CANTO I
Già vinta dell'inferno era la pugna,
e lo spirto d'abisso si partìa
vota stringendo la terribil ugna.
Come lion per fame egli ruggìa
bestemmiando l'Eterno, e le commosse
idre a del capo sibilar per via.
Allor timide l'ali aperse e scosse
l'anima d'Ugo alla seconda vita
fuor delle membra del suo sangue rosse
e la mortal prigione ond'era uscita
subito indietro a riguardar si volse
tutta ancor sospettosa e sbigottita.
Ma dolce con un riso la raccolse
e confortolla l'angelo beato
che contro Dite a conquistarla tolse.
E, Salve, disse, o spirto fortunato,
salve, sorella del bel numer una,
cui rimesso è dal cielo ogni peccato.
Non paventar: tu non berai la bruna
onda d'Averno, da cui volta è in fuga
tutta speranza di miglior fortuna.
Ma la giustizia di lassù, che fruga
severa, e in un pietosa in suo diritto,
ogni labe dell'alma ed ogni ruga,
nel suo registro adamantino ha scritto,
che all'amplesso di Dio non salirai
finché non sia di Francia ulto a il delitto.
Le piaghe intanto e gl'infiniti guai,
di che fosti gran parte, or per emenda
piangendo in terra e contemplando andrai.
E supplicio ti fia la vista orrenda
dell'empia patria tua, la cui lordura
par che del puzzo i firmamenti offenda;
sì che l'alta vendetta è già matura,
che fa dolce di Dio nel suo segreto
l'ira ond'è colma la fatal misura a
Così parlava; e riverente e cheto
abbassò l'altro le pupille, e disse:
Giusto e mite, o Signor, è il tuo decreto.
Poscia l'ultimo sguardo al corpo affisse
già suo consorte in vita, a cui le vene
sdegno di zelo e di ragion trafisse;
dormi in pace, dicendo, o di mie pene
caro compagno, infin che del gran die
l'orrido squillo a risvegliar ti viene.
Lieve intanto la terra e dolci e pie
ti sian l'aure e le piogge, e a te non dica
parole il passeggier scortesi e rie.
Oltra il rogo non vive ira nemica,
e nell'ospite suolo, ov'io ti lasso,
giuste son a l'alme, e la pietade è antica.
Torse, ciò detto, sospirando il passo
quella mest'ombra, e alla sua scorta dietro
con volto s'avviò pensoso e basso;
di ritroso fanciul tenendo il metro,
quando la madre a' suoi trastulli il fura,
che il piè va lento innanzi e l'occhio indietro.
Già di sua veste rugiadosa e scura
coprìa la notte il mondo, allor che diero
quei duo le spalle alle romulee mura.
E nel levarsi a volo ecco di Piero
sull'altissimo tempio alla lor vista
un cherubino minaccioso e fiero
un di quei sette che in argentea lista
mirò fra i sette candelabri ardenti
il rapito di Patmo evangelista.
Rote di fiamme gli occhi rilucenti
e cometa che morbi e sangue adduce
parean le chiome abbandonate ai venti.
Di lugubre vermiglia orrida luce
una spada brandìa, che da lontano
rompea la notte e la rendea più truce;
e scudo sostenea la manca mano
grande così, che da nemica offesa
tutto coprìa coll'ombra il Vaticano;
com'aquila che sotto alla difesa
di sue grand'ali rassicura i figli
che non han l'arte delle penne a appresa,
e, mentre la bufera entro i covigli
tremar fa gli altri augei, questi a riposo
stansi allo schermo de' materni artigli.
Chinarsi in gentil atto ossequioso,
oltre volando, i due minori spirti
dell'alme chiavi al difensor sdegnoso.
Indi veloci in men che nol so dirti
giunsero dove gemebondo e roco
il mar si frange tra le sarde sirti.
Ed al raggio di luna incerto e fioco
vider spezzate antenne, infrante vele,
del regnator libecchio a orrendo gioco,
e sbattuti dall'aspra onda crudele
cadaveri e bandiere; e disperdea
l'ira del vento i gridi e le querele.
Sul lido intanto il dito si mordea
la temeraria Libertà di Francia,
che il cielo e l'acque disfidar parea.
Poi del suo ardire si battea la guancia,
venir mirando la riva? Brettagna
a fulminarle dritta al cor la lancia,
e dal silenzio suo scossa la Spagna
tirar la spada anch'essa e la vendetta
accelerar d'Italia e di Lamagna;
mentre il Tirren che la gran preda aspetta
già mormora e si duol che la sua spuma
ancor non va di franco sangue infetta,
e l'ira nelle sponde in van consuma,
di Nizza inulto rimirando il lutto
ed Oneglia a che ancor combatte e fuma.
Allor che vide la ruina e il brutto
oltraggio la francese anima schiva,
non tenne il ciglio per pietade asciutto;
ed il suo fido condottier seguiva
vergognando e tacendo, infin che sopra
fur di Marsiglia alla spietata riva.
Di ferità, di rabbia orribil opra
ei vider quivi, e Libertà che stolta
in Dio medesmo l'empie mani adopra.
Videro, ahi vista!, in mezzo della folta
starsi una croce col divin suo peso
bestemmiato a e deriso un'altra volta,
e a piè del legno redentor disteso
uom coperto di sangue tuttoquanto,
da cento punte in cento parti offeso.
Ruppe a tal vista in un più largo pianto
l'eterea pellegrina; ed una vaga
ombra cortese le si trasse a canto.
Oh tu cui sì gran doglia il ciglio allaga,
pietosa anima, disse, che qui giunta
se dove di virtude il fio si paga,
sòstati e m'odi. In quella spoglia emunta
d'alma e di sangue (e l'accennò), per cui
si dolce in petto la pietà ti spunta,
albergo io m'ebbi: manigoldo fui
e peccator; ma l'infinito amore
di quei mi valse che morì per nui.
Perocché dal costoro empio furore
a gittar strascinato (ahi! parlo o taccio?)
de' ribaldi il capestro al mio Signore,
di man mi cadde l'esecrato laccio,
e rizzarsi le chiome, e via per l'ossa
correr m'intesi e per le gote il ghiaccio.
Di crudi colpi allor rotta e percossa
mi sentii la persona a, e quella croce
fei del mio sangue anch'io fumante e rossa;
mentre a Lui che quaggiù manda veloce
al par de' sospir nostri il suo perdono
il mio cor si volgea più che la voce.
Quind'ei m'accolse Iddio clemente e buono,
quindi un desir mi valse il paradiso,
quindi beata eternamente io sono
Mentre l'un sì parlò, l'altro in lui fiso
tenea lo sguardo, e sì piangea, che un velo
le lagrime gli fean per tutto il viso;
simigliante ad un fior che in su lo stelo
di rugiada si copre in pria che il sole
co' raggi il venga a colorar dal cielo.
Poi, gli amplessi mescendo e le parole,
de' propri casi il satisfece anch'esso,
siccome fra cortesi alme si suole.
E questi, e l'altro, e il cherubino appresso,
adorando la croce e nella polve
in devoto cadendo atto sommesso,
di Dio cantaro la bontà che solve
le rupi in fonte ed ha sì larghe braccia
che tutto prende ciò che a lei si volve.
Sollecitando poscia la sua traccia
l'alato duca, l'ombre benedette
si disser vale e si baciaro in faccia.
Ed una si rimase alle vedette,
ad aspettar che su la rea Marsiglia
sfreni l'arco di Dio le sue saette.
Sovra il Rodano l'altra il vol ripiglia,
e via trapassa d'Avignon la valle
già di sangue civil fatta vermiglia;
d'Avignon, che smarrito il miglior calle,
alla pastura intemerata e fresca
dell'ovile roman volse le spalle,
per gir co' ciacchi di Parigi in tresca
a cibarsi di ghiande, onde la Senna,
novella Circe a, gli amatori adesca.
Lasciò Garonna addietro, e di Gebenna
le cave rupi e la pianura immonda
che ancor la strage camisarda accenna.
Lasciò l'irresoluta e stupid'onda
d'Arari a dritta, e Ligeri a mancina,
disdegnoso a del ponte e della sponda.
Indi varca la falda tigurina,
a cui fe' Giulio dell'augel di Giove
sentir la prima il morso e la rapina.
Poi Niverno trascorre, ed oltre move
fino alla riva u' d'Arco la donzella
fe' contra gli Angli le famose prove.
Di là ripiega inverso la Rocella
il remeggio dell'ali, e tutto mira
il suol che l'aquitana onda flagella.
Quindi ai celtici boschi si rigira
pieni del canto che il chiomato bardo
sposava al suon di bellicosa lira.
Traversa Normandia, traversa il tardo
sbocco di Senna e il lido che si fiede
dal mar britanno infino al mar piccardo.
Poi si converte ai gioghi onde procede
la Mosa e al piano che la Marna lava,
e orror per tutto, e sangue e pianto vede.
Libera vede andar la colpa, e schiava
la virtù, la giustizia, e sue bilance
in man del ladro e di vil ciurma prava,
a cui le membra grave–olenti e rance
traspaiono da' sai sdruciti e sozzi,
né fur mai tinte per pudor le guance.
Vede luride forche e capi mozzi,
vede piene le piazze e le contrade
di fiamme, d'ululati e di singhiozzi.
Vede in preda al furor d'ingorde spade
le caste chiese, e Cristo in sacramento
fuggir ramingo per deserte strade,
e i sacri bronzi in flebile lamento
giù calar dalle torri e liquefarsi
in rie bocche di morte e di spavento.
Squallide vede le campagne ed arsi
i pingui cólti, e le falci e le stive
in duri stocchi e in lance trasmutarsi.
Odi frattanto risonar le rive
non di giocondi pastorali accenti,
non d'avene, di zuffoli e di pive,
ma di tamburi e trombe e di tormenti:
e il barbaro a soldato al villanello
le mèssi invola e i lagrimati armenti.
E invan si batte l'anca il meschinello,
invan si straccia il crin disperso e bianco
in su la soglia del deserto ostello:
ché non pago d'avergli il ladron franco
rotta del caro pecoril la sbarra,
i figli, i figli strappagli dal fianco;
e del pungulo invece e della marra
d'armi li cinge dispietate e strane,
e la ronca converte in scimitarra.
All'orbo padre intanto ahi! non rimane
chi la cadente vita gli sostegna,
chi sovra il desco gli divida il pane.
Quindi lasso la luce egli disdegna,
e brancolando per dolor già cieco
si querela che morte ancor non vegna;
ne pietà di lui sente altri che l'eco,
che cupa ne ripete e lamentosa
le querimonie dall'opposto speco.
Fremé d'orror, di doglia generosa
allo spettacol fero e miserando
la conversa d'Ugon alma sdegnosa,
e si fe' del color ch'il ciel è quando
le nubi immote e rubiconde a sera
par che piangano il dì che va mancando.
E tutta pinta di rossor com'era
parlar, dolersi, dimandar volea,
ma non usciva la parola intera
ché la piena del cor lo contendea:
e tuttavolta il suo diverso affetto
palesemente col tacer dicea.
Ma la scorta fedel, che dall'aspetto
del pensier s'avvisò, dolce alla sua
dolorosa seguace ebbe sì detto:
sospendi il tuo terror, frena la tua
indignata pietà, ché ancor non hai
nell'immenso suo mar volta la prua.
S'or sì forte ti duoli, oh! che farai,
quando l'orrido palco e la bipenne...
quando il colpo fatal..., quando vedrai?...
E non finì; ché tal gli sopravvenne
per le membra immortali un brividìo,
che a quel truce pensier troncò le penne;
sì che la voce in un sospir morìo.