CANTARE VENTESIMOTTAVO

By Auteur inconnu

Col nome tuo, Signor che non hai pare,

Padre eternal della gloria superna,

voglio a la bella storia ritornare

e rimar come il libro me discerna.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Carlo avea preso Lucerna

e poi, per cavalcar verso la Stella,

mosse sua oste e sua compagnia bella.

Giunse Carlo e suo oste un chiaro giorno

alla Stella, sì come il libro suona:

l'assedio fece porre intorno intorno

con sette re ch'aveva di corona.

Della città un giovinetto adorno,

uom valoroso e pro' di sua persona,

vegendo l'oste e sì gran baronaggio,

di sua gente apellò tosto un messaggio

e disse: — Va, vassallo, tosto a Carlo,

significando dalla parte mia,

s'egli ha barone, che voglia mandarlo

a provar meco sua gran vigoria.

E se mi vince, sanza contrastarlo,

la terra gli darò in sua balia;

e s'io abatto lui per vera carta,

voglio che Carlo di Spagna si parta.

Tutte le terre di Marsilio prese

voglio che lasci e ritornesi in Francia,

se el suo baron, con chi verrò alle prese,

serà vinto da me di spada o lancia. —

Allor partissi il messaggio cortese:

della città uscì a non dir ciancia;

verso l'oste di Carlo andò davanti,

parlando a lui per sì fatti sembianti:

— Carlo signor, imperador romano,

Serpentin della Stella a te mi manda,

significando se hai baron sovrano,

che di provar con lui sua forza spanda.

S'egli è abattuto ricredente al piano,

la terra ti darà a tua comanda,

e s'egli abatte lui sanza sogiorni

vuol che in tue terre coll'oste ritorni,

e lasci le città e le castella,

c'hai tolte a Marsilion di suo reame. —

Disse il re Carlo: — Dentro della Stella

vo' metter duo baron, ch'abbin serrame

d'una porta e debbin tener quella.

Se 'l tuo campione vuole aver legame,

voglio cento garzoni qui per staggi

de' miglior della terra e de' più saggi. —

Tornossi il messo allora a Serpentino

e racontogli la novella chiara.

El giovinetto, udendo tal latino,

a tutto il popol la novella schiara.

Allora ciascheduno cittadino

d'andarvi per istagio facia gara.

E così fur nella terra trovati

cento garzoni ed a Carlo mandati.

Tutti eran questi d'armellin vestiti

con fregi d'oro, tutti a pietre e perle,

de' miglior della terra e reveriti,

che grande dignitade era a vederli.

Carlo, vegendo i giovani fioriti,

diceva: — O sommo Idio, come poterle

aver quell'anime a tua santa fede

e rinegar Macone e chi lui crede. —

Allora apellò Carlo duo guerrieri,

e migliori dell'oste e più orgogliosi,

ciò fu il Danese e 'l marchese Ulivieri,

e disse: — Andate, baron grazïosi,

colle vostre armi montate a destrieri,

ch'andar possiate ed esser vittoriosi.

Di quella terra pigliate una porta,

che 'l Pagan vi darà libera e scorta.

Se caso vien che Orlando sia perdente,

tornate qui, al campo, a' padiglioni;

e se 'l Pagan rimarrà ricredente,

pigliate della terra le magioni. —

Allor que' duo baron subitamente,

armati tutti, montaro in arcione

e fur nella pagana terra entrati,

avanti a Serpentino apresentati.

Grande onor fe' Serpentino a' Cristiani,

sì come gentile uom di grande afare,

dicendo loro: — Cavalier sovrani,

qual porta v'è in piacere di guardare? —

Disse il Danese: — Dacci a nostre mani

quella ch'è verso l'oste a riguardare. —

La porta verso l'oste lor fu data:

a lor volere l'uscita e l'entrata.

Data la porta in tutta lor balia,

Serpentino si fe' sue armi aportare:

lo sbergo e le lamieri si vestia

e l'elmo in testa sanza più tardare.

Un gran destrieri avanti gli venia

poderoso da già mai non fallare:

su vi montò il barone e della terra

uscì, se 'l libro ed il cantar non erra.

Inverso l'oste prese suo camino.

Quando fu presso, forse ad un'arcata,

un corno, quale era d'avorio fino,

a bocca se lo pose quella fiata,

gridando forte in parlar saracino:

— O guida della gente battezata,

mandami al campo un baron che combatta

e che per forza me o io lui abatta. —

Carlo, udendo il gridare del Pagano,

apellò Isolier di Pampalona,

il quale s'era fatto ver cristiano,

e disse: — Dimmi, per la tua corona,

quel cavalieri, ch'è venuto al piano,

come è forte e pro' di sua persona? —

Disse Isolieri: — Egli è sì naturale

Che non ha in quest'oste un altretale.

L'arme c'ha indosso, son tutte incantate,

che nessun ferro non le può tagliare.

Se contra a lui Orlando voi mandate,

non credo che con lui possa durare.

Come vi piace, di tal cosa fate:

detto v'ho di lui tutto suo afare. —

Allora più baron si fur levati

a chieder la battaglia inanimati.

Non volea Carlo che nessun v'andasse,

sentendo ch'era di tale arme armato,

e comandò che nessun si crollasse

a pena d'esser ognun decollato.

Orlando non pareva che dottasse:

fussi di tutte sue armi adobbato.

Montò a cavallo e 'nverso el Saracino

ne va, forte spronando Vegliantino.

Giugnendo disse: — Il tuo dio te dia onore. —

Serpentino gli rende un bel saluto.

Disse Orlando: — Baron, pien di valore,

tu non hai ancor meco combattuto.

Se ti piacesse, per lo mio amore,

credere a quello Dio ch'è summo aiuto,

contento ne sarei e per compagno

ti terrò con onor di Carlo Magno. —

Serpentin disse: — E' ti falla il pensiero.

Non son venuto qui per battezarmi.

A quella fé che vi lasciò san Piero,

non crederò infin ch'io potrò atarmi.

Prendi del campo, se se' buon guerriero,

che nïente farai contra mie armi. —

Allor si dilungaro i due guerrieri

Ben due arcate co' lor buon destrieri.

L'uno invêr l'altro il destrieri spronava

coll'aste basse e li scudi imbracciati.

Petto per petto ciascun si scontrava:

l'aste si ruppon sui scudi ferrati.

Pei forti colpi che ciascun si dava,

in sulle groppe si furon piegati;

poi si rizaron per quei colpi grandi

e misson mano a' lor taglienti brandi.

Orlando diè al Pagano in sulla testa

del forte brando, ma niente tagliòe.

Il Pagan vêr di lui sanza far resta

col brando in man forte gridando andòe:

sulla spalla gli diè con tal podesta,

che quanto prese dell'arme tagliòe.

Fino alla carne andò il tagliente brando;

e 'l conte andò vêr lui forte gridando,

e diegli un colpo di dietro in sul collo

sì forte ch'egli il fe' tutto piegare:

ma già dell'armi nulla magagnollo.

Per la percossa il fece smemorare.

Se non che 'l forte destrier traportollo,

facealo Orlando allor male arivare.

Poi rivolse il destrieri invêr di lui;

andò gridando così a costui:

— Aspettami, Cristian, ch'io t'imprometto

ch'a questo colpo null'elmo varratti.

Lamieri e sbergo già né baccinetto

contra mia forza nulla scamperatti. —

Orlando non rispose già a quel detto:

verso il Pagano andò con falsi tratti.

In sulla testa un tal colpo gli porse,

che 'n sul destrier tutto 'l piegò e torse.

Serpentin gì vêr lui con ira ed onta:

en sullo scudo col brando il ferie,

che, secondo l'autore mi raconta,

lo scudo in braccio per mezo partie.

Il colpo in sulla destra coscia smonta,

di che 'l buon conte forte sbigottie;

poi tostamente a Dio racomandossi

e poscia invêr di Serpentin voltossi,

gridando: — Guarti, Pagan rinegato,

ch'a questo punto ti farò morire. —

Un colpo molto forte e smisurato

gli lasciò in sul destro braccio gire.

Serpentin del gran colpo fu piegato

e rivolse 'l destrier con grande ardire,

verso d'Orlando allor gridando forte:

— Guarti, baron, ch'io ti darò la morte. —

Or chi potrebbe tanto racontare

i forti colpi che ciascun menava

a destra ed a sinistra a radoppiare?

Se l'un faceva cenno e l'altro dava:

già non poteva Orlando più durare,

perché il Pagan tutte armi gli tagliava

e non potea a lui punto ferire

né sue armi tagliare né partire.

Combattuto ch'egli ebbon ben tre ore,

Serpentin con grande ira alzò la spada

e menò un colpo de sì gran valore

verso d'Orlando sanza nulla bada.

Morto l'arebbe sanz'altro tenore,

se non che Orlando da lui se digrada;

e Serpentin, che menò 'l colpo in fallo,

tutto piegava del forte cavallo.

El gran cosciale della coscia dritta

per il piegar nel cignére spezzossi.

Orlando allora per dargli trafitta

col brando in man sulle staffe rizzossi:

— Baron, — gridando — tua mente è afflitta:

contra di me non credo che più possi.

Renditi a me prigion, che Dio ti vaglia,

che durar più non puoi alla battaglia. —

Serpentin vêr di lui con voce umìle

disse: — Barone, lassami riarmare.

Se m'occidi, sarai tenuto vile:

lassami armare e poi teco provare. —

Orlando allor, come baron gentile,

disse: — Or t'arendi sanza più pregare. —

Così dicendo, con mente adirata

el ferì sulla coscia disarmata.

Per la forza del colpo e poi del brando

tagliò la coscia e parte dell'arcione.

Il baron, per la doglia smemorando,

a terra cadde del forte roncione.

Allor discese del cavallo Orlando

dicendo: — Vuoi tu rinegar Macone? —

Serpentin disse: — No, tosto m'occidi

sicché Macone mia anima guidi. —

Allora Orlando prese Durlindana

e levò l'armadura a Serpentino;

e per lo corpo la spada sovrana

gli misse quel possente paladino.

Morì il campione della fé pagana.

Orlando allora con coraggio fino

l'arme di quel Pagano a sé vestia;

poi verso l'oste gioioso ne gia.

Grande allegrezza facieno e Cristiani,

tutti gridando: — Alla terra! alla terra! —

Allor della città tutti e Pagani,

vegendo lor campione a cotal serra,

uomini, donne, piccoli e mezani,

per far difesa ciascuno s'aserra

vêr d'Ulivieri e del forte Danese,

che all'una porta stavan per difese,

gridando: — Uscite fuor di casa nostra.

Tornatevi nel campo a vostre gente.

Se 'l campion nostro ha perduto la giostra,

non vi vogliamo per signori niente. —

E 'nvêr di lor ciascun sua possa mostra;

ma chi dinanzi andava era dolente.

Tanta era de' baron la gran possanza,

che il popul tutto avea di lor dottanza.

Facea tutta la gente tal gridata,

che pareva che 'l mondo se sfacesse.

Ulivieri e 'l Danese gran tagliata

facien di quelle genti tanto spesse.

Due ore e più la battaglia è durata:

nessun barone parea che temesse;

ben da trecento tra piccoli e grandi

avevan morti co' taglienti brandi.

Allora furon certi cittadini,

che dati aveano a Carlo e lor figliuoli,

come da prima dissi in tal latini,

perché sentir non possin morte o duoli,

mandaron bando tra que' Saracini

che di combatter ristieno gli stuoli,

che è diritta ragione ed espressa

la terra dare a Carlo, ch'è promessa.

Allor ristette la battaglia dura

e tutti si tornâr a lor magioni.

Carlo, ch'era attendato alla pianura,

fe' dirizzar suo mastri gonfaloni.

Ben meza l'oste, sanz'altra paura,

nella città, cavalieri e pedoni,

andâr con Carlo Mano a seguitarlo,

se persone volessin contastarlo.

Preson la terra sanz'esser contesi:

d'ogni fortezza tolsen la tenuta

e tuttavia stavano sempre attesi

là giù nel pian, che 'l campo non si muta.

Carlo con conti, principi e marchesi,

con re e baroni e gente più saputa

stavano nella terra al gran palazzo

per riposarsi e prendere sollazzo.

Or lasciam qui nostri Cristian posare

e racontiamo del re Marsilione

che, vegendo sue terre sì pigliare

da Carlo Mano e da sue legïone,

fe' tutta sua baronia raunare

in Saragoza nella gran magione.

Ed e' con loro insieme raunossi;

poi sopra tutti per parlar levossi,

dicendo: — Be' signor, per certo io veggio

che a Carlo converrammi esser sugetto,

che ciò che per adietro signoreggio,

città e castella, contado e distretto,

di mio ha preso e temo anco di peggio:

tanto s'è Carlo contra me ristretto!

Città né villa, rocca né castella

non m'è rimasta e ho perduto la Stella.

Veggomi l'oste di Carlo sì apresso

che 'n pochi giorni verrà qui in assedio:

consiglio chiegio per me e voi stesso

se in nessun modo ci avesse rimedio.

Nessun barone respondea ad esso:

ciascun tacendo si stava in suo sedio.

Allora un savio e pro' re seracino

si levò, ch'avea nome Bianciardino,

e disse: — Re Marsilio, io ti consiglio

per il mio senno, sì come a me pare.

Carlo ve' che t'ha messo a gran periglio

e metterà se non sai riparare.

Per quel che con mia mente m'asottiglio,

Carlo faremo fra i Cristian tornare

con impromesse larghe e l'attenere

sarà di chi l'ha a fare a suo piacere.

Mandisi a Carlo sì fatto tributo:

cento be' muli caricati d'oro

e d'argento trecento con saluto

e mille astori con questo tesoro,

mille sparvieri, ciascun ben tenuto,

e mille veltri e mille bracchi a loro,

trenta girfalchi con mille falconi,

mille donzelle con mille garzoni,

e mille vecchi per lui consigliare

e venti figli di re per suoi staggi.

Se mandi questo, il farai ritornare,

Carlo e suo gente, ne' cristian rivaggi.

Mandagli a dir che ti vuoi battezare

con tutti e tuoi baroni arditi e saggi.

Se per tal modo adietro Carlo torna,

non più farà un'oste tanto adorna.

Quando sarà in Cristianità tornato,

a te si rimarrà tutta la Spagna.

Così l'arài in tal modo ingannato,

che giamai non farà sì gran compagna.

So che li staggi ognun sarà tagliato:

già non curiamo loro un tel di ragna,

De' venti vo' che'l mio figliuol vi vada

se muor per nostro scampo, ben m'agrada.

Quando il re Bianciardino ebbe sì detto,

tutta la baronia, principi e regi,

rispose: — Mettasi pure in effetto. —

Di tal parlar gli davan lodo e pregi.

I' vo' far fine qui a questo detto

e nell'altro dirò e gran collegi

che feciono i baron tanto pregiati.

Dio vi riposi tutti in buoni stati.