CANTARE VENTESIMOTERZO

By Auteur inconnu

Onnipotente Dio, di tutto sire,

che l'universo con tue man formasti

e nella Madre volesti venire

e per tuo amore ce ricomperasti,

donami grazia che questo mio dire

io dica prima tanto ben che basti.

Voi, signori, ch'audir sète condutti,

che m'ascoltiate in pace, priego tutti.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Ghion da Carlo era partito

per gire a' suoi amici a racontare

come da Pampalona era redito.

Ghïone cominciò forte a gridare,

che ben pareva che fusse amattito:

— Levate su, mercanti, a fare onore

a Macario ch'è novo imperadore.

Levate su, che 'l giorno è reschiarato:

la bella corte venite a vedere,

come Macario sarà incoronato.

Tal fa le nozze e non porrà godere. —

Ognuno, udendo il giovine pregiato,

diceano: — Sire Dio di gran potere,

vedi 'l figliuol di Salamon saputo

com'ha il conoscimento sì perduto? —

Ghïone andò a quattro damigelli,

che di Carlo erano amici perfetti,

dentro a lor case dov'erano quelli,

e tutti gli trovò ancor sui letti,

dicendo lor cotal sermoni belli:

— Levate su, nessun di voi più aspetti.

Tornato è Carlo, nostro sire antico,

che punirà di noi ciascun nimico. —

Il perché era tornato e 'l come e 'l quando

Ghione ben disse tutto per ragione.

Ciascun di questi quattro smemorando

non potean creder sì fatto sermone.

Ghione diceva: — I' dico il ver giurando

per quello Dio che morì in passione.

Fate questa mattina siate armati

in sulla piazza, cavalier pregiati.

Celatamente coll'arme coperte,

acciò che nulla gente se n'avegga

e che tali novelle non sien certe

a que' che voglion che Macario regga,

quando cotal novelle fien aperte,

del ben fedire ciascun si provegga,

gridando: Viva Carlo, imperier santo!

e chi dirà 'l contrario sia afranto. —

Tanto giurò Ghïone e tanto disse

che creder fece lor ciò che dicea,

e ciaschedun di lor sì gl'impromisse

di venire con quanta gente avea.

Avanti che Ghïon si dipartisse,

ciascuno di venir gli promettea.

Da lor partendo sanza far sogiorno,

vêr del palazzo suo fece ritorno.

Andando per la terra il giovinetto,

gridava forte: — Levate su, gente,

a far onore all'imperier perfetto.

Tal fa le nozze qui ora al presente,

che non ne goderà né arà diletto. —

Così passando il giovine piacente,

da casa di Macario fu chiamato,

ch'a lui andasse ed ei vi fu andato.

Come Ghïone venne avanti ad ello,

se misse ginocchion dicendo: — Sire,

che comandate? Io sono al vostro apello. —

Disse Macario: — Che t'odo io dire,

malvagio poltroniero, ladro e fello?

Il ver mi di' o ti farò morire.

Che di' che tal fa le nozze, che none

ne mangerà: or dimmi la cagione. —

Disse Ghïone: — Egli è la veritade.

Stamattina per tempo mi levai:

per fornir ogi vostra dignitade

delle vivande alla cucina andai.

I cuochi insieme grande aversitade

avieno insieme, onde io me ne crucciai:

a tre di loro io tolsi la vita

con questa mazza di ferro fornita.

Sicché costor che le nozze facieno,

per la loro follia non mangeranno. —

Macario, d'allegrezza tutto pieno,

disse a Ghïone: — Dio te dia il malanno! —

Tutte le genti dintorno ridieno

del pazzo di Ghïon che fe' tal danno.

Disse Macario: — Torna alla reina,

che aparecchiata sia questa mattina. —

Ghione si dipartì dal frodolente

e tornò al palazzo avanti a Carlo

dicendo: — Sire, non dottate niente,

che noi arem soccorso sanza fallo.

Morto sarà il traditor miscredente

e tutti quei che vorran seguitarlo. —

Il perché e come a Carlo ebbe contato

ciò che Macario avea a lui ordinato.

Quando fu l'ora, la dama pregiata

si vestì d'una robba ricca e bella,

tutta di perle e d'oro lavorata,

che simile non era allora a quella.

Una corona di pietre adornata,

la qual valea più di dieci castella,

se misse in capo, e con pulzelle e dame

andò al Santo per fornir sue brame.

Il buon Ghïone andò in suo compagnia;

e tuttavia avea seco il bastone.

Macario con sua gente allor venia

e della terra tutte le persone.

Chi n'avea gioia e chi malinconia

del tradimento che facea il fellone.

Uomini e donne, savi, stolti e matti

per veder cotal cosa eran lì tratti.

E Macario e la dama valorosa

dentro alla chiesa entrâr con molta gente.

Detta la messa magna e grazïosa,

Macario, traditore e frodolente,

volendo far la reina sua sposa,

la reina parlo umilemente

dicendo: — Io vo' ch'un dono mi facciate,

che nel real palagio mi sposiate,

però che nella chiesa ogni persona,

borgesi e mercatanti con cattani,

lor donne sposan come si ragiona.

Caporal sète di tutti e Cristiani,

onde vantaggio de' aver la corona,

poi che 'l reame viene a vostre mani. —

Disse Macario: — Dama, io son contento

sposarvi dove v'è in piacimento. —

Allora sonâr tutti gli stormenti:

e baron dalla chiesa vi partieno.

Molti v'avia che non eran contenti,

ma per paura a parlar non ardieno

Su nel palazzo i baron più possenti

con quella dama e con Macario gieno.

Macario allora, sanz'alcun rimedio,

fu incoronato sul reale sedio.

Ghïone andò nella camera a Carlo

dicendo: — In sulla sedia sta Macario.

Ora 'l potremo per certo disfarlo

e tutti que' che vi sarà contrario. —

Carlo gli disse che dovesse armarlo

subitamente, sanz'altro divario.

Ghione allora l'armò di tutte l'armi,

sì come scritto truovo e certo parmi.

Armato che fu tutto di vantaggio,

sopra l'arme una robba si mettea,

come si convenia a suo paraggio;

e poi una bacchetta in man togliea,

la qual significava signoraggio:

d'altra mano una palla d'òr tenea,

di sopra una crocetta di cristallo;

poi la corona in testa sanza fallo.

Ben parea imperador veracemente,

sì l'aveva Ghïon bene adobbato;

e così ambedui gian tra la gente.

Ghione va sempre col baston ferrato.

Davanti a Carlo gridava altamente:

— All'imperier fate onor, ch'è tornato.

Vedete qui nostro signor sovrano,

Carlo di Francia, imperator romano. —

Dentro alla sala avia molti baroni

che si maravigliâr Carlo vegendo.

Carlo, sanza parlar troppi sermoni,

a Macario n'andò così dicendo:

—Vuoi tu davanti a questi testimoni

darmi la signoria? Se non, ti offendo,

che m'hai tradito; e sì perdonerotti. —

Macario si segnò a sì fatti motti,

non mostrando che Carlo cognoscesse

e spessamente il viso si segnava.

Carlo diceva che egli rendesse

la signoria ed egli perdonava,

ma nïente valea che gliel dicesse.

Ghïone allor fortemente gridava:

— Monsignor Carlo, non facciam più resta. —

Menogli del bastone in sulla testa.

Il colpo non gli colse in su quel punto:

ad un che v'era quel colpo discese.

Di morte gli ebbe tosto il cor trapunto;

poscia dietro a Macario si distese,

che fugia per la sala ed ebbel giunto,

e diegli un colpo sanz'altre contese:

il capo gli schiacciò (tal colpo diede!)

e morto sì gli cadde tosto a piede.

Gli amici di Carlon, ch'eran venuti

armati su per veder quella corte,

quando cota' sembianti ebber veduti,

tutti gridâr: — Alla morte! alla morte! —

Co' brandi in mano, che non stavan muti,

e colle spade gian ferendo forte.

Gridavan: — Viva Carlo imperadore!

Moia la gente d'esto traditore! —

Chi non diceva: — Viva Carlo Mano! —

era in quel punto diviso e tagliato.

Feriensi insieme colle spade in mano,

ch'ognun parea un dragone infiamato.

Ghïon, figliuolo del buon re brettano,

col bastone di nerbo ben ferrato

sopra que' di Maganza gia ferendo,

cervella e braccia per terra mettendo.

Tutti eran morti, divisi e tagliati:

que' di Maganza, ch'erano allor sue,

a lor dispetto furon discacciati

e del palagio tosto sceser giùe.

Assai ne furon da' balcon gettati:

in tutto ne morì cinquanta o piùe

tra di que' di Maganza e lor seguaci,

ch'eran con lor nel palazzo montati.

Discacciati che furon tutti quanti

fuor del palazzo e della piazza ancora,

gli amici di Carlon si fêr avanti

con essolui sanza alcuna dimora.

E' ricevelli con nobil sembianti:

ciascuno come ver signor l'onora.

E volse Carlo, anzi che desinasse,

che la città per lui se ricercasse.

Sanz'armadura montaro a destrieri

Carlo con più di mille a suo seguire

per dimostrar che fusse lo 'mperieri.

Per la città ognun gridava: — Sire,

Dio vi mantenga, Carlone, al potere. —

Per la città non s'udiva altro dire:

— Viva el re Carlo e sua magna possanza!

Morti e conquisi sien que' di Maganza! —

Tanto che fu passato mezogiorno,

Carlo s'andò per la città mostrando;

poi fe' con tutta sua gente ritorno

al bel palazzo, ciascun solazando.

El desinar si fece bello e adorno,

e desinaron tutti a lor comando.

Le nozze, che Macario volea fare,

convenne a quella gente allor mangiare.

Gran giuochi e gran solazzi sì facieno

quel giorno e l'altro ed anche poi ben otto.

Molti buffon di più parte venieno,

sentendo il ritornar del baron dotto.

E queste tal novelle si spandieno:

Carlo credieno che fusse al di sotto.

Ogni Cristian, che udiva tal novella,

festa facea per città e castella.

Lasciamo Carlo un poco in Francia stare

e ritorniamo all'oste della Spagna,

come vediensi tutto dì provare

l'un cavalier coll'altro alla campagna,

di molti colpi ricevere e dare;

ma l'un coll'altro poco vi guadagna.

Duo dì dapo' che Carlo fu partito,

re Isolieri fu di fuori uscito.

Sun un destrier, tutto d'acciaio coperto,

che ben pareva che vampo gettasse,

quando fu fuori nel campo per certo,

gridò che un cavalieri a lui andasse.

Sansonetto da Mecche pro' e sperto

pregò Orlando che andar il lasciasse

col Pagan a combattere ed Orlando

disse: — Va, che a Gesù io t'acomando. —

Sansonetto si fu subito armato

e montò in sul destrier Bucifalasso,

il quale avea ad Orlando donato,

quando giunse a Lamecche così lasso.

La lancia in mano e lo scudo imbracciato,

verso Isolier n'andò non già di passo

e giunse a lui dicendo: — Traditore,

prendi del campo se tu hai valore. —

Disse Isolier: — Traditor non son io

né in niuna parte fu' chiamato mai;

ma tu se' traditor malvagio e rio,

che Macometto idio rinegato hai

e de' Cristiani credi in loro Dio.

L'anima e 'l corpo certo perduto hai.

Deh, come mal consiglio allor pigliasti

quando a fé di Gesù ti battezasti. —

— Tu se' perduto se non ti provedi, —

disse da Mecche il forte Sansonetto,

— perché cogli altri tapini tu credi

in quel malvagio e falso Macometto.

In fé di verità, Isolier, vedi

che Gesù Cristo è pur signor perfetto.

Renditi a lui: Carlo perdoneratti

ed in Cristianità signor faratti. —

Isolier disse: — Non contendiam piùe.

Prendi del campo e mostra le tue posse.

Se Gesù Cristo ha magiore virtùe,

richiamera'lo alle prime percosse. —

S'accomandò Sansonetto a Gesùe

e per pigliar del campo il destrier volse.

Dilungàti che fur a lor talento,

ciascun si mosse con grande ardimento.

Gli scudi in braccio e le lance impugnaro

e punsono i destrier forti e correnti.

Intramenduo a ferir se n'andaro:

passâr gli scudi e l'arme rilucenti.

L'aste si ruppero e i troncon volaro:

d'intramenduo si fecer più di venti.

Nulla si mossono i buon cavalieri

per que' due colpi dispietati e fieri.

Al ritornar che fero, i baron dotti

trasser le spade de' foderi ignude.

Gli scudi gettâr dietro, ch'eran rotti;

l'uno a ferir contro l'altro si chiude,

dandosi sopra l'arme di gran botti

con tutta loro possa e gran virtude.

Si ferivano insieme arditamente;

ma l'uno l'altro non avanza niente.

Più e più colpi insieme si donaro

sopra de l'arme co' brandi taglienti.

Signor, sappiate per vero e per chiaro

che messo arebbe Isolieri a tormenti

o l'aria preso sanza alcun riparo,

se non che 'l fior de' cavalier possenti

venne in sul campo coll'arme a quartieri

per Sansonetto atare da Isolieri.

Quando Isolier vide Orlando venire,

fra suo cor disse: — Io nollo aspetterò. —

Indietro tosto cominciò a fugire

dicendo: — In Pampalona tornerò.

Per certo tu non mi farai morire,

che guerra teco non cominciarò. —

Fugendo forte per timor del conte,

giunse alla porta e fe' levare il ponte.

Orlando e Sansonetto ritornossi

al campo, poi che Isolier fu partito;

e tutto 'l giorno quell'oste posossi.

Quando fu l'altro giorno reschiarito,

el buon Danese Ugieri tutto armossi

e 'n su un forte destrier fu sallito.

Lo scudo in braccio, colla lancia in mano,

vêr la città n'andò il baron sovrano.

Quando fu presso alla città Ugieri,

cotanto quanto un arco può gettare,

forte gridando dice: — O Isolieri,

vien tu sul campo con meco a giostrare.

Vien tu soletto, sanz'altro guerrieri. —

Re Isolieri, udendosi chiamare,

tutto si fe' armar sanza dimora

e su un buon destrier venne di fôra.

Il buon Danese al campo l'aspettava.

Quando il vide venir fu molto lieto:

verso di lui il destrieri spronava

ed Isolier non si fe' punto adrieto,

ma contro a lui arditamente andava

e gironsi a ferir sanza divieto.

Sopra gli scudi duo colpi donarsi:

l'aste e li scudi per forza fiaccarsi.

Isolier piegò tutto in su la groppa

per lo gran colpo che gli diè il Danese.

Quando Isolier el Danese rintoppa,

de la sua sella punto nol distese,

perché di lui avea più forza troppa:

il colpo, come d'un fantin, discese.

Rotte che furon l'aste, ritornando

ciascun di loro trasse fuori il brando.

Girsi a ferir que' nobili baroni

con tutta la lor forza vertudiosa.

Danese si rizzò in sugli arcioni

e con Cortana, sua spada gioiosa,

ferì 'l baron sopra suo guernigioni.

Quanto ne prese menò sanza posa.

Isolier ferì lui sul destro braccio

de l'armi del giubon levò un straccio.

L'un contra l'altro i colpi radopiava,

tagliandosi le carni e l'armadura.

Il Danese Isolier tanto avanzava,

che que' della città ebbor paura.

Sei cavalier in aiuto gli andava,

armati ben di ciascuna armadura:

sanza dir nulla Ugieri sì lasciòe

quel re pagano e 'ndrieto si tornòe.

Tornossi il Serarin nella cittade,

vegendo che partito s'era Ugieri.

Qui lasceremo star la lor bontade.

Nell'altro dir dirò dell'imperieri,

come partissi de Cristianitade

e tornò a Pampalona alle suo schieri.

Quel padre eterno, ch'è verace Dio,

sempre vi guardi da tormento rio.