CANTO PRIMO

By Alessandro Manzoni

Coronata di rose e di viole

scendea di Giano a rinserrar le porte

la bella Pace pel cammin del sole,

e le spade stringea d'aspre ritorte,

e cancellava con l'orme divine

i luridi vestigi de la morte;

e la canizie de le pigre brine

scotean dal dorso, e de le verdi chiome

si rivestian le valli e le colline.

Quand'io fui tratto in parte, io non so come,

io non so con qual possa, o con quai piume,

quasi sgravato da le terree some.

E mi ferì le luci un vivo lume,

ove non potea l'occhio essere inteso,

e vinto fu del mio veder l'acume.

Com'uom che da profondo sonno è preso,

se una vivida luce lo percote

onde subitamente è l'occhio offeso,

le confuse palpebre agita e scote,

né può serrarle né fissarle in lei,

che sua virtute sostener non puote.

Così vinti cadevan gli occhi miei,

ma il Ciel forze lor diè più che mortali

da sostener la vista de gli Dei.

Non cred'io già che fosser questi frali

occhi deboli e corti, e spesso infidi,

cui non lice fissar cose immortali.

Forse fu, s'egli è ver che in noi s'annidi

parte miglior che de le membra è donna;

onde come io non so, so ben ch'io vidi.

Vidi una Dea; nulla era in lei di donna,

«non era l'andar suo cosa mortale».,

né mai fu tale che vestisse gonna.

Di portamento altera, e quanta e quale

su gli astri incede quella al maggior Dio

del talamo consorte e del natale.

Nobile umano maestoso e pio

era lo sguardo, e l'armonia celeste

comprenderla non può chi non l'udìo.

Sovra l'uso mortal fulgida veste

copre le sante immacolate membra,

e svela in parte le fattezze oneste.

Tessuta è in Paradiso, e un velo sembra;

ma a tanto già non giunge uman lavoro;

o con quanto stupor me ne rimembra!

Siede su cocchio di finissim'oro

umilemente altera, ed il decenne

berretto il crine affrena, aureo decoro.

Stringe la manca la fatal bipenne,

e l'altra il brando scotitor de' troni.

onde a cotanta altezza e poter venne

La gran madre de' Fabj e de' Scipioni;

sotto cui vide i Regi incatenati

curvar l'alte cervici umili e proni.

Pronte a' suoi cenni stanle d'ambo i lati

due Dive, dal cui sdegno, e dal cui riso

pendon de l'universo incerti i fati.

L'una è soave e mansueta in viso,

e stringe con la destra il santo ulivo,

e il mondo rasserena d'un sorriso.

E l'altra è la ministra di Gradivo,

che si pasce di gemiti e d'affanni,

e tinge il lauro in sanguinoso rivo.

Due bandiere scotean de l'aure i vanni;

su l'una scritto sta: Pace a le genti,

su l'altra si leggea: Guerra ai Tiranni.

Taceano al lor passar l'ire de' venti,

che survolando intorno al sacro scritto

lo baciavano umili e reverenti.

Quinci è Colei, che del comun diritto

vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,

sol diseguai per merto o per delitto

e se vede che un capo in alto saglia,

e sdegni assoggettarsi a la sua libra

alza la scure adeguatrice, e taglia.

E con la destra alto sospende e libra

l'intatta inesorabile bilancia,

ove merto e virtù si pesa e libra.

non del sangue il valor, ch'è lieve ciancia,

e tanto nocque a le cittadi, e nuoce;

e sal Lamagna, e 'l seppe Italia e Francia.

Dolce in vista ed umano, e in un feroce

quindi era il patrio Amor che ai figli suoi

il cor con l'alma face infiamma e cuoce;

e i servi trasformar puote in Eroi,

e non teme il fragor di tue ritorte

o Tirannia, né de' metalli tuoi;

non quella cieca che si chiama sorte,

che i vili in ciel locaro, e fecer Diva;

e scritto ha in petto: O Libertate o morte.

d'ogn'intorno commosso il suol fioriva,

l'aura si fea più pura e più serena;

e sorridea la fortunata riva.

E a color che fuggir l'aspra catena

prorompeva su gli occhi, e su le labbia

impetuosa del piacer la piena.

Come augel, che fuggì l'antica gabbia,

or vola irrequieto tra le frondi,

rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia

quindi s'udian romor cupi e profondi,

un franger di corone e di catene,

un fremer di tiranni moribondi.

Impugnando un flagel d'anfesibene

la Tirannia giacevasi da canto,

e si graffiava le villose gene.

E i torbid'occhi si copria col manto;

che la luce vincea l'atre palpèbre,

e le spremea da le pupille il pianto;

Come notturno augel, che le latèbre

ospite cerca allor che il Sole incalza

ne' bui recinti l'orride tenèbre.

Evvi una cruda, che uno stile innalza,

e 'l caccia in mano a l'uomo e dice: Scanna,

e forsennata va di balza in balza.

Nera coppa di sangue ella tracanna,

e lacerando umane membra a brani

le spinge dentro a l'insaziabil canna;

e con tabegrondanti orride mani

i sacrileghi don su l'ara pone,

e osa tendere al Ciel gli occhi profani.

Che più? sue crudeltati ai Numi appone,

e fa ministro il Ciel di sue vendette;

e il volgo la chiamò Religione.

Si scolorar le faccie maledette,

e l'una a l'altra larva s'avviticchia,

e stan fra lor sì avviluppate e strette,

Che il cor de l'una al sen de l'altra picchia,

ansando in petto, e trabalzando, e poscia

la coppia abbominosa si rannicchia.

Qual è lo can che tremando s'accoscia,

se il signor con la verga alto il minaccia,

tal ristrinsersi i mostri per l'angoscia.

Ma poi che di quell'altra in su la faccia

vide languir la moribonda speme

colei che in sacri ceppi il volgo allaccia,

incorolla dicendo: E mute insieme

morremo e inoperose? e il nostro lutto

fia di letizia a chi 'l procaccia seme?

Tutto si tenti e si ritenti tutto;

e se morire è forza pur, si moja ,

ma acerbo il mondo ne raccolga frutto.

Qualunque aspira a Libertate moja,

né onor di tomba o pianto abbia il ribaldo;

e l'altra surse e gorgogliava: Moja.

Moja, sì moja, e temerario e baldo

cerchi in Inferno Libertade; il fio

paghi col sangue fumeggiante e caldo.

Acuto allor s'intese un sibilio

via per le chiome, ed un divincolarsi,

e di morsi e percosse un mormorio.

Allor terribilmente sollevarsi,

e un barlume di speme fu veduto

brillar sui ceffi lividi e riarsi;

Come allor che nel fosco aer sparuto

in fra 'l notturno vel si mostra e fugge

un focherello passaggiero e muto.

L'infame coppia si rosicchia e sugge

di preda ingorda la terribil'ugna,

si picchia i lombi risonanti, e rugge.

«Contra miglior voler, voler mal pugna»;

e fra la vil perfidia, e la virtute

secura è sempre e disegual la pugna.

Ma stavan l'aure pensierose e mute,

e il Ciel di brama e di timor conquiso,

e pendevan le rive irresolute.

La Dea mirolle, e rise un cotal riso

di scherno e di disdegno, che dipinge

di gioja al giusto, al rio di tema il viso.

E immobile in suo seggio il cocchio spinge

su le attonite larve, e le fracassa

e l'auree rote del lor sangue tinge.

Né per timore o per desio s'abbassa,

ma disdegnosa e nobile in sua possa

alteramente le sogguarda, e passa.

Fumò la terra di quel sangue rossa,

ond'esalava abbominoso lezzo,

e da l'ime radici ne fu scossa.

Ondeggia, crolla, e alfin si spacca, il mezzo

apre del sen tenebricoso, e ingoja

quei vituperj, e parne aver ribrezzo.

Quinci acuto s'udì grido di gioja,

e quindi un fioco rimbombar di duolo,

simile a rugghio di Leon che moja.

S'alzò tre volte, e tre ricadde al suolo

spossata e vinta l'Aquila grifagna,

che l'arse penne ricusaro il volo.

Alfin, strisciando dietro a la campagna,

le mozze ali, e le tronche ugne, fugio

a gl'intimi recessi di Lamagna.

Allor prese i tiranni un brividio,

che gli fe’ paventar de la lor sorte,

e mal frenato in su le gote uscìo,

e gliele tinse d'un color di morte.