CANTO IV
Mentre dal Potta Castelfranco è stretto,
Rubiera assalta il popolo reggiano.
Parte dal campo a quell'impresa eletto
Gherardo, e se ne va notturno e piano:
muove assalto a la terra, onde costretto
da la fame si parte il capitano.
Cadono i valorosi, e gli altri a patto
fan de la vita lor vile riscatto.
Poiché fu sorto in su la destra riva,
si fermò il campo e s'ordinar le schiere;
ne gli usberghi lucenti il sol feriva
e ne traeva fuor lampi e lumiere:
un venticel che di ponente usciva
facea ondeggiar le piume e le bandiere,
e per le rive intorno e per le valli
romoreggiava il ciel d'armi e cavalli.
Il Potta, ch'era un uom molto eloquente
e solito a salir spesso in ringhiera,
montato sopra un argine eminente
che divideva i campi e la riviera,
cinto di capitani e nobil gente,
co 'l capo disarmato e la montiera,
così parlava al popolo feroce
con magnanimi gesti e altera voce:
— O vero seme del valor latino,
ben aveste l'altrier da Federico
un privilegio in foglio pecorino,
che vi ridona il territorio antico
che terminava già sopra 'l Lavino;
ma il donativo suo non vale un fico,
se con quest'armi che portiamo a canto
non ne pigliamo noi possesso in tanto.
Sol Castelfranco ne può far inciampo,
ché rinforzato è di presidio grosso;
ma non avrà da noi riparo o scampo,
se con tant'armi gli giugniamo addosso:
quivi noi fermeremo il nostro campo
contra 'l nemico che non s'è ancor mosso;
e potremo goder sicuri e lieti
de' beni altrui, finché fortuna il vieti.
Tutte nostre saran senza sospetti
queste ricche campagne e questi armenti;
la salciccia, i capponi e i tortelletti
da casa ci verran cotti e bollenti,
e dormiremo in quegli stessi letti
dove ora dormon le nemiche genti:
il Re giungerà in campo innanzi sera,
ché già scesa dal monte è la sua schiera.
Ma che più vi trattengo o forti? Andiamo
a trar di bizzaria questi capocchi,
leviamgli Castelfranco, e poi vediamo
ciò che faran con quel fuscel ne gli occhi,
ricco di preda è quel castel, io bramo
ch'ognun ne goda, a ciaschedun ne tocchi;
io per me certo non ne vo' un quattrino,
e dono la mia parte al più meschino. —
Così dicendo il fiero campo mosse
con tanta fretta a la segnata impresa,
che l'inimico a pena a tempo armosse,
per correr de le mura a la difesa.
Subito intorno fur cinte le fosse,
e adattate le macchine da offesa:
al primo colpo d'un trabucco vasto
fu arrandellato un asino col basto.
La machina mural da sé rimove
con impeto sì fier quella bestiaccia,
che la solleva in aria, e in piazza dove
più turba avea dentro il castel la caccia.
Trasecolaron quelle genti nove
tutte, e l'un l'altro si miraro in faccia
con le guance di neve e 'l cor di gelo,
ch'un asino cader vider dal cielo.
Era con molti armati in quel presidio
un capitan di poca matematica
di Casa Bonason, detto Nasidio
perch'avea un naso contro la prammatica:
questi temendo un general eccidio,
subito co' Potteschi attaccò pratica
d'uscir di quel castel con la sua gente
se non avea soccorso il dì seguente.
Fermato il patto, il Re giunse la sera
con trombe e fuochi e segni d'allegrezza;
ma il dì seguente una novella fiera
converse tutto il dolce in amarezza:
venne correndo un messo da Rubiera
ch'aiuto richiedea con gran prestezza
contra il popol reggian, ch'a quella terra
mossa la notte avea improvisa guerra.
Il popolo reggian col modanese
professava odio antico e nemicizia,
e avea contra di lui col bolognese
più volte unita già la sua milizia;
ora dissimulando il tempo attese,
e per mostrar la solita nequizia,
passato che fu il Re spinse a' suoi danni
seimila fra soldati e saccomanni.
Il Re tosto chiamar fece a consiglio
tutti gli eroi de la città del Potta;
e poi ch'ebbe narrato il gran periglio
ove quella fortezza era ridotta,
rivolse a destra mano il nobil ciglio,
dove sedea l'onor di Casa Scotta:
ed ei, poiché fu sorto e si compose
la barba con la man, sputò e rispose:
— A voi, signor, come più degno, tocca
sceglier fra questi un capitano in fretta,
che vada a liberar l'oppressa rocca
e a far su quegli audaci aspra vendetta. —
Volea più dir, ma no 'l lasciò la bocca
aprir, che si levò da la panchetta
e saltò in mezzo il Conte di Culagna
dicendo: — V'andrò io, chi m'accompagna? —
Maravigliando il Re si volse e disse:
— Chi è costui sì ardito e baldanzoso? —
Il Potta si guardò ch'ei no 'l sentisse,
e disse: — Questi è un matto glorioso. —
Il Re, che avea disio che si spedisse
a quella impresa un capitan famoso,
rimise quella eletta al Potta stesso
che conosceva ognun meglio da presso.
Il Potta, che sapea che i Parmegiani
eran nemici a la tedescheria,
e ch'era un accoppiar co' gatti i cani
se gli uni e gli altri insieme a un tempo unia,
disegnò di mandar contra i Reggiani
gli aiuti che da Parma in campo avìa
Giberto da Correggio allor guidati,
tre mila a piedi e mille in sella armati.
Ma il carico sovran diede a Gherardo
con cinque mila fanti e quella schiera
ch'avea Bertoldo sotto il suo stendardo
condotta da Marzaglia e da Rubiera.
Ripassò il ponte il cavalier gagliardo,
ma non giunse a Marzaglia innanzi sera,
quivi ebbe nuova de la terra presa,
ma che la rocca ancor facea difesa.
Stettero in dubbio i cavalier del Potta
se passavano allor quella riviera,
o s'attendean che fulminata e rotta
fosse dal novo sol l'aria già nera;
ed ecco apparve lor su 'l fiume allotta
Marte, che presa la sembianza fiera
di Scalandrone da Bismanta avea,
bandito e capitan di gente rea;
e inalzando una face in su la sponda
che 'l varco indi vicin tutto scopriva,
fe' sì che tragittò di là da l'onda
subito il campo a la sinistra riva.
Spirava il vento e dibattea la fronda
sì ch'a fatica il calpestio s'udiva;
a i capitani allor Marte feroce
volgea lo sguardo e la terribil voce;
e dicea lor: — Venite meco, o forti,
ché gl'inimici or vi do vinti e presi,
mentre che ne la terra i male accorti
son quasi tutti a depredar intesi,
aspettando che 'l messo annunzio porti
che si sian quelli de la rocca resi,
dove a l'assedio in su la fossa armato
Foresto Fontanella hanno lasciato.
Io la perfidia lor patir non posso,
e vengo a vendicarla ora con voi;
se lor giugniamo a l'improviso addosso,
che potran far, se fosser tutti eroi?
Gira, Gherardo, tu a sinistra il fosso,
e chiudi il passo co' soldati tuoi,
ch'io Giberto e Bertoldo a piè del ponte
condurrò cheti a l'inimico a fronte. —
Così parlava, e Scalandrone il fiero
creduto fu da ognun ch'era presente.
Gherardo a manca man tenne il sentiero,
Giberto a destra al lato di ponente,
e su gli elmi inalzar fe' per cimiero
un segno bianco a tutta la sua gente,
ché già la squadra udia del Fontanella
cantar non lungi la Rossina bella.
Passavan cheti e taciturni avanti
senza ronde scontrar né sentinelle,
quando cessaro a l'improviso i canti
e i gridi e gli urli andar fino a le stelle;
i cavalli lasciaro addietro i fanti
allora, e Marte accese due facelle,
e illuminò così l'aer d'intorno
che parve senza sol nascere il giorno.
Foresto, che venir sopra si vede
gli stendardi di Parma e di Rubiera,
si lascia dietro anch'ei la gente a piede,
e passa armato innanzi a la sua schiera
Marte rimira e Scalandrone il crede,
sprona il cavallo e abbassa la visiera,
e 'l coglie a punto al mezo de la pancia,
ma non sente piegar né urtar la lancia.
Marte a l'incontro al trapassar percosse
in guisa lui d'un colpo sopramano
che gli abbruciò la barba e 'l viso cosse,
e non parve mai più fedel cristiano:
ei se la bebbe, e subito scontrosse
con Bertoldo, ch'avea disteso al piano
col braghiero in due pezzi Anselmo Arlotto,
grande alchimista in medicina dotto.
Ruppero l'aste a quell'incontro fiero,
e con le spade incominciar la guerra;
l'animoso Foresto avea un destriero
che non trovava paragone in terra,
generoso di cor, pronto e leggero;
e se un'antica cronica non erra,
fu de la razza di quel buon Frontino
fatto immortal da Monsignor Turpino.
Bertoldo avea più forza e più fierezza,
ed era di statura assai maggiore,
Foresto avea più grazia e più destrezza,
picciolo il corpo e grand'era 'l valore.
Ma l'uno e l'altro fa di sua prodezza
mostra al nemico e di suo eccelso core;
e la terra è già tinta e inorridita
di sangue e di bragiole e maglia trita.
Giberto intanto avea rotta la lancia
nel ventre a Gambatorta Scarlattino,
e col troncon fatta crepar la pancia
d'un fiero colpo a Stevanel Rossino,
quando tolse una scure a Testarancia
figliuol di Filippon da San Donnino,
e con essa a due man fe' tal ruina,
che tolse il vanto a quei de la tonnina.
Uccise Braghetton da Bibianello
ch'un tempo a Roma fece il cortigiano;
e 'l nome v'intagliò co lo scarpello
sotto Montecavallo a manca mano;
avea la pancia come un carratello
e avrìa bevuta la città d'Albano,
né mai chiedeva a Dio nel suo pregare,
se non che convertisse in vino il mare.
Gli divise la pancia il colpo fiero
e una borrachia ch'a l'arcione avea:
cadeano il sangue e 'l vin sopra 'l sentiero,
e 'l misero del vin più si dolea;
l'alma ch'usciva fuor col sangue nero
al vapor di quel vin si ritraea,
e lieta abbandonava il corpo grasso,
credendo andar fra le delizie a spasso.
Uccise dopo questi Alceo d'Ormondo
protonotario e camerier d'onore
ne la corte papal, capo del mondo
e di più cavalier conte e dottore;
e 'l miser Baccarin da San Secondo
che de le pappardelle era inventore
morto lasciò con gli altri male accorti
sotto Rubiera ad ingrassar quegli orti.
Prospero d'Albinea, Feltrin Casola,
Marco Denaglia, Brun da Mozzatella,
Berto da Rondinara, Andrea Scaiola,
Stefano Zobli, Gian da Torricella,
Guglielmo da la Latta e Pier Mazzola
dal feroce guerrier tratti di sella,
con Ugo Brama e Gian Matteo Scaruffa
tutti rimaser morti in quella zuffa.
A i colpi de la forza di Giberto
gira gli occhi Foresto, e i suoi soldati
vede da la battaglia al campo aperto
fuggir chi qua chi là tutti sbandati;
e temendo restar quivi diserto,
ché cinto si vedea da tutti i lati,
volge a Bertoldo ed una punta abbassa,
e gli uccide il cavallo e 'n terra il lassa;
e dove i suoi fuggian da la battaglia
spronando quel destrier che sembra un vento:
— Dunque, gridava lor, brutta canaglia,
questo è il vostro valore e l'ardimento?
Se non avete tanto cor che vaglia
a sprezzar de la morte ogni spavento
sì che vogliate abbandonar la guerra,
ritiratevi almen dentro la terra. —
Così disse, e correndo in ver la porta
donde il soccorso omai gli parea tardo,
piena la via trovò di gente morta,
ch'ivi già penetrato era Gherardo.
Allor frenando l'impeto che 'l porta,
s'arresta alquanto il giovane gagliardo,
pensando se dovea quindi fuggire
tra l'ombre de la notte o pur morire.
Spiccasi al fine, e là dove difende
il nemico l'uscita, entrar procaccia,
la testa a Furio da la Coccia fende
e nel ventre a Vivian la spada caccia:
il primo avea il cervel fuor di calende
e l'altro era un fanton lungo sei braccia,
l'un nemicizia avea col sol d'agosto
e l'altro rincarìa le calde arrosto.
Ferì dopo costor, con vario evento,
due Gemignani, l'Erri e 'l Baciliero:
ne l'umbilico l'un subito spento
cadè, tocco d'un colpo assai leggiero:
l'altro, ch'un'ernia avea piena di vento
né potea camminar senza 'l braghiero,
ferito d'una punta in quella parte,
esalò il vento e si sanò contr'arte.
Giunto alfin dove l'ultima bandiera
Forcierolo Alberghetti avea fermata,
come che cinta sia di gente fiera
la sforza, e quindi a' suoi trova l'entrata;
né s'accorge che lascia la sua schiera
tra i nemici rinchiusa e abbandonata.
In tanto il Conte avea di San Donnino
sentito il fiero suon del mattutino.
Questi era de' Reggiani il generale,
grande di Febo e di Bellona amico,
e stava componendo un madrigale
quand'arrivò l'esercito nemico:
Reggio non ebbe mai suggetto eguale
o nel tempo moderno o ne l'antico,
né di lui più stimato in pace e 'n guerra,
ed era consiglier di Salinguerra.
Di Salinguerra il poderoso dico
che tenne già Ferrara e Francolino,
fin che fu poi dal Papa suo nemico
sospinto fuor del nobile domìno;
e tornò a ripigliar lo scettro antico
il seme del superbo Aldobrandino.
Si trova in somma scritto in varie carte,
che 'l Conte era grand'uomo in ogni parte.
Tosto ch'ode il romor, chiede da bere
a Livio suo scudiero e l'armi chiede,
e beve in fretta, e poi volge il bicchiere
sopra la sottocoppa in su col piede;
s'adatta i braccialetti e le gambiere,
s'affaccia a la finestra, e guarda e vede
a quel romor, senza notizia averne,
saltar di casa ognun con le lanterne.
Già avea l'usbergo, e subito s'allaccia
l'elmo con piume candide di struzzo,
cigne la spada e 'l forte scudo imbraccia,
e monta sopra un nobile andaluzzo.
Gli portava dinanzi una rondaccia
e una balestra il sordo Malaguzzo,
era stizzato e gli sapeva male
di non aver finito il madrigale.
Giunto a la porta e udito il gran fracasso
montò subitamente in su le mura,
e mirò intorno e vide giù nel basso
d'armi coperto il ponte e la pianura,
vide i nemici aver serrato il passo
e de' soldati suoi l'aspra ventura,
onde pieno d'angoscia e di dispetto
sospirò forte e si percosse il petto.
E quivi a canto a lui fatti passare
due mila balestrier ch'in campo avea,
cominciò l'inimico a saettare
che cacciarlo di luogo ei si credea.
Come suol rifuggir l'onda e tornare
fremendo nel furor de la marea,
così fremea ondeggiando e i forti scudi
opponea l'inimico a i colpi crudi.
Ma non partiva e non mutava loco:
e 'n tanto l'alba uscìa de l'oriente,
le cui guancie di rose al sol di foco
mirando il ciel ne divenia lucente.
Gherardo rinfrescò la gente un poco
mutandola a' quartieri, e al dì nascente
dal fosso a basso e da la rocca d'alto
diede principio a un furibondo assalto.
De la rocca Bertoldo ebbe l'assunto;
Giberto a manca man, Gherardo a destra:
vedesi il Conte a mal partito giunto,
ch'eran finiti il pane e la minestra;
pur mise anch'egli i suoi soldati in punto,
e Bertoldo dicea da una finestra:
— Ah! Reggianelli, gente da dozzina,
l'unghie vi resteran ne la rapina. —
Dove la rocca giù nel pian scendea,
de la piazza era il Conte a la difesa,
e sbarrato di travi il passo avea
facendo quivi i suoi nobil contesa.
Gherardo a destra man forte stringea,
Giberto facea machine da offesa,
mangani e scale, e empìa con sorda guerra
la fossa in tanto di fascine e terra.
Durò il crudele assalto infino a nona,
sin che stancarsi e intiepidiron l'ire.
Il saggio Conte i suoi non abbandona,
ma non avea che dargli a digerire.
Ne la rocca serrata avean l'annona
i terrazzani al primo sue apparire,
e i tanti denti in su l'entrar di botto
distrusser ciò che v'era e crudo e cotto.
Cerca di qua, cerca là, né trova
cosa da farvi un minimo disegno:
sbadiglian tutti e fan crocette a prova,
e l'appetito lor cresce lo sdegno.
Fatta avean quivi una chiesetta nova
certi frati di quei dal piè di legno:
il Conte al guardian chiese rimedio
per liberarsi dal crudele assedio.
Cominciò il frate a dir che Dio adirato
volea il popol reggiano or gastigare:
il Conte ch'era mezzo disperato
— Padre, dicea, non state a predicare,
ma cercate rimedio al nostre stato,
ch'è notte e non abbiam di che cenare.
Fateci uscir di queste mura in pace,
e predicate poi quanto vi piace. —
Il frate uscì a trattar subito fuora,
e ritornò con l'ultima risposta;
che se i Reggiani andar voleano allora,
lasciasser l'armi e andassero a lor posta.
Alcuni non volean più far dimora,
ma gli altri si ridean de la proposta
e dicean che con l'armi era da uscire,
o da pugnar con l'armi o da morire.
Onde forzato fu di ritornare
il frate al campo, e 'l Conte a lui converso:
— Padre, dicea, vi voglio accompagnare,
datemi una gonella da converso. —
Il frate gliene fece una portare
ricamata di brodo azzurro e perso
ch'era del cuoco, e 'l Conte se la pose,
e tutto nel capuccio si nascose;
e rivoltato a' suoi disse ch'ei giva
a procurar anch'ei sorte migliore;
ma se 'l nemico altier non s'ammolliva,
tentato avria di rimaner di fuore;
e che con nuova gente ei s'offeriva
di tornare in soccorso in fra poche ore,
pur ch'a lor desse il cor di mantenerse
un giorno ancor ne le fortune avverse.
In suo luogo lasciò Guido Canossa,
e non prese arme, fuor ch'una squarcina
che nascondea quella vestaccia grossa,
con un giacco di maglia garzerina.
Ritrovaron Gherardo in su la fossa,
che facea fabricar per la mattina
contra la porta una sbarrata grande
che chiudeva per fronte e da le bande.
Quando Gherardo vide il Guardiano,
gli venne incontro; e 'l frate gli dicea
che troppo duro al popolo reggiano
il partito proposto esser parea;
ch'egli voleva uscir con l'armi in mano,
e che nel resto a lui si rimettea.
Gherardo entrò in furor quand'udì questo
e disse al frate: — Padre, io vi protesto
che vo' far nuovi patti e vo' che lassi
l'armi e l'insegne e quanto egli ha da guerra,
e ch'in farsetto e sotto un'asta passi
a l'uscir de la porta de la terra:
così vi giuro, e non perdete i passi
a tornar, se 'l partito non si serra;
perché vi aggiugnerò pene più gravi,
come son degni i lor eccessi pravi. —
Il Conte, che tenea l'orecchie intente
dicendo: — A fé non mi ci coglierai —,
s'incominciò a scostar segretamente,
fin che si ritrovò lontano assai:
pregava il guardian molt'umilmente,
ma non poté spuntar Gherardo mai,
onde tornò dolente al suo camino,
senz'altra inchiesta far di Fra' Stoppino.
Poiché tornò confuso e sbigottito
da la fiera risposta il guardiano,
e narrò il tutto e che se n'era gito
il Conte e già poteva esser lontano:
si consultò s'era miglior partito
il ritorno aspettar del capitano,
o pur co l'armi al ciel notturno e scuro
tentar d'uscir de l'infelice muro.
Tutti lodar che s'aspettasse il Conte;
ma quando poi s'andò ben calculando
ch'ei non poteva aver le genti pronte
prima che il nuovo sol fosse ito in bando,
si torser tutti e rincrespar la fronte,
dicendo che volean morir pugnando:
onde Guido d'uscir fatto disegno
fe' stare in punto ognun co l'armi a segno.
Ma da la rocca diè Bertoldo aviso
a Gherardo ch'usasse estrema cura,
che mostrava il nemico a l'improviso
voler co l'armi uscir di quelle mura:
preparossi Gherardo, e su l'aviso
fé stare i suoi soldati, e l'aria scura
rallumò con facelle e pece ardente,
e le sbarre piantò subitamente.
Ed ecco aprir la porta e a un tempo stesso
de gli affamati il grido e le percosse,
ma ne le sbarre urtar ch'erano appresso,
e 'l rauco suono e l'impeto arrestosse:
Gherardo avea per fianco e 'n fronte messo
vari strumenti di tremende posse,
e a colpi di saette e pietre e dardi
stese quivi i più arditi e più gagliardi.
Ed egli armato a piè con una mazza
corse a le sbarre, e a tanti diè la morte,
che se non ritraea la turba pazza
in dietro il piede e non chiudea le porte,
perduta quella notte era la razza
de' soldati da Reggio in dura sorte.
Fu de' primi a cader Guido Canossa
in preda a i lucci di quell'empia fossa.
Ma l'ardito Foresto urta il destriero
dove vede la sbarra esser più bassa,
e tratto disperato il brando fiero
contra Gherardo, il fere a un tempo e passa,
e dovunque al passar drizza il sentiero,
de l'alto suo valor vestigi lassa,
fin ch'in sicura parte al fine arriva,
e i suoi d'aiuto e di speranza priva.
L'esercito reggian, fatto sicuro
che la forza adoprar gli valea poco,
e veggendo il nemico in volt'oscuro
scuoter la porta e domandar del foco,
in fretta rimandò fuora del muro
il guardian, ch'ebbe a fatica loco
d'impetrar da Gherardo alcun partito,
ch'era già inviperato e infellonito.
Al fin l'ultimo ottenne, e fu giurato
con giunta che chiunque a l'osteria
con modanese alcun fosse alloggiato
di quello stuol che di Rubiera uscìa,
a trargli per onor fosse ubbligato
scarpe o stivali o s'altro in piedi avìa;
indi fu aperto un picciolo sportello,
d'onde uscivano i vinti in giubberello.
Marte, che la sembianza ancor tenea
di Scalandron, per onorar la festa,
stando a la picca ove al passar dovea
chinar il vinto la superba testa,
dava a ciascun, nel trapassar che fea
sotto quell'asta, un scappellotto a sesta:
così fino a l'aurora ad uno ad uno
andò passando il popolo digiuno.
Poi che tutti passar, Marte disparve
lasciand'ognun di meraviglia muto.
Stupiva il vincitor che le sue larve
conoscer non avea prima saputo.
Stupiva il vinto, poi che 'l sole apparve
cinto di luce, e che si fu avveduto
con onta sua che le picchiate ladre
a tutti fatte avean le teste quadre.
Sotto Rubiera si trattenne alquanto
Gherardo, e riposar le genti feo,
onorando quel dì sacrato al Santo
Apostolo divin Bartolomeo,
e de le spoglie de' nemici intanto
su la riva di secchia alzò un trofeo,
quando volgendo il sol dal mezzo giorno
eccoti un messaggier sonando un corno;
e narra ch'attaccata è la battaglia
tra il Re de' Sardi e le città nemiche,
ch'in campo conducean tanta canaglia
che non ha tante mosche Apuglia o spiche;
e lo prega d'aiuto, e che gli caglia
del gran periglio de le schiere amiche.
Trenta peli di rabbia allor strapposse
Gherardo, e bestemmiando il campo mosse.