CANTICO QUARTO

By Benedetto Gareth

La notte era passata, et l'horizonte

Si coloria di quella, che ristaura

La luce, con la sua rosata fronte.

Spirava quella estiva, soäve aura,

Che move il sol nel mar coi caldi ardori,

Quando le summità di monti inaura.

Et io, fuggir credendo i miei dolori,

Mutando luogo, andai dove Sebeto

Con l'onde salse mischia i dolci humori.

Et perché vigilante et inquïeto

Solea passar le notti insomni et triste,

Perduto il bene, ond'io non fui più lieto;

Al dolce murmurar de l'onde miste,

Tra pensier mille, il somno si interpose,

Ché chi più suol vegghiar men li resiste.

Ivi, tra le populee fronde ombrose,

Veder mi parve il dio del sacro fiume,

Cinto di gionchi et di canne frondose.

Tutto coverto d'un ceruleo lume,

Ch'a guisa di Zaphiro era fulgente,

Nel cui volto splendea divino nume.

Et cominciò parlar sì dolcemente,

Che 'l molle mio dormir fe' più profondo,

E 'l suono anchor mi suona entro la mente:

– Dal mio secreto, ameno antro, giocondo

Vengo per dar remedio al tuo cordoglio

Con l'exemplo del mal, che 'n l'onde ascondo.

Lontan da la mia luce anch'io mi doglio:

Amor, che fece me liquido rivo,

Inarime hor ha volta in duro scoglio. –

Allhor contrassi il ciglio in modo schivo,

Qual huom cui d'improviso spina offende,

O dente d'animal tetro et nocivo:

Ché 'l nome di colei, che luce e splende

Tra le Sirene, erranti in l'onde varie,

Il cor mi circondò di spine horrende.

– Et quali stelle hor son tanto contrarie

A la beltade, – io dissi: – o fluvio santo,

C'haggian forza a mutar la bella Enarie? –

Rispuose: – Io non Peneo, Vulturno o Xanto,

Né son più che Sebeto, et sol comprendo

La terra a 'l mar; del ciel non mi do vanto.

Non fu d'Endimïone il duol sì horrendo,

Quando in occaso il mar prese la Luna,

E 'l misero ne pianse, amando, ardendo;

Né fu la sorte a me tanto importuna,

Quando 'l pianto mi fe' cangiar figura

Per Napol, che cangiò volto et fortuna;

Quanto d'Enarie ria fu la ventura,

Partendosi di lei l'unica luce;

Onde s'è convertita in petra dura.

Vasen per l'onde, e 'n sino al ciel reluce;

Di cui beltà Neptuno spaventato

Riman, che per suoi regni hor la conduce.

Era il dolore alquanto mitigato

De la comune Italica pernicie,

Scesa dal ciel per implacabil fato.

Inarime con sue dolci blanditie

La notte a 'l dì racconsolava il duolo,

Et erano ambe due sempre in delitie.

Non apparea sovra 'l terreno suolo,

Né s'ascondeva il sol dietro a le Gade,

Che non fussero inseme in luogo solo.

L'una specchio si fea de la beltade

De l'altra, et si lagnava: – Ai!, come rue

In precipitio la labente etade! –

Mentre s'acconsolavano ambe due,

Fruëndo la dolcissima amicitia,

Che dal fonte d'Amor continua flue;

Non so per quale inferna, impia malitia,

Dal tartareo furor venne tal ira,

Che 'l piacer fe' mutare in gran mestitia.

In rimembrarlo sol l'alma sospira:

Ché senza altra cagion, solo per sorte,

Ch'ogni cosa mortal rivolge et gira,

Phebe volse lasciar l'Enaria corte,

Mercé d'amor, che a l'anima subietta

Al fin per guidardon suol dar la morte.

Discese Phebe dunque al lito in fretta,

Mischiando col parlar lagrime amare,

Et per pianto ogni voce era imperfetta.

Vidi da viso in viso amore errare,

Et far con l'onda de li pianti multi,

Ovunque si movean, un altro mare.

Era un color di morte in quei bei vulti.

Cominciate fur già, ma non finite,

Le parole; in cui vece eran singulti:

Languevano in un'anima due vite:

Gli occhi a le bocche, asciutta per sospiri,

Davan humor di lagrime infinite.

Qual sogliono apparir ne l'arco d'Iri,

Mille varii color per sol contrario,

Onde adiven che 'l volgo intento admiri;

Andava per duo volti un color vario,

Che mostrava d'angoscia il cor compunto;

Così scendero al mar dal colle Enario.

Le voci di nocchier fur in quel punto,

Qual fia la tromba a l'ultimo giuditio,

Che destarà sotterra ogni defunto.

Non dando di sua vita alcuno inditio,

Fu posta l'aurea Phebe in l'alta nave,

Qual màrtyr tratto al duro, impio supplitio.

Vedendo Enarie in mar, turbato et grave,

Ogni letitia sua commessa al vento,

Persa la gloria et la vita soäve:

Allargò 'l freno al suo flebil lamento:

Lamento, eterno pianto a cui partiva,

Morte a cui rimanea sola in tormento:

– Vaitene, dunque, ai!, vela fugitiva,

Perché povera me di mia ricchezza

Fai, sol per arricchirne un'altra riva?

Quell'animo viril d'alta grandezza,

Che riportò da Colcho il vello d'auro,

Non vide in nave mai tanta bellezza.

Né quel ch'uccise il fero Minotauro,

Né chi furò la gran figlia di Leda,

Portâr mai tal beltà; né Giove in tauro.

Hor chi pensarà mai, chi fia che 'l creda,

Che voluntariamente io, misera!, io

Mi spogli di sì ricca, opima preda?

Perché non satisfaccio a l'ardor mio?

Chi mi vieta seguirla ove che sia?

Qual tema vinse mai tanto desio?

Che parlo?... O dove sono?... O qual follia

Rivolge de furor la mente offesa?

Se 'l fato per me sol chiude la via!... –

Mentre così parlava, in foco accesa,

Lo stuolo dentro Baia era nascoso;

Baia da tempestose onde difesa.

Restava sola in quel lito arenoso,

Et di corrucci et pene dïuturne,

Chiudea nel petto un altro mare ondoso.

Et occupavan già l'hore notturne

Il dì, con loro hombrose et humide ali,

Togliendo l'huom da le cure dïurne.

De riposo era tempo a li mortali,

Quando dal vitreo letto il sol sommerso,

Gli huomini invita al somno, et gli animali.

Tra i rami il roscigniuol, che 'l nido ha perso,

Piange la notte, et empie di lamenti

Le selve e i campi, in lagrimabil verso.

Quel Tèreo miserando, a i sordi venti

Ululando, di due donne si lagna,

Ma più di suoi voraci et feri denti.

Il captivo d'Amor senza compagna,

Ante le chiuse porte, ardendo, giace,

Et cantando di lagrime si bagna.

Tutto lo resto si riposa et tace,

Se non colui, che per perduta cosa,

Piange, ché senza lei no' spera pace.

Quella infelice amante et dolorosa:

– Ai!, Luna, ai!, Luna!, ai!, ai!, – chiamar non cessa,

Né chiude gli occhi in somno, né riposa.

Di cui l'imagin resta tanto impressa

Ne la memoria con li sensi unita,

Ch'anchor ragiona in tal guisa con essa:

– A Napol la bellezza, a me la vita

Togliesti in tutto, o sol de gli occhi miei,

Nel punto da la tua dura partita.

Per un remedio dal mio mal vorrei

Sol, te sola incolpar del tuo partire,

Et non gli adversi fati, iniqui et rei.

Ché 'l tuo desio dà foco al mio desire,

E 'l tuo dolore, eguale a la mia doglia,

Morte et tormento giunge al mio martire.

Deh, ch'io vedessi in te contraria voglia,

Ch'io non havrei dolor tanto sofferto,

Talché conven che di vita mi scioglia.

Lassa!, di cui rimane è 'l duol più certo:

Chi porte, i pegni suoi lascia in securo,

Chi resta, teme sempre il fato incerto.

Sempre ch'io veggia in ciel l'infame Arcturo,

Le nubi, il vento e 'l tempestoso sale,

Sarà la tempestà nel core oscuro.

Ma tu, avegna che sei cosa immortale,

Non ti creder a cui non serva fede:

Più teme, quando 'l mar si mostra eguale.

Ch'a li marini dei, mal fa, chi crede

La divina beltà, ché non fur fidi

Ad Helle, che 'l suo nome al Ponto diede. –

Mentre costei con miserandi gridi,

Con lagrimose voci, senza fine,

Fa risonare i monti e i mari e i lidi;

Le Sirene Amalphèe, le Surrentine,

La dolce Platamonia, bella et bianca,

Venner inseme, et l'Actia Mergilline.

La gran Parthenopea sola vi manca,

De l'altre pria Regina, et hor si trova

In crudel servitù, di vita stanca.

Mergelline parlò: – Hor che ti giova

Pianger di questo tuo fatale stratio?

Placar, piangendo, il fato è vana prova.

Né d'human sangue il dio del regno Thracio,

Né di liquor le sitibonde avene,

Né di lagrime Amor serà mai satio! –

Et ella: – Hor cantarete, alme Sirene,

Hor cantarete voi, che l'acque vive

De Dirce rinovate et d'Hyppocrene.

Ai!, con quanta dolcezza in queste rive

Quest'ossa sentiran delitie intere,

Se voi di me cantate, eterne dive;

Se voi, Summontie, et voi, Muse Syncere,

I nostri amori, in suon dolce et canoro,

Farete gir tra le Pontane schiere.

Non sarò più con voi nel vostro choro,

Senza me ducereti i vostri balli,

C'homai, per cui per me non more, io moro.

Né più notar per liquidi crystalli

Mi vedrete, cogliendo false herbette,

Conchilie et rubri et candidi coralli. –

Sette notti ivi pianse, et giorni sette,

Finché restando la fiamma absoluta

Nel cor, li fur le lagrime interdette.

Et quale, cigolando in voce arguta,

Spira Aquilon, poi d'una pioggia immensa,

Ch'ogni liquido humore in vento muta;

Tal di sospir la tempestade intensa

Fe' disseccare il sangue et le medolle,

Onde si fe' magior la fiamma accensa.

Tanto che 'l cor gentil, soäve et molle,

Divenne duro scoglio a poco a poco,

E 'l bel corpo in acuto et alto colle.

L'incendio si disperse in tutto il loco,

Et l'humido terren rimase asciutto:

Fan testimonio i sassi hoggi del foco.

Rivolser le Sirene il canto in lutto,

Onde, fuggendo, quel luogo execraro:

– In voi, campi, non nasca herba, né frutto!

D'Inarime io t'ho detto il caso amaro. –

Così disse 'l bel fiume, et poi si tacque,

Drizzando verso l'antro il viso chiaro,

Allhor diss'io: – Perché tanto ti piacque

Giungere a le mie antique hor nova pena

Nel petto, che per doglia al mondo nacque?

Ché non ho lena in cor, né sangue in vena,

Udendo il miserabil fato strano

Di quella honesta et candida Sirena.

Tu promettesti al cor, per doglia insano,

Remedio, et più di lagrime mi bagni:

Per che 'l fin dal principio è sì lontano? –

Et egli: – Hor di ragion tu ti scompagni,

Ch'a miseri, che più sperar non ponno,

Solazzo è ne le pene haver compagni. –

Così sen gio parlando il fiume, e 'l sonno.