CANTICO di Chariteo
Soave cosa è riguardar di terra,
Per gran vento, del mar l'onde, turbate,
Dare a li naviganti horribil guerra.
Soäve anchor, per campi squadre armate
Ferirsi strenuamente in Marte eguale,
Mirar d'una turrita, alta cittate.
Non che gioir mai debia alcun mortale
Del danno altrui, ma sol perch'è diletto,
Vedersi huom fuor d'un aspro, horrendo male.
Ma più soäve anchor, più dolce affetto
Senton color, che 'n la divina altezza
Tengon drizzato il chiaro, almo intelletto.
Staran constanti i giusti in gran fermezza,
Incontro a quei, che nel mundano inferno
Gli fur sempre molesti in dura asprezza.
Et, inclinando il viso al foco eterno,
S'allegraran, vedendo il gran supplitio,
Col qual suol vendicarsi il Re superno.
Quegli, riconoscendo il lor flagitio,
Diranno, alzando il tremebondo viso
Al lucido, immortal, sidereo hospitio:
– Ai!, ai!, quei son ch'a noi fur in deriso,
A cui togliemmo il frutto de gli affanni,
Et hor son cittadin del paradiso.
Ai!, ai!, miseri noi, che da prim'anni
Con false opinïon, caduche et vane,
Correndo sempre a li presenti danni,
Quei saggi estimavamo anime insane,
Et senza alcuno honor lor vita et morte:
Vertù sempre ne parse un nome inane!
Ecco che 'n l'alta et glorïosa corte
Son dei, figlioli del supremo Idio,
E 'l gran Regno del ciel gli è dato in sorte.
Noi, dietro al vil, terren, basso desio,
Dal vero ben deviando in vano errore,
Pusimo veritade in cieco oblio.
Non fulse di giustizia in noi fulgore,
Né d'alta intelligentia apparve il sole:
Notte, del ver ne tolse il bel colore.
Come huom, zappando, affatigar si suole
Sotto un monte, ch'al fin li cade in testa,
Talché del suo lavor si pente et duole;
Così fu nostra vita al suo mal presta,
Che corse con fatica al proprio danno,
Per scalebrosa via, dura et molesta.
Ecco 'l premio del nostro immenso affanno!
Ai!, quanto tardi siemo al pentimento,
Tardi a veder l'insidïoso inganno.
Per mezzo del camin di perdimento,
Ignorando del ben la vera via,
Difficilmente andammo, et con tormento.
Che valse a l'alma, allhor quando partìa,
La vana ambitïon, le gemme et l'oro?;
Che la superba, iniqua tyrannia?
Certo è, ch'ogni mundano, ampio thesoro
Si conserva per danno del suo donno,
(Anzi del servo suo,) non per ristoro.
Le ricchezze, che fur vana ombra et sonno,
A gli altri invidia, a noi mai non gioconde,
Semita de vertù mostrar non ponno.
Qual nave, che va via per mezzo l'onde,
Et, arrivata al fin del suo vïaggio,
Non dan segno di lei l'acque profonde;
Né discerner si può per qual passaggio
Sulcò quella carina il vasto mare:
Protheo no' 'l sa, del pelago il più saggio;
Et quale augel per l'aria suol volare,
Che, poi ch', ove il desir lo mena, è giunto,
Del suo camin nullo argumento appare;
Tai fummo noi, ché 'n un medesimo punto
Hebbe principio et fine il viver nostro,
Che 'n sua malignità fu pur consunto.
Partemmo dal mortal, terreno chiostro,
Senza lassar di loda alcun vestigio:
Fama tace per noi, tace l'inchiostro.
Non è più turbulento il gorgo Stigio,
Ch'era in quella pregion quest'impia mente,
Sotto 'l peso del grave, alto fastigio.
Quando eravam tra quel volgo imprudente,
Che solo admirar suol divitie immense,
Quanto inganno prendea la cieca gente!
Ché, vedendo le aurate, argentee mense,
Le vivande exquisite, i dolci odori,
Quelle dismesurate et varie impense;
I serichi trapunti et gli aurei fiori
Nei bei panni contexti; i letti, ornati
Di coltre, d'ostro et de ricchi lavori;
I gran dominii, i regni, i principati,
Gli alti palazzi, et mille human diletti;
Giudicava noi soli esser beäti!
Ma, se de li penosi, amari affetti
L'armata, ardente et furïosa schiera
Veduta havesse dentro i nostri petti;
Se l'avida, crudel, rapace fera,
Che 'l cor co' i denti havea tutto squarciato,
Si fusse dimostrata in forma vera;
Stolto non fu giamai tanto insensato,
Né cor di voluptà sì desïoso,
Ch'envidiato havesse al nostro stato!
Così passammo il viver fatigoso,
Pien di tormento, in quel carcer mundano;
Et hor l'havem perpetuo et più doglioso.
O ignorantia d'intelletto humano,
Come non vedi il ver, che mostra chiaro,
Che non si può salvar l'animo insano? –
Così parlan color, a cui fu caro
Cangiare il ciel per brute et frali cose,
Di gemito interrotti et pianto amaro.
Ma quelle anime insigni et luminose,
Che puser loro speme in vera gloria,
Saran di lor signor figliole e spose.
Lasciando qua la sua chiara memoria,
Nel sacro, celestial, ceruleo tempio
Andranno, ove vertù s'allegra et gloria.
Non già che ai tai, nel mondo iniquo et empio,
Bisogne aura di volgo, o nome, o fama,
Ma perché sian de le vertuti exempio.
Questi son quei che 'l cielo honora et ama,
Poi che lor non amaro altro che 'l cielo,
Et di continuo a sé gli tira et chiama.
Però i miglior più spesso il mortal velo
Lascian, senza aspettare età matura,
Ch'ai tali vieta Idio cangiare il pelo.
Non pate, che 'n pregion tetra et oscura
La nitida alma et candida sostegna
Guerra civil, periculosa et dura.
Poi che di tanto mal la vede indegna,
Toglier la suol da cui l'afflige et preme:
Ché 'n terra serve, in ciel trïompha et regna.
Noi dunque, egri mortali, che la speme
Ponemo in questo basso amor, terreno,
Talché l'anima al fin ne piange et geme;
Gli occhi drizziamo al bel templo sereno
Di sapïentia, che da l'arduo monte
Effunde i fior da l'odorato seno.
Aprendo i rai de la stellata fronte,
Le voci sparge in ogni parte, et dice:
– Bevete i miei thesauri a l'aureo fonte.
De l'arbor di vertuti io son radice;
E 'l primo frutto mostra in su le cime:
Che chi dio teme, è sol saggio et felice! –
Così per le contrade ultime et prime
Canta la bella diva, in alto stilo;
Ma non v'è chi la 'ntenda, o chi l'estime.
Ché pria la Parca rompe il tenue filo,
Che l'oda alcun mortal, ch'ogniun s'è messo
Là giù le Catadupa, al suon del Nilo;
Onde l'humano senso è tanto oppresso,
Anzi sepolto in fango immondo et lordo,
Che cosa odir non può del ben promesso;
Tal ch'adivien narrar fabule al sordo.