CANTO DICIOTTESIMO

By Torquato Tasso

Giunto Rinaldo ove Goffredo è sorto

ad incontrarlo, incominciò: – Signore,

a vendicarmi del guerrier ch'è morto

cura mi spinge di geloso onore;

e s'io n'offesi te, ben disconforto

ne sentii poscia e penitenza al core.

Or vegno a' tuoi richiami, ed ogni emenda

son pronto a far, che grato a te mi renda. –

A lui ch'umil gli s'inchinò, le braccia

stese al collo Goffredo e gli rispose:

– Ogni trista memoria omai si taccia,

e pongansi in oblio l'andate cose.

E per emenda io vorrò sol che faccia,

quai per uso faresti, opre famose;

e 'n danno de' nemici e 'n pro de' nostri

vincer convienti de la selva i mostri.

L'antichissima selva, onde fu inanti

de' nostri ordigni la materia tratta,

qual si sia la cagione, ora è d'incanti

secreta stanza e formidabil fatta,

né v'è chi legno di troncar si vanti,

né vuol ragion che la città si batta

senza tali instrumenti: or colà dove

paventan gli altri, il tuo valor si prove. –

Così disse egli, e il cavalier s'offerse

con brevi detti al rischio, a la fatica;

ma ne gli atti magnanimi si scerse

ch'assai farà, benché non molto ei dica.

E verso gli altri poi lieto converse

la destra e 'l volto a l'accoglienza amica:

qui Guelfo, qui Tancredi, e qui già tutti

s'eran de l'oste i principi ridutti.

Poi che le dimostranze oneste e care

con que' soprani egli iterò più volte,

placido affabilmente e popolare

l'altre genti minori ebbe raccolte.

Non saria già più allegro il militare

grido o le turbe intorno a lui più folte

se, vinto l'Oriente e 'l Mezzogiorno,

trionfando n'andasse in carro adorno.

Così ne va sino al suo albergo, e siede,

in cerchio quivi a i cari amici a canto,

e molto lor risponde e molto chiede

or de la guerra, or del silvestre incanto.

Ma quando ognun partendo agio lor diede,

così gli disse l'Eremita santo:

– Ben gran cose, signor, e lungo corso

(mirabil peregrino) errando hai scorso.

Quanto devi al gran Re che 'l mondo regge!

Tratto egli t'ha da l'incantate soglie:

ei te smarrito agnel fra le sue gregge

or riconduce e nel suo ovil accoglie,

e per la voce del Buglion t'elegge

secondo essecutor de le sue voglie.

Ma non conviensi già ch'ancor profano

ne' suoi gran magisteri armi la mano,

ché sei de la caligine del mondo

e de la carne tu di modo asperso

che 'l Nilo o 'l Gange o l'ocean profondo

non ti potrebbe far candido e terso.

Sol la grazia del Ciel quanto hai d'immondo

può render puro: al Ciel dunque converso,

riverente perdon richiedi e spiega

le tue tacite colpe, e piangi e prega. –

Così gli disse; e quel prima in se stesso

pianse i superbi sdegni e i folli amori,

poi chinato a' suoi piè mesto e dimesso

tutti scoprigli i giovenili errori.

Il ministro del Ciel, dopo il concesso

perdono, a lui dicea: – Co' novi albori

ad orar te n'andrai là su quel monte

ch'al raggio matutin volge la fronte.

Quivi al bosco t'invia, dove cotanti

son fantasmi ingannevoli e bugiardi.

Vincerai (questo so) mostri e giganti,

pur ch'altro folle error non ti ritardi.

Deh! né voce che dolce o pianga o canti,

né beltà che soave o rida o guardi,

con tenere lusinghe i cor ti pieghi,

ma sprezza i finti aspetti e i finti preghi. –

Così il consiglia; e 'l cavalier s'appresta,

desiando e sperando, a l'alta impresa.

Passa pensoso il dì, pensosa e mesta

la notte; e pria ch'in ciel sia l'alba accesa,

le belle arme si cinge, e sopravesta

nova ed estrania di color s'ha presa,

e tutto solo e tacito e pedone

lascia i compagni e lascia il padiglione.

Era ne la stagion ch'anco non cede

libero ogni confin la notte al giorno,

ma l'oriente rosseggiar si vede

ed anco è il ciel d'alcuna stella adorno;

quando ei drizzò vèr l'Oliveto il piede,

con gli occhi alzati contemplando intorno

quinci notturne e quindi mattutine

bellezze incorrottibili e divine.

Fra se stesso pensava: <<Oh quante belle

luci il tempio celeste in sé raguna!

Ha il suo gran carro il dì, l'aurate stelle

spiega la notte e l'argentata luna;

ma non è chi vagheggi o questa o quelle,

e miriam noi torbida luce e bruna

ch'un girar d'occhi, un balenar di riso,

scopre in breve confin di fragil viso.>>

Così pensando, a le più eccelse cime

ascese; e quivi, inchino e riverente,

alzò il pensier sovra ogni ciel sublime

e le luci fissò ne l'oriente:

– La prima vita e le mie colpe prime

mira con occhio di pietà clemente,

Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,

sì che 'l mio vecchio Adam purghi e rinovi. –

Così pregava, e gli sorgeva a fronte

fatta già d'auro la vermiglia aurora

che l'elmo e l'arme e intorno a lui del monte

le verdi cime illuminando indora;

e ventillar nel petto e ne la fronte

sentia gli spirti di piacevol òra,

che sovra il capo suo scotea dal grembo

de la bell'alba un rugiadoso nembo.

La rugiada del ciel su le sue spoglie

cade, che parean cenere al colore,

e sì l'asperge che 'l pallor ne toglie

e induce in esse un lucido candore;

tal rabbellisce le smarrite foglie

a i matutini geli arido fiore,

e tal di vaga gioventù ritorna

lieto il serpente e di novo or s'adorna.

Il bel candor de la mutata vesta

egli medesmo riguardando ammira,

poscia verso l'antica alta foresta

con secura baldanza i passi gira.

Era là giunto ove i men forti arresta

solo il terror che di sua vista spira;

pur né spiacente a lui né pauroso

il bosco par, ma lietamente ombroso.

Passa più oltre, e ode un suono intanto

che dolcissimamente si diffonde.

Vi sente d'un ruscello il roco pianto

e 'l sospirar de l'aura infra le fronde

e di musico cigno il flebil canto

e l'usignol che plora e gli risponde,

organi e cetre e voci umane in rime:

tanti e sì fatti suoni un suono esprime.

Il cavalier, pur come a gli altri aviene,

n'attendeva un gran tuon d'alto spavento,

e v'ode poi di ninfe e di sirene,

d'aure, d'acque, d'augei dolce concento,

onde meravigliando il piè ritiene,

e poi se 'n va tutto sospeso e lento;

e fra via non ritrova altro divieto

che quel d'un fiume trapassante e cheto.

L'un margo e l'altro del bel fiume, adorno

di vaghezze e d'odori, olezza e ride.

Ei stende tanto il suo girevol corno

che tra 'l suo giro il gran bosco s'asside,

né pur gli fa dolce ghirlanda intorno,

ma un canaletto suo v'entra e 'l divide:

bagna egli il bosco e 'l bosco il fiume adombra

con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.

Mentre mira il guerriero ove si guade,

ecco un ponte mirabile appariva:

un ricco ponte d'or che larghe strade

su gli archi stabilissimi gli offriva.

Passa il dorato varco, e quel giù cade

tosto che 'l piè toccato ha l'altra riva;

e se ne 'l porta in giù l'acqua repente,

l'acqua ch'è d'un bel rio fatta un torrente.

Ei si rivolge e dilatato il mira

e gonfio assai quasi per nevi sciolte,

che 'n se stesso volubil si raggira

con mille rapidissime rivolte.

Ma pur desio di novitade il tira

a spiar tra le piante antiche e folte,

e 'n quelle solitudini selvagge

sempre a sé nova meraviglia il tragge.

Dove in passando le vestigia ei posa,

par ch'ivi scaturisca o che germoglie:

là s'apre il giglio e qui spunta la rosa,

qui sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie,

e sovra e intorno a lui la selva annosa

tutta parea ringiovenir le foglie;

s'ammolliscon le scorze e si rinverde

più lietamente in ogni pianta il verde.

Rugiadosa di manna era ogni fronda,

e distillava de le scorze il mèle,

e di novo s'udia quella gioconda

strana armonia di canto e di querele;

ma il coro uman, ch'a i cigni, a l'aura, a l'onda

facea tenor, non sa dove si cele:

non sa veder chi formi umani accenti

né dove siano i musici stromenti.

Mentre il riguarda, e fede il pensier nega

a quel che 'l senso gli offeria per vero,

vede un mirto in disparte, e là si piega

ove in gran piazza termina un sentiero.

L'estranio mirto i suoi gran rami spiega,

più del cipresso e de la palma altero,

e sovra tutti gli arbori frondeggia;

ed ivi par del bosco esser la reggia.

Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa

a maggior novitate allor le ciglia.

Quercia gli appar che per se stessa incisa

apre feconda il cavo ventre e figlia,

e n'esce fuor vestita in strana guisa

ninfa d'età cresciuta (oh meraviglia!);

e vede insieme poi cento altre piante

cento ninfe produr dal sen pregnante.

Quai le mostra la scena o quai dipinte

tal volta rimiriam dèe boscareccie,

nude le braccia e l'abito succinte,

con bei coturni e con disciolte treccie,

tali in sembianza si vedean le finte

figlie de le selvatiche corteccie;

se non che in vece d'arco o di faretra,

chi tien leuto, e chi viola o cetra.

E cominciàr costor danze e carole,

e di se stesse una corona ordiro

e cinsero il guerrier, sì come un sòle

esser punto rinchiuso entro il suo giro.

Cinser la pianta ancora, e tai parole

nel dolce canto lor da lui s'udiro:

– Ben caro giungi in queste chiostre amene,

o de la donna nostra amore e spene.

Giungi aspettato a dar salute a l'egra,

d'amoroso pensiero arsa e ferita.

Questa selva che dianzi era sì negra,

stanza conforme a la dolente vita,

vedi che tutta al tuo venir s'allegra

e 'n più leggiadre forme è rivestita. –

Tale era il canto; e poi dal mirto uscia

un dolcissimo tuono, e quel s'apria.

Già ne l'aprir d'un rustico sileno

meraviglie vedea l'antica etade,

ma quel gran mirto da l'aperto seno

imagini mostrò più belle e rade:

donna mostrò ch'assomigliava a pieno

nel falso aspetto angelica beltade.

Rinaldo guata, e di veder gli è aviso

le sembianze d'Armida e il dolce viso.

Quella lui mira in un lieta e dolente:

mille affetti in un guardo appaion misti.

Poi dice: – Io pur ti veggio, e finalmente

pur ritorni a colei da chi fuggisti.

A che ne vieni? a consolar presente

le mie vedove notti e i giorni tristi?

o vieni a mover guerra, a discacciarme,

che mi celi il bel volto e mostri l'arme?

giungi amante o nemico? Il ricco ponte

io già non preparava ad uom nemico,

né gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,

sgombrando i dumi e ciò ch'a' passi è intrico.

Togli questo elmo omai, scopri la fronte

e gli occhi a gli occhi miei, s'arrivi amico;

giungi i labri a le labra, il seno al seno,

porgi la destra a la mia destra almeno. –

Seguia parlando, e in bei pietosi giri

volgeva i lumi e scoloria i sembianti,

falseggiando i dolcissimi sospiri

e i soavi singulti e i vaghi pianti,

tal che incauta pietade a quei martìri

intenerir potea gli aspri diamanti;

ma il cavaliero, accorto sì, non crudo,

più non v'attende, e stringe il ferro ignudo.

Vassene al mirto; allor colei s'abbraccia

al caro tronco, e s'interpone e grida:

– Ah non sarà mai ver che tu mi faccia

oltraggio tal, che l'arbor mio recida!

Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia

pria ne le vene a l'infelice Armida:

per questo sen, per questo cor la spada

solo al bel mirto mio trovar può strada. –

Egli alza il ferro, e 'l suo pregar non cura;

ma colei si trasmuta (oh novi mostri!)

sì come avien che d'una altra figura,

trasformando repente, il sogno mostri.

Così ingrossò le membra, e tornò oscura

la faccia e vi sparìr gli avori e gli ostri;

crebbe in gigante altissimo, e si feo

con cento armate braccia un Briareo.

Cinquanta spade impugna e con cinquanta

scudi risuona, e minacciando freme.

Ogn'altra ninfa ancor d'arme s'ammanta,

fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme:

raddoppia i colpi a la difesa pianta

che pur, come animata, a i colpi geme.

Sembran de l'aria i campi i campi stigi,

tanti appaion in lor mostri e prodigi.

Sopra il turbato ciel, sotto la terra

tuona: e fulmina quello, e trema questa;

vengono i venti e le procelle in guerra,

e gli soffiano al volto aspra tempesta.

Ma pur mai colpo il cavalier non erra,

né per tanto furor punto s'arresta;

tronca la noce: è noce, e mirto parve.

Qui l'incanto fornì, sparìr le larve.

Tornò sereno il cielo e l'aura cheta,

tornò la selva al natural suo stato:

non d'incanti terribile né lieta,

piena d'orror ma de l'orror innato.

Ritenta il vincitor s'altro più vieta

ch'esser non possa il bosco omai troncato;

poscia sorride, e fra sé dice: <<Oh vane

sembianze! e folle chi per voi rimane!>>

Quinci s'invia verso le tende, e intanto

colà gridava il solitario Piero:

– Già vinto è de la selva il fero incanto,

già se 'n ritorna il vincitor guerriero:

vedilo. – Ed ei da lunge in bianco manto

comparia venerabile e severo,

e de l'aquila sua l'argentee piume

splendeano al sol d'inusitato lume.

Ei dal campo gioioso alto saluto

ha con sonoro replicar di gridi;

e poi con lieto onore è ricevuto

dal pio Buglione, e non è chi l'invìdi.

Disse al duce il guerriero: – A quel temuto

bosco n'andai, come imponesti e 'l vidi:

vidi, e vinsi gli incanti; or vadan pure

le genti là, ché son le vie secure. –

Vassi a l'antica selva, e quindi è tolta

materia tal qual buon giudicio elesse;

e bench'oscuro fabro arte non molta

por ne le prime machine sapesse,

pur artefice illustre a questa volta

è colui ch'a le travi i vinchi intesse:

Guglielmo, il duce ligure, che pria

signor del mare corseggiar solia;

poi sforzato a ritrarsi ei cesse i regni

al gran naviglio saracin de' mari,

ed ora al campo conducea da i legni

e le maritime arme e i marinari;

ed era questi infra i più industri ingegni

ne' mecanici ordigni uom senza pari,

e cento seco avea fabri minori,

di ciò ch'egli disegna essecutori.

Costui non solo incominciò a comporre

catapulte, balliste ed arieti,

onde a le mura le difese tòrre

possa e spezzar le sode alte pareti;

ma fece opra maggior: mirabil torre

ch'entro di pin tessuta era e d'abeti,

e ne le cuioia avolto ha quel di fuore

per ischermirsi da lanciato ardore.

Si commette la mole e ricompone

con sottili giunture in un congiunta,

e la trave che testa ha di montone

da l'ime parti sue cozzando spunta;

lancia dal mezzo un ponte, e spesso il pone

su l'opposta muraglia a prima giunta,

e fuor da lei su per la cima n'esce

torre minor ch'in suso è spinta e cresce.

Per le facili vie destra, e corrente

sovra ben cento sue volubil rote,

gravida d'arme e gravida di gente,

senza molta fatica ella gir pote.

Stanno le schiere in rimirando intente

la prestezza de' fabri e l'arti ignote,

e due torri in quel punto anco son fatte

de la prima ad imagine ritratte.

Ma non eran fra tanto a i saracini

l'opre ch'ivi si fean del tutto ascoste,

perché ne l'alte mura a i più vicini

lochi le guardie ad ispiar son poste.

Questi gran salmerie d'orni e di pini

vedean dal bosco esser condotte a l'oste,

e machine vedean; ma non a pieno

riconoscer la forma indi potieno.

Fan lor machine anch'essi e con molt'arte

rinforzano le torri e la muraglia,

e l'alzaron così da quella parte

ov'è men atta a sostener battaglia,

ch'a lor credenza omai sforzo di Marte

esser non può ch'ad espugnarla vaglia;

ma sovra ogni difesa Ismen prepara

copia di fochi inusitata e rara.

Mesce il mago fellon zolfi e bitume,

che dal lago di Sodoma ha raccolto;

e fu, credo, in inferno, e dal gran fiume

che nove volte il cerchia anco n'ha tolto.

Così fa che quel foco e puta e fume,

e che s'aventi fiammeggiando al volto.

E ben co' feri incendi egli s'avisa

di vendicar la cara selva incisa.

Mentre il campo a l'assalto e la cittade

s'apparecchia in tal modo a le difese,

una colomba per l'aeree strade

vista è passar sovra lo stuol francese,

che non dimena i presti vanni e rade

quelle liquide vie con l'ali tese;

e già la messaggiera peregrina

da l'alte nubi a la città s'inchina,

quando di non so d'onde esce un falcone

d'adunco rostro armato e di grand'ugna

che fra 'l campo e le mura a lei s'oppone.

Non aspetta ella del crudel la pugna;

quegli, d'alto volando, al padiglione

maggior l'incalza e par ch'omai l'aggiugna,

ed al tenero capo il piede ha sovra:

essa nel grembo al pio Buglion ricovra.

La raccoglie Goffredo, e la difende;

poi scorge, in lei guardando, estrania cosa,

ché dal colle ad un filo avinta pende

rinchiusa carta, e sotto un'ala ascosa.

La disserra e dispiega, e bene intende

quella ch'in sé contien non lunga prosa:

<<Al signor di Giudea>> dice lo scritto

<<invia salute il capitan d'Egitto.

Non sbigottir, signor: resisti e dura

insino al quarto o insino al giorno quinto,

ch'io vengo a liberar coteste mura,

e vedrai tosto il tuo nemico vinto.>>

Questo il secreto fu che la scrittura

in barbariche note avea distinto

dato in custodia al portator volante,

ché tai messi in quel tempo usò il Levante.

Libera il prence la colomba; e quella,

che de' secreti fu rivelatrice,

come esser creda al suo signor rubella,

non ardì più tornar nunzia infelice.

Ma il sopran duce i minor duci appella,

e lor mostra la carta e così dice:

– Vedete come il tutto a noi riveli

la providenza del Signor de' cieli.

Già più da ritardar tempo non parmi:

nova spianata or cominciar potrassi,

e fatica e sudor non si risparmi

per superar d'inverso l'Austro i sassi.

Duro fia sì far colà strada a l'armi,

pur far si può: notato ho il loco e i passi.

E ben quel muro che assecura il sito,

d'arme e d'opre men deve esser munito.

Tu, Raimondo, vogl'io che da quel lato

con le machine tue le mura offenda,

vuo' che de l'arme mie l'alto apparato

contra la porta Aquilonar si stenda

sì che il nemico il vegga ed ingannato

indi il maggior impeto nostro attenda;

poi la gran torre mia, ch'agevol move,

trascorra alquanto e porti guerra altrove.

Tu drizzarai, Camillo, al tempo stesso

non lontana da me la terza torre. –

Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso

e che, parlando lui, fra sé discorre,

disse: – Al consiglio da Goffredo espresso

nulla giunger si pote e nulla tòrre.

Lodo solo, oltra ciò, ch'alcun s'invii

nel campo ostil ch'i suoi secreti spii,

e ne ridica il numero e 'l pensiero,

quanto raccòr potrà, certo e verace. –

Sogiunge allor Tancredi: – Ho un mio scudiero

che a questo uffizio di propor mi piace:

uom pronto e destro e sovra i piè leggiero,

audace sì, ma cautamente audace,

che parla in molte lingue, e varia il noto

suon de la voce e 'l portamento e 'l moto. –

Venne colui, chiamato; e poi ch'intese

ciò che Goffredo e 'l suo signor desia,

alzò ridendo il volto ed intraprese

la cura e disse: – Or or mi pongo in via.

Tosto sarò dove quel campo tese

le tende avrà, non conosciuta spia;

vuo' penetrar di mezzodì nel vallo,

e numerarvi ogn'uomo, ogni cavallo.

Quanta e qual sia quell'oste, e ciò che pensi

il duce loro, a voi ridir prometto:

vantomi in lui scoprir gli intimi sensi

e i secreti pensier trargli del petto. –

Così parla Vafrino e non trattiensi,

ma cangia in lungo manto il suo farsetto,

e mostra fa del nudo collo, e prende

d'intorno al capo attorcigliate bende;

la faretra s'adatta e l'arco siro,

e barbarico sembra ogni suo gesto.

Stupiron quei che favellar l'udiro

ed in diverse lingue esser sì presto

ch'egizio in Menfi o pur fenice in Tiro

l'avria creduto e quel popolo e questo.

Egli se 'n va sovra un destrier ch'a pena

segna nel corso la più molle arena.

Ma i Franchi, pria che 'l terzo dì sia giunto,

appianaron le vie scoscese e rotte,

e fornìr gli instromenti anco in quel punto,

ché non fur le fatiche unqua interrotte;

anzi a l'opre de' giorni avean congiunto,

togliendola al riposo, anco la notte,

né cosa è più che ritardar li possa

dal far l'estremo omai d'ogni lor possa.

Del dì cui de l'assalto il dì successe,

gran parte orando il pio Buglion dispensa;

e impon ch'ogn'altro i falli suoi confesse

e pasca il pan de l'alme a la gran mensa.

Machine ed arme poscia ivi più spesse

dimostra ove adoprarle egli men pensa;

e 'l deluso pagan si riconforta,

ch'oppor le vede a la munita porta.

Co 'l buio de la notte è poi la vasta

agil machina sua colà traslata

ove è men curvo il muro e men contrasta,

ch'angulosa non fa parte e piegata.

E d'in su 'l colle a la città sovrasta

Raimondo ancor con la sua torre armata,

la sua Camillo a quel lato avicina

che dal Borea a l'occaso alquanto inchina.

Ma come furo in oriente apparsi

i matutini messaggier del sole,

s'avidero i pagani (e ben turbàrsi)

che la torre non è dove esser sòle;

e miràr quinci e quindi anco inalzarsi

non più veduta una ed un'altra mole,

e in numero infinito anco son viste

catapulte, monton, gatti e balliste.

Non è la turba de' pagan già lenta

a trasportarne là molte difese

ove il Buglion le machine appresenta,

da quella parte ove primier l'attese.

Ma il capitan, ch'a tergo aver rammenta

l'oste d'Egitto, ha quelle vie già prese;

e Guelfo e i due Roberti a sé chiamati:

– State – dice – a cavallo in sella armati

e procurate voi che, mentre ascendo

colà dove quel muro appar men forte,

schiera non sia che sùbita venendo

s'atterghi a gli occupati e guerra porte. –

Tacque, e già da tre lati assalto orrendo

movon le tre sì valorose scorte;

e da tre lati ha il re sue genti opposte,

che riprese quel dì l'arme deposte.

Egli medesmo al corpo omai tremante

per gli anni, e grave del suo proprio pondo,

l'arme, che disusò gran tempo inante,

circonda, e se ne va contra Raimondo.

Solimano a Goffredo e 'l fero Argante

al buon Camillo oppon, che di Beoemondo

seco ha il nipote; e lui fortuna or guida,

perché 'l nemico a sé dovuto uccida.

Incominciaro a saettar gli arcieri

infette di veneno arme mortali,

ed adombrato il ciel par che s'anneri

sotto un immenso nuvolo di strali.

Ma con forza maggior colpi più feri

ne venian da le machine murali:

indi gran palle uscian marmoree e gravi,

e con punta d'acciar ferrate travi.

Par fulmine ogni sasso, e così trita

l'armatura e le membra a chi n'è colto,

che gli toglie non pur l'alma e la vita,

ma la forma del corpo anco e del volto.

Non si ferma la lancia a la ferita;

dopo il colpo, del corso avanza molto:

entra da un lato e fuor per l'altro passa

fuggendo, e nel fuggir la morte lassa.

Ma non togliea però da la difesa

tanto furor le saracine genti:

contra quelle percosse avean già tesa

pieghevol tela e cose altre cedenti;

l'impeto, che 'n lor cade, ivi contesa

non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti;

essi, ove miran più la calca esposta,

fan con l'arme volanti aspra risposta.

Con tutto ciò d'andarne oltre non cessa

l'assalitor, che tripartito move;

e chi va sotto gatti, ove la spessa

gragnuola di saette indarno piove,

e chi le torri a l'alto muro appressa

che da sé loro a suo poter rimove:

tenta ogni torre omai lanciare il ponte,

cozza il monton con la ferrata fronte.

Rinaldo intanto irresoluto bada,

ché quel rischio di sé degno non era,

e stima onor plebeo quand'egli vada

per le comuni vie co 'l vulgo in schiera.

E volge intorno gli occhi, e quella strada

sol gli piace tentar ch'altri dispera.

Là dove il muro più munito ed alto

in pace stassi, ei vuol portar assalto.

E volgendosi a quegli, i quai già furo

guidati da Dudon, guerrier famosi:

– Oh vergogna, – dicea – che là quel muro

fra cotant'arme in pace or si riposi!

Ogni rischio al valor sempre è securo,

tutte le vie son piane a gli animosi:

moviam là guerra, e contra a i colpi crudi

facciam densa testugine di scudi. –

Giunsersi tutti seco a questo detto;

tutti gli scudi alzàr sovra la testa,

e gli uniron così che ferreo tetto

facean contra l'orribile tempesta.

Sotto il coperchio il fero stuol ristretto

va di gran corso, e nulla il corso arresta,

ché la soda testugine sostiene

ciò che di ruinoso in giù ne viene.

Son già sotto le mura: allor Rinaldo

scala drizzò di cento gradi e cento,

e lei con braccio maneggiò sì saldo

ch'agile è men picciola canna al vento.

Or lancia o trave, or gran colonna o spaldo

d'alto discende: ei non va su più lento;

ma, intrepido ed invitto ad ogni scossa,

sprezzaria, se cadesse, Olimpo ed Ossa.

Una selva di strali e di ruine

sostien su 'l dosso, e su lo scudo un monte:

scote una man le mura a sé vicine,

l'altra sospesa in guardia è de la fronte.

L'essempio a l'opre ardite e pellegrine

spinge i compagni: ei non è sol che monte,

che molti appoggian seco eccelse scale;

ma 'l valore e la sorte è diseguale.

More alcuno, altri cade: egli sublime

poggia, e questi conforta e quei minaccia;

tanto è già in su che le merlate cime

pote afferrar con le distese braccia.

Gran gente allor vi trae; l'urta, il reprime,

cerca precipitarlo, e pur no 'l caccia.

Mirabil vista! a un grande e fermo stuolo

resister può, sospeso in aria, un solo.

E resiste e s'avanza e si rinforza;

e come palma suol cui pondo aggreva,

suo valor combattuto ha maggior forza

e ne la oppression più si solleva.

E vince alfin tutti i nemici, e sforza

l'aste e gli intoppi che d'incontro aveva;

e sale il muro e 'l signoreggia, e 'l rende

sgombro e securo a chi diretro ascende.

Ed egli stesso a l'ultimo germano

del pio Buglion, ch'è di cadere in forse,

stesa la vincitrice amica mano,

di salirne secondo aita porse.

Fra tanto erano altrove al capitano

varie fortune e perigliose occorse;

ch'ivi non pur fra gli uomini si pugna,

ma le machine insieme anco fan pugna.

Su 'l muro aveano i Siri un tronco alzato

ch'antenna un tempo esser solea di nave,

e sovra lui co 'l capo aspro e ferrato

per traverso sospesa è grossa trave;

e indietro quel da canapi tirato,

poi torna inanti impetuoso e grave:

talor rientra nel suo guscio, ed ora

la testugin rimanda il collo fora.

Urtò la trave immensa, e così dure

ne la torre addoppiò le sue percosse

che le ben teste in lei salde giunture

lentando aperse, e la respinse e scosse.

La torre a quel bisogno armi secure

avea già in punto, e due gran falci mosse

ch'aventate con arte incontra al legno

quelle funi tagliàr ch'eran sostegno.

Qual gran sasso talor, ch'o la vecchiezza

solve da un monte o svelle ira de' venti,

ruinoso dirupa, e porta e spezza

le selve e con le case anco gli armenti,

tal giù traea da la sublime altezza

l'orribil trave e merli ed arme e genti;

diè la torre a quel moto uno e due crolli,

tremàr le mura e rimbombaro i colli.

Passa il Buglion vittorioso inanti

e già le mura d'occupar si crede,

ma fiamme allora fetide e fumanti

lanciarsi incontra immantinente ei vede;

né dal sulfureo sen fochi mai tanti

il cavernoso Mongibel fuor diede,

né mai cotanti ne gli estivi ardori

piovve l'indico ciel caldi vapori.

Qui vasi e cerchi ed aste ardenti sono,

qual fiamma nera e qual sanguigna splende.

L'odore appuzza, assorda il bombo e 'l tuono

accieca il fumo, il foco arde e s'apprende.

L'umido cuoio alfin saria mal buono

schermo a la torre, a pena or la difende.

Già suda e si rincrespa; e se più tarda

il soccorso del Ciel, conven pur ch'arda.

Il magnanimo duce inanzi a tutti

stassi, e non muta né color né loco;

e quei conforta che su i cuoi asciutti

versan l'onde apprestate incontra al foco.

In tale stato eran costor ridutti,

e già de l'acque rimanea lor poco,

quando ecco un vento, ch'improviso spira,

contra gli autori suoi l'incendio gira.

Vien contra al foco il turbo; e indietro vòlto

il foco ove i pagan le tele alzàro,

quella molle materia in sé raccolto

l'ha immantinente, e n'arde ogni riparo.

Oh glorioso capitano! oh molto

dal gran Dio custodito, al gran Dio caro!

A te guerreggia il Cielo; ed ubidenti

vengon, chiamati a suon di trombe, i venti.

Ma l'empio Ismen, che le sulfuree faci

vide da Borea incontra sé converse,

ritentar volle l'arti sue fallaci

per sforzar la natura e l'aure averse,

e fra due maghe, che di lui seguaci

si fèr, su 'l muro a gli occhi altrui s'offerse;

e torvo e nero e squallido e barbuto

fra due furie parea Caronte o Pluto.

Già il mormorar s'udia de le parole

di cui teme Cocito e Flegetonte,

già si vedea l'aria turbar e 'l sole

cinger d'oscuri nuvoli la fronte,

quando aventato fu da l'alta mole

un gran sasso, che fu parte d'un monte;

e tra lor colse sì ch'una percossa

sparse di tutti insieme il sangue e l'ossa.

In pezzi minutissimi e sanguigni

si disperser così l'inique teste,

che di sotto a i pesanti aspri macigni

soglion poco le biade uscir più peste.

Lasciàr gemendo i tre spirti maligni

l'aria serena e 'l bel raggio celeste,

e se 'n fuggìr tra l'ombre empie infernali.

Apprendete pietà quinci, o mortali.

In questo mezzo, a la città la torre,

cui da l'incendio il turbine assecura,

s'avicina così che può ben porre

e fermare il suo ponte in su le mura;

ma Solimano intrepido v'accorre,

e 'l passo angusto di tagliar procura,

e doppia i colpi: e ben l'avria reciso;

ma un'altra torre apparse a l'improviso.

La gran mole crescente oltra i confini

de' più alti edifici in aria passa.

Attoniti a quel mostro i saracini

restàr, vedendo la città più bassa.

Ma il fero turco, ancor ch'in lui ruini

di pietre un nembo, il loco suo non lassa;

né di tagliar il ponte anco diffida,

e gli altri che temean rincora e sgrida.

S'offerse a gli occhi di Goffredo allora,

invisibile altrui, l'agnol Michele

cinto d'armi celesti; e vinto fòra

il sol da lui, cui nulla nube vele.

– Ecco, – disse – Goffredo, è giunta l'ora

ch'esca Siòn di servitù crudele.

Non chinar, non chinar gli occhi smarriti;

mira con quante forze il Ciel t'aiti.

Drizza pur gli occhi a riguardar l'immenso

essercito immortal ch'è in aria accolto,

ch'io dinanzi torrotti il nuvol denso

di vostra umanità, ch'intorno avolto

adombrando t'appanna il mortal senso,

sì che vedrai gli ingudi spirti in volto;

e sostener per breve spazio i rai

de l'angeliche forme anco potrai.

Mira di quei che fur campion di Cristo

l'anime fatte in Cielo or cittadine,

che pugnan teco e di sì alto acquisto

si trovan teco al glorioso fine.

Là 've ondeggiar la polve e 'l fumo misto

vedi e di rotte moli alte ruine,

tra quella folta nebbia Ugon combatte

e de le torri i fondamenti abbatte.

Ecco poi là Dudon, che l'alta porta

Aquilonar con ferro e fiamma assale:

ministra l'arme a i combattenti, essorta

ch'altri su monti, e drizza e tien le scale.

Quel ch'è su 'l colle, e 'l sacro abito porta

e la corona a i crin sacerdotale,

è il pastore Ademaro, alma felice:

vedi ch'ancor vi segna e benedice.

Leva più in su l'ardite luci, e tutta

la grande oste del ciel congiunta guata. –

Egli alzò il guardo, e vide in un ridutta

milizia innumerabile ed alata.

Tre folte squadre, ed ogni squadra instrutta

in tre ordini gira e si dilata;

ma si dilata più quanto più in fòri

i cerchi son: son gli intimi e i minori.

Qui chinò vinti i lumi e gli alzò poi,

né lo spettacol grande ei più rivide;

ma riguardando d'ogni parte i suoi,

scorge che a tutti la vittoria arride.

Molti dietro a Rinaldo illustri eroi

saliano; ei già salito i Siri uccide.

Il capitan, che più indugiar si sdegna,

toglie di mano al fido alfier l'insegna,

e passa primo il ponte, ed impedita

gli è a mezzo il corso dal Soldan la via.

Un picciol ponte è campo ad infinita

virtù, ch'in pochi colpi ivi apparia.

Grida il fer Solimano: – A l'altrui vita

dono e consacro io qui la vita mia.

Tagliate, amici, a le mie spalle or questo

ponte, ché qui non facil preda i' resto. –

Ma venirne Rinaldo in volto orrendo

e fuggirne ciascun vedea lontano:

– Or che farò? se qui la vita spendo,

la spando – disse – e la disperdo invano. –

E, in sé nove difese anco volgendo,

cedea libero il passo al capitano,

che minacciando il segue e de la santa

Croce il vessillo in su le mura pianta.

La vincitrice insegna in mille giri

alteramente si rivolge intorno;

e par che in lei più riverente spiri

l'aura, e che splenda in lei più chiaro il giorno;

ch'ogni dardo, ogni stral ch'in lei si tiri,

o la declini, o faccia indi ritorno:

par che Siòn, par che l'opposto monte

lieto l'adori, e inchini a lei la fronte.

Allor tutte le squadre il grido alzaro

de la vittoria altissimo e festante,

e risonaro i monti e replicaro

gli ultimi accenti; e quasi in quello istante

ruppe e vinse Tancredi ogni riparo

che gli aveva a l'incontro opposto Argante,

e lanciando il suo ponte anch'ei veloce

passò nel muro e v'inalzò la Croce.

Ma verso il mezzogiorno, ove il canuto

Raimondo pugna e 'l palestin tiranno,

i guerrier di Guascogna anco potuto

giunger la torre a la città non hanno,

ché 'l nerbo de le genti ha il re in aiuto

ed ostinati a la difesa stanno;

e se ben quivi il muro era men fermo,

di machine v'avea maggior lo schermo.

Oltra che men ch'altrove in questo canto

la gran mole il sentier trovò spedito,

né tanto arte poté che pur alquanto

di sua natura non ritegna il sito.

Fu l'alto segno di vittoria intanto

da i difensori e da i Guasconi udito,

ed avisò il tiranno e 'l tolosano

che la città già presa è verso il piano,

Onde Raimondo a i suoi: – Da l'altra parte, –

grida – o compagni, è la città già presa.

Vinta ancor ne resiste? or soli a parte

non sarem noi di sì onorata presa? –

Ma il re cedendo alfin di là si parte

perch'ivi disperata è la difesa,

e se 'n rifugge in loco forte ed alto

ove egli spera sostener l'assalto.

Entra allor vincitore il campo tutto

per le mura non sol, ma per le porte;

ch'è già aperto, abbattuto, arso e destrutto

ciò che lor s'opponea rinchiuso e forte.

Spazia l'ira del ferro; e va co 'l lutto

e con l'orror, compagni suoi, la morte.

Ristagna il sangue in gorghi, e corre in rivi

pieni di corpi estinti e di mal vivi.