CANTO PRIMO.

By Vincenzo Monti

Sollecita nel ciel l'alba sorgea

Che su i flebili colli di Quirino

La gran partenza illuminar dovea;

E intrepido anelando al suo cammino

Già stavasi prostrato all'ara innante

Della chiesa l'augusto pellegrino.

La voce il gesto il mover delle piante

Non d'uom mortale, ma parea d'un dio:

Foco eran gli occhi, e foco era il sembiante.

Squallide e con lugùbre mormorío

Affollate le turbe in Vaticano

Traeansi a dirgli il doloroso addio;

Somiglianti ad un mar che da lontano

Fremer s'ode, o a gemente aura notturna

Che fa le selve lamentar pian piano.

Là dove nell'orror sacro dell'urna

Dorme di Pietro in sotterranea sede

L'apostolica polve taciturna,

Sul marmo trionfal sedea la Fede:

Più che la neve immacolato e schietto

Coprìala un velo dalla fronte al piede:

Ma la bellezza del celeste aspetto

Traspar più vaga da quel velo, e spira

Riverenza ed amor, tema e diletto.

Essa lo sguardo che penétra e gira

Fin sopra i cieli, e l'infernal trapassa

Ampia vorago di tormento e d'ira,

Profondamente sospirando abbassa,

E colla man la guancia si sostiene

Da pensier grave affaticata e lassa;

Ma di reina nel suo duol ritiene

La maestà pur anco, ed infiammarse

Il cuor si sente d'ardimento e spene.

Surse tosto, e sembrò nel suo levarse

La bianca nube che dal ciel caduta

Sul tabernacol folgorante apparse.

Corre all'eroe d'incontro, e lo saluta;

E, poichè in atto di gentil clemenza

Stettesi alquanto e riguardollo muta,

— O uom, disse, cui l'alta Intelligenza

Per me tragge a pugnar, per me che sono

Diva in ciel nata e d'immortal potenza,

Guardami, uom forte: io son che ti ragiono,

Io la figlia di Dio: guardami; e cura

D'un'afflitta ti prenda e del suo trono.

Piena è l'impresa di perigli e dura:

Ma fia bello il patir, begli i cimenti,

Se il mio spirto ti guida e t'assicura.

Le inspirate da me parole ardenti

Sono una spada che ferisce e sana,

E d'ambe parti penetrar la senti.

La ragion, che l'error doma ed appiana

E l'alme inonda de' bei raggi suoi,

È mia scorta e compagna, è mia germana.

Ella sul labbro degl'invitti eroi

Su la cui tomba io seggo, e per cui stetti

E del cui sangue mi nutría da poi,

Contro l'orgoglio degli umani affetti

Parlò sicura, e per le vie del vero

I cuor più schivi attrasse e gl'intelletti.

Or la mente dell'uom, per lo sentiero

Di fallace sofia, fattasi ancella

Di ree dottrine che vagar la fêro,

Somiglia a un mar cui torbido flagella

Assiduo soffio di contrario vento,

Che mesce il ciel coll'onda e la procella:

Ma su l'irato instabile elemento

E camminar su le tempeste io soglio,

Come sopra ben saldo pavimento.

Al mio grido pietoso al mio cordoglio

I mortali indurar l'alme sedotte,

E si formar nel petto un cuor di scoglio:

Ma uscir dal fianco delle balze rotte

I fonti io faccio limpidi e sinceri,

E traggo il giorno dalla fosca notte.

Per me confonde li Nabucchi alteri

Daniel fanciullo, e placan le tremanti

Donzelle gl'inflessibili Assueri.

Tu vanne, ardisci e parla. De' regnanti

Sta il cor nel pugno di quel Dio che frena

L'ale del lampo e i turbini sonanti. —

Disse; e sul volto dell'eroe serena

Rifulse, e raddoppiògli entro le ciglia

Mirabilmente del veder la lena.

Già più bianca si fea l'alba vermiglia

Ch'a tergo i corridor sentía del giorno:

Ei guarda, e il fere un'alta maraviglia.

D'ombrose vigne e di ruscelli adorno

Appargli un campo. Collinette apriche,

Verdi boschetti gli fan cerchio intorno.

Pascono al rezzo delle piante amiche

Ben cento greggi, e quinci e quindi ingombra

Fuma la spiaggia di capanne antiche.

L'aria era queta e di vapori sgombra:

Ma turbossi ad un tratto l'orizzonte,

E di pallore si coperse e d'ombra.

Pria diè vento la terra, e poi dal monte

Con orrendo silenzio orrenda emerse

Nube e giù scese in procellosa fonte.

Ahi quant'era terribile a vederse!

Di Dio lo spirto le gonfiava il grembo,

E tale al muto campo si converse.

E già squarciato d'ogni parte il lembo

Piovea grandine e fuoco: e palpitando

Fuggìan le genti dall'irato nembo.

Solo fra tanta tema un venerando

Pastor si stette, e denudò la testa,

Le palme al ciel pietosamente alzando.

Voce di tuono allor gridò: — T'arresta,

Angelo punitor: lungi la spada

Torci dal campo, e scendi alla foresta. —

Tacque: e il turbo al furor mutò la strada.

E qual recisa dalle curve ronche

Cader sul solco fa il villan la biada,

Tal fea quello balzar divelte e tronche

Le selve: e tutte per diversa via

Le fiere abbandonâr l'atre spelonche.

Cotal portento al pellegrin s'offría;

E mentre fise ei tienvi le pupille,

Dispar l'oggetto, e un altro lo disvía.

Immantinente ei mille vede e mille

Pronte a seguirlo angeliche figure

Affrettarsi e gittar lampi e faville.

Vede d'abisso le potenze oscure

Sbarrargli il passo, e in questo lato e in quello

Di fantasmi assalirlo e di paure.

Smunta il volto e con torvo occhio rubello

V'è l'invidia di lui vecchia nemica,

E primo degli eroi vanto e flagello:

V'è del vario Tarpéo tiranna antica

Maledicenza, che, il pugnal deposto,

L'anime di segreti odi nutrica:

V'è il falso zelo, che d'amor s'è posto

Una larva sul volto, e un cuor nel seno

Di demone crudel tiensi nascosto;

Ed altri mostri che diverse avieno

Di prudente virtù forme mentite

E le labbra stillanti di veleno.

Come alla voce di Gesù smarrite

Là nell'orto fatal caddero al suolo

Le turbe al grande tradimento uscite;

Così davanti al pellegrin d'un solo

Sguardo percosso sul negato calle

Cadde rovescio il temerario stuolo,

Che non osò seguirlo, ed alle spalle

A bestemmiar rimase e di sfacciato

Susurro empiè del Tevere la valle.

L'angel di Roma dalla fè chiamato

Alto allor si levò sul Vaticano,

E largo diede alla sua tromba il fiato;

Tromba a quelle simìl che del Giordano

Arrestâr l'onde stupefatte e fêro

Gerico rovinar spezzata al piano.

L'angelo della Senna e dell'Ibero,

E quel del Reno e quel dell'Alpi udillo,

E fecer plauso al difensor di Piero.

L'angel dell'Istro anch'esso al forte squillo

Destasi, e l'altro ad incontrar se 'n viene,

Pace gridando per lo ciel tranquillo.

Fin dentro il lago dell'eterne pene

Giunse il suon della tuba; e un cupo udissi

Doppio stridor di denti e di catene.

Trascorse ancor fra i lumi erranti e fissi:

E degli spirti a cui fur dati in cura

Forte l'orecchio rintronar sentissi.

Allor de Uriele più lucente e pura

Uscir del die la lampa imperatrice,

Bella nemica della notte oscura.

D'improvviso tepor dispensatrice

La gran face del sol tosto si mira

Rallegrar la pianura e la pendice.

Ovunque il passo imprime o il guardo gira

L'illustre viator, nuova virtude

Sente natura e la stagion respira.

Volea del verno le sembianze crude

Depor la terra innanzi tempo e presta

D'erbe e fiori ammantar le spiagge ignude;

Ogni arbor rinverdir volea la vesta,

E le nevi, del gel rotto il rigore,

Alle montagne liberar la testa:

Ma vietollo umiltà che del pastore

Venìa scorta e compagna; e intorno a lui

Parve del verno raddoppiar l'orrore.

Languido un'altra volta i raggi sui

Contrasse il sole, e il capo aureo lasciosse

Imbrunir da vapori erranti e bui.

Dal suo speco l'acquoso austro si mosse

E dalle nubi che la man stringea

E nevi e piogge furibondo scosse.

Tutta qual pria tornò contraria e rea

La gelata stagion, posta in obblìo

La deitade che passar dovea.

Le sue porte l'olimpo intanto aprío,

E calossi di fumo e foco mista

Nube che l'aria di fragranza empío:

L'ignea colonna imíta, che fu vista

Il ramingo guidar stanco Israello

Per lo deserto alla fatal conquista.

Ma la nube nel sen porta un drappello

D'invisibili altrui spirti moventi

Quale l'occhiute rote d'Ezechiello;

Spirti che di soavi almi concenti

Van ricreando l'aure innamorate

E raddolcendo della via gli stenti.

Pria le cure il travaglio e l'umiltate

Del buon pastor cantaro, che la vita

Pone in periglio per le agnelle amate:

Poi, stendendo a più grave arpa le dita,

Cantar quell'alto sdegno onde la terra

Fu sepolta nel pelago e punita;

E come l'arca fra l'orrenda guerra

Degl'irati elementi alto sul flutto

Galleggia e salva le montagne afferra:

Indi il roveto rammentar, che tutto

D'Orebbe apparve al pastorel famoso

Dalle fiamme ravvolto, e non distrutto:

Nè quel vello obliâr, che in rugiadoso

Molle terren su l'alba raccogliesti

Secco ed asciutto, o Gedeon dubbioso;

Onde di sangue madianito festi

Rosse le glebe, e di Giudea cattiva

Le pentite pupille alfin tergesti.

Tal era il canto e l'armonía festiva

Che al sacro pellegrino il cuor molcendo

Soavemente dalla nube usciva.

E già la balza del Soratte orrendo

Scoprìasi tutta, e nebuloso il piede

Il padre Tebro le venìa lambendo.

Dimentica del ciel spesso ivi riede

Di Silvestro a vagar l'ombra pensosa,

Innamorata dell'antica sede:

Onde il verno alla rupe erta e petrosa

Per riverenza a tanto ospite nume

Di nevi il capo più coprir non osa,

E zefiro gentil scuoter le piume

In sua stagion vi lascia, e folte al basso

Pender le spiche e tremolar sul fiume.

Sul limitar dello scavato sasso,

Ove al furor barbarico sottratto

Raccolse un tempo fuggitivo il passo,

Stavasi il veglio venerando in atto

D'uom che qualcuno attende e impaziente

Per soverchio aspettare omai s'è fatto;

Ed ecco che apparir vede repente

La portentosa nube, e più vicina

Farsi l'ascosa melodìa già sente.

Qual da un fiume talor la vespertina

Nebbia s'estolle, e dopo breve istante

Giù nella valle rotasi e declina;

Tal, la cima radendo delle piante,

D'un venticel portata in su le penne,

La celeste discese ombra aspettante.

Lieve d'incontro al pellegrin se 'n venne,

E lampeggiando in un gentil sorriso

Gli sfavillò su gli occhi e lo trattenne.

Videro dalle nubi l'improvviso

Splendor gli spirti ascosi, e ravvisaro

L'antico cittadin del paradiso.

Tosto il canto e le dolci arpe fermaro,

Chè agli atti al volto in lui desío cortese

Di favellar gran cose argomentaro.

S'appressâr tutte ad ascoltarlo intese

Quelle dive potenze. Allor di zelo

Fe l'ombra scintillar le labbra accese,

E a parlar cominciò. Spirti del cielo

Che dappresso l'udiste e di vostre ali

All'uman guardo gli faceste un velo,

Piacciavi di ridir, spirti immortali,

Ad un mortal le sue parole, e darmi

Lingua ed accenti al gran subbietto eguali

Se lice col pensier tanto levarmi.