CANTICO TERZO
Progenie alma di Iove, inclyte Muse,
Aprite il fonte lucido, che lava
Le machie nel letheo rivo perfuse!
L'invido Marte intento un dì mirava
Tra l'Aragonee squadre il gran Marchese,
Che Pallade, più ch'altro, al mondo amava;
Coverto d'arme fiammeggianti, accese
D'un ardente splendor d'oro et di smalto,
E 'l cor li fulgurava intro l'arnese.
Levavalo il destrier di salto in salto,
Et con gli spron l'habene eran sì pronte,
Che 'l facevan volar pe' l'aure in alto.
Qual nel Pegaso fu Bellorophonte,
Tal si mostrava; et eragli scolpito
In cima a l'elmo il carro di Phetonte.
Vedendol Marte allhor, forte et munito
Di fulgent'arme, andar col cor quïeto
Per la planitie, presso al dolce lito,
Lito Napolitan tranquillo et lieto,
Là dove giunger suol con l'onde salse
Le sue dolci acque il nitido Sebeto;
Venne sotto mentite imagin false,
Ma fu ben conosciuto in un momento,
Ché transformarsi in Cymbro non li valse.
Seco portando horror, di morte ostento,
Corse contra 'l Marchese, il qual, com'era
D'alto cor, l'affrontò senza spavento.
Al primo colpo Marte la cimera
Gli fe' volar, né danno altro gli diede;
Ma quel gli ruppe l'hasta in la visera.
Poi sovra Marte volge, et chiaro vede
Che contra Marte pugna, et nulla teme;
Et Marte sente un altro Dïomede.
Allhor si parte, et tanto grida et freme
Per gli alti, etherii spatii, immensi et ampi,
Quanto grida un million d'huomini inseme.
Tremaro l'Alpe e i largi Itali campi
Di tal fragore, et fune irato Giove;
Ond'arse il ciel seren tutto di lampi.
Venuto inanzi a quel, che 'l mondo move,
Incominciò l'armipotente idio:
– Tu vedi, o padre, in terra hor cose nove.
Vedi in contempto il tuo gran nume a 'l mio;
Vedimi ognihor più dispregiato in terra;
Che di mortali il più nocente et rio.
Bellona ha fatto un altro dio di guerra,
Ch'à avuto ardir di me ferir nel viso;
Il cui nome i Briganti e i Cymbri atterra;
Et, s'io non fusse dio, mi havrebbe ucciso. –
Tacque, et si fece allhor tutto vermiglio,
Tanto, che nullo in ciel contenne il riso.
Ma quel, che col fulgente superciglio
Tempra degli elementi il moto vario,
Rispuose irato a l'indignato figlio:
– Nume non è nel ciel, che più contrario
Che 'l tuo mi sia, né più d'ira cagione,
Ché mi sei figlio, et pur sempre adversario.
Ben mostri che da l'aspra, impia Giunone,
Et mia soro et moglier, nascesti: adversa
Al mio voler, non men ch'a la ragione.
Ma, benché tua natura è sì perversa,
Poiché mi sei figliuol, conven, ch'io assenta
Ad opra, dal mio petto assai diversa.
Hor va, dal tuo furore il freno allenta. –
Così disse, et colui più non contende
De dì, ma corre a l'arte fraudulenta.
D'invidia pieno, et d'ira, in terra scende,
Prendendo in compagnia maligna sorte,
Che va con lui, quando i migliori offende.
Et vedendo il Marchese invitto et forte,
Sotto l'insidie de la notte incerta,
Li dié da lunge inopinata morte.
Subito fu la frode discoverta;
Ché non fu quella impresa d'huom mortale,
Né d'esso Marte anchora in pugna aperta.
Nasconda pur quel clandestino strale,
Ché quel, tradito in notte insidïosa,
Lo vence in ciel, ché 'n ciel fraude non vale!
Hor ti conforta, o mente dolorosa:
Ché la morte di quei, che son fattura
Santa de dio, nel cielo è pretïosa.
Sovente assale i buon morte immatura,
Ché 'l ciel non vuol, che l'alma pia sostegna
Guerra intestina, sanguinosa et dura.
Poiché di tanto mal la vede indegna,
Toglier la suol da mezzo a genti prave:
Ché 'n terra serve, in ciel trïompha et regna.
Qual padre, che magior pensier non have.
Che liberar d'alcun carcer il figlio,
O d'altra servitute, iniqua et grave;
Tal è 'l signor, che, quando in quel periglio
Gli animi puri, intègri, adven che veggia,
Uscir gli fa di quel faro bisbiglio.
Onde 'l mio gran Ferrando in ciel fiammeggia;
Nova stella, c'humani et divi abbaglia,
Che più che Marte luce, e 'l sol pareggia.
O dextra invitta, o fulgur di battaglia,
Nel vencer et nel dar sempre più verde,
Teco la tua vertù sola s'agguaglia.
Miser chi d'improviso il suo ben perde:
Io, miser, per tua morte caddi al fondo,
Et vidi in punto secco il fiore e 'l verde.
Troppo parea felice il nostro mondo,
Se costui ne la età, de viver lassa,
Scarcava, et non sì presto, il nobil pondo.
Ché, quando perfettion tra noi s'abbassa,
Suol mostrarsi e sparir, per legge iniqua,
Qual lampo, che ne gli occhi splende et passa.
Rado, o non mai, mostrò natura obliqua
Frutto senil nel fior di gioventute,
Che non privasse l'huom d'etade antiqua.
Mille altre palme anchor gli eran devute,
Se la guerra crudel vencer poteva,
Che fortuna suol far contra vertute.
Ché, se gli dava il ciel vita longeva,
In cima a l'Aragonia arce superba,
Del mondo il sommo imperio si vedeva.
Ai!, chiaro, inclyto Re, la morte acerba
A te, che augmenti il numero di dei,
Fu vita, onde 'l mio duol si disacerba.
Tu, liber da gli inganni iniqui et rei,
Sciolto da le mortali, humane reti,
Di spoglie opime carco et di trophei;
Lasciando tutti i tuoi tanto inquïeti;
Per l'ampia, etheria via, ch'a gloria duce,
Volando, andasti a i luoghi ameni et lieti;
Dove fulge et corusca un'aurea luce,
Dov'altro sol si vede, et altre stelle,
Et senza notte un giorno eterno luce.
Del qual fulgor partìcipi fai quelle
Anime grandi d'Avelo et d'Aquino,
Chiare per lor vertù, per te più belle:
Lo strenuo Roderico e 'l bel Martino
Con Hyppolita, dea, che più risplende;
A chi 'l padre mostrò l'alto camino.
Et nei siderei campi, ove si rende
Per seme de vertù frutto di gloria,
Frutto ch'ogni altro di dolcior transcende;
Dal tuo padre immortal cantan l'historia,
Ch'Italia liberò da Turchi immani;
Onde in silentio lui lieto si gloria,
E spregia i perituri regni humani!