CANTO III

By Alessandro Tassoni

Venere accende a l'armi il Re de' Sardi;

ragunano lor forze i Gemignani,

s'uniscono co 'l Potta i tre stendardi

Tedeschi, Cremonesi e Parmigiani.

Passa il Re con più popoli gagliardi

l'Alpi, e discende a guerreggiar ne' piani:

e 'l Potta il campo contra quei dal Sipa

del Panaro tragitta a l'altra ripa.

Era tranquillo il mar, sereno il cielo,

taceva l'onda e riposava il vento;

e ingemmata di fior, sparsa di gelo,

l'alba sorgea dal liquido elemento,

e squarciava a la notte il fosco velo

stellato di celeste e vivo argento:

quando la dea con amorose larve

ad Enzio Re nel fin del sonno apparve.

E 'n lui mirando: — O generoso figlio

di Federico, onor de l'armi, disse,

l'italiche città vanno a scompiglio,

tornansi a incrudelir l'antiche risse;

Modana sovra l'altre è in gran periglio,

che fida sempre al Sacro Imperio visse;

e tu qui dormi in mezzo 'l mar nascoso?

Destati e prendi l'armi, uom neghittoso.

Va' in aiuto de' tuoi, ché t'apparecchia

nuova fortuna il ciel non preveduta:

tu salverai quella famosa secchia

che con tanto valor fia combattuta,

che giornata campal nuova né vecchia

non sarà stata mai la più temuta:

Modana vincerà, ma con fatica,

e tu entrerai ne la città nemica.

Quivi d'una donzella acceso il core

ti fia, la più gentil di questa etade

che sì t'infiammerà d'occulto ardore

che ti farà languir di sua beltade;

al fin godrai del suo felice amore,

e 'l nobil seme tuo quella cittade

reggerà poscia, e riputato fia

la gloria e lo splendor di Lombardia. —

Qui sparve il sonno e s'involò repente

da le luci del Re la dea d'Amore:

ei mirò le finestre, e in oriente

biancheggiar vide il mattutino albore;

chiese tosto i vestiti, e impaziente

si lanciò de le piume; e tratta fuore

la spada ch'avea dietro al capezzale,

menò un colpo e ferì su l'orinale.

Quel fe' tre balzi, e in cento pezzi rotto

cadde con la coperta cremesina;

con lunga riga fuor sparsa di botto

per la stanza del Re corse l'orina.

Fe' in tanto un paggio de la guardia motto

ch'era giunto un corrier da la marina

col segno de l'Imperio e la patente,

onde fu fatto entrar subitamente.

Scrivea da Spira Federico al figlio

che subito mandasse armi in difesa

di Modana, che posta era in periglio

per nuova guerra in quelle parti accesa.

Letta la carta il Re prese consiglio

d'andar egli in persona a quell'impresa,

e tosto armò d'amici e di vassalli

sovra 'l lito pisan fanti e cavalli.

A Modana fra tanto era arrivato

l'aviso, che già 'l Conte di Nebrona

con seicento cavalli avea passato

l'Alpi, e s'unia con l'armi di Cremona.

Questi da Federico era mandato,

non potendo venir egli in persona,

gran baron de l'Imperio e lancia rotta,

e nemico mortal de l'acqua cotta.

Da l'altra parte era venuta nuova

ch'in armi si mettea tutta Romagna;

onde deliberar d'uscir di cova

i Modanesi armati a la campagna,

e far di sé qualche onorata prova

col soccorso d'Italia e d'Alemagna.

Lasciar le feste, e tutte le lor posse

furon da varie parti a un tempo mosse,

con ordin che dovesse il giorno sesto

al Prato de' Grassoni esser ridotta

da i capi lor tutta la gente a sesto,

e l'insegna aspettar quivi del Potta.

Musa, tu che scrivesti in un digesto

que' nomi eccelsi e le lor prove allotta,

dammene or copia accioché nel mio canto

i pronepoti lor n'odano il vanto.

Il Prato de' Grassoni a destra mano

dal ponte del Panàro era distante

quanto un arco potria tirar lontano,

e quivi ognun dovea fermar le piante:

chi dal monte il dì sesto, e chi dal piano

dispiegò le bandiere in un istante;

e 'l primo ch'apparisse a la campagna

fu il Conte de la Rocca di Culagna.

Quest'era un cavalier bravo e galante,

filosofo poeta e bacchettone

ch'era fuor de' perigli un Sacripante,

ma ne' perigli un pezzo di polmone.

Spesso ammazzato avea qualche gigante,

e si scopriva poi ch'era un cappone,

onde i fanciulli dietro di lontano

gli soleano gridar: — Viva Martano. —

Avea ducento scrocchi in una schiera,

mangiati da la fame e pidocchiosi;

ma egli dicea ch'eran duo mila e ch'era

una falange d'uomini famosi:

dipinto avea un pavon ne la bandiera

con ricami di seta e d'or pomposi,

l'armatura d'argento e molto adorna,

e in testa un gran cimier di piume e corna.

Fu Irneo di Montecuccoli il secondo,

figliolo del signor di Montalbano,

giovane disdegnoso e furibondo,

e di lingua e di cor pronto e di mano;

a carte e a dadi avria giucato il mondo,

e bestemmiava Dio com'un marrano:

buon compagno nel resto e senza pecche,

distruggitor de le castagne secche.

Settecento soldati ei conducea

da le terre del padre e de' parenti;

ne lo stendardo un Mongibello avea

che vomitava al ciel faville ardenti.

L'onor de la famiglia di Rodea,

Attolino, il seguìa con le sue genti,

a cui l'Imperator de' regni greci

cinta la spada avea con altri dieci.

Da Rodea, da Magreda e Castelvecchio

conduceva costui trecento fanti

con sì leggiadro e nobile apparecchio

che parean tutti cavalieri erranti:

su 'l cimier per impresa avea uno specchio

cinto di piume ignote e stravaganti.

E dopo lui fu vista una bandiera

su gli argini venir de la riviera.

Le ville de la Motta e del Cavezzo,

Camposanto, Solara e Malcantone

quivi raccolto avean la feccia e 'l lezzo

d'ogn'omicida rio, d'ogni ladrone;

quel clima par da fiera stella avezzo

a morire o di forca o di prigione:

fur cinquecento, usati al caldo, al gielo,

a l'inculta foresta, al nudo cielo.

Da Camillo del Forno eran guidati

uom temerario e sprezzator di morte,

di semplice vermiglio avea segnati

il suo stendardo e l'armatura forte;

non portava cimier né fregi aurati,

né divisa o color d'alcuna sorte,

fuor che vermiglio, e sovra la sua gente

con nera e folta barba era eminente.

La gente che solcar soleva l'onda

e or solca il letto del gran fiume estinto,

e quella dove cade e si profonda

il Panàro diviso e 'n dietro spinto,

lasciar le barche e i remi in su la sponda;

e mosse da guerrier nobile instinto,

quivi s'appresentar con lance e spiedi,

cento a cavallo e novecento a piedi.

Per capitani avean due schiericati

l'arciprete Guidoni e 'l frate Bravi,

che dianzi per ribelli ambo cacciati

avean con una man d'uomini pravi

la Stellata e 'l Bonden poscia occupati,

e 'l transito al Final chiuso a le navi.

Or rimessi venìan con queste schiere,

in abito di guerra, in armi nere.

Alderan Cimicelli e Grazio Monte

seguìan dopo costoro a mano a mano;

la Staggia l'uno e la Verdeta ha pronte,

quei di Roncaglia ha l'altro e di Panzano:

il destrier che portò Belorofonte

già in alto, Grazio, e un argano Alderano

ne le bandiere lor spiegano al vento,

e i soldati fra tutti eran secento.

San Felice, Midolla e Camurana,

secento a piedi e ottanta erano in sella;

Nerazio Bianchi e Tomasin Fontana

gli conduceano a la tenzon novella:

Tomasin per insegna avea una rana

armata con la spada e la rotella;

Nerazio, che reggea quei da cavallo,

avea una mezza luna in campo giallo.

S'armò dopo costor quella riviera

che da Bomporto a la Bastìa si stende;

povera gente, ma superba e altera,

che 'n terra e 'n acqua a provecchiarsi attende.

Fur quattrocento; e ne la lor bandiera,

che di vermiglio e d'or tutta risplende,

ritratto avea un gonfietto da pallone

Bagarotto, figliol di Rarabone.

Il sagace Claretto era con esso,

ch'acceso di Dogna Anna di Granata

giunt'era tutt'afflitto il giorno stesso

che un genovese gli l'avea rubata;

gli ne fu dato a Parma indizio espresso

che l'avrebbe a Bomporto ritrovata;

ma quivi giunto ne perdé i vestigi,

e bestemmiò sessanta frati bigi.

Entrò ne l'osteria per rinfrescarsi

e ritrovò che Bagarotto a sorte

raccogliea quivi i suoi soldati sparsi,

e d'armi intorno cinte eran le porte.

Corsero l'uno e l'altro ad abbracciarsi,

ch'erano stati amici a la gran Corte,

e l'uno e l'altro le speranze grame

avean lasciate a i morti de la fame.

Narrò Claretto del suo nuovo ardore

la lunga scena e gl'intricati effetti;

con quanti scherni in varie forme Amore

già tutti i suoi rivali avea negletti;

e com'or ei perdea per più dolore

la donna sua nel colmo de' diletti.

Sorrise Bagarotto e disse: — Frate,

tu sciorini ogni dì nuove scappate.

Vieni meco a la guerra, e lascia andare

cotesti amori tuoi da scioperato:

la fama non s'acquista a vagheggiare

un viso di bertuccia immascherato. —

Claretto non istette a replicare,

ché gli venne desio d'esser soldato;

prese una picca e si scordò di bere,

ma ricordiamci noi de l'altre schiere.

Cittanova spiegar, Fredo e Cognento,

Piramo e Tisbe morti a piè del moro:

esser potean costor da quattrocento,

e 'l furiero Manzol fu il duca loro,

giovane d'alto e nobile talento,

a cui cedean l'Agilità e 'l Decoro

nel ballar la nizzarda e la canaria

e nel tagliar le capriole in aria.

Quasi a un tempo arrivar da un altro lato

Villavara, Albereto e Navicelli;

eran trecento e conduceagli al Prato

il fiero zoppo d'Ugolin Novelli:

dipinto ha ne l'insegna un ciel turbato

che piove sovra un campo di baccelli.

Indi venìan tra lor correndo a gara

quei del Corleto e quei di Bazzovara:

Corleto emulator di Grevalcore

ch'Augusto nominò dal cor giocondo

quel dì che fu d'Antonio vincitore,

onde poscia con lui divise il mondo;

e Bazzovara or campo di sudore

che fu d'armi e d'amor campo fecondo,

là dove il Labadin persona accorta

fe' il beverone a la sua vacca morta.

Eran guidati dal dottor Masello,

ch'avea lasciato i libri a la ventura,

e s'era armato che parea un Marcello,

con la giubba a l'antica e l'armatura:

portava per impresa un ravanello

con la sementa d'or grande e matura;

e dietro a lui venìan quei di Rubiera

e di Marzaglia armati in una schiera.

Bertoldo Grillenzon li conducea,

gran giucator di spada e lottatore;

ne la bandiera un materasso avea

che sdrucito spargea la lana fuore.

Questa schiera de l'altra esser potea

se non uguale, almen poco maggiore;

giugneano a punto al numero di mille

gli armati abitator di quattro ville.

Galvan Castaldi e Franceschin Murano

l'insegne di Porcile e del Montale

e le di Cadiana e di Mugnano

uniro a l'Osteria de le due scale.

Trecento con le ronche avea Galvano,

l'altro di picche avea numero eguale.

L'impresa di Galvano è una stadera,

Franceschino ha una gazza bianca e nera.

Ecco Alberto Boschetti in sella armato,

Conte di San Cesario e di Bazzano;

ch'avendo poco pria quindi cacciato

il presidio nemico e 'l capitano,

s'era fatto signor di quello stato

col valor de la fronte e de la mano;

ed or di questi e d'altri suoi vassalli

per forza armati avea cento cavalli.

Pomposo viene e ne lo scudo porta

a onor di san Lorenzo una gradella:

la lancia in mano e al fianco avea la storta

tutta la schiera sua leggiadra e bella.

Una volpe che fa la gatta morta

spiegano Collegara e Corticella

che Bernardo Calori avea condotte,

trecento o poco più tagliaricotte.

Due figli avea Rangon d'alto valore,

Gherardo il forte e Giacopin l'astuto;

Gherardo che d'etade era il maggiore

e 'n più sublime grado era venuto,

de le genti paterne avea l'onore

e 'l governo al fratel quivi ceduto,

ond'egli se 'n venìa portando altero

una conchiglia d'or sovra il cimiero.

Spilimberto, Vignola e Savignano,

Castelnovo e Campiglio in assemblea,

Ceiano e Guia, Montorsolo e Marano,

con quei di Malatigna armati avea.

Cento a caval con le zagaglie in mano

e mille fanti arcieri ei conducea,

ch'avean con agli e porri e cipollette

avvelenati i ferri a le saette.

Mentre questi giugnean dal destro lato,

già dal sinistro in campo era venuto

di Prendiparte Pichi il figlio armato

col fior de la Mirandola in aiuto:

fu Galeotto il giovane nomato

per tutta Italia allor noto e temuto;

e cento cavalier carchi di maglia

sotto l'impresa avea d'una tenaglia

Campogaiano poscia e San Martino

mandaron cinquecento a la pedestre,

ch'aveano per insegna un saracino

e armati eran di ronche e di balestre:

Mauro Ruberti ne tenea il domìno

sovrastante maggior de le minestre;

vo' dir che de le bocche avea la taglia

e dovea compartir la vittovaglia.

Zaccaria Tosabecchi allor reggea

di Carpi il freno, uom vecchio e podagroso

a cui l'età il vigor scemato avea

ma non lo spirto altero e bellicoso.

Una figlia al morir gli succedea

che 'l Conte di Solera avea per sposo,

zerbin de la contrada e falimbello,

di Manfredi cugin, detto Leonello.

Venne al vecchio desìo d'esser quel giorno

in campo, e armò pedoni e cavalieri,

e una lettiga fe' senza soggiorno

che portavano a man quattro staffieri:

laminata di ferro era d'intorno,

e si potea assettar su due destrieri;

una tal poscia forte a maraviglia

ne fece il Contestabil di Castiglia;

e in Borgogna l'usò contra i moschetti

del bellicoso Re de' fieri Galli.

Zaccaria venne con ducento eletti,

parte asini col fren, parte cavalli,

ma i pedoni a tardar furon costretti

ché 'l Conte, che dovea tutti guidalli,

lasciò il suocero andar per la più corta

e restò con la sposa a far la torta.

Zaccaria, che si vide abbandonato

dal genero, partì subito i fanti,

e quattrocento al cavalier Brusato

e a Guido Coccapan dienne altrettanti.

Il Cavalier un elefante alato

ha nell'insegna: e Guido ha due giganti

che giocano a le noci: il vecchio ha un gatto

che insidia un topo e stassi quatto quatto.

Quelli poi di Formigine e Fiorano,

dove nascono fichi in copia grande,

sono trecento, e Uberto Petrezzano

gli guida, e ne l'insegna un orco spande;

Baiamonte con lui di Livizzano

quasi a un tempo arrivò con le sue bande,

ducento fur con partigiane in spalla,

e la bandiera avean turchina e gialla.

Appresso d'Uguccion di Castelvetro

l'insegna apparve ch'era un cardo bianco;

trecento balestrier le tenean dietro

ch'avean bolzoni e mazzafrustri al fianco.

Da Gorzan, Maranello e da Ceretro

de' famosi Grisolfi il buon Lanfranco

tratti avea cinquecento in una schiera,

e portava un frullon ne la bandiera;

onde la Crusca poi gli mosse lite

che fu rimessa al tribunal romano.

Con l'impresa d'un pero e d'una vite

Stefano e Ghin de' Conti di Fogliano

avean con l'armi foglianese unite

quelle di Montezibio e di Varano,

ch'eran ducento ottanta martorelli,

unti e bisunti che parean porcelli.

Ma dove lascio di Sassol la gente

che suol de l'uve far nettare a Giove,

là dove è il dì più bello e più lucente,

là dove il ciel tutte le grazie piove?

Quella terra d'amor, di gloria ardente,

madre di ciò ch'è più pregiato altrove,

mandò cento cavalli, e intorno a mille

fanti raccolti da sue amene ville.

Roldano de la Rosa è il duca loro

ch'un tempo guerreggiando in Palestina

contra 'l campo d'Egitto e contra 'l Moro

fe' del sangue pagan strage e ruina;

sparsa di rose e di fiammelle d'oro

avea l'insegna azzurra e purpurina;

e dietro a lui venìa poco lontano

Folco Cesio signor di Pompeiano;

Pompeiano ove suol l'aura amorosa

struggere il giel di que' nevosi monti;

Gommola e Palaveggio a la famosa

donna del seggio lor chinan le fronti.

Sotto l'insegna avea d'una spinosa

Folco raccolti de' più arditi e pronti

trecento, che su zoccoli ferrati

se ne venìan di chiaverine armati.

E quel ch'era mirabile a vedere,

cinquanta donne lor con gli archi in mano

avezze al bosco a saettar le fiere

e a colpir da vicino e da lontano,

succinte in gonna e faretrate arciere

calavano con lor dal monte al piano;

e la chioma bizarra e ad arte incolta

ondeggiando su 'l tergo iva disciolta.

Bruno di Cervarola avea il domìno

di quella terra e del vicin paese

di Moran, del Pigneto e di Saltino,

uom vago di litigi e di contese:

con ducento suoi sgherri entrò in cammino

subito che de l'armi il suono intese;

e perch'era un cervel fatto a capriccio,

portava per impresa un pagliariccio.

Di Bianca Pagliarola innamorato

fatte avea già per lei prove diverse;

e a lei che gli arse il cor duro e gelato

sempre di sue vittorie il premio offerse.

Or additando il suo pensier celato

un pagliariccio in campo bianco aperse,

ch'in mezzo un telo avea fatto di maglia

e mostrava nel cor la bianca paglia.

Appresso gli venìa Mombarranzone

col suo signor Ranier, che di Pregnano

reggea la nuova gente e 'l gonfalone

che mandato gli avea Castellarano;

cinquanta con le natiche in arcione,

e quattrocento gìan battendo il piano

con le scarpe sdrucite e senza suola;

la loro insegna è un bufalo che vola.

Brandola, Ligurciano e Moncereto

conduceva Scardin Capodibue

ch'un diavolo stizzato in un canneto

dipinto avea ne le bandiere sue;

col cimiero di lauro e mirto e aneto

il signor di Pazzan dietro gli fue,

che pretendea gran vena in poesia,

né il meschin s'accorgea ch'era pazzia.

Alessio era il suo nome, e 'n sesta rima

composto avea l'Amor di Drusiana;

nel resto fu baron di molta stima,

e seco avea Farneda e Montagnana.

Questa gente contata con la prima

non era da giostrare a la quintana,

eran da cinquecento ferraguti

di rampiconi armati e pali acuti.

Di Veriga e Bison l'insegna al vento,

ch'era in campo azzurrino un sanguinaccio,

spiega Pancin Grassetti, e quattrocento

fanti conduce a suon di campanaccio:

ma più di questi ne mandaron cento

Montombraro, Festato e 'l Gainaccio,

con l'impresa d'un asino su un pero,

e Artimedor Masetti è il condottiero.

Taddeo Sertorio, di Castel d'Aiano

conte e fratel di Monaca la bella,

conducea Montetortore e Misano,

dove fu la gran fuga, e la Rosella,

con archi e spiedi porcherecci in mano,

spiegando in campo bianco una padella;

trecento fur che quelle vie ronchiose

con le piante premean dure e callose.

Seguiva di Monforte e di Montese,

Montespecchio e Trentin poscia l'insegna:

Gualtier figliuol di Paganel Cortese

l'avea dipinta d'una porca pregna;

fur quattrocento, e parte al tergo appese

accette avean da far nel bosco legna,

parte forconi in spalla, e parte mazze

e pelli d'orsi in cambio di corazze.

Il Conte di Miceno era un signore

fratel del Potta a Modana venuto,

dove invaghì sì ognun del suo valore

che a viva forza poi fu ritenuto:

non avea la milizia uom di più core,

né più bravo di lui né più temuto:

corseggiò un tempo il mar, poscia fu duce

in Francia, e nominato era Voluce.

Gli donò la città per ritenerlo

Miceno, Monfestin, Salto e Trignano,

e Ranocchio e Lavacchio e Montemerlo,

Sassomolato, Riva e Disenzano:

un san Giorgio parea proprio a vederlo,

armato a piè con una picca in mano;

con ottocento fanti al campo venne

con armi bianche e un gran cimier di penne.

Panfilo Sassi e Niccolò Adelardi

co' Frignanesi lor seguiro appresso,

di concerto spiegando i due stendardi

di Sestola e Fanano a un tempo stesso;

l'uno ha tre monti in aria e 'l motto Tardi,

l'altro nel mar dipinto un arcipresso,

con l'uno è Sassorosso, Olina e Acquaro;

Roccascaglia con l'altro e Castellaro.

Eran mille fra tutti, e dopo loro

venìa una gente indomita e silvestra;

San Pellegrino, e giù fino a Pianoro

tutto il girar di quella parte alpestra

dove sparge il Dragone arena d'oro

a sinistra, e 'l Panaro ha il fonte a destra,

Redonelato e Pelago e la Pieve

e Sant'Andrea che padre è de la neve;

Fiumalbo e Bucasol terre del vento,

Magrignan, Montecreto e Cestellino;

esser potean da mille e quatrocento

gl'inculti abitator de l'Apennino:

Apennin ch'alza sì la fronte e 'l mento

a vagheggiare il ciel quindi vicino,

che le selve del crin nevose e folte

servon di scopa a le stellate volte.

Tutti a piedi venìan con gli stivali,

armati di balestre a martinelle

che facevano colpi aspri e mortali

e passavano i giacchi e le rotelle:

pelliccioni di lupi e di cinghiali

eran le vesti lor pompose e belle;

spadacce al fianco aveano e stocchi antichi,

e cappelline in testa e pappafichi.

Ma chi fu il duce de l'alpina schiera?

Fu Ramberto Balugola il feroce

che portava un fanciul ne la bandiera

che faceva a un Giudeo baciar la croce:

con armatura rugginosa e nera

e piume in testa di color di noce

venìa superbo a passi lunghi e tardi,

con una scure in collo e in man tre dardi.

Da Ronchi lo seguìa poco lontano

Morovico signor di quella terra:

Palagano e Moccogno e Castrignano

guidava, e quei di Santa Giulia in guerra.

Da quattrocento con spuntoni in mano

co' piedi lor calcavano la terra

dietro a l'insegna d'una barca a vela,

e cantando venìan la fa li le la.

Un giovinetto di superbo core

che di sua fresca etade in su 'l mattino

non avea ancor segnato il primo fiore

del primo pel, nomato Valentino,

avea dipinto addormentato Amore,

e Medola reggea, Montefiorino,

Mursian, Rubbian, Massa e Povello,

Vedriola e de l'Oche il gran castello.

Di giavellotti armati e gianettoni,

di panciere e di targhe eran costoro,

con martingale e certi lor saioni

che chiamavano i sassi a concistoro.

Sotto le scarpe avean tanti tacconi,

che parea il campo d'Agramante moro

che in zoccoli marciasse a lume spento;

e non erano più che cinquecento.

Poiché la fanteria de la montagna

fu veduta passar di schiera in schiera,

il Potta fece anch'egli a la campagna

uscir la gente sua ch'armata s'era.

E già quella di Parma e d'Alemagna

e di Cremona giunta era la sera

da la parte del Po, per la fatica

che da Reggio temea, città nemica.

In Garfagnana intanto avea intimato

a' cinque Capitan de le bandiere

che non uscisser pria di quello stato

che vi giungesse il Re con le sue schiere:

però ch'anch'ei da Lucca avea mandato

a fare in fretta a la città sapere

ch'ei venìa quindi, e domandava gente

da potersi condur sicuramente.

E 'l giorno che seguì, posto in cammino

per la diritta via di Gallicano,

tra le coste passò de l'Apennino

e discese al Padul giù dal Frignano;

era con lui Vetidio Carandino

con la bandiera di Camporeggiano,

dove egli avea dipinta una civetta

che portava nel becco una scopetta.

Quella di Castelnovo, ov'era un Santo

con le man giunte lavorato a scacchi,

seguìa per retroguardia indietro alquanto

sotto la guida di Simon Bertacchi.

Quivi l'arredo regio è tutto quanto,

quivi venìeno i servitori stracchi

e quei che 'l vin di Lucca avea arrestati,

per some in su le some addormentati.

Ma le due di Soraggio e di Sillano

da Otton Campora l'una era guidata,

l'altra da Iaconìa di Ponzio Urbano,

che porta una fascina incoronata.

La stella mattutina il Camporano

con una cuffia rossa ha figurata.

E queste quattro avean sei volte mille

fanti raccolti da sessanta ville.

Ma trecento cavalli avea la quinta

guidata da Pandolfo Bellincino,

ove in campo dorato era dipinta

la figura gentil d'un babuino.

I cavalieri avean la spada cinta,

attaccato a l'arcione un balestrino,

lo scudo in braccio e in mano una zagaglia;

e gìano a destra man de la battaglia.

Però che quindi anch'essi i Fiorentini

armatisi in favor de' Bolognesi

costeggiando venìan così vicini

che poteano i men cauti esser offesi.

Il Re sei mila fanti ghibellini,

sardi, pisani, liguri e lucchesi

e due mila cavalli avea con lui,

svevi e tedeschi e parteggiani sui.

Intanto il Potta le sue genti avea

divise in terzo, e 'l buon Manfredi avanti

con due mila cavalli in assemblea

se 'n giva, e dopo lui venìano i fanti.

Eran dodici mila e gli reggea

Gherardo, che ne gli atti e ne' sembianti

parea un volpon che conducesse i figli

a dar l'assalto a un branco di conigli.

La terza schiera fu di poche genti,

ma piena d'ogni machina murale

e di que' più terribili instrumenti

che gli antichi trovar per far del male.

L'architetto maggior de' ferramenti

Pasquin Ferrari, gran zucca da sale,

la conducea con mille balestrieri

e cento carri e ventidue ingegneri.

Non si fermò ne l'arrivare al ponte

il Potta, ma passò di là da l'onda,

e dietro a lui tutte le schiere conte

si condussero in fretta a l'altra sponda:

quivi secento a piè con l'armi pronte

trovar, da la fruttifera e feconda

Nonantola venuti, e dal vicino

contado di Stuffione e Ravarino.

Gli conducean due cavalier novelli

con armi e piume di color di gigli,

Beltrando e Gherardino, i due gemelli

che de la bella Molza erano figli.

Era l'impresa lor due fegatelli

con la veste a quartier bianchi e vermigli,

le tramezze di lauro e le frontiere:

e queste ultime fur di tante schiere.