CANTARE VENTESIMOSETTIMO

By Auteur inconnu

Io priego quello Dio da cui procede

ciò ch'è passato, presente e futuro:

ogni grazia per lui si dà e concede

e sanza lui niun sarebbe sicuro,

che mi dia grazia, come io ho la fede,

ch'io sapia seguitar con suo alturo

la bella storia, sicché piaccia a tutti

color che son qui per odir radutti.

Io vi lassai nell'altro dir, signori,

sì come Ghione s'era dipartito

da Seragoza e come e traditori

in due lati l'avevano assalito.

Come ne uccise ve disse i tinori

e come fu entro il corpo ferito;

e fugendo ferito e 'nnaverato,

giunse dov'era posto il terzo aguato.

In su un passo, dove avea passare,

eran quei Saracin tutti nascosti.

Come 'l viddono a lor aprossimare,

in sulla strada tutti si fur posti

gridando: — Traditor, non puoi campare,

che duramente prima non ti costi. —

Ghïon, vegendo 'l fatto così gire,

fece ragion di campare o morire.

Le mani alzò al ciel con riverenza

dicendo: — O sommo Creator divino,

o sopra tutti e re pien d'eccellenza,

misericordia abbi di me tapino,

che tolta non mi sia or la potenza

da questo falso popul saracino. —

Poi che si vide a tal porto condotto,

forte spronò 'l destrier ch'aveva sotto.

Per mezzo quella schiera oltre trascorse

il buon destrieri per la sua possanza:

tutta la schiera per forza discorse

a lor dispetto ed a lor menomanza.

Uscì fra loro, che niente si torse;

ed i Pagan, vegendo l'abondanza

del sangue che faceagli la ferita,

lasciarlo andar dicendo: — E' non ha vita. —

Cavalcando Ghïon, tutto pensoso,

in su un colle d'un'alta montagna,

discese giù del destrier poderoso

e, richiamando Dio, forte si lagna

dicendo: — Dio, padre eterno e glorioso,

dammi tanta virtù e possa magna

che tornar possa a Pampalona a Carlo,

quel che Marsilio ha detto racontarlo;

e che io possa rendere il destrieri

al savio Namo, duca di Baviera,

ed al possente marchese Ulivieri

io possa render sua spada Altachiera,

ed esser, sì com'io avea in pensieri,

con ventimila secento a bandiera,

come Orlando per certo m'impromisse,

anzi che io per tal modo venisse. —

L'elmo, ch'avea in testa tanto bello,

si trasse e gittò giù per una ripa.

Volendo poi montare su Morello,

per la gran piaga, che 'l ventre gli scipa,

tre volte cadde il giovinetto snello

dicendo: — Vero Iddio, vuoi tu ch'io sipa

morto ed a Pampalona non ritorni,

però che a cavalcare ho ancor tre giorni? —

Quando si fu gran pezo riposato,

montò a cavallo ed entrò in camino;

e caminando egli era dimandato:

— Chi, cavalier, t'ha fatto sì meschino? —

Ghion disse: — Egli è perch'io ho acordato

Marsilio col figliuol del re Pipino.

Fatta la pace, mi parti' da lui,

ed in un bosco così concio fui. —

A ciascun fortemente ne 'ncrescea

e tutti gli facieno grand'onore.

Chi qua chi là il pigliava e dicea:

— Deh, riposati qui per nostro amore

fin che guarisca. — Ed egli rispondea:

— Ritornar voglio tosto al mio signore. —

Lasciarem qui Ghïone cavalcare

perch' a Marsilio mi convien tornare.

Come Marsilïon seppe per certo

che Ghione da sua gente era campato,

fra suo cor disse: — Omè, io son diserto!

Or fia contra me Carlo inanimato,

dapoi che fia 'l tradimento scoperto. —

E Falserone ebbe tosto apellato:

— Per sì fatta novella, fratel caro,

trovar convienci rimedio e riparo.

Carlo, per vendicar sì fatta offesa,

sanza nulla aspettar, ci verrà adosso.

A Lucerna per far nostra difesa

con diecimila cavalier sia mosso.

Se passa con sua gente avrà contesa;

anzi che vegna qui, sarà percosso. —

E Falseron, diecimila a cavallo,

a Lucerna n'andò sanza più stallo.

Ritorniamo a Ghïon, dov'io lassai

ch'a Pampalona a Carlo ritornava,

sempre traendo gran sospiri e guai

per la ferita che sì lo 'mpacciava.

Cavalcando di giorno e notte assai,

a Pampalona una sera arivava.

Nel palazzo del re il baron saggio

andò dov'era Carlo e 'l baronaggio.

E ginocchione andò davanti a lui

e salutollo come convenia:

— Monsignor Carlo, a Marsilione fui

e raconta'gli vostra ambasciaria.

A me rispose che né a noi né altrui

non darebbe giamai sua signoria,

né che di voi non ha nulla temenza

e contro a noi crede aver gran potenza.

Quando tornava in qua per lo camino

da gente di Marsilio fu' assallito.

Come vedete, me lasciò tapino

e sono a morte nel corpo ferito. —

E Carlo, odendo dir cotal latino,

fortemente fu allora iniquitito:

— Io giuro a Dio di farne gran vendetta

sopra Marsilio e sua fé maladetta. —

E fu tosto per medici mandato

che 'l giovine dovessin medicare.

Venuti e medici, ebbono ordinato

per uno ingegno fargli ritornare

le budella nel corpo nel suo stato.

Sì bene seppor fare ed ordinare

che preson le budella nel suo corpo,

sì gliel remisser sanza nullo storpo.

Due baroni il tenieno da l'un lato

e poi da l'altro simigliante due

e 'n qua e 'n là sì l'ebbon diguazato.

Così rendette l'anima a Gesùe.

Allor si fu un gran pianto levato.

Morto che fu il baron di gran virtùe,

Gan da Pontier, che morir l'avie fatto,

era contento a così fatto tratto.

Gran lamento fêr tutti e Cristïani

della morte del franco giovinetto.

Re Salamon battiesi ad ambo mani,

graffiando il viso e dandosi nel petto.

Di far vendetta sopra de' Pagani

giurava a l'alto Dio, padre perfetto.

E sopellito con onore e pregio

fu a Pampalona dal cristian collegio.

E come fu quel giorno trapassato,

en questo mondo fu la notte scura.

Conte Orlando Terigi ebbe apellato

e fecesi portar sua armadura.

Armossi, e Vegliantino covertato

d'una nobile e bella covertura,

a Terigi dicea: — Io mi diparto,

ma dove vada per te non sia sparto.

Fa che tu mai non ne dica nïente,

ch'io ti farei poi subito impiccare. —

E dipartissi quel baron possente:

verso Lucerna prese a cavalcare.

La notte tutta infino al dì lucente

cavalca Orlando sanza resta fare

e la mattina, anzi che 'l sol si scerna,

giunse ad un fiume presso di Lucerna.

Fuor di Lucerna era el re Falserone

con quella gente ch'egli avea menata;

e della città tutte le persone

eran di fuor con lui quella fiata.

Vegendo Orlando, così bel campione,

dicean: — Quegli è di gente battezata; —

ma non temeano nïente del conte

perché in sul fiume non aveva ponte.

Orlando misse Vegliantin nel fiume:

arditamente el destrieri se mise.

Sì come avea ben di notar costume,

a lanci a lanci quel fiume recise;

en sulla riva, sanz'altro volume,

ristette Orlando per fornir suo avise.

In sulla riva lasciaremo Orlando,

e torniamo a Terigi, a dire quando

Orlando si partì da Pampalona.

Terigi stette poi forse tre ore

ed in fra sé medesimo ragiona:

— Anzi ch'Orlando moia a tal tenore,

vo' che mi faccia perder la persona. —

E gì dov'era il santo imperadore

dicendo: — Orlando, sanz'altra compagna

cavalca questa notte invêr la Spagna. —

Udendo Carlo sì fatti sermoni,

fece a tutta sua gente comandare

che cavalieri e maestri e pedoni

le sue insegne dovessin seguitare.

E bandiere, stendardi e gonfaloni

si vedieno in quell'ora dispiegare:

some di muli, cavalli e somieri

caricar, chi camelli e chi destrieri.

Alquanta gente rimase alla guarda

in Pampalona e gli altri si partiro;

e cavalcando la gente gagliarda,

verso Lucerna tutta notte giro.

Ad Orlando torniam, che niente tarda.

Com'ha passato il fiume, s'è rimiro:

vêr de' Pagani la forte asta abassa

e sprona Vegliantin che via trapassa.

E ferì un Pagano in sullo scudo

che morto l'abatté giù al terreno:

ferì un altro d'un colpo sì crudo,

che 'l fece della vita venir meno.

L'aste col pennoncello e 'l ferro ignudo

a più di venti fe' lasciare il freno:

com'ebbe rotta l'aste, la sua spada

trasse del fodro, che non stiè a bada.

Di que' Pagani facie gran tagliata,

rompendo schiere ed insegne abattendo;

qualunche era da lui tocco una fiata,

potea dir: — Macometto, a te mi rendo. —

Pur combattendo sanza far restata,

e capi e braccia e gambe dipartendo,

anzi che fusse terza, a non mentire,

più di ducento fe' di vita uscire.

Sì grande gente sopra lui premea,

che non poteva ai colpi più durare,

a una montagna allor se riducea

ed ivi s'acostò per battagliare.

Il viso verso i nemici volgea,

che nol potien d'altro lato assaltare,

e colle spalle alla montagna volto,

re Falseron vêr di lui fu racolto.

Tutti i Pagani a lui dintorno furo

con lance, frecce e dardi a lui gettando;

ma non vi avea nessun tanto sicuro,

che quanto potea agiungere col brando,

gli s'acostasse, vegendol sì duro;

ma di lungi gettavan pur gridando:

— Arendeti, barone, anzi che morto

tu sia da noi a così fatto porto. —

Diceva Falseron: — Ora t'arendi,

anzi che morto ti faccia cadere.

Riniega Dio e la mia fede prendi:

di terre ti farò ricco e d'avere. —

Diceva Orlando: — I' vo' ch'un po' m'intendi.

Fatti più presso a me e non temere. —

Falseron disse: — Ciò non farò io,

che l'apressare a te mi saria rio. —

Così da lungi feriano il barone

con grosse frecce, lance e chi con dardi,

gridando: — Credi alla fé di Macone; —

ma d'acostarsi non eran gagliardi.

Orlando a Dïo faceva orazione

che lui da morte e 'l buon destrieri guardi.

E combattendo que' Pagan vedieno

di lungi insegne che gente seguieno.

Falseron fece a racolta sonare

e 'nverso della terra el caval volse:

gli altri seguaci suoi sanza tardare

ciascuno a suo stendardo se ricolse.

Ed Orlando, vegendoli scampare,

maravigliossi molto e tempo colse:

dalla montagna scostò sua persona

e fe' riguardo verso Pampalona.

Verso di sé vide venir tre schiere

e ben conobbe il mastro gonfalone:

davanti a tutti la 'nsegna, a quartiere

con ventimila secento persone;

Salamon dietro a lor con sue bandiere

a bianchi e neri gli scacchi e 'l pennone;

vide Ugier coll'insegna fiamma ed oro

con Carlo Mano seguire costoro.

Quando si vide venir tanta gente,

verso e nimici volse Vegliantino

con Durlindana sua spada tagliente,

ferendo sopra il popul saracino,

tagliando sberghi e facendo dolente

qual si faceva troppo a lui vicino.

Tanto mostrava ben sua gran potenza

ch'ognuno avea di suo colpi temenza.

Ed Ulivier, Astolfo e 'l buon Turpino,

Sansonetto e Gualtieri da Monlione,

Ottone, Berlinghieri, Avolio, Avino,

con ventimila, a quartieri il pennone,

al fiume giunser, passando il camino,

dove passato è il nobil barone.

Disse Astolfo: — Turpin, come faremo?

E' non ci ha ponte: come passaremo? —

Disse Turpino: — Qui presso a due miglia

un ponte ha, dove potrem passare. —

Astolfo vêr di lui alzò le ciglia

dicendo: —Troppo converrieci andare. —

Al nome di Gesù del fiume piglia:

notando 'l buon destrier sanza restare

passò il fiume e gli altri seguitarlo

per Orlando soccorrere ed atarlo.

Verso di que' Pagani ognun correa,

ardito più che niuno veltro a caccia,

tagliando in qua e in là, come potea,

imbusti, piedi, mani, orecchi e braccia.

Come acqua il sangue correr si vedea.

Beato chi di fugir si procaccia.

E combattendo Carlo passò via

il fiume e tutta la sua baronia.

Astolfo d'Inghilterra uscì di schiera,

dicendo a Carlo: — Orlando è stato preso. —

E Carlo, udendo dir cotal maniera,

turbossi tutto di grande ira acceso.

Il savio Namo, duca di Baviera,

guardò e vide Orlando a suo difeso.

Disse ad Astolfo: — Per la gola menti,

che non è preso; vêllo tra le genti.

Vedi colui ch'è in quella schiera entrato,

che con suo brando fa sì gran tagliare,

è Orlando, se io non sono errato. —

Si mutarono allor di quel parlare:

nella battaglia ognuno fu entrato,

facendosi l'un l'altro luogo dare.

A destra ed a sinistra sì ferieno:

Cristiani e Saracin ben combattieno.

O be' signori, chi avesse veduti

dodeci paladini e lor seguaci

ferir sopra que' cani sconosciuti,

bene parien veri draghi mordaci.

Coperto il campo è tutto di abattuti:

non vi si ragionava allor di pace;

ma di ferir chi me' sapea col brando,

l'uno abattendo e l'altro smozicando.

Tanto fu la gran forza de' Cristiani,

ch'eran più forti ed anche meglio armati,

che a fugir se missono e Pagani;

ma poco fur da' Cristian seguitati.

Partironsi que' Turchi e Sorïani,

da nostra gente molto dannegiati:

Carlo ed Orlando entrarono in Lucerna,

secondo che la storia me discerna.

Pigliolla allora sanz'altra contesa

ed ivi con sua gente riposossi.

Avendo la città in tal modo presa,

per cavalcar più inanzi consigliossi.

Ne l'altro dir dirò come compresa

la storia séguito e come acordossi

di cavalcare e come gì alla Stella.

Cristo vi guardi e la sua madre bella.