Cantata per la Notte del Santissimo Natale

By Auteur inconnu

S'apra al riso ogni labro

e si racchiuda ogni pupilla al pianto!

Di giubilo cotanto

chi fia giocondo fabro?

La torbida tempesta

raserenar convien

d'ogni cura molesta,

e spezzar le catene

ch'il primo genitor

ci pose al piè.

Perché?

La cagion d'ogni gioia è il gran Natale

di fanciullo reale

a cui gl'astri più belli

ornan le chiome.

Come?

Quel ch'al fato dà legge,

quel che dà il volo ai venti,

il corso all'acque,

quello ch'il mondo regge

sotto povero tetto or ora nacque;

e in sembianza di tenero bambino

il suo corpo divin

d'umanità vestì.

Chi?

Vostra stupida mente

non si confonda più:

quello ch'è nato è il Redentor Gesù.

O fortunato avviso!

O prospera novella!

S'apra ogni labro al riso!

Su su, al canto si sciolga ogni favella!

O di notte felice e beata

ombra amata,

gradito orrore in cui sorge

e vita a noi porge

delle stelle il supremo Fattore.

Con insoliti e chiari splendori

al Natale del Re delle sfere,

ogni tenebra par che s'indori

e scintillin le nubi più nere.

Le caligini oscure il ciel disgombra,

all'apparir del sol sparisce ogn'ombra.

Della gregge mansueta

fida turba conduttrice,

godi pur festosa e lieta

ad annuncio sì felice.

Temer più non lice

d'arciera severa

il colpo mortale:

spezza al nascer di Dio morte lo strale.

Or mirate il gran tonante,

ch'umanato pargoleggia

e nel fieno ha la sua reggia,

ch'ha nel ciel soglio stellante.

Gl'occhi volgete a Dio ch'a voi si svela;

quindi ardete per lui s'ei per voi gela.

All'ignudo Redentore,

se non fosse troppo angusto

e di colpe così onusto,

offrirei per cuna il core,

o col foco de' caldi sospir miei

le fredde membra sue riscalderei.

Con quel gel ch'il sen gl'agghiaccia

vibra altrui celeste arsura,

ond'avvien ch'ogn'alma pura

dolcemente si disfaccia.

Ei regge il mondo eppur vagisce infante:

ha le saette in mano ed è tremante.

Mentre ingemmano il suo viso

vive perle ruggiadose,

da sue lagrime preziose

ha il natale il nostro riso.

E mentre ei dà principio a un mesto pianto

il nostro lagrimar termina intanto.

E non si spezza

a tant'amore

l'aspra durezza

d'ingrato core,

O gran bontà del regnator dell'Etra:

Iddio si fa di carne e l'uom di pietra.