CANTICO PRIMO

By Benedetto Gareth

Sovente un dubio grande il cor m'assale:

Perché l'alto rettor de la natura

Supporta un lungo, inemendabil male?

Benché pensier sì vano in me non dura;

Ché 'l caldo di ragion suscita un vento,

Che fuga da la mente ogni aria oscura.

Chi pensa a vinti, a trenta, ad anni cento?

Se 'n mente di colui, che fece il sole,

Mille et mill'anni, et più, son un momento?

Ma nostra impatïentia nascer suole

Dal viver, che sì ratto al fin contende:

Ché tardo vien ciò che troppo si vuole.

In ciò, quanto intelletto human comprende,

Pensando, io mi sedea nel lito ameno

A lo scoglio, che 'n mare il braccio extende.

La delettevol piaggia e 'l dolce seno

Napolitan, con quel chiaro prospetto,

Mi tolser dal pensier basso et terreno.

Et cominciai rivolger l'intelletto,

Accompagniato da vertù visiva,

A quel de le Sirene almo ricetto.

Era a veder in quella prospettiva

Napol superba, e 'l bel Vesuvio monte,

Che signoreggia l'una et l'altra riva.

Così cantan le Muse esser bifronte

Parnaso, ov'hor a pena si discerne

Il luogo, ov'era il bel Pegaseo fonte.

Quel celesti acque, et questo fiamme inferne

Gettava: hor son mutati in altro stato,

Ché sotto 'l ciel non son le cose eterne.

Così pensando al varïabil fato,

A la alteration de gli elementi,

L'aër subito vidi e 'l mar turbato.

Et illustrava il sol le stelle ardenti

Del Syrio, sotto 'l quale ardon li campi,

Et sudan sotto l'arme l'impie genti.

Coruscar vidi il ciel tutto di lampi;

Del gran Giove furea l'aspra consorte

Per li tratti de l'aër, vasti et ampi.

Quant'io vedea, portento era di morte;

Tal ch'io temeva il mio postremo fine,

Ché d'improviso un mal sempre è più forte.

Cercando aïta a le vertù divine,

Mi levai, caminando a poco a poco

Su l'herbe, già converse in dure spine.

Mutata era la faccia di quel loco;

Ch'ove fulgea la prole de Dione,

Aletto arder vid'io, piena di foco.

– Delphin, che diesti aïta ad Arïone,

Deh, che tu mi recassi oltre l'Egitto;

Ch'io non vedesse tal conversïone! –

Così diss'io, col cor per tema afflitto,

Qual huom, che di sé stesso anchor diffida,

Né teme più l'altrui, che 'l suo delitto.

Tra i tuoni udii un fragor con tali strida,

Che di Stentor non fur voci più gravi:

– Maladetto quel huom, che 'n huom si fida! –

Per aspre, acute spine i piedi ignavi

Mossi, prendendo allhor per fermo duce

Quel, che da mente toglie i pensier pravi.

Et dissi: – O Re di Re, tu mi conduce

Per tanta oscurità, Signor, mi serva,

Ove i fulguri sol mi porgon luce. –

Et, vòlto al promontorio de Minerva,

Vidi venir per l'onde un lume accenso

Dinanzi una admiranda et gran caterva.

Era il camin da l'intelletto al senso

Frequente di chimere a mille a mille,

Di vapor, di pavor tutto condenso.

Parean già l'acque alquanto più tranquille,

Tal, ch'appressandosi la bella schiera,

Mi radïar ne gli occhi le papille.

Ond'io, di dubbio fuor, conobbi ch'era

Di Sirene un drapello; tra le quali

Una ne parve, più che l'altre, altera.

Fermai ne gli occhi suoi gli occhi miei frali,

Con horror admirato, intento et fiso

A le bellezze sue, più che mortali.

Celeste honor fulgea nel chiaro viso,

Et, nuda, d'un candore era vestita,

Qual è la lattea via del paradiso.

Et era la bellezza tanto unita

Con gravità, che 'n nivea castitate

Vòlta havrebbe d'Amor la face ignita.

Giunte eran quasi al lito le brigate,

Quand'io, qual huom che per timor vaneggia,

Dissi: – Fuggir conven qual da pirate!

Non voglia il fato che costei mi veggia,

Et mi transforme in qualche horrendo mostro,

Et d'alcun fallo antiquo hor mi correggia. –

Per simil sorte in quel Gargaphio chiostro

Fu devorato Attëòn da suoi cani,

Dicendo: – Conoscete il signor vostro! –

Sempre van col sospetto i pensier vani,

Ma quando di conscientia il pondo preme,

Si soglion più temer li casi humani.

Rade volte adiven ciò, che la speme

Promette a l'huom; et son sì duri i fati,

Che spesso et presto vien ciò, che si teme.

Volgendo in me la dea gli occhi turbati,

Le guancie mi senti' d'acqua perfuse,

Et vidi i sensi miei tutti cangiati.

O sacrosante, ovidïane Muse,

Hor m'aitate a dir com'io fui vòlto,

Dinanzi a quelle mie nove Meduse.

Da biondo in bianco il pelo era rivolto,

Infrigidòsi il sangue, et mi trovai

Da giovenil pensier libero et sciolto.

Quanto huom si può mirare, io mi mirai,

Et, poi che 'l primo mio volto non persi,

Il mal volgendo in ben, m'acconsolai.

D'un'aspra et dura cute mi coversi,

Caligavanmi gli occhi: in summa in vecchio,

Non vecchio anchor, del tutto mi conversi.

Havrei voluto allhora in man lo specchio,

Sol per veder, sì come mi sentea,

Rugar la fronte et inclinar l'orecchio.

Voglia di parlar sempre m'accendea,

Et mentre volea dir mille fabelle,

La tosse il mio parlare interrompea.

Ma da la mente uscian vive facelle,

Che dal voler le tenebre fugaro,

Et quanto a la ragione era rebelle.

Al lito m'appressai, fatto già chiaro

Del fulgor de le dee, candide et pure,

C'homai senza timor mi riguardaro.

Et dissi: – O, fatte in ciel, chiare figure,

Ditemi chi voi siete, et senza tema,

Ché l'età mia di me vi fa secure. –

De le Sirene allhor quella suprema

Vidi, i capei con man dilanïare,

Qual vidua che 'l marito pianga et gema.

La corona gettò turrita in mare,

Et l'acqua, che piovea da gli occhi santi,

Fe' 'l mar profondo più, più l'acque amare.

Poi cominciò quest'aspri et flebil canti,

Ond'io vidi in silentio il vento et l'onde,

Intenti al suon di dolorosi pianti,

Lei canta, e 'l lito cavo gli responde: