CANTO DICIANNOVESIMO

By Torquato Tasso

Già la morte o il consiglio o la paura

da le difese ogni pagano ha tolto,

e sol non s'è da l'espugnate mura

il pertinace Argante anco rivolto.

Mostra ei la faccia intrepida e secura

e pugna pur fra gli inimici avolto,

più che morir temendo esser respinto;

e vuol morendo anco parer non vinto.

Ma sovra ogn'altro feritore infesto

sovragiunge Tancredi e lui percote.

Ben è il circasso a riconoscer presto

al portamento, a gli atti, a l'arme note,

lui che pugnò già seco, e 'l giorno sesto

tornar promise, e le promesse ìr vòte,

Onde gridò: – Così la fé, Tancredi,

mi servi tu? così a la pugna or riedi?

Tardi riedi, e non solo; io non rifiuto

però combatter teco e riprovarmi,

benché non qual guerrier, ma qui venuto

quasi inventor di machine tu parmi.

Fatti scudo de' tuoi, trova in aiuto

novi ordigni di guerra e insolite armi,

ché non potrai da le mie mani, o forte

de le donne uccisor, fuggir la morte. –

Sorrise il buon Tancredi un cotal riso

di sdegno, e in detti alteri ebbe risposto:

– Tardo è il ritorno mio, ma pur aviso

che frettoloso ti parrà ben tosto,

e bramerai che te da me diviso

o l'alpe avesse o fosse il mar fraposto;

e che del mio indugiar non fu cagione

tema o viltà, vedrai co 'l paragone.

Vienne in disparte pur tu ch'omicida

sei de' giganti solo e de gli eroi:

l'uccisor de le femine ti sfida. –

Così gli dice; indi si volge a i suoi

e fa ritrarli da l'offesa, e grida:

– Cessate pur di molestarlo or voi,

ch'è proprio mio più che comun nemico

questi, ed a lui mi stringe obligo antico.

– Or discendine giù, solo o seguito

come più vuoi; – ripiglia il fer circasso

– va' in frequentato loco od in romito,

ché per dubbio o svantaggio io non ti lasso. –

Sì fatto ed accettato il fero invito,

movon concordi a la gran lite il passo:

l'odio in un gli accompagna, e fa il rancore

l'un nemico de l'altro or difensore.

Grande è il zelo d'onor, grande il desire

che Tancredi del sangue ha del pagano,

né la sete ammorzar crede de l'ire

se n'esce stilla fuor per l'altrui mano;

e con lo scudo il copre, e: – Non ferire –

grida a quanti rincontra anco lontano;

sì che salvo il nimico infra gli amici

tragge da l'arme irate e vincitrici.

Escon de la cittade e dan le spalle

a i padiglion de le accampate genti,

e se ne van dove un girevol calle

li porta per secreti avolgimenti;

e ritrovano ombrosa angusta valle

tra più colli giacer, non altrimenti

che se fosse un teatro o fosse ad uso

di battaglie e di caccie intorno chiuso.

Qui si fermano entrambi, e pur sospeso

volgeasi Argante a la cittade afflitta.

Vede Tancredi che 'l pagan difeso

non è di scudo, e 'l suo lontano ei gitta.

Poscia lui dice: – Or qual pensier t'ha preso?

pensi ch'è giunta l'ora a te prescritta?

S'antivedendo ciò timido stai,

è 'l tuo timore intempestivo omai.

– Penso – risponde – a la città del regno

di Giudea antichissima regina,

che vinta or cade, e indarno esser sostegno

io procurai de la fatal ruina,

e ch'è poca vendetta al mio disdegno

il capo tuo che 'l Ciel or mi destina. –

Tacque, e incontra si van con gran risguardo,

ché ben conosce l'un l'altro gagliardo.

E' di corpo Tancredi agile e sciolto,

e di man velocissimo e di piede;

sovrasta a lui con l'alto capo, e molto

di grossezza di membra Argante eccede.

Girar Tancredi inchino in sé raccolto

per aventarsi e sottentrar si vede;

e con la spada sua la spada trova

nemica, e 'n disviarla usa ogni prova.

Ma disteso ed eretto il fero Argante

dimostra arte simile, atto diverso.

Quanto egli può, va co 'l gran braccio inante

e cerca il ferro no, ma il corpo averso.

Quel tenta aditi novi in ogni instante,

questi gli ha il ferro al volto ognor converso:

minaccia, e intento a proibirgli stassi

furtive entrate e sùbiti trapassi.

Così pugna naval, quando non spira

per lo piano del mare Africo o Noto,

fra due legni ineguali egual si mira,

ch'un d'altezza preval, l'altro di moto:

l'un con volte e rivolte assale e gira

da prora a poppa, e si sta l'altro immoto;

e quando il più leggier se gli avicina,

d'alta parte minaccia alta ruina.

Mentre il latin di sottentrar ritenta

sviando il ferro che si vede opporre,

vibra Argante la spada e gli appresenta

la punta a gli occhi; egli al riparo accorre,

ma lei sì presta allor, sì violenta

cala il pagan che 'l difensor precorre

e 'l fere al fianco; e visto il fianco infermo,

grida: – Lo schermitor vinto è di schermo. –

Fra lo sdegno Tancredi e la vergogna

si rode, e lascia i soliti riguardi,

e in cotal guisa la vendetta agogna

che sua perdita stima il vincer tardi.

Sol risponde co 'l ferro a la rampogna

e 'l drizza a l'elmo, ove apre il passo a i guardi.

Ribatte Argante il colpo, e risoluto

Tancredi a mezza spada è già venuto.

Passa veloce allor co 'l piè sinestro

e con la manca al dritto braccio il prende,

e con la destra intanto il lato destro

di punte mortalissime gli offende.

– Questa – diceva – al vincitor maestro

il vinto schermidor risposta rende. –

Freme il circasso e si contorce e scote,

ma il braccio prigionier ritrar non pote.

Alfin lasciò la spada a la catena

pendente, e sotto al buon latin si spinse.

Fe' l'istesso Tancredi, e con gran lena

l'un calcò l'altro e l'un l'altro ricinse;

né con più forza da l'adusta arena

sospese Alcide il gran gigante e strinse,

di quella onde facean tenaci nodi

le nerborute braccia in vari modi.

Tai fur gli avolgimenti e tai le scosse

ch'ambi in un tempo il suol presser co 'l fianco.

Argante, od arte o sua ventura fosse,

sovra ha il braccio migliore e sotto il manco.

Ma la man ch'è più atta a le percosse

sottogiace impedita al guerrier franco;

ond'ei, che 'l suo svantaggio e 'l rischio vede,

si sviluppa da l'altro e salta in piede.

Sorge più tardi e un gran fendente, in prima

che sorto ei sia, vien sopra al saracino.

Ma come a l'Euro la frondosa cima

piega e in un tempo la solleva il pino,

così lui sua virtute alza e sublima

quando ei n'è già per ricader più chino.

Or ricomincian qui colpi a vicenda:

la pugna ha manco d'arte ed è più orrenda.

Esce a Tancredi in più d'un loco il sangue,

ma ne versa il pagan quasi torrenti.

Già ne le sceme forze il furor langue,

sì come fiamma in deboli alimenti.

Tancredi che 'l vedea co 'l braccio essangue

girar i colpi ad or ad or più lenti,

dal magnanimo cor deposta l'ira,

placido gli ragiona e 'l piè ritira:

– Cedimi, uom forte, o riconoscer voglia

me per tuo vincitore o la fortuna;

né ricerco da te trionfo o spoglia,

né mi riserbo in te ragione alcuna. –

Terribile il pagan più che mai soglia,

tutte le furie sue desta e raguna;

risponde: – Or dunque il meglio aver ti vante

ed osi di viltà tentare Argante?

Usa la sorte tua, ché nulla io temo

né lascierò la tua follia impunita. –

Come face rinforza anzi l'estremo

le fiamme, e luminosa esce di vita,

tal riempiendo ei d'ira il sangue scemo

rinvigorì la gagliardia smarrita,

e l'ore de la morte omai vicine

volse illustrar con generoso fine.

La man sinistra a la compagna accosta,

e con ambe congiunte il ferro abbassa;

cala un fendente, e benché trovi opposta

la spada ostil, la sforza ed oltre passa,

scende a la spalla, e giù di costa in costa

molte ferite in un sol punto lassa.

Se non teme Tancredi, il petto audace

non fe' natura di timor capace.

Quel doppia il colpo orribile, ed al vento

le forze e l'ire inutilmente ha sparte,

perché Tancredi, a la percossa intento,

se ne sottrasse e si lanciò in disparte.

Tu, dal tuo peso tratto, in giù co 'l mento

n'andasti, Argante, e non potesti aitarte:

per te cadesti, aventuroso in tanto

ch'altri non ha di tua caduta il vanto.

Il cader dilatò le piaghe aperte,

e 'l sangue espresso dilagando scese.

Punta ei la manca in terra, e si converte

ritto sovra un ginocchio a le difese.

– Renditi – grida, e gli fa nove offerte,

senza noiarlo, il vincitor cortese.

Quegli di furto intanto il ferro caccia

e su 'l tallone il fiede, indi il minaccia.

Infuriossi allor Tancredi, e disse:

– Così abusi, fellon, la pietà mia? –

Poi la spada gli fisse e gli rifisse

ne la visiera, ove accertò la via.

Moriva Argante, e tal moria qual visse:

minacciava morendo e non languia.

Superbi, formidabili e feroci

gli ultimi moti fur, l'ultime voci.

Ripon Tancredi il ferro, e poi devoto

ringrazia Dio del trionfal onore;

ma lasciato di forze ha quasi vòto

la sanguigna vittoria il vincitore.

Teme egli assai che del viaggio al moto

durar non possa il suo fievol vigore;

pur s'incamina, e così passo passo

per le già corse vie move il piè lasso.

Trar molto il debil fianco oltra non pote

e quanto più si sforza più s'affanna,

onde in terra s'asside e pon le gote

su la destra che par tremula canna.

Ciò che vedea pargli veder che rote,

e di tenebre il dì già gli s'appanna.

Al fin isviene; e 'l vincitor dal vinto

non ben saria nel rimirar distinto.

Mentre qui segue la solinga guerra,

che privata cagion fe' così ardente,

l'ira de' vincitor trascorre ed erra

per la città su 'l popolo nocente.

Or chi giamai de l'espugnata terra

potrebbe a pien l'imagine dolente

ritrarre in carte od adeguar parlando

lo spettacolo atroce e miserando?

Ogni cosa di strage era già pieno,

vedeansi in mucchi e in monti i corpi avolti:

là i feriti su i morti, e qui giacieno

sotto morti insepolti egri sepolti.

Fuggian premendo i pargoletti al seno

le meste madri co' capegli sciolti,

e 'l predator, di spoglie e di rapine

carco, stringea le vergini nel crine.

Ma per le vie ch'al più sublime colle

saglion verso occidente, ond'è il gran tempio,

tutto del sangue ostile orrido e molle

Rinaldo corre e caccia il popolo empio.

La fera spada il generoso estolle

sovra gli armati capi e ne fa scempio;

è schermo frale ogn'elmo ed ogni scudo:

difesa è qui l'esser de l'armi ignudo.

Sol contra il ferro il nobil ferro adopra,

e sdegna ne gli inermi esser feroce;

e que' ch'ardir non armi, arme non copra,

caccia co 'l guardo e con l'orribil voce.

Vedresti, di valor mirabil opra,

come or disprezza, ora minaccia, or noce,

come con rischio disegual fugati

sono egualmente pur nudi ed armati.

Già co 'l più imbelle vulgo anco ritratto

s'è non picciolo stuol del più guerriero

nel tempio che, più volte arso e disfatto,

si noma ancor, dal fondator primiero,

di Salamone; e fu per lui già fatto

di cedri, d'oro e di bei marmi altero.

Or non sì ricco già, pur saldo e forte

è d'alte torri e di ferrate porte.

Guinto il gran cavaliero ove raccolte

s'eran le turbe in loco ampio e sublime,

trovò chiuse le porte e trovò molte

difese apparecchiate in su le cime.

Alzò lo sguardo orribile e due volte

tutto il mirò da l'alte parti a l'ime,

varco angusto cercando, ed altrettante

il circondò con le veloci piante.

Qual lupo predatore a l'aer bruno

le chiuse mandre insidiando aggira,

secco l'avide fauci, e nel digiuno

da nativo odio stimulato e d'ira,

tale egli intorno spia d'adito alcuno

(piano od erto che siasi) aprir si mira;

si ferma alfin ne la gran piazza, e d'alto

stanno aspettando i miseri l'assalto.

In disparte giacea (qual che si fosse

l'uso a cui si serbava) eccelsa trave,

né così alte mai, né così grosse

spiega l'antenne sue ligura nave.

Vèr la gran porta il cavalier la mosse

con quella man cui nessun pondo è grave

e recandosi lei di lancia in modo

urtò d'incontro impetuoso e sodo.

Restar non può marmo o metallo inanti

al duro urtare, al riurtar più forte.

Svelse dal sasso i cardini sonanti,

ruppe i serragli ed abbatté le porte.

Non l'ariete di far più si vanti,

non la bombarda, fulmine di morte.

Per la dischiusa via la gente inonda

quasi un diluvio, e 'l vincitor seconda.

Rende misera strage atra e funesta

l'alta magion che fu magion di Dio.

O giustizia del Ciel, quanto men presta

tanto più grave sovra il popol rio!

Dal tuo secreto proveder fu desta

l'ira ne' cori pietosi, e incrudelio.

Lavò co 'l sangue suo l'empio pagano

quel tempio che già fatto avea profano.

Ma intanto Soliman vèr la gran torre

ito se n'è che di David s'appella,

e qui fa de' guerrier l'avanzo accòrre,

e sbarra intorno e questa strada e quella;

e 'l tiranno Aladino anco vi corre.

Come il Soldan lui vede, a lui favella:

– Vieni, o famoso re, vieni; e là sovra

a la rocca fortissima ricovra,

ché dal furor de le nemiche spade

guardar vi puoi la tua salute e 'l regno.

– Oimé, – risponde –oimé, che la cittade

strugge dal fondo suo barbaro sdegno,

e la mia vita e 'l nostro imperio cade.

Vissi, e regnai; non vivo più, né regno.

Ben si può dir: <<Noi fummo.>> A tutti è giunto

l'ultimo dì, l'inevitabil punto.

– Ov'è, signor la tua virtute antica? –

disse il Soldan tutto cruccioso allora.

– Tolgaci i regni pur sorte nemica,

ché 'l regal pregio è nostro e 'n noi dimora.

Ma colà dentro omai da la fatica

le stanche e gravi tue membra ristora. –

Così gli parla, e fa che si raccoglia

il vecchio re ne la guardata soglia.

Egli ferrata mazza a due man prende

e si ripon la fida spada al fianco,

e stassi al varco intrepido e difende

il chiuso de le strade al popol franco.

Eran mortali le percosse orrende:

quella che non uccide, atterra almanco.

Già fugge ognun da la sbarrata piazza,

dove appressar vede l'orribil mazza.

Ecco da fera compagnia seguito

sopragiungeva il tolosan Raimondo.

Al periglioso passo il vecchio ardito

corse, e sprezzò di quei gran colpi il pondo.

Primo ei ferì, ma invano ebbe ferito;

non ferì invano il feritor secondo,

ch'in fronte il colse, e l'atterrò co 'l peso

supin, tremante, a braccia aperte e steso.

Finalmente ritorna anco ne' vinti

la virtù che 'l timore avea fugata,

e i Franchi vincitori o son rispinti

o pur caggiono uccisi in su l'entrata.

Ma il Soldan, che giacere infra gli estinti

il tramortito duce a i piè si guata,

grida a i suoi cavalier: – Costui sia tratto

dentro a le sbarre e prigionier sia fatto. –

Si movon quelli ad esseguir l'effetto,

ma trovan dura e faticosa impresa

perché non è d'alcun de' suoi negletto

Raimondo, e corron tutti in sua difesa.

Quinci furor, quindi pietoso affetto

pugna, né vil cagione è di contesa:

di sì grand'uom la libertà, la vita,

questi a guardar, quegli a rapir invita.

Pur vinto avrebbe a lungo andar la prova

il Soldano ostinato a la vendetta,

ch'a la fulminea mazza oppor non giova

o doppio scudo o tempra d'elmo eletta;

ma grande aita a i suoi nemici e nova

di qua di là vede arrivare in fretta,

ché da duo lati opposti in un sol punto

il sopran duce e 'l gran guerriero è giunto.

Come pastor, quando fremendo intorno

il vento e i tuoni e balenando i lampi

vede oscurar di mille nubi il giorno,

ritrae le greggie da gli aperti campi,

e sollecito cerca alcun soggiorno

ove l'ira del ciel securo scampi,

ei co 'l grido indrizzando e con la verga

le mandre inanti, a gli ultimi s'atterga;

così il pagan, che già venir sentia

l'irreparabil turbo e la tempesta

che di fremiti orrendi il ciel feria

d'arme ingombrando e quella parte e questa,

le custodite genti inanzi invia

ne la gran torre, ed egli ultimo resta:

ultimo parte, e sì cede al periglio

ch'audace appare in provido consiglio.

Pur a fatica avien che si ripari

dentro a le porte, e le riserra a pena

che già, rotte le sbarre, a i limitari

Rinaldo vien, né quivi anco s'affrena.

Desio di superar chi non ha pari

in opra d'arme, e giuramento il mena;

ché non oblia che in voto egli promise

di dar morte a colui che 'l dano uccise.

E ben allor allor l'invitta mano

tentato avria l'inespugnabil muro,

né forse colà dentro era il Soldano

dal fatal suo nemico assai securo;

ma già suona a ritratta il capitano,

già l'orizonte d'ogni intorno è scuro.

Goffredo alloggia ne la terra, e vòle

rinovar poi l'assalto al novo sole.

Diceva a i suoi lietissimo in sembianza:

– Favorito ha il gran Dio l'armi cristiane:

fatto è 'l sommo de' fatti, e poco avanza

de l'opra e nulla del timor rimane.

La torre (estrema e misera speranza

de gli infedeli) espugnarem dimane.

Pietà fra tanto a confortar v'inviti

con sollecito amor gli egri e i feriti.

Ite, e curate quei c'han fatto acquisto

di questa patria a noi co 'l sangue loro.

Ciò più conviensi a i cavalier di Cristo,

che desio di vendetta o di tesoro.

Troppo, ahi! troppo di strage oggi s'è visto,

troppa in alcuni avidità de l'oro;

rapir più oltra, e incrudelir i' vieto.

Or divulghin le trombe il mio divieto. –

Tacque, e poi se n'andò là dove il conte

riavuto dal colpo anco ne geme.

Né Soliman con meno ardita fronte

a i suoi ragiona, e 'l duol ne l'alma preme:

– Siate, o compagni, di fortuna a l'onte

invitti insin che verde è fior di speme,

ché sotto alta apparenza di fallace

spavento oggi men grave il danno giace.

Prese i nemici han sol le mura e i tetti

e 'l vulgo umil, né la cittade han presa,

ché nel capo del re, ne' vostri petti,

ne le man vostre è la città compresa.

Veggio il re salvo e salvi i suoi più eletti,

veggio che ne circonda alta difesa.

Vano trofeo d'abbandonata terra

abbiansi i Franchi; al fin perdran la guerra.

E certo i' son che perderanla alfine,

ché ne la sorte prospera insolenti

fian vòlti a gli omicidi, a le rapine

ed a gli ingiuriosi abbracciamenti;

e saran di leggier tra le ruine,

tra gli stupri e le prede, oppressi e spenti,

se in tanta tracotanza omai sorgiunge

l'oste d'Egitto, e non pote esser lunge.

Intanto noi signoreggiar co' sassi

potrem de la città gli alti edifici,

ed ogni calle onde al Sepolcro vassi

torràn le nostre machine a i nemici. –

Così, vigor porgendo a i cori già lassi,

la speme rinovò ne gli infelici.

Or mentre qui tai cose eran passate,

errò Vafrin tra mille schiere armate.

A l'essercito avverso eletto in spia,

già dechinando il sol, partì Vafrino;

e corse oscura e solitaria via

notturno e sconosciuto peregrino.

Ascalona passò che non uscia

dal balcon d'oriente anco il mattino;

poi quando è nel meriggio il solar lampo,

a vista fu del poderoso campo.

Vide tende infinite e ventillanti

stendardi in cima azzurri e persi e gialli,

e tante udì lingue discordi e tanti

timpani e corni e barbari metalli

e voci di cameli e d'elefanti,

tra 'l nitrir de' magnanimi cavalli,

che fra sé disse: <<Qui l'Africa tutta

translata viene e qui l'Asia è condutta.>>

Mira egli alquanto pria come sia forte

del campo il sito, e qual vallo il circonde;

poscia non tenta vie furtive e torte,

né dal frequente popolo s'asconde,

ma per dritto sentier tra regie porte

trapassa, ed or dimanda ed or risponde.

A dimande, a risposte astute e pronte

accoppia baldanzosa audace fronte.

Di qua di là sollecito s'aggira

per le vie, per le piazze e per le tende.

I guerrier, i destrier, l'arme rimira,

l'arti e gli ordini osserva e i nomi apprende.

Né di ciò pago, a maggior cose aspira:

spia gli occulti disegni e parte intende.

Tanto s'avolge, e così destro e piano,

ch'adito s'apre al padiglion soprano.

Vede, mirando qui, sdruscita tela,

ond'ha varco la voce, onde si scerne,

che là proprio risponde ove son de la

stanza regal le ritirate interne,

sì che i secreti del signor mal cela

ad uom ch'ascolti da le parti esterne.

Vafrin vi guata e par ch'ad altro intenda,

come sia cura sua conciar la tenda.

Stavasi il capitan la testa ignudo,

le membra armato e con purpureo ammanto.

Lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo:

preme egli un'asta e vi s'appoggia alquanto.

Guardava un uom di torvo aspetto e crudo,

membruto ed alto, il qual gli era da canto.

Vafrino è attento e, di Goffredo a nome

parlar sentendo, alza gli orecchi al nome.

Parla il duce a colui: – Dunque securo

sei così tu di dar morte a Goffredo? –

Risponde quegli: – Io sonne, e 'n corte giuro

non tornar mai se vincitor non riedo.

Preverrò ben color che meco furo

al congiurare; e premio altro non chiedo

se non ch'io possa un bel trofeo de l'armi

drizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi:

<<Queste arme in guerra al capitan francese,

distruggitor de l'Asia, Ormondo trasse

quando gli trasse l'alma, e le sospese

perché memoria ad ogni età ne passe.>>

– Non fia – l'altro dicea – che 'l re cortese

l'opera grande inonorata lasse:

ben ei darà ciò che per te si chiede,

ma congiunta l'avrai d'alta mercede.

Or apparecchia pur l'arme mentite,

che 'l giorno omai de la battaglia è presso.

– Son – rispose – già preste. – E qui, fornite

queste parole, e 'l duce tacque ed esso.

Restò Vafrino a le gran cose udite

sospeso e dubbio, e rivolgea in se stesso

qual arti di congiura e quali sieno

le mentite arme, e no 'l comprese a pieno.

Indi partissi e quella notte intera

desto passò, ch'occhio serrar non volse;

ma quando poi di novo ogni bandiera

a l'aure matutine il campo sciolse,

anch'ei marciò con l'altra gente in schiera,

fermossi anch'egli ov'ella albergo tolse,

e pur anco tornò di tenda in tenda

per udir cosa onde il ver meglio intenda.

Cercando, trova in sede alta e pomposa

fra cavalieri Armida e fra donzelle,

che stassi in sé romita e sospirosa:

fra sé co' suoi pensier par che favelle.

Su la candida man la guancia posa,

e china a terra l'amorose stelle.

Non sa se pianga o no: ben può vederle

umidi gli occhi e gravidi di perle.

Vedele incontra il fero Adrasto assiso

che par ch'occhio non batta e che non spiri,

tanto da lei pendea, tanto in lei fiso

pasceva i suoi famelici desiri.

Ma Tisaferno, or l'uno or l'altro in viso

guardando, or vien che brami, or che s'adiri;

e segna il nobil volto or di colore

di rabbioso disdegno ed or d'amore.

Scorge poscia Altamor, ch'in cerchio accolto

fra le donzelle alquanto era in disparte.

Non lascia il desir vago a freno sciolto,

ma gira gli occhi cupidi con arte:

volge un guardo a la mano, uno al bel volto,

talora insidia più guardata parte,

e là s'interna ove mal cauto apria

fra due mamme un bel vel secreta via.

Alza alfin gli occhi Armida, e pur alquanto

la bella fronte sua torna serena;

e repente fra i nuvoli del pianto

un soave sorriso apre e balena.

– Signor, – decea – membrando il vostro vanto

l'anima mia pote scemar la pena,

ché d'esser vendicata in breve aspetta,

e dolce è l'ira in aspettar vendetta. –

Risponde l'indian: – La fronte mesta

deh, per Dio! rasserena, e 'l duolo alleggia,

ch'assai tosto averrà che l'empia testa

di quel Rinaldo a piè tronca ti veggia,

o menarolti prigionier con questa

ultrice mano, ove prigion tu 'l chieggia.

Così promisi in voto. – Or l'altro ch'ode,

moto non fa, ma tra suo cor si rode.

Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo:

– Tu, che dici, signor? – colei soggiunge.

Risponde egli infingendo: – Io che son tardo

seguiterò il valor così da lunge

di questo tuo terribile e gagliardo. –

E con tai detti amaramente il punge.

Ripiglia l'indo allor: – Ben è ragione

che lunge segua e tema il paragone. –

Crollando Tisaferno il capo altero,

disse: – Oh foss'io signor del mio talento!

libero avessi in questa spada impero!

ché tosto ei si parria chi sia più lento.

Non temo io te né tuoi gran vanti, o fero;

ma il Cielo e l'inimico Amor pavento. –

Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida,

ma la prevenne e s'interpose Armida.

Diss'ella: – O cavalier, perché quel dono,

donatomi più volte, anco togliete?

Miei campion sète voi, pur esser buono

dovria tal nome a por tra voi quiete.

Meco s'adira chi s'adira: io sono

ne l'offese l'offesa, e voi 'l sapete. –

Così lor parla, e così avien che accordi

sotto giogo di ferro alme discordi.

E' presente Vafrino e 'l tutto ascolta,

e sottrattone il vero indi si toglie.

Spia de l'alta congiura, e lei ravvolta

trova in silenzio e nulla ne raccoglie.

Chiedene improntamente anco tal volta,

e la difficoltà cresce e le voglie.

Or qui lasciar la vita egli è disposto,

o riportarne il gran segreto ascosto.

Mille e più vie d'accorgimento ignote,

mille ripensa inusitate frodi,

e pur con tutto ciò non gli son note

de l'occulta congiura e l'arme e i modi.

Fortuna alfin (quel che per sé non pote)

isviluppò d'ogni suo dubbio i nodi,

si ch'ei distinto e manifesto intese

come l'insidie al pio Buglion sian tese.

Era tornato ov'è pur anco assisa

fra' suoi campioni la nemica amante,

ch'ivi opportun l'investigarne avisa

ove traean genti sì varie e tante.

Or qui s'accosta a una donzella, in guisa

che par che v'abbia conoscenza inante;

par v'abbia d'amistade antica usanza,

e ragiona in affabile sembianza.

Egli dicea, quasi per gioco: – Anch'io

vorrei d'alcuna bella esser campione,

e troncar pensarei co 'l ferro mio

il capo o di Rinaldo o del Buglione.

Chiedila pure a me, se n'hai desio,

la testa d'alcun barbaro barone. –

Così comincia, e pensa a poco a poco

a più grave parlar ridur il gioco.

Ma in questo dir sorrise, e fe' ridendo

un cotal atto suo nativo usato.

Una de l'altre allor qui sorgiungendo

l'udì, guardollo, e poi gli venne a lato;

disse: – Involarti a ciascun'altra intendo,

né ti dorrai d'amor male impiegato.

Il mio campion t'eleggo; ed in disparte,

come a mio cavalier, vuo' ragionarte. –

Ritirollo, e parlò: – Riconosciuto

ho te, Vafrin; tu me conoscer déi. –

Nel cor turbossi lo scudiero astuto,

pur si rivolse sorridendo a lei:

– Non t'ho (che mi sovenga) unqua veduto,

e degna pur d'esser mirata sei.

Questo so ben, ch'assai vario da quello

che tu dicesti è il nome ond'io m'appello.

Me su la piaggia di Biserta aprica

Lesbin produsse, e mi nomò Almanzorre. –

Tosto, disse ella: – Ho conoscenza antica

d'ogn'esser tuo, né già mi voglio apporre.

Non ti celar da me, ch'io sono amica,

ed in tuo pro vorrei la vita esporre.

Erminia son, già di re figlia, e serva

poi di Tancredi a un tempo, e tua conserva.

Ne la dolce prigion, due lieti mesi

pietoso prigionier m'avesti in guarda,

e mi servisti in bei modi cortesi.

Ben dessa i' son, ben dessa i' son; riguarda. –

Lo scudier, come pria v'ha gli occhi intesi,

la bella faccia a ravvisar non tarda.

– Vivi – ella soggiungea – da me securo:

per questo ciel, per questo sol te 'l giuro.

Anzi pregar ti vo' che, quando torni,

mi riconduca a la prigion mia cara.

Torbide notti e tenebrosi giorni,

misera, vivo in libertate amara.

E se qui per ispia forse soggiorni,

ti si fa incontro alta fortuna e rara:

saprai da me congiure, e ciò ch'altrove

malagevol sarà che tu ritrove. –

Così gli parla, e intanto ei mira e tace;

pensa a l'essempio de la falsa Armida.

<<Femina è cosa garrula e fallace:

vòle e disvòle; è folle uom che se 'n fida.>>

Sì tra sé volge. – Or, se venir ti piace, –

alfin le disse – io ne sarò tua guida.

Sia fermato tra noi questo e conchiuso,

serbisi il parlar d'altro a miglior uso. –

Gli ordini danno di salire in sella

anzi il mover del campo allora allora.

Parte Vafrin dal padiglione, ed ella

si torna a l'altre e alquanto ivi dimora.

Di scherzar fa sembianza e pur favella

del campion novo, e se ne vien poi fora;

viene al loco prescritto e s'accompagna,

ed escon poi del campo a la campagna.

Già eran giunti in parte assai romita

e già sparian le saracine tende,

quando ei le disse: – Or di' come a la vita

del pio Goffredo altri l'insidie tende. –

Allor colei de la congiura ordita

l'iniqua tela a lui dispiega e stende.

– Son – gli divisa – otto guerrier di corte,

tra' quali il più famoso è Ormondo il forte.

Questi (che che lor mova, odio o disegno)

han conspirato, e l'arte lor fia tale:

quel dì ch'in lite verrà d'Asia il regno

tra' due gran campi in gran pugna campale,

avran su l'arme de la Croce il segno,

e l'arme avranno a la francesca; e quale

la guardia di Goffredo ha bianco e d'oro

il suo vestir, sarà l'abito loro.

Ma ciascun terrà cosa in su l'elmetto

che noto a i suoi per uom pagano il faccia.

Quando fia poi rimescolato e stretto

l'un campo e l'altro, elli porransi in traccia,

e insidieranno al valoroso petto

mostrando di custodi amica faccia;

e 'l ferro armato di veneno avranno,

perché mortal sia d'ogni piaga il danno.

E perché fra' pagani anco risassi

ch'io so vostr'usi ed arme e sopraveste,

fèr che le false insegne io divisassi;

e fui costretta ad opere moleste.

Queste son le cagion che 'l campo io lassi:

fuggo l'imperiose altrui richieste;

schivo ed aborro in qual si voglia modo

contaminarmi in atto alcun di frodo.

Queste son le cagion, ma non già sole. –

E qui si tacque, e di rossor si tinse

e chinò cli occhi, e l'ultime parole

ritener volle e non ben le distinse.

Lo scudier, che da lei ritrar pur vòle

ciò ch'ella vergognando in sé ristrinse,

– Di poca fede, – disse – or perché cele

le più vere cagioni al tuo fedele? –

Ella dal petto un gran sospiro apriva,

e parlava con suon tremante e roco:

– Mal guardata vergogna intempestiva

vattene omai, non hai tu qui più loco;

a che pur tenti, o in van ritrosa, o schiva,

celar co 'l foco tuo d'amor il foco?

Debiti fur questi rispetti inante,

non or che fatta son donzella errante. –

Soggiunse poi: – La notte a me fatale

ed a la patria mia che giacque oppressa,

perdei più che non parve; e 'l mio gran male

non ebbi in lei, ma derivò da essa.

Leve perdita è il regno, io co 'l regale

mio alto stato anco perdei me stessa:

per mai non ricovrarla, allor perdei

la mente, folle, e 'l core e i sensi miei.

Vafrin, tu sai che timidetta accorsi,

tanta strage vedendo e tante prede,

al tuo signor e mio, che prima i' scorsi

armato por ne la mia reggia il piede;

e chinandomi a lui tai voci porsi:

<<Invitto vincitor, pietà, mercede!

non prego io te per la mia vita: il fiore

salvami sol del veginale onore.>>

Egli, la sua porgendo a la mia mano,

non aspettò che 'l mio pregar fornisse:

<<Vergine bella, non ricorri in vano,

io ne sarò tuo difensor>> mi disse.

Allor un non so che soave e piano

sentii ch'al cor mi scese e vi s'affisse

che serpendomi poi per l'alma vaga,

non so come, divenne incendio e piaga.

Visitommi poi spesso, e 'n dolce suono

consolando il mio duol, meco si dolse.

Dicea: <<L'intera libertà ti dono>>,

e de le spoglie mie spoglia non volse.

Oimé! che fu rapina e parve dono,

ché rendendomi a me da me mi tolse.

Quel mi rendé ch'è via men caro e degno,

ma s'usurpò del core a forza il regno.

Mal amor si nasconde. A te sovente

desiosa chiedea del mio signore.

Veggendo i segni tu d'inferma mente:

<<Erminia,>> mi dicesti <<ardi d'amore.>>

Io te 'l negai, ma un mio sospiro ardente

fu più verace testimon del core;

e 'n vece forse della lingua, il guardo

manifestava il foco onde tutt'ardo.

Sfortunato silenzio! avessi almeno

chiesta allor medicina al gran martìre,

s'esser poscia dovea lentato il freno,

quando non giovarebbe, al mio desire.

Partimmi in somma, e le mie piaghe in seno

portai celate e ne credei morire.

Al fin cercando al viver mio soccorso,

mi sciolse amor d'ogni rispetto il morso;

sì ch'a trovarne il mio signor io mossi

ch'egra mi fece e mi potea far sana.

Ma tra via fero intoppo attraversossi

di gente inclementissima e villana.

Poco mancò che preda lor non fossi,

pur in parte fuggimmi erma e lontana;

e colà vissi in solitaria cella,

cittadina de' boschi e pastorella.

Ma poi che quel desio che fu ripresso

molti dì per la tema anco risorse,

tornami ritentando al loco stesso,

la medesma sciagura anco m'occorse.

Fuggir non potei già, ch'era omai presso

predatrice masnada e troppo corse.

Così fui presa, e quei che mi rapiro

Egizi fur ch'a Gaza indi se 'n giro,

e 'n don menàrmi al capitano, a cui

diedi di me contezza, e 'l persuasi

sì ch'onorata e inviolata fui

quei dì che con Armida ivi rimasi.

Così venni più volte in forza altrui,

e me 'n sottrassi. Ecco i miei duri casi.

Pur le prime catene anco riserva

la tante volte liberata e serva.

Oh, pur colui che circondolle intorno

a l'alma, sì che non fia chi le scioglia,

non dica: <<Errante ancella, altro soggiorno

cércati pure>>, e me seco non voglia;

ma pietoso gradisca il mio ritorno

e ne l'antica mia prigion m'accoglia! –

Così diceagli Erminia, e insieme andaro

la notte e 'l giorno ragionando a paro.

Il più usato sentier lasciò Vafrino,

calle cercando o più securo o corto.

Giunsero in loco a la città vicino

quando è il sol ne l'occaso e imbruna l'orto,

e trovaron di sangue atro il camino;

e poi vider nel sangue un guerrier morto

che le vie tutte ingombra, e la gran faccia

tien volta al cielo e morto anco minaccia.

L'uso de l'arme e 'l portamento estrano

pagàn mostràrlo, e lo scudier trascorse;

un altro alquanto ne giacea lontano

che tosto a gli occhi di Vafrino occorse.

Egli disse fra sé: <<Questi è cristiano.>>

Più il mise poscia il vestir bruno in forse.

Salta di sella e gli discopre il viso,

ed: – Oimé, – grida – è qui Tancredi ucciso. –

A riguardar sovra il guerrier feroce

la male aventurosa era fermata,

quando dal suon de la dolente voce

per lo mezzo del cor fu saettata.

Al nome di Tancredi ella veloce

accorse in guisa d'ebra e forsennata.

Vista la faccia scolorita e bella,

non scese no, precipitò di sella;

e in lui versò d'inessicabil vena

lacrime e voce di sospiri mista:

– In che misero punto or qui mi mena

fortuna? a che veduta amara e trista?

Dopo gran tempo i' ti ritrovo a pena,

Tancredi, e ti riveggio e non son vista:

vista non son da te benché presente,

e trovando ti perdo eternamente.

Misera! non credea ch'a gli occhi miei

potessi in alcun tempo esser noioso.

Or cieca farmi volentier torrei

per non vederti, e riguardar non oso.

Oimé, de' lumi già sì dolci e rei

ov'è la fiamma? ov'è il bel raggio ascoso?

de le fiorite guancie il bel vermiglio

ov'è fuggito? ov'è il seren del ciglio?

Ma che? squallido e scuro anco mi piaci.

Anima bella, se quinci entro gire,

s'odi il mio pianto, a le mie voglie audaci

perdona il furto e 'l temerario ardire:

da le pallide labra i freddi baci,

che più caldi sperai, vuo' pur rapire;

parte torrò di sue ragioni a morte,

baciando queste labra essangui e smorte.

Pietosa bocca che solevi in vita

consolar il mio duol di tue parole,

lecito sia ch'anzi la mia partita

d'alcun tuo caro bacio io mi console;

e forse allor, s'era a cercarlo ardita,

quel davi tu ch'ora conven ch'invole.

Lecito sia ch'ora ti stringa e poi

versi lo spirto mio fra i labri tuoi.

Raccogli tu l'anima mia seguace,

drizzala tu dove la tua se 'n gio. –

Così parla gemendo, e si disface

quasi per gli occhi, e par conversa in rio.

Rivenne quegli a quell'umor vivace

e le languide labra alquanto aprio:

aprì le labra e con le luci chiuse

un suo sospir con que' di lei confuse.

Sente la donna il cavalier che geme,

e forza è pur che si conforti alquanto:

– Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme

essequie – grida – ch'io ti fo co 'l pianto;

riguarda me che vuo' venirne insieme

la lunga strada e vuo' morirti a canto.

Riguarda me, non te 'n fuggir sì presto:

l'ultimo don ch'io ti dimando è questo. –

Apre Tancredi gli occhi e poi gli abbassa

torbidi e gravi, ed ella pur si lagna.

Dice Vafrino a lei: – Questi non passa:

curisi adunque prima, e poi si piagna. –

Egli il disarma, ella tremante e lassa

porge la mano a l'opere compagna,

mira e tratta le piaghe e, di ferute

guidice esperta, spera indi salute.

Vede che 'l mal da la stanchezza nasce

e da gli umori in troppa copia sparti.

Ma non ha fuor ch'un velo onde gli fasce

le sue ferite, in sì solinghe parti.

Amor le trova inusitate fasce,

e di pietà le insegna insolite arti:

l'asciugò con le chiome e rilegolle

pur con le chiome che troncar si volle,

però che 'l velo suo bastar non pote

breve e sottile a le sì spesse piaghe.

Dittamo e croco non avea, ma note

per uso tal sapea potenti e maghe.

Già il mortifero sonno ei da sé scote,

già può le luci alzar mobili e vaghe.

Vede il suo servo, e la pietosa donna

sopra si mira in peregrina gonna.

Chiede: – O Vafrin, qui come giungi e quando?

E tu chi sei, medica mia pietosa? –

Ella, fra lieta e dubbia sospirando,

tinse il bel volto di color di rosa:

– Saprai – rispose – il tutto, or (te 'l comando

come medica tua) taci e riposa.

Salute avrai, prepara il guiderdone. –

Ed al suo capo il grembo indi suppone.

Pensa intanto Vafrin come a l'ostello

agiato il porti anzi più fosca sera,

ed ecco di guerrier giunge un drapello:

conosce ei ben che di Tancredi è schiera.

Quando affrontò il circasso e per appello

di battaglia chiamollo, insieme egli era;

non seguì lui perché non volse allora,

poi dubbioso il cercò de la dimora.

Seguian molti altri la medesma inchiesta,

ma ritrovarlo avien che lor succeda.

De le stesse lor braccia essi han contesta

quasi una sede ov'ei s'appoggi e sieda.

Disse Tancredi allora: – Adunque resta

il valoroso Argante a i corvi in preda?

Ah per Dio non si lasci, e non si frodi

o de la sepoltura o de le lodi.

Nessuna a me co 'l busto essangue e muto

riman più guerra; egli morì qual forte,

onde a ragion gli è quell'onor devuto

che solo in terra avanzo è de la morte. –

Così da molti ricevendo aiuto

fa che 'l nemico suo dietro si porte.

Vafrino al fianco di colei si pose,

sì come uom sòle a le guardate cose.

Soggiunse il prence: – A la città regale,

non a le tende mie, vuo' che si vada,

ché s'umano accidente a questa frale

vita sovrasta, è ben ch'ivi m'accada;

ché 'l loco ove morì l'Uomo immortale

può forse al Cielo agevolar la strada,

e sarà pago un mio pensier devoto

d'aver peregrinato al fin del voto. –

Disse, e colà portato egli fu posto

sovra le piume, e 'l prese un sonno cheto.

Vafrino a la donzella, e non discosto,

ritrova albergo assai chiuso e secreto.

Quinci s'invia dov'è Goffredo, e tosto

entra, ché non gli è fatto alcun divieto,

se ben allor de la futura impresa

in bilance i consigli appende e pesa.

Del letto, ove la stanca egra persona

posa Raimondo, il duce è su la sponda,

e d'ogn'intorno nobile corona

de' più potenti e più saggi il circonda.

Or, mentre lo scudiero a lui ragiona,

non v'è chi d'altro chieda o chi risponda.

– Signor, – dicea – come imponesti, andai

tra gli infedeli e 'l campo lor cercai.

Ma non aspettar già che di quell'oste

l'innumerabil numero ti conti.

I' vidi ch' al passar le valli ascoste

sotto e' teneva e i piani tutti e i monti;

vidi che dove giunga, ove s'accoste,

spoglia la terra e secca i fiumi e i fonti,

perché non bastan l'acque a la lor sete,

e poco è lor ciò che la Siria miete.

Ma sì de' cavalier, sì de' pedoni

sono in gran parte inutili le schiere:

gente che non intende ordini o suoni,

né tringe ferro e di lontan sol fère.

Ben ve ne sono alquanti eletti e buoni

che seguite di Persia han le bandiere,

e forse squadra anco migliore è quella

che la squadra immortal del re s'appella.

Ella è detta immortal perché difetto

in quel numero mai non fu pur d'uno,

ma empie il loco vòto e sempre eletto

sottentra uom novo ove ne manchi alcuno.

Il capitan del campo, Emiren detto,

pari ha in senno e valor pochi o nessuno,

e gli commanda il re che provocarti

debba a pugna campal con tutte l'arti.

Né credo già ch'al dì secondo tardi

l'essercito nemico a comparire.

Ma tu, Rinaldo, assai conven che guardi

il capo, ond'è fra lor tanto desire,

ché i più famosi in arme e i più gagliardi

gli hanno incontra arrotato il ferro e l'ire;

perché Armida se stessa in guiderdone

a qual di loro il troncherà propone.

Fra questi è il valoroso e nobil perso:

dico Altamoro, il re di Sarmacante.

Adrasto v'è, c'ha il regno suo là verso

i confin de l'aurora ed è gigante,

uom d'ogni umanità così diverso

che frena per cavallo un elefante.

V'è Tisaferno, a cui ne l'esser prode

concorde fama dà sovrana lode. –

Così dice egli, e 'l giovenetto in volto

tutto scintilla ed ha ne gli occhi il foco.

Vorria già tra' nemici esser avolto,

né cape in sé, né ritrovar può loco.

Quinci Vafrino al capitan rivolto:

– Signor, – soggiunse – il sin qui detto è poco;

la somma de le cose or qui si chiuda:

impugneransi in te l'arme di Giuda. –

Di parte in parte poi tutto gli espose

ciò che di fraudolente in lui si tesse:

l'arme e 'l venen, l'insegne insidiose,

il vanto udito, i premi e le promesse.

Molto chiesto gli fu, molto rispose;

breve tra lor silenzio indi successe,

poscia inalzando il capitano il ciglio

chiede a Raimondo: – Or qual'è il tuo consiglio? –

Ed egli: – E' mio parer ch'a i novi albori,

come concluso fu, più non s'assaglia,

ma si stringa la torre, onde uscir fuori

quel ch'è là dentro a suo piacer non vaglia,

e posi il nostro campo e si ristori

fra tanto ad uopo di maggior battaglia.

Pensa tu poi s'è meglio usar la spada

con forza aperta o 'l gir tenendo a bada.

Mio giudizio è però che a te convegna

di te stesso curar sovra ogni cura,

ché per te vince l'oste e per te regna.

Chi senza te l'indrizza e l'assecura?

E perché i traditor non celi insegna,

mutar l'insegne a' tuoi guerrier procura.

Così la fraude a te palese fatta

sarà da quel medesmo in chi s'appiatta. –

Risponde il capitan: – Come hai per uso,

mostri amico voler e saggia mente;

ma quel che dubbio lasci, or fia conchiuso.

Uscirem contra a la nemica gente,

né già star deve in muro o 'n vallo chiuso

il campo domator de l'Oriente.

Sia da quegli empi il valor nostro esperto

ne la più aperta luce, in loco aperto.

Non sosterran de le vittorie il nome,

non che de' vincitor l'aspetto altero,

non che l'arme; e lor forze saran dome,

fermo stabilimento al nostro impero.

La torre o tosto renderassi o, come

altri no 'l vieti, il prenderla è leggiero. –

Qui il magnanimo tace e fa partita,

ché 'l cader de le stelle al sonno invita.