CANTICO SECONDO

By Benedetto Gareth

– Parthenope son io, piena di duolo:

Non men beäta pria, c'hor infelice,

Squarciata in mille parti, equata al suolo.

Misera me!, fruïr più non mi lice

Primavera, che sempre in me fioriva;

Ché Venere è conversa in dira ultrice!

Libera fui gran tempo, hor son captiva,

In man di feri monstri, horrendi et diri,

Quai Protheo doma in la Carpathia riva.

Qual re più fida in regno, in me si miri

Come in lucido specchio! O re possenti,

Imparate frenar vostri desiri!

Non vi inganne il piacer di ben presenti,

Che sempre a voi minaccia il Re magiore,

Ciò che temon di voi le minor genti.

Ov'è 'l triompho, ov'è l'egregio honore,

Che tant'anni mi tenne in gran letitia,

Sotto 'l paterno Aragonese amore?

Ai!, magnanimi Re, pien di giustitia:

Ferrandi, Alfonsi; et tu, primo Ferrando,

Per cui vertù col fato hebbe amicitia;

Non turba hor vostra gloria il danno infando,

Ch'io sento per la vostra inclyta prole,

Ch'incerta va per l'onde horrende errando?

Ond'io rimasa son senza 'l mio sole,

Talché temo tornare al volto antico

Del chaos, rude et indigesta mole.

Ai!, ai!, perduto ho 'l mio gran Federico!

Con lui ne porta il vento le mie glorie,

La mia bona fortuna e 'l fato amico.

Oscuro è 'l fin de le mie chiare historie,

Perso il fulgor de le vertuti eterne,

In mare, in terra, in ciel tanto notorie!

Uscite son da le spelunghe inferne

Le tre furie crudeli, in cui non vale

Ragion, ma sol voler manda et discerne.

Per lor sent'io di mali il magior male,

Talché quest'onde, in lagrime converse,

Non farian al dolor il pianto eguale.

Solo in veder di qua, di là disperse

Quattro Regine excelse!... Hor chi 'l può dire?

Qual saxo può di pianger contenerse?

Quanto mi spiace il non posser morire!

Felici sono quei, che col bel fine

Sperano ogni gran mal posser finire.

Ove siete, o Ioänne! ambe Regine;

D'Ausonia et d'Aragonia ambe ornamento;

Per vertute et bellezza ambe divine?

Ov'è Beatrice, ov'è 'l grande incremento

Del valor d'Aragon?: di Re sorella,

Figlia et consorte, et de lor gloria augmento?

Hor per te cresce il duolo, alma Ysabella,

Di Re feconda madre et de vertute,

Et di Re guida, orïentale stella!

Le più diserte lingue sarian mute

Per dire il tuo valor: ché 'l sol non vede

Sì saggio petto in tanta gioventute!

Da i capei santi al bel candido pede

Infundon tal bontà gratie celesti,

Che la speme del ben di te procede.

Poiché, viva, il tuo Re veder potesti,

Pien di sdegno, d'amore et di pietate,

Scender al mar con gli occhi alteri et mesti;

Et de l'Enario ciel le vele infiate

Con gli occhi prosequir per l'onde amare,

Che ne portar le tue ricchezze amate;

Poiché, senza morir, potesti stare

Col viso forte, intento a la marina,

Finché già non vedesti altro che 'l mare;

Indicii son, che sei cosa divina,

Non impedita mai d'humana spoglia,

Di man propria de dio fatta Regina!

Di pianto in pianto, et d'una in altra doglia

Mi porta il desiderio, che ha diviso

Me di me stesso, et di piacer mi spoglia.

Verace, ardente amor, constante et fiso,

Vuol che 'n l'altra Ysabella sempre io pensi,

Che i thesauri del ciel porta nel viso.

Duchessa de Milan, di cui gli accensi

Rai di bellezza efflagran sì nel volto,

Che sveglian di ciascun gli ignavi sensi.

Non ti bastò, Fortuna, havergli tolto

Il ben de l'immortal casa Visconte,

Ch'anchor veder gli festi il turpe insolto.

O Constantia, per cui l'Aonio fonte

Phebo dispregia et quel beato Eurota,

Et cole l'alto, arguto Enario monte;

Tu sola pôi guardar con mente immota,

Come fortuna fa tragiche scene

Nel theatro di sua volubil rota!

Dulcissima tra più dolci Sirene,

Diana in selva, et sacra Vesta in ara,

Charite in Papho, et Musa in Hyppocrene!

Tra fortuna et vertù sempre fu rara

Concordia, né giamai fu chiaro tanto,

Quanto per quel Marchese di Pescara... –

Di quel pietoso et lagrimabil canto

Fur interrotte allhor le voci extreme,

Di singulto, di gemito et di pianto.

Piangevan le Sirene tutte inseme,

Impiendo di ululati il gran paese,

Da le prime contrade a le postreme.

– Ai!, Marchese, ai!, Marchese!... – in voci, accese

D'ardente amor, s'udiva. Ogni rivera,

Ogni antro respondeva: Ai!, ai!, Marchese!... –

Penetrava il clamor la prima spera:

Pianser l'infime parti et le soprane,

Pianse Plutone anchor, pianse Megera.

Correndo in giro il suon per l'ampio inane,

I cognati in Sicilia udîr le grida,

Et fêr degli occhi lor vive fontane.

O notte atra, crudel, notte homicida!,

Come soffrir potesti un tradimento,

Che no' 'l vider magior le stelle in Ida?

Mentre quel forte heroe, pien d'ardimento,

Con obsidion la nova arce premea,

Con vertù pertinace a l'opra intento;

A tai perigli il bel corpo offerea,

Ch'io l'increpai col mio volto dimesso,

Qual fido Achate un animoso Enea:

– Perché sei, signor mio, – gli dissi spesso, –

Sì prodigo d'una anima sì grande?

Perché sei sì crudel contra te stesso? –

Et egli a me: – Colui che sobrio prande,

Ne la mensa regal cena con Christo,

Et gusta dolci angeliche vivande.

Per gire in cielo, in terra hor fama acquisto,

Non per viver tra voi, poco l'externo

Pregiando, il proprio ben solo conquisto.

Fugge l'irreparabil tempo, eterno;

Talché ciascuno affatigar si deve,

In dar la vita al nome sempiterno:

Col bel morir s'allunga il viver breve;

L'animo in corpo ignavo è simigliante

Al serpente, sepolto in alte neve.

Fortezza alta, viril mi spinge inante;

In far questo vittór, sol io mi glorio... –

Vibrando allhora il braccio armisonante:

– Non sia chi si ritegna entro 'l tentorio

Continuo, ch'a cui Bellona arride,

Non fa bel fin, se muor nel letto, inglorio.

Volò da l'arduo Eta al cielo Alcide,

Memnone non morio nel pigro letto,

Né morio vecchio in piuma il gran Pelide! –

Queste parole mi squarciaro il petto,

Et dissi: – Augura meglio, o signor mio!;

Et se teco non hai di te rispetto,

Risveglia al men l'amor paterno et pio

In quei duo lumi, accesi del tuo lume;

L'amor, che par che dorma in cieco oblio! –

– Credi affrenarmi, – ei disse: – et più m'allume

In dispregiar la vita, come hor vedi,

Per incitare i figli al bel costume.

Di me ponno imparar fermare i pedi

Sopra vertù, da gli altri la fortuna:

Ch'io sol li lascierò di gloria heredi. –

Quelle voci cygnèe, d'una in una,

Rimaser fixe in quella parte, dove

Con la memoria il senso si rauna.

Ch'or m'è dinanzi: io 'l veggio, io l'odo; hor move

L'alte parole sue, di laude digne,

Che nel cor mi saran sempre più nove!

Per lo silentio poi de le maligne

Stelle s'udio la voce, atra et funesta:

– Mort'è quel gran Marchese Avelo, insigne! –

Qual huom che sognia cosa che l'infesta,

Et sogniando vorria che sogno fosse,

Et pugna per destarsi, et non si desta;

Tal io rimasi; et tanto mi commosse

Quel mal, ch'io fui di me subito fora,

Per la doglia mortal che mi percosse.

Poi ch'io non fui del tutto extinto allhora,

Che fortuna a vertù fe' sì gran torto,

Non si può dir che di dolor si mora!

In quel punto io non fui vivo, né morto,

Ma di vita et di morte in tutto privo,

Perduto il mio presidio e 'l mio conforto.

O gloria da le Muse, o di Gradivo

Invidia, o petto puro et senza frode,

Per vertù sempiterno et redivivo;

Alfonso, del mio honor fermo custode,

Se cosa alcuna i miei versi potranno,

Vivran sempre il tuo nome, honori et lode.

Ai!, saggio animo, altero, hor quale inganno,

Qual arte, o qual maligno iniquo ingegno,

Ti trasse al caso, al mondo ingiuria et danno:

Perpetuo pianto al Re, d'imperio degno?