CANTO IX

By Alessandro Tassoni

Melindo innamorato al ponte viene

e tutti i cavalieri a giostra appella;

su l'isola incantata il campo tiene

e fa mostra di sé pomposa e bella.

Cadono i primi, e fan cader la spene

a gli altri ancor di rimaner in sella;

al fin da un cavalier non conosciuto

vinto è l'incanto e 'l giovine abbattuto.

Eran partiti già gli ambasciatori

venuti a procurar la pace in vano,

però ch'insuperbiti i vincitori

non si voleano il Re levar di mano;

e 'l Nunzio anch'egli entrato era in umori

ch'ei si mandasse al gran Pastor romano,

come in possanza di maggior nemico

per più confusion di Federico.

Ma finita la tregua ancor non era,

quando pel fiume in giù venne a seconda

una barchetta rapida e leggiera

che portava due araldi in su la sponda.

Giunti al ponte, smontar su la riviera,

l'uno di qua, l'altro dì là da l'onda;

e a giostra, poi che ne le tende entraro,

d'ambidue i campi i cavalier sfidaro.

Contenea la disfida: — Un cavaliero,

per meritar l'amor d'una donzella

c'ha sovra quante oggi n'ha il mondo impero

in esser valorosa onesta e bella,

sfida a colpi di lancia ogni guerriero

finché l'un cada e l'altro resti in sella;

da l'abbattuto sol lo scudo ei chiede,

e 'l suo darà se per fortuna cede. —

Accettar la disfida i giostratori,

e quinci e quindi ognun sté preparato

con pensier di dover co' novi albori

del già cadente sol trovarsi armato.

Ma la notte avea a pena i suoi colori

tolti a le cose e 'l mondo attenebrato

spiegando intorno il taciturno velo,

ch'una tromba s'udì sonar dal cielo.

Al fiero suon trecento schiere armarse

quinci e quindi confuse e sbigottite,

quando nel fiume una gran nave apparse,

che venìa giù per l'onde intumidite;

e tanti razzi e tanti fuochi sparse,

che tolse il vanto a la Città di Dite:

nave parea, ma in arrivando al ponte

isola apparve, e la sua poppa un monte.

Orrido è il monte e di spezzati sassi,

e signoreggia un praticello ameno

che lungo è intorno a centoventi passi

e trenta di larghezza o poco meno;

la prora a combaciar col ponte vassi,

e quivi una colonna al ciel sereno

fiamme spargea con sì mirabil arte

ch'illuminava intorno in ogni parte.

Da la colonna pende incatenato

un corno d'oro, e dice una scrittura

di ch'era il marmo lucido intagliato:

«Suoni chi vuol provar l'alta ventura».

Più in alto sovra il corno era attaccato

un ricco scudo, in cui da la scoltura

tolto era al puro argento il primo onore,

e scritto avea di sopra: «Al vincitore».

Avea l'egregio artefice ritratto

in esso la battaglia di Martano

col signor di Seleucia; e stupefatto

parea tutto Damasco al caso strano:

sta Griffone in disparte accolto in atto

d'uom di dolore e di vergogna insano;

ride la corte, Norandin si strugge:

ma il buon Martan facea come chi fugge.

Era coperto il pian di verde erbetta,

e la riva di mirti ombrata intorno.

Smontar molti guerrier ne l'isoletta

passeggiando il pratel di fiori adorno,

ma poiché la trovar tutta soletta

trassero a gara a la colonna e al corno,

e quivi infra di lor nacque contesa

chi dovesse primier tentar l'impresa.

Giucaro al tocco, e sopra Galeotto

cadde la sorte, il giovinetto ardito;

quegli il bel corno d'or prese di botto,

e sonò sì ch'ognun ne fu stordito.

Tremò l'isola tutta, e tremò sotto

il letto e l'onda, e tremò intorno il lito:

sparve il foco ch'ardea, sparver le stelle,

e perdé il ciel le sue sembianze belle.

E mentre ancor durava il gran tremore,

ricoperse ogni cosa un nuvol denso

e balenò improviso, e a lo splendore

seguì uno scoppio orribile ed immenso

che strignendo gli spirti e 'l sangue al core

fe' rimanere ognun privo di senso;

e giù col tuono un fulmine discese

che percosse nel monte, e quel s'accese.

S'accese il monte, e tutto in fiamma viva

fu convertito in un girar di ciglio,

e in mezzo de la fiamma ecco appariva

mirabilmente un padiglion vermiglio,

il nobil lin, di cui già tele ordiva

l'antica età d'incombustibil tiglio;

tal fra le pompe regie in Oriente

fu visto rosseggiar nel foco ardente.

Lasciò la fiamma il monte incenerito,

e 'l ciel tornò seren com'era pria;

e in tanto fu di cento trombe udito

un misto suon di guerra e d'armonia;

il lume ritornò, ch'era sparito,

su la colonna, e 'l padiglion s'aprìa,

e n'uscìan cento paggi in bianca vesta

tutta di fiori d'or sparsa e contesta.

Bruni i fanciulli avean le mani e 'l viso,

e parean tutti in Etiopia nati;

un poeta gli avrebbe a l'improviso

a le mosche nel latte assomigliati.

Fuor di due porte il nero stuol diviso

uscì con torce accese; e in ambo i lati

si distinse con lunga e dritta schiera,

e lasciò vota in mezzo una carriera.

Su l'altro capo intanto avea portato

copia di lance un provido scudiero,

e Galeotto era comparso armato

con sopravesta verde, armi e cimiero,

maneggiando un cavallo in Tracia nato,

da tre piedi balzan, di pelo ubero,

che curvettando alzava da l'arena

al tocco de lo spron salti di schiena.

Era ogni cosa in punto, e solamente

mancava il cavalier de la ventura;

quando iterar le trombe, immantinente

uscì del padiglion su la pianura:

di bianca sopravesta e rilucente

di gemme era vestito, e l'armatura

di puro argento avea, bianco il cimiero,

ma nero più che corvo era il destriero.

Alta avea la visiera, e giovinetto

d'età di sedici anni esser parea;

biondo era e bello e di gentile aspetto,

e grazia in lui quell'abito accrescea;

salutò intorno ognun con grato affetto,

e 'l feroce destrier che sotto avea,

su l'orme fe' danzar che pria distinse

col piè ferrato, indi la lancia strinse.

Abbassò la visiera, e attese intento

che la canora tromba il moto accenne;

ed ecco suona, e come fiamma o vento

l'uno di qua l'altro di là se 'n venne:

scontrarsi a mezzo il campo, e rotte in cento

tronchi e scheggie volar le sode antenne,

gittò faville l'uno e l'altro elmetto,

e Galeotto uscì di sella netto.

Vago di contemplar vista sì bella

stava l'un campo e l'altro in ripa al fiume,

e le due Podestà sotto l'ombrella

miravano la giostra al chiaro lume;

videro Galeotto uscir di sella,

e vider l'altro con gentil costume

stendere al fren la generosa mano

e tenergli il destrier che gìa lontano.

Galeotto confuso e vergognoso

lo scudo al vincitor partendo cesse,

nel cui lembo dorato e luminoso

subito il nome suo scritto si lesse.

In tanto un cavalier tutto pomposo

d'azzurro e d'oro una gran lancia eresse,

e un leardo corsier di chioma nera

spronò contra il campion de la riviera.

Ruppe la lancia al sommo de lo scudo,

e fe' i tronchi ronzar per l'aria scura;

ma fu colto da lui d'un colpo crudo

che lo stese tra i fiori e la verdura:

cadde a pena, che trasse il ferro ignudo

e volle vendicar sua ria ventura;

ma l'altro si ritrasse, ed ecco un vento,

e fu ogni lume intorno a un soffio spento.

E tremò l'isoletta, e fiamma viva

vomitando e tonando a un tempo fuore,

quindi un gigante orribile n'usciva

ch'a la terra ed al ciel mettea terrore;

questi al guerrier che contra lui veniva

s'aventò dispettoso, e con furore

lo ghermì come un pollo, e a spento lume

lui col cavallo arrandellò nel fiume;

onde a fatica ei si salvò notando:

restò lo scudo, e 'n lui si lesse: «Irneo».

Allor di nuovo l'isola tremando

s'aperse, e il gran gigante in sé chiudeo;

e 'l chiaro lume, ch'era gito in bando,

tornò a le torce spente e l'accendeo;

tacque il tremito e 'l vento, e nuova giostra

chiamando, il cavalier fe' di sé mostra.

Il terzo giostrator fu Valentino,

che passeggiando venne un destrier sauro;

e 'l quarto il valoroso Giacopino

sopra un ginetto altier del lito Mauro,

ch'avea ferrato il piè d'argento fino

e sella e fren di perle ornati e d'auro:

ma l'uno e l'altro uscì de l'isoletta

senza lo scudo, e dileguossi in fretta.

Il quinto fu il signor di Livizzano,

ch'innamorato di Celinda altera

e per lei colto in fronte e messo al piano

ebbe a perir de la percossa fiera;

l'asta rotta si fesse, e 'l colpo strano

fe' le scheggie passar per la visiera,

ond'ei cadde trafitto il destro ciglio,

de l'occhio e de la vita a gran periglio.

Il Potta rivoltato a Zaccaria

che gli sedea vicin, disse: — Messere,

quest'è certo un incanto e una malìa,

ognun quel cavalier farà cadere. —

Rispose il vecchio allor: — Per vita mia

ch'a me l'istesso par, né so vedere

che possan guadagnar questi briganti

a cozzar col demonio e con gl'incanti;

però se stesse a me, farei divieto

che nessuno de' miei con lui giostrasse. —

Prese il Potta il consiglio, e fe' un decreto

che ne l'isola alcun più non entrasse,

e se ne stette poscia attento e cheto

mirando ciò che l'inimico oprasse,

e vide due, vestiti a bruno ed oro

appresentarsi co' cavalli loro.

L'un d'essi corse, e tocco a pena fue

ch'uscì di sella e si distese al piano,

e pur mostrava a le sembianze sue

d'esser di core indomito e di mano;

secondò l'altro, e per la groppa in giue

restò cadendo al suo caval lontano:

risorse il primo, e a quel de la riviera

disse con voce e con sembianza altera:

— Guerrier, se tu non sei per via d'incanto

prode con l'asta, or de l'arcion discendi

e con la spada che tu cigni a canto

a trarmi in cortesia d'inganno imprendi;

e s'hai timor di non turbar fra tanto

la giostra, a tuo piacer pugna e contendi,

pur ch'io ti provi un colpo o due col brando;

ecco lo scudo e più non t'addimando. —

Rispose il cavalier de l'isoletta:

— A dismontar sarei forse ubbligato,

s'a combatter per odio o per vendetta

fossi venuto in questo campo armato;

a giostrar venni e solo amor m'alletta,

e 'l mio disegno a tutti ho palesato;

sì ch'io non son tenuto a uscir di questa,

per variar tenzone a tua richiesta.

Ma perché non m'imputi a codardia

il rifiutar la prova de la spada,

lasciami terminar l'impresa mia,

poi ti risponderò come t'aggrada;

lo scudo se 'l mi chiedi in cortesia

io lo ti lascierò; per altra strada

non ti pensar di ritenerlo, o ch'io

a tuo voler sia per cangiar desio. —

— Il cangerai — soggiunse — al tuo dispetto, —

l'altro guerrier — malvaggio incantatore. —

E del tronco de l'asta in su l'elmetto

ferillo, e trasse a un tempo il brando fuore;

tremò l'isola al colpo, e tremò il letto

del fiume, e sparve tosto ogni splendore;

balenò il cielo, e con orrendo scoppio

s'aprì la terra e n'uscì un fumo doppio.

Sfavillò il fumo, ed ecco immantenente

due tori uscir d'insolita figura

che con occhi di foco e fiato ardente

parean seccare i fiori e la verdura:

s'uniro i due guerrier, tratte repente

le spade, e non mostrar di ciò paura.

Vengono i tori, e l'uno e l'altro campo

trema de gli occhi al formidabil lampo.

Il cavalier de l'isoletta s'era

tratto in disparte a rimirar la guerra;

come saetta, l'una e l'altra fera

col biforcuto piè trita la terra:

s'apre a l'arrivo lor la coppia altera,

passa il corno incantato e non gli afferra;

menano entrambi, e 'l taglio de la spada

par che su lana o molle piuma cada.

Tornano i tori, e i cavalier rivolti

son loro incontro e menano a la testa;

lampeggiaron le fronti ove fur colti,

ma l'impeto e 'l furor per ciò non resta:

i cavalier su 'l corno a forza tolti

fur portati nel fiume a gran tempesta;

restar gli scudi, e scritti i nomi loro

«Perinto» e «Periteo» ne gli orli d'oro.

Balzar ne l'onda a precipizio i tori

co i cavalieri, e quivi uscir di vista:

si ravvivaro i soliti splendori,

depose il ciel quella sembianza trista;

l'isoletta cessò da' suoi tremori,

lieta tornando come prima in vista;

e 'l cavalier che ritirato s'era

tornò a mettersi in capo a la carriera.

E nuova giostra in vano un pezzo attese,

ch'ognuno era confuso e spaventato,

fin che dal ponte un cavalier discese

maneggiando un corsier falbo dorato

che la briglia d'argento e 'l ricco arnese

avea d'oro trapunto e ricamato;

questi in pensier di cambiar lancia venne,

e ne fe' inchiesta, e la richiesta ottenne.

Diede il segno la tromba: e come vanno

per gli campi de l'aria i lampi ardenti

ch'a terra e cielo e mar dar luogo fanno

e portano con lor grandine e venti,

tal vannosi i guerrier, con l'aste c'hanno

abbassate, a ferir gli elmi lucenti;

volar le scheggie e le faville al cielo,

né vi fu cor che non sentisse gielo.

Cozzarono i destrier fronte con fronte,

e quel del cavalier de l'isoletta

lasciò col suo signor l'altro in un monte,

e via dritto passò come saetta.

Tosto risorse il cavalier del ponte

bramando far del suo caval vendetta:

e a nuova lancia il giostrator richiese,

ed ei gli fu di ciò molto cortese.

Venne un altro corsier di pel roano,

e su montovvi il cavalier d'un salto;

sospese il fren con la sinistra mano

e con lo sprone il fe' guizzare in alto;

e poiché si rimise in capo al piano

lo sospinse di corso al fiero assalto;

ma nell'incontro fu toccato a pena

che si trovò rovescio in su l'arena.

Levossi e disse: — Ecco lo scudo mio,

ch'or veggio che se' mago e incantatore,

né teco vo' né col demonio rio

mettere in compromesso il mio valore:

forse avverrà ch'ancor tu paghi il fio

per altre mani, e con tuo poco onore,

del mal acquisto; or qui ti resta intanto

col diavolo, ch'eletto hai per tuo santo. —

De l'isola partissi in questo dire,

e ne lo scudo suo «Tognon» fu letto.

Dopo costui si vider comparire

due cavalier di generoso aspetto

che 'l giostratore andarono a ferire

l'un dopo l'altro con sembiante effetto;

rupper le lance ne l'argento terso,

e l'uno e l'altro si trovò riverso.

Restar gli scudi, e «Paolo» e «Sagramoro»

ne gli orli impressi. Indi a giostrar si mosse

sovra un corsier di pel tra bigio e moro

un cavalier con piume bianche e rosse

e sopravesta di teletta d'oro

ricamata a troncon di perle grosse,

ch'una mano di paggi intorno avea

vestiti a superbissima livrea.

Questi era un cavalier non più nomato,

figlio d'un romanesco ingannatore

che pria fu Rigattier, poi s'era dato

in campo Merlo a far l'agricoltore,

e 'l grano e le misure avea falsato

tanto che divenuto era signore;

e per aggiugner gloria al figlio altiero,

quivi dianzi il mandò per venturiero.

Costui se 'n venìa gonfio come un vento,

teso ch'un pal di dietro aver parea.

Fu conosciuto a l'armi e al guarnimento

e a la superba sua ricca livrea.

Potrei rassomigliarlo a più di cento

di non forse inegual prosopopea;

ma toccherei un mal vecchio decrepito,

e la Zerbineria farebbe strepito.

Ninfeggiò prima e passeggiò pian piano,

poi maneggiò il destriero a terra a terra,

in fin che si ridusse in capo al piano

dove s'avea da incominciar la guerra:

ecco la tromba, ecco con l'asta in mano

vien l'uno e l'altro, e fa tremar la terra;

risonarono i lidi a le percosse,

né a quell'incontro alcun di lor si mosse.

Fu il primo cavalier ch'in sella stette

contra il campion mantenitor costui,

e ben maravigliar fe' più di sette

che non credean giammai questo di lui:

il cavalier de l'isola ristette

pensoso un poco, e favellò co' sui,

indi a le mosse ritornando, foro

lance più sode appresentate loro.

Ma come l'altre si fiaccaro e fero

salire i tronchi a salutar le stelle,

piegossi l'uno e l'altro cavaliero

e fur per traboccar giù de le selle;

perdé le staffe il romanesco altiero,

e vide l'armi sue gittar fiammelle,

ma rinfrancossi al suon ch'intorno udiva

del nome suo da l'una e l'altra riva.

Come si gonfia a l'Euro in un momento

il Mar Tirreno, e sbalza e fortuneggia,

così il cor di costui si gonfia al vento

del populare applauso, e ne folleggia;

va tronfio e pettoruto, e bada intento

a i saluti, a gli sguardi, e paoneggia;

e fatta c'ha di sé pomposa mostra,

nuova lancia richiede e nuova giostra.

Fremean Perinto e Periteo di sdegno

che durasse costui tanto in arcione.

Quando diede la tromba il terzo segno

da la parte che guarda il padiglione,

poser le lance i cavalieri a segno,

e venner furiosi al paragone;

ma ne l'elmo colpito, il romanesco

finalmente caddé su l'erba al fresco.

Di terra si levò tutto arrabbiato,

trasse la spada e sbudellò il destriero

come fosse il meschin del suo peccato

de la caduta sua l'autor primiero.

Indi al guerrier de l'isola voltato,

— Ti sarà, disse, d'aspettar mestiero,

ch'uno scudo i' ti dia d'altro lavoro,

ché questo i' nol darei per un tesoro. —

Sorrise il giostratore, e disse: — Questo

teco giostrando ho vinto, e questo voglio.

Il mio val più del tuo, né saria onesto

che ti volessi anch'io cambiare il foglio. —

Rispose il romanesco: — I' ti protesto

che lo difenderò sì come i' soglio. —

E tratto il brando, al solito costume

si scosse il suol, ma non si spense il lume.

E un asinello uscì, che due stivali

per orecchie e una trippa avea per coda;

con l'orecchie ferìa colpi mortali,

e la coda inzuppata era di broda;

terribil voce avea, calci mortali,

la pelle d'un diamante era più soda;

e sempre che ferir potea d'appresso,

balestrava col cul pallotte a lesso.

Parean polpette cotte ne l'inchiostro,

e appestavano un miglio di lontano.

Titta di Cola s'affrontò col mostro,

che tal nomossi il cavalier romano,

e gli fu d'altro che di perle e d'ostro

ricamato il vestito a piena mano;

egli del brando a quella bestia mena,

ma segna il pelo ove lo coglie a pena.

L'asino un par di calci gli appresenta,

indi mena la coda agile e presta;

apre a un tempo la canna, e lo sgomenta

co i ragli che tremar fan la foresta;

sbatte l'orecchie, e di ferir non lenta

or le spalle, or i fianchi, ora la testa;

volta la poppa e tuona, e a l'improviso

fulmina, e a fresco gli dipinge il viso.

Il buon roman, che la tempesta sente,

getta lo scudo ed a fuggir si pone;

rise il mantenitor dirottamente,

e tornò in su le mosse al padiglione.

Ma già la Notte il carro a l'occidente

volgea, né compariva altro campione:

ond'ei si chiuse ne la tenda, e 'n tanto

dieron principio i galli al primo canto.

Il dì seguente il giostrator si stette

nel padiglione, e non fe' mostra alcuna:

ma poi ch'usciro i gufi e le civette

su per gli tetti a salutar la luna,

a suon di trombe con nov'armi elette

anch'egli fe' vedersi in veste bruna,

bruno il cimiero e bruno il guarnimento:

ma bianco era il destrier più che l'argento.

E i paggi, che servian per candelieri,

dove dianzi parean de la Guinea,

parean scesi dal cielo angeli veri,

e come i visi ancor cangiar livrea:

tutti comparver con vestiti neri

in calze a tagli, onde a veder correa

con voglia ingorda la milizia tosca

tirata dal favor de l'aria fosca.

E 'l giovine Averardo, il qual non s'era

fin allor visto appresentarsi in mostra,

fu il primo a comparir su la riviera

e 'l primo a uscir di sella in quella giostra:

diede lo scudo e alzossi la visiera,

e si fermò nella fiorita chiostra

a ragionar co' paggi e a fare inchiesta

del nome del guerriero e di sua gesta.

Da molti lumi intanto accompagnata,

de l'isola era uscita una donzella

in abito stranier candido ornata,

e di maniere accorte e 'n viso bella,

e venne ove Renoppia era attendata

con due scudieri e con due paggi in sella,

e gli acquistati scudi appresentolle,

e in nome del guerrier poscia narrolle:

che la fama l'avea del suo valore,

quel dì ch'armata in su la riva corse

e l'esercito ostil già vincitore

sostenne, e mise la vittoria in forse,

quivi condotto a far sol per suo amore

la bella giostra e in avventura a porse;

onde chiedea che non s'avesse a sdegno

che gli scaldasse il cor foco sì degno.

Vergognosa Renoppia e sdegnosetta:

— Ruffianella mia, disse, a l'aria, a i venti

meco il vostro guerrier l'arti sue getta,

ch'io non fui vaga mai d'incantamenti:

ma voi che siete bella e giovinetta,

e che con lui vi state a lumi spenti,

perché lasciate voi che i premi vostri

v'escan di mano e che per altra giostri? —

— Serva son io, rispose la donzella,

e troppa per me fora alta mercede;

possiede il mio signor terre e castella,

né inchinerebbe a la mia sorte il piede. —

Renoppia allora, astuta come bella,

— Se questo è, soggiungea, fategli fede

ch'io mi chiamo ubbligata a quel valore

che mostra con la lancia in farmi onore.

E se ben forse avrei più caro avuto

ch'in soccorso de' nostri a vero Marte

con l'armi per mio amor fosse venuto

senza apparecchio alcun di magic'arte,

pur l'affetto gradisco e lo saluto,

e questa gli darete da mia parte. —

E di seno, a quel dir, senza intervallo

si trasse una crocetta di cristallo,

dov'era un dente di san Gemignano,

e Papa Onorio l'avea benedetta:

e finse porla a la donzella in mano,

che la desse al guerrier de l'isoletta;

ma quella sparve come un sogno vano

al subito toccar de la crocetta,

e sparvero con lei paggi e scudieri,

e rimasero sol gli scudi veri.

Lesse i nomi Renoppia, e quelli rese

ch'esser trovò de' cavalieri amici,

gli altri di ritener consiglio prese

come spoglie e trofei de' suoi nemici.

Intanto il giostrator seguìa sue imprese

con gli usati successi ognor felici,

quand'un guerriero ignoto in veste gialla

al ponte capitò su una cavalla.

La lancia lunga più d'ogn'altra avea

due palmi, e una pantera in su l'elmetto,

ma sospeso venìa sì che parea

ch'andasse a quell'impresa al suo dispetto:

sonar le trombe, e 'l suon che gli altri fea

dentro brillar, fe' in lui contrario effetto;

corre, ma sembra a i timidi atti fuore

portato dal destrier, non già dal core.

Pur si ristrigne ne gli arcioni, e abbassa

la lancia in su la resta, e gli occhi serra

in arrivando, e i denti strigne, e passa

come chi va sol per vergogna in guerra,

e a quell'incontro l'inimico lassa

con maraviglia de' due campi in terra.

Allor tutta s'udì quella riviera

gridar: — Viva il campion de la pantera. —

Ed ei maravigliando al suon rivolto

vide l'emulo suo giacer disteso,

onde di sé per allegrezza tolto

fermossi a riguardar tutto sospeso.

Ma l'abbattuto, a l'infiammato volto

mostrando il cor di fiero sdegno acceso,

ratto risorse, e con un piè percosse

la terra e 'ntorno il pian tutto si scosse.

E s'estinsero i lumi, e 'l padiglione

sparve fra tuoni e lampi in un baleno,

e l'Isoletta diventò un barcone

colmo di stabbio, di fascine e fieno:

né rimasero in esso altre persone

di tante, onde pur dianzi era ripieno,

che 'l cavalier vittorioso e un nano

ch'avea uno scudo e una lanterna in mano.

E lo scudo porgendo al cavaliere

— Questo è il premio, dicea, del vincitore

tratto da la colonna, e in tuo potere

lasciato al dipartir dal mio signore,

che per ragion di cortesia ti chere

che, come l'hai de l'alto tuo valore,

così ti piaccia ancor farlo avisato

del nome e de la patria onde se' nato. —

Ringalluzzossi il cavaliero e al nano

rispose: — Al tuo signor riferir puoi

che la mia stirpe vien dal lito ispano,

ed è famosa oltre i confini eoi:

quel Don Chisotto in armi sì sovrano,

principe de gli erranti e de gli eroi,

generò di straniera inclita madre

don Flegetonte il bel, che fu mio padre.

Questi in Italia poscia ebbe domìno

e si fe' in ogni parte memorando,

solo a la gloria sua mancò Turpino

che scrivesse di lui come d'Orlando.

Eroe non l'agguagliò né paladino,

e sol cedé al valor di questo brando;

e perché cosa occulta non rimagna,

digli ch'io sono il Conte di Culagna.

Ma poi ch'ho soddisfatto al tuo desìo

e t'ho dato di me notizia intera,

resta ch'ancor tu soddisfaccia al mio

in dirmi il nome e la sua stirpe vera. —

Rispose il nano: — Informerotti anch'io

di quel che brami, usciam de la riviera

ché tanti cavalier che colà vedi

bramano anch'essi quel che tu mi chiedi. —

Giunser del fiume in su la destra sponda

dove molti guerrier facean soggiorno,

che, subito che 'l nano uscì de l'onda,

gli furon tutti a interrogarlo intorno.

Egli che lingua avea pronta e faconda,

fermando il piede: — A voi, disse, ritorno

per sodisfare a la comune voglia:

state or a udir, né alcun di me si doglia.

Poi che de la città cacciati foro

gli Aigoni dal furor de' Ghibellini,

e 'l Conte di Vallestra capo loro

uscì con gli altri anch'ei fuor de' confini,

trovò per arte magica un tesoro,

e fe' ne' monti al suo castel vicini

una grotta incantata, ove gran parte

del tempo stassi esercitando l'arte.

Quivi un figliol di tenerella etate

ch'unico egli ha, detto Melindo, e' tiene;

le cui maniere nobili e lodate

destan nel vecchio padre amor e spene.

Questi, uditi i costumi e la beltate

e 'l valor che mostrò su queste arene

una donzella in questo proprio loco,

arse per lei d'inestinguibil foco;

e con prieghi e sospir dal padre ottenne

di comparire a far qui di sé mostra;

onde su l'isoletta in campo venne

armato a mantener la bella giostra.

Ma il timoroso vecchio, a cui sovvenne

l'età ineguale a la possanza vostra,

fece un incanto ch'esser perditore

per forza non potea né per valore.

Fu l'incanto ch'ei fe' con tal riguardo

che non potea cader Melindo a terra,

se non venìa un guerrier tanto codardo

che non trovasse paragone in terra:

e quanto più l'incontro era gagliardo,

tanto meglio il fanciul vincea la guerra,

come il ferir del fulmine che spezza

con più furor dov'è maggior durezza.

L'aste, il cavallo e l'armi onde guernito

era il fanciul, tutte incantate avea;

e chi traea la spada era spedito,

ché de l'isola a forza uscir dovea:

il cambiar lancia era miglior partito,

ma non per questo il cavalier vincea,

se non era di forza e di valore

più d'ogn'altro a Melindo inferiore. —

Qui tacque il nano, e 'n giubilo fu volto

de gli abbattuti il mal concetto sdegno.

Ma il Conte di Culagna increspò il volto,

e ritirando il passo e d'ira pregno

trasse la spada, e a quel piccin rivolto

che di timore alcun non facea segno

— Tu menti, disse, menzognier villano,

e te lo manterrò con questa in mano.

Tu vorresti macchiar la mia vittoria;

ma non la macchierai, brutto scrignuto,

ché già nota per tutto è la mia gloria,

né scusa ha il tuo signor vinto e abbattuto. —

Non volle il Nano entrar seco in istoria,

ma fatto a que' Signori umil saluto,

al Conte che seguiva il suo costume

rispose: — Buona notte — e spense il lume.