CANTO I

By Luigi Alamanni

Canta, o Musa, lo sdegno e l'ira ardente

di Lancilotto del re Ban figliuolo

contra 'l re Arturo, onde sì amaramente

il britannico pianse e 'l franco stuolo;

e tante anime chiare afflitte e spente

lasciar le membra in sanguinoso duolo

d'empi uccelli e di can rapina indegna,

come piacque a Colui che muove e regna.

Or chi fu la cagion di tanta lite?

Gaven, che dell'Orcania era signore:

che portò invidia a le virtù gradite

di Lancilotto, e gli pungeva il core

che per opra di lui fosser fallite

le nozze ch'ei bramò con troppo ardore

di Claudïana di Clodasso figlia,

che fu bella e leggiadra a maraviglia.

Ma, temendo di lui, gran tempo tenne

l'uno e l'altro dolor nel petto ascoso,

fin che Tristan con le sue genti venne:

all'arrivar del quale il re famoso

fé 'l consiglio adunare, ove convenne

ogni duce maggiore, onde fu oso

di dar principio alle dannose risse;

e drizzatose in piedi così disse:

“Invittissimo Arturo, poi ch'io veggio

che tutto il Cielo a' vostri onori aspira

e che nulla temenza avem di peggio

che ne possa d'altrui fare ingiust'ira;

d'aperto palesar divoto chieggio,

come colui ch'al suo dever rimira,

quel ch'a voi fia vergogna, e strazio e morte

a chi segua di voi l'istessa sorte.

Qui con voi tanti duci avete, e tali,

tanti gran cavalieri e tanti regi,

che di quanti mai furo e fien mortali

riportar ne porrian le palme e i pregi;

se non fosse tra lor chi gli immortali,

non pur' simili a noi, par che dispregi,

e non sol voi, ma chi nel Cielo ha regno

cred'io che tien di comandargli indegno.

Questi per sempre aver l'impero in mano

e voi signoreggiar con gli altri insieme

fa d'ora in ora ogni disegno vano

del lungo assedio che i nemici preme;

tal che 'l fin è più che già mai lontano,

e men ch'al cominciar si mostra speme

d'espugnar più lo sventurato Avarco,

che prender si devea nel primo varco.

E certo si prendea, con tutto quello

che 'l nemico Clodasso oggi possiede,

s'allor che 'l crudo esercito rubello

pose in Brettagna l'infelice piede

e che Vittorio e Massimo il fratello

fur dell'oste di voi famose prede

alcun de' vostri che presenti sono

non ne faceano al padre ingiusto dono.

Seguì 'l medesmo poi non di qui lunge,

ch'egli ebber Claudïana prigioniera;

così 'l secondo a quel primiero aggiunge

danno pipiù grave e di peggior maniera,

perché tenero amor di costei punge

tale il paterno cor, che in una sera

v'aria dato quant'ha lontano e presso,

i figliuoi, la corona e poi se stesso.

E l'uno e l'altro apertamente fero

senza vostro congedo e senza voi,

per ben mostrar ch'ogni potere intero

era in lor soli sopra gli altri eroi.

Or chi ciò stimerà fallo leggiero

qual può grave chiamar peccato poi?

e chi ardisce cotanto non suggetto,

ma imperadore e re puot'esser detto.

Or quel ch'esser deveva utile a voi

senza fine a voi nuoce, ad altrui giova:

però che 'n sicurtà di tutti i suoi,

non molto ha Claudïana si ritruova

sposa di Seguran, c'or verso noi

farà più che giamai di vincer pruova,

con virtù rischiarando ove fortuna

d'oscura povertà forse l'imbruna.

E troppo è da temer, ch'egli è pur certo

del buon sangue illustrissimo del Bruno;

e s'ei non passa, aggiunge quasi al merto

del cortese Girone invitto ed uno:

molto è in consiglio e più nell'opre esperto,

onorato e gradito da ciascuno;

ha molti cavalier, molti altri a piede,

poi sopra tutti il forte Palamede.

Ma perché 'l ragionar del tempo andato

par più di sconsolato che di saggio,

più lungo non farò, poi che sfogato

quel che nascosi lungo tempo v'aggio:

vi dirò sol che poi che 'l Cielo ha dato

al buon Tristan per noi lieto vïaggio

si ricorreggan quei che torti andranno,

richiudendo ogni varco al nuovo danno”.

Qui si tacque e rassise e 'n mantenente

surge all'incontro il fero Lancilotto

con gli occhi accesi e con la faccia ardente;

e con turbato suon tremante e rotto

disse: “Chi fugge tra l'armata gente

sempre in biasmar i buon fu ardito e dotto,

e la chiara virtù che non è in lui

oscura quanto può sempre in altrui.

Ma se non fosse l'alta riverenza

ch'al nostro re, qual'è dovuta, porto

v'avrei di tutti i vostri alla presenza,

per non mi far disnòr, non dirò morto

ma la testa lassata e 'l mento senza

gli effemminati velli, e 'l collo attorto

d'uccello in guisa, e fatto eterno esempio

a i falsi accusatori il vostro scempio.

Che se ben non diceste il nome mio,

né di farl'anco sète degno assai,

bene intendo, Gaven, che son quell'io

ch'Arturo e tutti i suoi sempre spregiai:

che quanto sia menzogna sallo Dio,

che sa ben ch'altra cosa non bramai,

dapoi ch'io porto lancia e cingo spada,

che di far notte e dì ciò che gli aggrada.

E senza ragionar de merti vostri

confermo ch'io rendei certo a Clodasso

i due suo' figli, ch'eran prigion nostri,

presi da me nel periglioso passo

quand'io, salvando di Britannia i chiostri;

fui nel sangue de' lor vermiglio e lasso,

e feci sì ch'ei non si vantan oggi

d'aver troppo calcati i vostri poggi.

E s'io volsi del mio fare altrui dono

(ch'eran miei di ragion, poi ch'io gli presi)

perché accusato a sì gran torto sono

che del mio re la maëstate offesi?

Non avrebbe Clodasso in abbandono

per questi due lassato i suoi paesi;

poscia io non son, come voi sete, avvezzo

di guerra i pregionier vendere a prezzo.

E se nell'espugnar di qua dal mare

Benicco, il luogo dov'io nacqui prima,

mi venne in sorte d'ivi ritrovare

del re la figlia, e non ne fei la stima

ch'io veggio al vulgo ed a voi stesso fare

come di spoglia veramente opima,

ma, qual si convenia con donna tale,

la rimandai nell'abito reale;

devreste voi però tanto biasmarme

e metter tra i superbi e tra i rubelli?

Non volsi come avaro conservarme

a miglior tempo lei co' suoi fratelli,

ch'io cerco usar contr'a gli armeti l'arme,

e non contra i legati e poverelli,

né cangerò voler per altrui voglia,

e seguane a chi può piacere o doglia.

Debbon esser nemici i cavalieri

mentr'hanno spada in mano o lancia in resta,

ma cortesi, pietosi, amici veri

come scarca dell'elmo aggian la testa:

i fatti come voi stan crudi e feri

più che leoni o torbini o tempesta

verso i prigion, verso le donne umili,

quanto verso i guerrier timidi e vili.

Pur non di voi, che tutto invidia sète

e sposar bramavate Claudïana,

mi vo' doler, che fatta l'opra avete

che far deve alma doppiamente insana;

ben di voi sacro re, che ritenete

di noi qui scettro e podestà sovrana,

che, bench'a voi nipote, aggiate un tale

in onor quasi a voi medesmo eguale;

e vogliate soffir che inanzi a voi

possa a torto a i migliori oltraggio dire:.

Il peccare e 'l fallir de i servi suoi

colpa è del re, s'ei non gli sa punire.

Non avria di parlar sì altero in noi,

senza il vostro volere, avuto ardire;

però ricorro a voi, non perch'io attenda

la vostra man ch'a vendicarne intenda:

perché, mentre ho la spada, anzi ho la vita

(ché senza quella ancor non manca il core),

non cercherò d'alcun mortale aita

per sollevare il mio battuto onore;

ma sì vi prego io ben per l'infinita

obbedïenza e per l'integro amore

ch'io vi porto e portai che dir v'aggrade

s'io seguo al mio dever contrarie strade”.

Così detto s'assise, e stato alquanto

il re tacito in sé rispose appresso:

“Io non potrei negar che 'l primo vanto,

tra molti cavalier che mi son presso,

della vera prodezza, ed altrettanto

d'amore, in voi non ritruovasi spesso;

ma così altero in questo bello oprare

che non potete aver signore o pare.

Non niego io già che quel valor ch'è raro

drittamente grandezza a i cori apporte;

ma se 'l gran senno non vi fa riparo

in superba fierezza si trasporte,

che d'ogni consiglier più amico e caro

a i prudenti sermon chiuggia le porte:

tal ch'è virtù fra troppi vizi ascosa,

come intra spine assai selvaggia rosa.

E come quella mostra che spavente

chi coglier la vorria d'aspra puntura,

così fa quella alla matura gente,

che quel che giova e nuoce in sen misura.

Io debbo molto a voi, che veramente

con sollecito cor prendeste cura

quant'altro cavalier d'ogni mia guerra,

non di qua men che nella nostra terra;

ma s'anco io vi dicessi, mentirei,

che non mi aveste in molte parti offeso

in render prima i due, poi render lei

senza aver pure il mio volere inteso;

il medesmo che voi fatto n'avrei,

ma miglior modo e miglior tempo atteso,

ché fra noi si potea di cosa tale

e sperare e temer gran bene o male.

Non il poco veder, ch'assai vedete

quando vi piace ben le luci aprire,

ma 'l dispregio di me, la troppa sete

di troppo in alto e sovra me salire

fur la cagion per cui voluto avete

più 'l desio vostro che ragion seguire:

e far certo e palese a tutto il mondo

che voi sete primiero, io son secondo.

Ma per questo alto scettro che mi diede

il re mio padre, Pandragone Utero,

del quale egli era drittamente erede,

succedendo al parente Vortimero

che l'ebbe anch'ei nella medesma sede

dal vechhio genitor suo Vertigero:

per questo adunque a Lancilotto giuro

ch'io farò sì ch'ei non sormonte Arturo;

ma ch'ei sommetta il collo al giogo istesso

come fan quei, che sono eguali a lui,

né in oprar, né in parlar gli sia concesso

in alcun modo d'oltraggiare altrui;

intenda a governar piano, e rimesso

i guerrieri, i compagni, i cugin sui:

e s'ei si cangerà, cangerò anch'io

secondo il suo volere, il voler mio.

Perché s'ei fosse quel, ch'esser devrìa,

non vorria dimostrar' d'essere ingrato

ch'oltra gli onor, ch'io gli avea fatti pria,

che quasi al par di me l'aveva alzato;

può ben saper, che questa guerra sia

per rendergli il paese, onde spogliato

dal perfido Clodasso fu il re Bano,

che in esilio morì tristo, e lontano.

Il medesmo adivenne al re Boorte,

che fratello onorato era del padre;

e lui picciol fanciul nell'aspra sorte

nudrì Vivïana, tolto alla sua madre:

poi il menò giovinetto alla mia corte,

dopo tante tempeste oscure, ed adre:

io 'l trattai come figlio; ed or di tutto,

può giudicare ogni uom qual'esca frutto”.

Diceva ancor; ma riguardandol torto,

qui l'interruppe irato Lancilotto:

“Deh fuss'io già co' miei parenti morto,

pria che qui ritrovarmi a tal condotto;

ché del mio bene oprar biasmo riporto,

e chi mi debbe alzar mi spinge sotto;

e son chiamato ingrato da colui,

ch'a me dee molto, ed io niente a lui.

E che sia ver, qui presso è Galealto,

il forte re dell'isole lontane.

che vi diede in Brettagna tale assalto,

che le forze di voi rendea già vane:

volse Dio, che 'l suo core egregio, ed alto,

pregiò me sol fra l'altre genti strane;

e mi divenne amico sì verace,

che volse a i preghi miei la vostra pace.

E bene ad uopo fu, che d'altra parte

eran là giunti di Clodasso i figli,

ch'avean già molte mura a terra sparte,

e molti vostri campi eran vermigli;

quel ch'io facessi allor con forza, ed arte,

altri a narrarlo la fatica pigli;

so ben, che l'un con pace, e i due con guerra,

fei, che non danneggiar la vostra terra.

Or se, scacciati quei, venuto sete

qui per punirgli, e far sicuro voi,

con qual cor, con che voce affermerete,

che guerreggiate per onor di noi?

Desio di gloria, e di vendetta sete,

non amor del re Bano, o d'altri suoi,

del quale or vi conosco troppo parco,

v'han qui menato ad espugnare Avarco.

E quando e fosse pur, divotamente

vi prego, che lassiate omai l'impresa;

ch'io non intendo voi, né vostra gente

adoprar per aita, o per difesa:

ben' ho fatto, e farò più che dolente

con questa man chi m'aggia fatto offesa;

sì che potreste indietro ritornare,

se voi per questo sol passaste il mare.

Da voi rifiuto ogni paese, e loco

già da' miei per addietro posseduto;

perch'io prezzo niente, non che poco,

ricchezze, possession, regno o tributo:

ogni altra cosa insomma mi par gioco,

se non quel vero onor, che n'è dovuto,

dell'istessa virtù, che da noi nasce,

e di cibo immortal gli animi pasce.

Lasciatemi pur voi povero,

co l'arme, e co i pensier, ch'io porto in seno,

che s'io non potrò far tropp'alto volo,

nella mia libertà starommi almeno:

e poi che quanto più v'adoro, e colo,

tanto son più scernito da Gaveno,

e meno il mio servir sempre v'aggrada;

non intendo per voi cinger più spada.

Cosa che senza colpa io posso fare,

non essendo tenuto a giuramento,

né di cavalleria, né d'altro affare,

ché d'ogni nodo libero mi sento;

l'omaggio in vostra man lassai pigliare

da Boorte, e da gli altri, a cui consento

quanto mai troveran di tutto il bene

de' nostri antichi, che Clodasso tiene.

E' ver che nel mio cor disposto avea,

di voi sempre seguire in ogni guerra,

ma dispose altro la fortuna rea,

che 'l cammin disegnato spesso serra,

né desio men di quel che già solea,

di vedervi felice, e grande in terra:

Dio vi dia pur vittoria, e metta in core

di pregiare, e inalzar chi merta onore”.

Così detto s'assise: e 'l re sdegnoso

risponde: “Senza fin grazie vi rendo

de i buon ricordi, e del desio bramoso

di tutto quello, ove la voglia intendo:

che cerchiate per voi pace, e riposo;

lasciando me, nessuno affanno prendo

ché molti altri ho speranza all'onor mio

d'aver più amici; e sovra tutti Dio.

E non ci sendo voi, penserò avere

d'ogni lite o questïon purgato il campo;

io qua più in pace non potea tenere,

né contro al vostro orgoglio avere scampo;

se 'l Ciel vi dié d'ogni altro cavaliere

di forza, e di valor suppremo lampo,

devreste in guerra usarlo, e tra i nemici,

non, com'or, ne i consigli, e tra gli amici;

né contr'a me; cui la bontà divina

ha più degno, ch'a voi, donato loco:

gitene or dunque, dove più v'inchina

l'alta vostra superbia, e 'l vostro foco,

ché quel che 'l Cielo in alto mi destina,

non mi potrà fallir, sia molto, o poco,

altresì a voi, che 'l Re de la natura

egualmente di tutti ha dritta cura”.

Poi che 'l re si tacea, più non potendo

il fido Galealto omai soffrire,

incominciò: “Per quel ch'io veggio, e 'ntendo,

troppo infiammati son gli sdegni, e l'ire,

invittissimo re; né ben comprendo,

come vi possa l'alma consentire,

per sì breve cagion di perder tale,

ch'assai più sol, che tutto il mondo vale.

Lassiamo andar che 'l suo patir vi toglia

di mano ogni vittoria ed ogni spene,

e che ne dee venir disnore e doglia

alla vostra corona, a gli altri pene,

perché l'uom puote aver talvolta voglia

di convertire in mal l'avuto bene:

ma qual potrete dir giusta ragione

che da voi nasca un simil guiderdone?

Chi non sa di costui l'alto valore

e 'n servigio di voi le divin'opre,

o ch'egli è senza orecchie o ch'egli è fuore

di questa vita, e molta terra il cuopre:

ma quando ei fosse ascoso, al vostro core,

ch'è il sommo testimonio, ognor si scuopre,

ognor si mostra l'alta sua virtute,

che partorì più volte a lui salute.

Non è presente ognora a gli occhi vostri

quel ch'ei fé contr'a me nel gran bisogno?

Ei sol s'oppose a i gravi assalti nostri,

gli affrenò sol (né a dirlo mi vergogno):

ché chi 'l scrivesse, i più famosi inchiostri

tutti presso di lui parrebber sogno.

Col suo valore il mio furore estinse

e con la sua bontade al fine il vinse.

Vinsemi veramente la bontade

ch'or non ha certo, e mai non ebbe pare;

per lui vi feci io don delle contrade

vinte prima da' miei nel vostro mare.

Quando dall'altra parte e in altre strade

nuovo soggiunse e periglioso affare

de' figliuoi di Clodasso già discesi,

e ch'avean molti fuochi intorno accesi,

con qual cor, con che amor, con quanto ardire

si mosse allora il chiaro Lancilotto?

Ritenne i molti che volean fuggire,

rimise insieme il vostro popol rotto;

poi come tigre irata che rapire

si veggia i figli corse a Camelotto,

ch'era in man de i nemici e ben guardato,

e in men d'un mezzo dì l'ebbe espugnato.

Non perdé tempo, che 'l medesmo giorno

con sollecito passo ancor raggiunse

gli eserciti nemici, che ritorno

al mar facean per tema che gli punse:

fé lor danno infinito e sommo scorno,

quando non aspettato sopraggiunse;

férsi l'onde vermiglie in un momento

e 'l ciel, la terra e 'l mar n'ebbe spavento.

Non cessò, ch'ei trovò l'alta regina,

la vostra nobilissima consorte,

fatta per tema come neve o brina,

che piangea lassa e disïava morte:

così il buon duce e la virtù divina

la trasser quindi da sì amara sorte,

ma un punto sol ch'e' s'indugiava ancora

era d'ogni speranza in tutto fuora:

che già in braccio l'avean molti nocchieri

per portarla dal lito al palischermo.

Ma più ch'e' fosse mai pronto e leggieri

fu Lancilotto, e lor non valse schermo;

molti ne pose morti su' sentieri,

gli altri tutti non tennero il piè fermo:

chi fugge in quella parte, chi s'asconde,

chi s'attuffò come delfin nell'onde.

Co i legni de i nemici in questa parte,

volando quasi, discendemmo allora;

e mentre a fabbricar governi e sarte

stavate inteso nel passaggio ancora,

vinse otto volte tra congiunte e sparte

le genti avverse ch'ei trovò di fuora:

acquistò più paesi, passi e terre

che 'l miglior non faria con mille guerre.

Egli i monti spianò, largò le porte

e vi fece il cammin dritto e sicuro

che poteste venir con poche scorte

senza impaccio trovar di fosso o muro;

non vi fu alcuno a contrastarvi forte

se non Avarco, cui fa saldo e duro

non gente né vertù ch'ei chiugga in lui,

ma il diviso voler che trova in vui.

Fé che 'l gran re d'i Franchi v'ha mandato

quattro suoi figli e 'l re Sicambro insieme,

con sì fiorito stuolo e bene ornato

e d'armi e di destrier, ch'ogni uom ne teme:

ché Lancilotto nel materno lato

uscendo dal real francesco seme,

han voluto mostrar che ciò gli invita

di dare a voi contro a Clodasso aita.

Or son questi però fatti e servigi

che si possan così porre in oblio?

Che ne devreste doppo i fiumi stigi

esser mai sempre conoscente e pio.

Che ne diran di voi gli uomini ligi?

Che i cavalieri strani, qual son io?

Che speranza avran quelli e questi come

potran render onore al vostro nome?

E se pur qui di noi nulla vi cale,

non vi cal di Colui che tutto vede,

che ristora e punisce il bene e 'l male

e da cui quanto abbiam nasce e procede?

Ogni impresa ritorna vana e frale

quando l'ingratitudine è mercede;

ciò ch'ei fa, ciò ch'ei pensa, a scorno e danno

al fin gli torna, ed a perpetuo affanno.

Spogliate dunque omai l'ira novella

e rivestite in voi l'antico amore,

mirate ben ch'a ciò seguir n'appella

il profitto comune e 'l proprio onore:

che se l'occasïon, ch'or bionda e bella

vi presenta la chioma a tal favore,

tornasse il volto disdegnosa altrove

in van poscia sarian l'umane prove”.

Così diss'egli, e 'l buon re Lago il veglio,

dell'Orcadi signor nel freddo cielo,

di forza in prima e di prodezza speglio,

or chiarissimo onor del bianco pelo,

che da lunge scernendo il ben dal meglio

del futuro scovrìa mai sempre il velo,

non per divinità, ma per la vista

che vecchia pruova ne' molti anni acquista;

egli adunque levato disse: “Or come

non vedete voi lassi apertamente

che spingete sotterra il vostro nome

e date il pregio alla nemica gente?

Questa barba nevosa e queste chiome

che devean già molti anni essere spente

e questa vita stanca ancor si serba

per veder tal di noi rovina acerba?

Non vi sdegnate, Arturo, a dar credenza

alle parole mie, che Pandragone

e Vortimero ancor non fur mai senza

bene approvar la nostra opinïone:

come che poca avessi esperïenza,

né sapessi però render ragione

di molto più che di cavalli e d'arme,

ebber sempre diletto d'ascoltarme.

Voi, chiaro Lancilotto, che ripieno

di valor e d'ardir più d'altro estimo,

sappiate pur ch'anch'io mi tenni almeno

secondo sempre, e ben sovente il primo,

né giamai di timor mi strinse freno,

e ponessemi il Cielo in alto o in imo:

con Ettor, con Giron, con Febo il Bruno

combattei spesso, e non cedeva a alcuno;

e col vostro re Ban, col re Boorte

mi ritrovai più d'una volta in pruova:

vinsi e perdei, come volea la sorte,

che non sempre l'istessa si ritruova;

e se lor non venia subita morte

io passava di qua con gente nuova

per dar soccorso a quei, ma in mezzo il mare

ebbi d'ambedue lor le nuove amare.

Questo dich'io perché sappiate il vero,

ch'io v'amo e v'amerò qual proprio figlio,

e che vogliate credere al sincero

mio, prego, ed amorevole consiglio:

rendete obbedïenza al sommo impero

del vostro Arturo, e pongasi in essiglio

ogni altra cosa andata, che sovente

l'uom di tosto crucciar tardi si pente;

e ritornivi a mente come voi

non sète in molte parti a lui simile:

Dio gli ha dato poder sovra di noi

come al degno pastor sovra l'ovile,

e l'aver riverenza a i signor suoi

nasce da nobil animo e gentile:

e quanto in voi risplende più il valore,

tanto più onor vi fia rendergli onore.

E voi, famoso re, devreste porre

ogni perturbazione omai da parte,

legare i sensi e la ragione sciorre

e rivestire il cor di real arte:

la quale è dolcemente di riporre

nel cammin dritto chi da lui si parte

e serbare il corruccio all'ultim'ora

che veggia altrui d'ogni speranza fuora:

ché troppo spaventevole è quell'ira

ch'accenda chi può far ciò che gli aggrada.

Chi non guarda al principio, indarno tira

il fren da poi che mal ritruova strada;

rare volte cadrà chi fiso mira

il cammin che dee far, né ad altro bada,

e chi più tien nelle sue forze speme

più truova intoppo che l'abbatte e preme.

Non ha tanto fallito che non merte

Lancilotto da voi largo perdono:

ché spesso prende l'uom per vere e certe

le cose che incertissime poi sono;

pensò che voi gradiste quelle offerte

ch'ei fé de' prigionieri, e ch'esso dono

non vi devesse offendere: or che sente

avvenirne il contrario, si ripente.

Ricordatevi poi ch'un tal guerriero

non si truova talor dopo molti anni,

e chi l'ha, no 'l dee perder di leggiero,

ma ben servarlo a simiglianti affanni.

Egli ha molto giovato al vostro impero,

e molti a tutti noi schivati danni:

egli, è pur sempre (e tutto il mondo sallo)

stato del vostro campo argine e vallo”.

Al buon vecchio reale il grande Arturo

tal feo risposta, e molto meno irato:

“Ben vegg'io quanto sia saggio e maturo

l'alto consiglio che da voi n'è dato,

ottimo re dell'Orcadi, e vi giuro

che la forza e l'onor m'han qui menato,

ch'io l'ho mai sempre col medesmo amore

che si deve un figliuol portato in core.

Ma con qual degnità soffrir poss'io

e gli oltraggi e gli scherni ch'e' mi face?

Chi l'adorasse pur qual proprio Dio

a pena seco aver potrebbe pace;

sempre sprezza e contrasta al parer mio,

e di maggior tenermi gli dispiace:

di nessun più gli cale, ogni uomo sdegna

quest'anima d'orgoglio e d'ira pregna”.

Qui Lancilotto, lui mirando torto,

sdegnato più che mai così dicea:

“Voi mi vedrete pria sotterra morto

che seguirvi mai più com'io solea.

Per altro nuovo mare, in altro porto

mi condurrà la mia fortuna rea,

e la ragion mi fa sperar ch'un giorno

bramerete anco indarno il mio ritorno”.

Finite le parole, volse il piede

verso il suo padiglion, poco lontano;

e Galealto pio ripien di fede

il seguitava sol, tacito e piano.

Vòta lasciò di sé la real sede

Arturo, e seco ogni altro capitano;

poi ripien di pensier, turbato e bruno

al proprio albergo ritornò ciascuno.

Posesi Lancilotto lungo il rio,

lontan da tutti i suoi, doglioso e solo;

e d'uccider Gaveno ora ha disio

e di dare al suo re perpetuo duolo,

or dove il porterà suo destin rio

di prender brama un disperato volo:

e mentre questo e quel danna ed appruova

Viviana innanzi a gli occhi si ritruova.

Alla qual cominciò: “Cara e gioconda

più ch'essa madre ch'io non vidi mai,

chi v'ha menato qui sopra quest'onda

a contemplar le mie vergogne e i guai

ond'oggi sì gran numero m'abbonda

che per mille oltra me sariano assai?

Or son gli onori, or son le palme queste

che tante volte già mi prediceste:

ch'io devea sovr'ogni altro tanti pregi

aver vivendo, e dopo morte poi

uscirebber di me tanti alti regi

adorati da i Galli e ' vicin suoi

ch'eterni serveriano i manti e i fregi

d'ogni real virtù sopra gli eroi,

il famoso Francesco, il grande Enrico

ch'avanzerebbe ogni valore antico?

Ben contrario è il principio, se Gaveno

ha pure avuto ardir d'oltraggio dirme:

né voll'io rintuzzar l'empio veleno,

pensando contr'a tal troppo avvilirme.

Parlai col re, che mi pensava almeno

che per ragion devesse favorirme;

e 'l trovai sì contrario e tanto ingrato

che 'n meraviglia estrema son restato”.

Così diceva, allor che sospirando

fece la donna a lui risposta tale:

“caro figliuol, così vi chiam'io quando

sempre amor vi portai di madre eguale,

io vi trovai d'ogni ventura in bando

vicino al lago, il nido mio natale,

con la misera madre, a cui vi tolsi

nato d'un anno, e meco vi raccolsi;

ove con somma e vera caritade

vi nutrii fra gli studi e ' buon costumi

quai d'anno in anno richiedea l'etade,

ma in dura vita e ne i selvaggi Dumi,

inviandovi al Ciel per l'erte strade

e di gloria mostrando i veri lumi

or con saggi ricordi, or con essempi

di quei miglior de i più lodati tempi:

né gran fatica fu; perché le stelle,

com'io ben conosceva, v'inchinaro

alle imprese lodate, altere e belle,

a mostrarvi fra gli altri unico e chiaro;

benché alcune di lor contrarie e felle

spesso qualche sventura minacciaro:

che 'l corso di virtù non dura troppo

che non trove in cammin più d'uno intoppo.

Ma questo è quel ch'al gran valore aggrada,

che senza affaticar non prezza onore.

Ora adunque, figliuol, per tale strada

del terzo lustro vi condussi fuore:

dièvi la lancia allor, cinsi la spada

- ben servate del Ciel le felici ore -,

posi sopra il destrier, menàvi in corte

d'Arturo a seguitar la vostra sorte:

di cui doler non vi devreste certo,

cominciando a guardar con occhio sano

pria Melianso, da ciascun deserto,

quando voi sol con giovinetta mano

ardiste di sferrarlo, e dire aperto

a qualunque uom che fosse ivi o lontano,

ch'amar dicesse gli inimici suoi,

che voi l'uccidereste, od esso voi:

per cui ve ne seguir battaglie tante,

e di tutte la palma riportaste.

Indi soletto e cavaliero errante

la dolorosa guardia conquistaste:

per la qual mille volte e mille avante

furo in van da i miglior rotte mille aste;

ciò fu vostra virtù, ma la fortuna

pur guidata da Dio con lei s'aduna.

L'uno e l'altro gigante a Camelotto,

che facea la Brettagna mal sicura,

fu nell'estremo fin per voi condotto,

e disciolto il terren d'aspra paura;

poi liberaste Arturo, ch'era sotto

chiavi serrato e fra incantate mura

di Camilla spietata ed impudica,

con gran vostro periglio e più fatica.

Molte poi gravi imprese in sì pochi anni

al fin traeste, ch'io devrei contare:

però che 'l rimembrar' gli andati affanni

suole il presente duol men duro fare,

tanto più quanto son d'onte e di danni

nudi, e vestiti di vittorie chiare;

ma questo basti assai per farvi accorto

che 'l troppo lamentar sarebbe torto.

Prendete dolcemente adunque in grado

il presente dispregio che vi viene,

ché mal si può d'onor trovare il guado

senza spesso trovar chi il piè ritiene.

l'assenzio in terra è molto, il mèle è rado,

corto sempre il gioir, lunghe le pene;

ma i buon contro a fortuna innalzin l'alma

come contro all'incarco invitta palma”.

Così disse Viviana, ed ei risponde:

“Non m'affligge il pensier, madre pietosa,

percossa o forza delle mortali onde

né tempesta che surga atra e noiosa:

ma il veder sol che quella parte, d'onde

sperava ogni mio ben, mi venga odïosa,

e quel ch'io servi' già con tanto zelo

mi spinga al centro, com'io l'alzo al cielo.

Ma tal prenderò volo, e sì lontano,

che 'l nome ingrato non m'offenda il core,

ove in Dio porto speme, e 'n questa mano,

di poterne ritrar più largo onore,

come trasposta in un terreno strano

suol la pianta portar frutto migliore:

e perché non si può destare in noi

l'indomita virtù de i primi eroi?

Il cangiar di paese mi porria,

come di molti s'è parlato e scritto,

cangiar in buona la fortuna ria

e 'n lieto ritornar lo stato afflitto:

non è oggi per me chiusa la via

de' neri Garamanti e dell'Egitto

o de' luoghi più là verso l'aurora

più ch'a Bacco ed Alcide fosse allora”.

Mentre così parlava, gli risponde

sorridendo la donna in tai parole:

“Non della Luna i Monti o del Nil l'onde

o qual di Giove la tebana prole,

là 've più ch'a noi qui tardo s'asconde

o più tosto e più bel si mostra il sole

o dove scalda più, convien cercare,

volendovi co i merti eterno fare:

perché in questo paese e 'n questo loco,

in queste nostre parti ime e palustri

v'è dato ad esser tal, che parran gioco

quante altre antiche furo opere illustri;

stancheransi le penne, e verrà fioco

per voi più d'un poeta, e gli anni e i lustri

e i secoli infiniti non potranno

fare al gran nome vostro ingiuria o danno;

e crediatemi certo, ch'io non dico

cosa che non mi sia ben manifesta:

però che intera di Merlino antico

la divina scïenza oggi mi resta;

che nel tempo ch'ei fu mio caro amico

udì cortese la preghiera onesta

ch'io gli fei di chiarirmi l'arti oscure

di preveder le cose a noi future.

E pria che ciò avenisse, gli avea detto

ch'io d'aver un figliuol bramava molto,

ma che sopra il mortal fosse perfetto,

di virtù colmo e d'ogni vizio sciolto,

che si chiamasse il cavaliero eletto

ove il Cielo ogni bene avesse accolto.

Femmi risposta: - Donna, a non mentire,

di voi non debbe prole rïuscire.

ma vi apprenderò il modo onde potrete

averne un che fia tal, ch'appunto nacque

il passato anno: a cui le stelle liete

prometton quanto onore in uom mai giacque;

in tal modo, in tal tempo il troverete -;

e mi fé ben vedere il luogo e l'acque

là 'v'io v'accolsi, e l'incantato lago

in cui soletta d'abitar m'appago.

Né mancò tutto quel di farmi poi,

che v'è avvenuto e vi avverrebbe, chiaro,

affermando: - Ei sarà mai sempre a voi

come del ventre stesso amato e caro,

e de' pregi divin, de i merti suoi

fia 'l vostro cor più che di vita avaro -.

Così dicea sovente, e non trovai

che d'un momento sol fallisse mai.

Desïando esso poi di sposa averme,

non mi piacque accordarmi alle sue voglie,

che poi ch'uscir di me non devea germe

volli sola restar fra le mie soglie;

ma perché di me semplice ed inerme

non riportasse al fin vittoria e spoglie

uom ch'era armato d'immortal sapere,

mi convenne al mio stato provvedere;

e 'n questo convenente gli promessi

ch'ei mi facesse un loco fabbricare

il qual serrato eternemente stessi,

né forza o ingegno vi potesse oprare:

ma che 'l modo d'aprirlo io sola avessi,

lontana o presso ch'io 'l bramassi fare,

perch'aveva un nemico ch'io temea

che non mi conducesse a morte rea;

e ch'ancor mi mostrasse il modo e l'arte

d'antiveder, qual ei, ciò ch'esser deve:

che s'io mi ritrovassi in qualche parte

senza l'aita sua, mi fosse leve

per la virtù di sue celesti carte

esaminar mia sorte o lieta o greve,

schivando accorta ogni mortale inganno

che mi potesse far vergogna o danno.

Amore oprando in lui sì come suole

mai sempre usare in ogni suo seguace,

fé che Merlino, il qual sapea del sole

tutti i segreti e d'ogni errante face,

non conobbe esser false le parole:

ma stimando il mio dir certo e verace

fabbricò il loco, e diemmi la dottrina

per cui si scorge la virtù divina;

onde agevol mi fu quasi in quell'ora,

mostrando far di quello albergo pruova,

di serrarl' ivi, dove ancor dimora,

e 'n cui l'alto saver nulla gli giova:

e di trarl' indi mi ritiene ancora

l'antica ingiuria e la temenza nuova,

ché 'l Ciel mi mostra che s'ei fosse sciolto

mi saria con la vita ogni ben tolto.

Vedeva ancor che 'l gran valor di voi

devea nel tempo mortalmente odïare,

non sperand'ei giamai ch'alcun de' suoi

potesse a pari altezza sormontare:

né pensava io possenti ambedue noi

d'alla sua gran dottrina contrastare,

ché la spada non val contr'a quell'arte,

ed io so molto men che le sue carte.

Così merta perdon la rotta fede

e 'l mio duro voler che sembra ingrato:

ché l'altrui mal, che per suo ben procede,

sovente ha tra' miglior perdon trovato.

Or per tornare a voi, d'onore erede

v'ha fatto il Ciel, che sempre sia lodato:

e ciò fia in questo loco, in questa terra,

in questo tempo istesso, in questa guerra.

Pregovi or dunque, o mio famoso figlio,

che senza altro pensar qui vi restiate,

e che nel mio materno util consiglio

(qual conviensi a ragion) speranza aggiate:

che vedrete in tal pena e 'n tal periglio

le genti altere che vi furo ingrate,

e 'n così sanguinoso e largo strazio,

che vi farà pietoso, non che sazio”.

Nel fin delle parole, il gran guerriero

tutto cangiato in cor rispose tale:

“Perch'ogni vostro detto amico e vero

sempre ho trovato, e con gli effetti eguale,

vi credo interamente: e s'all'impero

d'Arturo annunzia il Ciel futuro male,

voglio obbedirvi, e qui restar da parte

senza ferro vestir, né seguir Marte;

s'io no 'l vedessi al fine in tale stato

che l'onore e 'l dever forza mi fesse,

ch'al non fallire in ciò pur m'han legato

di chiara nobiltà le leggi istesse.

Ma da necessitade in più d'un lato

lui vedrò prima e le sue genti oppresse:

non per conforto mio, ché nobil petto

non può dell'altrui mal prender diletto;

ma perché tutto il mondo ed egli impari

a non esser ingrato a chi ben serve,

a non mai dispregiar gli amici rari,

l'empie lingue onorando e le proterve;

né sotto un giogo fare andar di pari

leoni arditi e timidette cerve,

ma saggiamente e con ragion disporre,

poi secondo il dever levare e porre.

E perché suol la gregge e 'l vile armento

dormir con guardia di fossato o muro,

e 'l feroce leon senza spavento

aperto in mezzo i boschi star sicuro,

non vo' che cinga il nostro alloggiamento

cosa che renda il passo angusto o duro:

meco la guerra avrà, non con la soglia,

che di quindi scacciarmi avesse voglia”.

Così detto, spianar gli argini e i valli

e riempier i fossi feo d'intorno,

quanto lo spazio tiene ove i cavalli

e gli altri suoi guerrier facean soggiorno:

comandando a i compagni ed a i vassalli

che non vestisser arme notte o giorno,

se contro a lor non si vedea l'assalto;

ed a suoi fé 'l medesmo Galealto.

Così tutto ordinato, già Viviana,

d'averlo ritenuto assai contenta

da lui disparve, e gìo poco lontana,

sotto il suo lago, a' primi studi intenta;

ed ei con Galealto, dell'umana

miseria ragionando, si lamenta,

poi conchiudon fra lor che l'uom lodato

dee queto stare a quanto il Ciel gli ha dato.

Ma perché già inchinava all'occidente

Febo, menendo il giorno in altra parte,

prendé ristoro omai tutta la gente

tra le semplici mense a terra sparte;

sotto l'albergo poi, che rozzamente

di frondi è fatto con salvatic'arte,

si ripon lassa sopra giunchi e paglia,

in fin che 'l nuovo dì nell'alba saglia.