch'io possa sempre seguir megliorando
la grande storia bella e dilettosa.
Signor, fini' nell'altro dire quando
Desider volle tre patti da Carlo;
poscia lasciò nel palazzo montarlo.
Tutto quel giorno la gente posossi:
la notte fe' la guardia alquanta gente.
Re Mazarigi, quale battezossi,
in sulla mezanotte chetamente
sun un caval di posta tosto armossi
e della terra uscì segretamente.
Verso di Saragoza suo camino
prese quel reo malvagio Saracino.
Quando fu l'altro giorno reschiarato,
Cristian di Pampalona su levarsi.
Di Mazarigi fu assai cercato
per la città, ma non potea trovarsi.
Immaginâr che se ne fusse andato
com'era, e più di lui non impacciarsi.
E stando a Pampalona nel palazzo,
Carlo e sua baronia con gran solazzo,
un messageri li venne davanti
dicendo: — Monsignor, di Spagna vegno.
Marsilio ha raunati guerrier tanti
che non è più nel cristianesmo regno,
di Barberi, di Turchi e d'Affricanti:
vêr di te vengono sanza ritegno.
In Saragoza egli ha già assembrati
quattrocento migliaia d'uomini armati.
La magior parte son gente a cavallo,
coperti d'arme, e finissimi arcieri:
cento migliaia ve n'è che sanza fallo
mostrano d'esser perfetti guerrieri.
Non aspettar, Carlone, in questo stallo:
va contra lui con tuo buon cavalieri,
che 'n Saragoza per più si ragiona
che quella gente verrà a Pampalona. —
Carlo apellò Namo e 'l Danese Ugieri,
Gan da Pontier, Salamon di Bretagna:
— Ora mi consigliate, consiglieri,
se meglio è cavalcar invêr la Spagna
sopra Marsillo o mandar messagieri
ch'obedir vegna a mia potenza magna. —
Namo rispose arditamente e baldo:
— Battasi il ferro mentre ch'egli è caldo.
Monsignor Carlo, quando il mar bonaccia,
il vento è ritto, non calar le vele,
non pigliar porto, ma fra mar ti caccia
e non aver di fortuna rio fèle;
e così io consiglio che si faccia
sopra Marsilio e sua gente crudele.
Poi che tu hai or questa città presa,
se gli vai contra, non arà difesa.
Se tu gli mandi messo o imbasciata,
non pensar tu che ti voglia obedire,
ma con la gente ch'egli ha assembrata,
ti vorrà il passo fin qui contradire.
Come io t'ho detto già un'altra fiata,
il me' saria tosto contra lui gire.
Suo voler dica omai, giovine o veglio,
che a me pare aver detto il vero e 'l meglio. —
Salamon di Brettagna in piè levossi
dicendo: — Ciò che Namo ha detto sia.
Sanza mandar messo, siam tutti mossi:
non fa per noi mandare ambasciaria.
I Pagan sono stati sì percossi
che a Saragoza ricordo ne fia:
giam seguitando e facendo lor danno
distrugendoli e lor s'arenderanno. —
Disse il Danese: — Namo ha ben parlato
e Salamon ha detto l'altretale.
Per mio consiglio si sia accettato
e messo a secuzion sanz'altro male. —
Gan da Pontieri in piè si fu levato
e parlò come falso e disleale:
— Carlo, a me par che un messagio si mandi
di questi tua baron e de' più grandi.
Se noi andiamo sopra que' Pagani,
io credo ben che noi sarem vincenti,
ma fien morti de' nostri Cristiani
gran quantità e fattone dolenti.
Se possiam sanza venire alle mani
con esso lor che vi sieno obedienti,
mandesi un messo, ch'io credo per vero
farà Marsilio tuo voler intiero. —
Carlo rispose: — Ed io vi vo' mandare
poi che ti pare el meglio ed a me piace.
Or qual sarà quel che vi voglia andare
ad ordinar con Marsilio la pace?
Qual saprà me' l'ambasciata contare?
Levate su, o baronia verace. —
Astolfo inglese disse: — Signor mio,
tale imbasciata ben saprò fare io.
Se non vorrà Marsilio obedire,
colla mia spada gli torrò la testa. —
Disse Carlo: — Va, siedi e più non dire.
Troppo ti vanti a sì fatta richiesta. —
Ulivieri di Vienna, pien d'ardire,
si levò ritto, sanza far più resta,
dicendo: — Monsignor, tale imbasciata
sarà per me a Marsilio contata. —
— Va, siedi giù — disse Carlo al marchese.
Subito siede per far sua comanda.
In piè si leva allor, sanza contese,
fi di Girardo, Arnaldo di Berlanda
dicendo: — Carlo, monsignor cortese,
per me sì fatta ambasciata si spanda.
Io credo a lui sì ben saper contare,
che io farò Marsilio a Dio tornare.
Se ei si smagherà dal tuo volere,
colla mia spada la vita li toglio.
Fra sua gente il farò morto cadere;
se io nol fo, apiccato esser voglio. —
Disse Carlo: — Va, tornati a sedere.
Ancora come tuo padre hai orgoglio. —
Arnaldo allor tacette, e Ganelone
si levò e disse: — Ascoltami, Carlone.
Un giovinetto è qui davanti, sire,
duca Ghïon, fi del re Salamone,
uom valoroso e molto pien d'ardire
più ch'altro sia in questa magïone,
che ben saprà questa imbasciata dire
dalla tua parte al re Marsilïone. —
Carlo apellò Ghïone e Ghione tosto
davanti a lui ginocchion si fu posto,
dicendo: — Monsignor, che v'è in piacere? —
Disse Carlo: — Io vo' che subito vada
a Marsilione e di' ch'a suo potere
a me venir si metta per istrada.
Tutto suo signoraggio e suo tenere
sotto me metta sanza alcuna bada.
Se d'esser sotto me vien con dispetti,
di' che da me subito l'oste aspetti. —
— Io credo, signor mio, — disse Ghïone —
— saper ben dire vostra imbasciaria.
Marsilio tornerà al nostro Dio
e starà sotto vostra signoria.
Se di ciò si storrà, ti prometto io,
fra tutta quanta la sua baronia
gli taglierò la testa col mio brando
a suo dispetto, te sempre inalzando. —
Carlo il segnò allora e benedisse.
Dusnamo di Baviera, pur vegendo
che lo 'mperier volea che Ghïon gisse,
pel gran dolor parlò quasi piangendo
e 'nvêr di Ghione in cotal modo disse:
— Prestar ti voglio, e per tuo te lo rendo,
il mio destrier Morel, che mai migliore
non credo sia né di tanto valore. —
Disse Ulivieri: — Ed io ti vo' prestare
Altachiara mia spada infin che torni. —
Orlando disse: — Ed io ti vo' donare
un elmo ch'è di sopra gli altri adorni,
che sempre el debbi per mio amor portare
alla tua vita, di notte e di giorni.
Di sopra tutti questo elmo ha virtùe,
e fu quel che portava Ferraùe.
E quando tu farai ritornamento
vorrò che tu sia sotto la mia insegna
di ventimila 'n compagnia e secento
per la tanta bontade che in te regna. —
Disse Ghïone: — Ed io sarò contento
e priego Dio che sempre vi mantegna,
il duca Namo ed anche lo marchese,
ch'è stato ognun vêr di me sì cortese. —
Di tutte l'armi s'armò allor Ghione
e montò poi sul caval del Dusnamo.
Prende comiato dal re Salamone,
che di suo andar era pensoso e gramo,
però che vedea ben che Ganellone
ve lo mandava per farlo morire;
ma per non dispiacer nïente a Carlo,
segnò 'l piangendo; poi lassò andarlo.
Da Pampalona quel giovine franco
se dipartì a cavallo, bene armato,
che di nulla armadura aveva manco
ed era, cavalcando, adimandato
da quel popul pagan, di guerra stanco,
là dove per andare era invïato.
Dicea Ghïone: — Io vo', se a Dio piace,
a metter tra Marsilio e Carlo pace. —
Tutti e Pagan dicean con allegrezza:
— Il tuo Dïo ti porti a salvamento
sì che ci tragga di questa gramezza,
che non stiam più in guerra ed in tormento. —
Onore gli facien per tenerezza
per ch'era ognun della pace contento.
Ghion giva pur suo camin seguitando,
sanza far resta, ogni dì cavalcando.
E tanto cavalcò per monti e piani
che a Saragoza un dì fu arivato.
Que' della terra, piccoli e mezani,
per vederlo corrieno da ogni lato.
Diceva l'uno a l'altro de' Pagani:
— Questo messagio è da Carlo mandato
per acordarsi con Marsilio e fare
la pace e più con lui non guerregiare. —
Ghïone andava pure alla sua via:
non rispondea a quella gente conta.
Dov'è Marsilio con sua baronia,
in sulla piazza, del cavallo smonta.
Un Saracino apresso gli venia;
secondo che l'autore mi raconta,
di Namo il buon destrier, ch'era Morello,
due calci diè nel petto al Pagan fello.
Sì fortemente gli diede nel petto,
che morto il fe' cader subitamente.
Dicea quel popol pagan maladetto:
— Occiderà quel caval molta gente. —
Ghion lassò quivi il cavallo perfetto:
legollo ad un arpione prestamente.
Su nel palazzo, avanti a Marsilione,
invêr di lui parlò cotal sermone:
— Quel vero Dio che fece Eva ed Adamo
alla sua simiglianza di sabbione,
donde discesi poi noi tutti siamo,
e che morì per noi in passïone,
che nell'inferno davanti eravamo,
giù nel profondo ogni generazione,
com'egli è vero Dio, salvi e mantegna
santa Chiesa di Roma e la sua insegna.
Salvi, guardi e mantenga Carlo Mano,
figliuol che fu del forte re Pipino,
di Francia re, imperador sovrano:
salvi e mantenga Orlando paladino,
el re possente Salamon brettano
e Namo e l'arcivescovo Turpino.
Chi crede in Gesù Cristo, re superno,
cresca sua forza sempre in sempiterno.
Abatta con vergogna, danno ed onte
Marsilio e l'Argaliffo e sua balia,
Falserone e 'l malvagio Fieramonte,
e re Grandonio e Almansor di Soria,
il re Giustante ed il re Giustamonte,
Margaritone re di Sibilìa,
re Bianciardino malvagia persona,
Albissimo e Strugante di Ragona.
Abatta e disconfonda Balugante
e chiunque crede in vostra fe' pagana
d'Apollino, Macone e Trevigante
e 'n altra fé, fuor che fede cristiana.
Sia chi si vuol da ponente a levante,
da mezogiorno fino a tramontana,
chi non crede in Colui che fece tutto,
d'avere e di persona sia distrutto.
Sopra di tutti abatta quel vegliardo
Mazarigi, che è là in quel cantone,
che rinegò Macon vano e musardo
e tornò a Quel che morì in passione;
ora è fugito come vil bugiardo
davanti al santo imperator Carlone. —
E quei Pagan, udendo il giovinetto,
dicean: — Non odi che 'l Cristian ha detto? —
Ghïon si fece un poco più avanti
dicendo: — Marsilion, mal sia trovato.
Maladicati Dio con tutti i Santi.
Com'hai tu tanto all'imperier fallato,
che sanza a te mandar sergenti o fanti,
non glie ti se' davanti apresentato
ad obedirlo sì come maggiore:
esser suo servo ed ei di te signore?
Tu hai tanto fallato al signor mio,
che giamai non dovrebe perdonarti;
ma se tu vuoi ritornare al mio Dio
e con tutta tua gente battezarti,
Carlone è tanto grazïoso e pio,
che ti perdonerà se sai scusarti.
Vieni a lui e dirai che per mattezza
tu abbi fatto contra sua grandezza.
La signoria gli darai della Spagna
e tutto ciò che tieni in tuo balia;
e' ti darà in Francia o nella Magna,
vorrai in Provenza o vorrai in Normandia,
in Inghilterra, in Fiandra o in Brettagna,
vorrai in Bramante o vorrai in Piccardia,
città e castella ed ogni signoraggio
da cui arài sempre fio ed omaggio.
Se non ti arendi, inanzi che sia un mese
da Carlo sarai tu qui assediato.
Tu vedi c'ha di te più terre prese.
Come Ferraù fu morto e straziato
so che 'l sai anche, e più ti fo palese
che questo elmo, ch'è sì bene adobbato,
è quello che Ferraù portava in testa.
Orlando me lo diè a mia podesta. —
Odendo Falseron rimproverare
la morte del figliuol, con gran furore
si levò ritto per volergli dare
con un coltello per lo gran dolore.
Marsilio il prese dicendo: — Non fare.
Non voglio esser chiamato traditore,
che tradimento saria al messagio,
perch'egli sparli, fargli nullo oltragio.
Se l'occidessi, ti saria vergogna
e Carlo in verso noi saria più acceso;
ma se d'occiderlo tuo core agogna,
io ho a ciò un buon partito preso.
Fuor di questa città cotal bisogna
sarà fornita e non arài tal peso.
Per lo camino occiderlo farai
alla tua gente e non si saprà mai. —
Disse il re Falserone: — Io son contento.
Per cotal modo più mi piace fare. —
Così ordinato questo tradimento,
gli fece fuor della terra imboscare
gente a cavallo di gran valimento
avia fra loro di nobile affare,
qua' furon quattrocento e di costoro
fu capitano un possente almansoro.
Comandato gli fu che s'imboscasse
in un gran bosco e ducento con ello;
poscia più innanzi cento ne mandasse
e gli altri cento tutti ad un pennello:
di lungi tutti gli altri seguitasse.
Come 'l Cristian passasse, contro ad ello
ferisson sopra lui alla primiera
sicché non passi mai la terza schiera.
La gente andò come fu ordinato.
Ghione si stette quella notte lì
e la mattina, quando fu levato,
andò a Marsilio, parlando così:
— Marsilïon, se' tu ancor pensato
di tornare a Gesù o no o si?
Che mi rispondi tu dell'ambasciata
che da parte di Carlo t'ho contata? —
Disse Marsilio: — Dirai al re Carlo
che io non temo lui né sue masnade,
che con mia gente credo contastarlo
e dimostrar mia virtù e bontade. —
Allora Ghione, sanza più ascoltarlo,
montò a cavallo e uscì della cittade.
Come si fu tre miglia dilungato,
di ducento a caval trovò l'aguato.
Il capitan dell'aguato primaio
a Ghion si fe' incontro in sulla strada
armato bene, in su un destrier baio,
la lancia in man contra Ghïon digrada.
El buon Ghïone, valoroso e gaio,
andò vêr lui e non istette a bada.
La lancia abassa e correndo scontrollo:
l'arme passò e morto giù gettollo.
Il secondo che scontra e 'l quarto e 'l quinto,
anzi che l'aste rompesse o fiaccasse,
di morte fece ognun rimaner vinto.
Rotta la lancia, Altachiara fuor trasse
sopra di que' Pagani, d'ira tinto.
Certo pareva che vampo menasse,
tagliando capi e piedi e mani e braccia,
e polmoni e budella e ventri straccia.
Non si fe' mai di bestie tal macello,
né di lin viterbese tale infranta,
partendo capi infin giù al cervello.
A tale il naso di sul viso schianta:
elmo né baccinetto né cappello
né nessun'arme non aveva tanta
virtù che s'Altachiara allor li coglie,
non tagli e dia a lui gravose doglie.
I Pagan sopra Ghione ferian forte
di brandi e chi di mazze e chi di lancia:
l'arme ch'avea, facea le spade torte
tornare adietro per sì fatta mancia.
A ben cinquanta diè Ghïon la morte:
a cui tagliava il capo, a cui la guancia.
Vegendosi i Pagani smenomare,
tirarsi adietro e lo lassaro andare.
Ghïon si dipartì forse un migliaro
e, come fu all'entrare d'una valle,
davanti in sulla strada si pararo,
asserragliando vie, sentieri e calle,
cento a cavallo e nïente aspettaro:
chi lo ferì dinanzi e chi alle spalle.
Ghïone ad ambo man prese Altachiera,
rivolgendo il destrier per quella schiera.
Un Saracin, che Cristo gli dia pene
con una lancia in su la destra coscia
verso Ghïone spronando ne viene
per dargli morte e pena con angoscia:
per mezo il corpo la lancia gli tiene.
Sì grave colpo il Pagano gli croscia
che l'arme indosso tutte gli fracassa
e 'l grosso ferro per le reni il passa.
E del corpo gli uscieno le budella
per quel gran colpo crudele e villano:
cadute gli eran già in sulla sella;
con gran dolor le sostenie con mano,
chiamando in voce: — Santa Maria bella,
madre di Cristo salvator sovrano,
di tutti e peccator sommo conforto,
socorrimi che vinto non sia e morto. —
Poi che piacque a Colui che tutto fece,
Ghione se dipartì da quella gente.
Via cavalcando, va pensoso e tace,
racomandandosi a Dio onnipotente.
Nell'altro canto dirò, se a Dio piace,
come Ghïon ferito sì dolente
tornò a Carlo Mano a Pampalona.
Sempre vi guardi Cristo la persona.