Canto 1

By Giacomo Leopardi

Là del Giordan su l'arenosa sponda

Vasta pianura i suoi feraci stende,

Ameni campi cui la limpid'onda

Irriga, ed il terren fertile rende,

Terren, su' cui con dominante impero

Stende lo scettro il Moabita altero.

Quivi di forze, e ardire alto portento

Il popol d'Israello arresta il passo,

E qual procella, o vorticoso vento,

O qual veloce smisurato masso,

Che orrendo cade da la cima alpina

Solo strage promette, e sol ruina.

Erge il suo volo al ciel d'alto terrore

Nunzia la fama, e a ognun dipinge il volto

Di tristezza, di lutto, e di pallore;

Si trema, e piange, e in nere spoglie avvolto

Chi straccia il crine, e chi percuote il petto,

Celer fugge da lor calma, e diletto.

Balac il rege pensieroso, e incerto

Impallidisce anch'esso, il popol mira

Oppresso dal timore, e quasi certo

Il suo perir; già furibonda l'ira

Tutta gli turba l'agitata mente,

E vicino il nemico e vede, e sente.

Mentre dubbioso pende, almo pensiero

Gli si presenta alfin; tale in procella

Orrida, e nera il provido nocchiero

Mira ricomparir l'amica stella,

Che fra l'oscuro, turbinoso velo

Il tremulo fulgor spande nel cielo.

Lungo la riva de l'ondoso Eufrate,

Sol mascherato di pietà l'aspetto

Fra le deserte selve inabitate

Ha l'empio Balaamo umil ricetto,

Che Profeta creduto, in ozio lento

Mena la vita a gl'incantesmi intento.

In maledir possente, e d'onor vago,

De l'oro amico, e d'alterigia pieno,

Ipocrita maligno, ignoto mago,

In sorte amica ognor lieto, e sereno,

Squallido ne l'avversa, e pien di sdegno;

Eletto vien liberator del regno.

Questi, è colui, che ad Israel cotanto

Danno apportò con gli empj suo consiglj,

Quegli ch'ottenne l'esecrato vanto

I più fieri aumentar neri periglj,

Quei, che solo inspirò spavento, e orrore

A l'esercito altero, e vincitore.

E già del Rege al cenno imperioso,

Aurati doni, e gemme in man recando,

Cinti da popol folto, e numeroso

Se n'escono ubbidienti al rio comando

Da la patria region, dai campi aprici

A l'empio Balam Messaggeri amici.

Già d'Aram la città l'albergo umile

Scorgon vicin, su' cui quercia frondosa

Stende i suoi rami, appiè del tronco il vile

Terreo tugurio stassi infra l'ombrosa,

Ampia selva, che il cinge d'ogni intorno,

E toglier sembra a lui l'amico giorno.

Ansiosi il passo ad affrettar si danno,

Gioia, e timor fansi ad ognun presenti;

Forse per questi libere saranno

Le nostre mura, e i gravi mali, e i stenti

Forse per lui lungi scacciar potremo,

E fors'anche tornar mesti dovremo.

Così dicean del sospirato evento

Dubbiosi, e incerti, ed a le rozze mura

Giungono alfin; dal vil tugurio a stento

Balam se n'esce in pensierosa cura,

E agl'incantesmi intento, ognor tenendo

Fissi gli occhi nel suol, d'aspetto orrendo.

Al volto truce, al tuon grave, e feroce

Attonito ognun resta, e umil si tace;

Rompe il silenzio alfin supplice voce:

O Profeta t'invìa salute, e pace

Il nostro Rè, che da sventure oppresso,

Tutto ti affida il regno suo, e se stesso.

Nemiche turme a la città tremante

Vengono ad apportar morte, e ruina;

Supplichevoli siamo a te d'innante,

Onde vogli impiegar l'opra divina

Le nostre a liberar paterne mura,

Nè senza premio andrà simile cura.

E in così dire offron preziosi doni,

Onde i lor voti ascolti, e non isdegni

Le patrie liberar care magioni,

Per cui sol pace, e contentezza regni:

E disperso Israel nemico, e fiero,

Libero sia de gli avi lor l'impero

Incerto Balam la rugosa fronte

Pensieroso si liscia, e il grave mento;

Del cupo, ignito, Averno, e d'Acheronte

I Numi invoca, e alfine a grave stento

Onde scacciar da voi, dice, il periglio

Chieder voglio dal ciel saggio consiglio.

Ma già stende la notte il nero manto

Già s'ascondon del sol le ardenti ruote,

Tace de gli altri augelli il dolce canto,

Esprime l'usignuol musiche note,

E i lung-urlanti gufi a lui fann'eco

Dal lor profondo tenebroso speco.

Balam rinchiuso il ciel, l'Averno invoca,

Ora con alto tuono incantatore,

Ed or con voce supplicante, e roca,

Consiglio chiede al Rè del cupo orrore,

E al Dio possente; quando alta, e severa

Ode una voce imperiosa, e fiera.

Balam gli dice al cenno mio sovrano

Pronto ubbidisci; il popol valoroso

Di me protegge la possente mano,

Maledizion non teme, il poderoso

Mio braccio vendicar saprà l'offese,

Se l'audace tuo labbro a lui le tese.

Confuso ci resta, e di pallor dipinto,

I ricchi doni, il lusinghiero onore

Incerto mira, ma ogni dubbio, è vinto

Da quel, che mostra il cielo alto furore,

E di lasciar risolve il campo aperto,

E i doni rifiutare, e l'oro offerto.

E già dal Gange oriental sorgendo

Sferza i cavalli la nascente aurora,

E di più viva luce il sol splendendo,

L'alte cime de monti intorno indora,

E al mattutino albor lucido, e vago

Scioglie la voce sua l'augel presago.

Ansiosi, e incerti i messaggeri amici

Sorgono al par del giorno; odon tremanti

Il van Profeta... ahimè figli infelici,

Infelice region! mesti, ed ansanti

Dunque passar dovrem la debil vita?...

E tu crudele ah non ci porgi aita?

Così diceano a la città volgendo

Lo stanco passo ognor mesti, e gementi;

Balam il Rege ancor sedea temendo

De l'evento il successo: alfin con stenti

Giungono i Messagger, lutto, e squallore

Portando in volto, e doglia sol nel cuore.

Rege essi dicon d'Israello al brando

Dovrà vinto cadere il nostro impero;

Così decise il si fatal comando

Di quel Dio, che protegge il popol Sero.

Paventa Balam di recargli offesa;

E da chi aver potrem forte difesa?

Confusione, terror, spavento, e lutto

Si mesce incerto al femminil lamento,

Ma di speme non perde il popol tutto,

E d'oro carchi, e lusinghiero argento

Parton di nuovo i Messaggeri ansiosi,

Fra speranza, e timor mesti, e dubbiosi.

A riveder tornan di nuovo il bosco,

Ove co' stesi rami ombri-frondosi

Il luogo rende intorno oscuro, e fosco

E il suol ricuopre di cespugli erbosi,

Affrettan ver colà veloce il piede,

E il tugurio primier da lor si vede.

Mirano ancor con palpitante cuore

Il bramato da lor Profeta indegno,

Offrono i ricchi doni, e fra il terrore

Baciano il suol di riverenza in segno,

Avido Balaam gli alza, ed al Nume

Promette dimandar soccorso, e lume.

Tutto già ricuopria l'oscuro velo,

Tacea de l'aspre belve il fier ruggito,

Folte le stelle risplendean sul cielo:

Quando un parlare in fermo tuon sentito

Forte l'orecchio di Balam percuote

Con queste ben intese, amiche note.

Vanne, è ben pronto il desiderio appaga

Di Lui, che ti cercò con sì gran cura,

Vanne a le rive, che il Giordano allaga;

Ma per difender l'orgogliose mura

Non trasgredire i miei comandi, e l'acque

Del mio voler sian testimonj: e tacque.

Balam giocondo col nascente giorno

Sorge; i messaggi la sua voce amica

Odono, ed eccheggiar s'ascolta intorno

Pei lieti evviva la campagna aprica,

Esulta ognuno, e giubilante mira

L'avversa sponda fra il contento, e l'ira.

Tripudi invano, o Moabita altero,

Che regna in ciel l'Onnipossente Dio,

Nò, non è salvo il tuo superbo impero,

Nò, nulla puote l'empio Mago, e rio,

Ei non paventa la superna mano,

Ma protegge Israello il Dio Sovrano.