CANTO PRIMO.
Sollecita nel ciel l'alba sorgea
Che su i flebili colli di Quirino
La gran partenza illuminar dovea;
E intrepido anelando al suo cammino
Già stavasi prostrato all'ara innante
Della chiesa l'augusto pellegrino.
La voce il gesto il mover delle piante
Non d'uom mortale, ma parea d'un dio:
Foco eran gli occhi, e foco era il sembiante.
Squallide e con lugùbre mormorío
Affollate le turbe in Vaticano
Traeansi a dirgli il doloroso addio;
Somiglianti ad un mar che da lontano
Fremer s'ode, o a gemente aura notturna
Che fa le selve lamentar pian piano.
Là dove nell'orror sacro dell'urna
Dorme di Pietro in sotterranea sede
L'apostolica polve taciturna,
Sul marmo trionfal sedea la Fede:
Più che la neve immacolato e schietto
Coprìala un velo dalla fronte al piede:
Ma la bellezza del celeste aspetto
Traspar più vaga da quel velo, e spira
Riverenza ed amor, tema e diletto.
Essa lo sguardo che penétra e gira
Fin sopra i cieli, e l'infernal trapassa
Ampia vorago di tormento e d'ira,
Profondamente sospirando abbassa,
E colla man la guancia si sostiene
Da pensier grave affaticata e lassa;
Ma di reina nel suo duol ritiene
La maestà pur anco, ed infiammarse
Il cuor si sente d'ardimento e spene.
Surse tosto, e sembrò nel suo levarse
La bianca nube che dal ciel caduta
Sul tabernacol folgorante apparse.
Corre all'eroe d'incontro, e lo saluta;
E, poichè in atto di gentil clemenza
Stettesi alquanto e riguardollo muta,
— O uom, disse, cui l'alta Intelligenza
Per me tragge a pugnar, per me che sono
Diva in ciel nata e d'immortal potenza,
Guardami, uom forte: io son che ti ragiono,
Io la figlia di Dio: guardami; e cura
D'un'afflitta ti prenda e del suo trono.
Piena è l'impresa di perigli e dura:
Ma fia bello il patir, begli i cimenti,
Se il mio spirto ti guida e t'assicura.
Le inspirate da me parole ardenti
Sono una spada che ferisce e sana,
E d'ambe parti penetrar la senti.
La ragion, che l'error doma ed appiana
E l'alme inonda de' bei raggi suoi,
È mia scorta e compagna, è mia germana.
Ella sul labbro degl'invitti eroi
Su la cui tomba io seggo, e per cui stetti
E del cui sangue mi nutría da poi,
Contro l'orgoglio degli umani affetti
Parlò sicura, e per le vie del vero
I cuor più schivi attrasse e gl'intelletti.
Or la mente dell'uom, per lo sentiero
Di fallace sofia, fattasi ancella
Di ree dottrine che vagar la fêro,
Somiglia a un mar cui torbido flagella
Assiduo soffio di contrario vento,
Che mesce il ciel coll'onda e la procella:
Ma su l'irato instabile elemento
E camminar su le tempeste io soglio,
Come sopra ben saldo pavimento.
Al mio grido pietoso al mio cordoglio
I mortali indurar l'alme sedotte,
E si formar nel petto un cuor di scoglio:
Ma uscir dal fianco delle balze rotte
I fonti io faccio limpidi e sinceri,
E traggo il giorno dalla fosca notte.
Per me confonde li Nabucchi alteri
Daniel fanciullo, e placan le tremanti
Donzelle gl'inflessibili Assueri.
Tu vanne, ardisci e parla. De' regnanti
Sta il cor nel pugno di quel Dio che frena
L'ale del lampo e i turbini sonanti. —
Disse; e sul volto dell'eroe serena
Rifulse, e raddoppiògli entro le ciglia
Mirabilmente del veder la lena.
Già più bianca si fea l'alba vermiglia
Ch'a tergo i corridor sentía del giorno:
Ei guarda, e il fere un'alta maraviglia.
D'ombrose vigne e di ruscelli adorno
Appargli un campo. Collinette apriche,
Verdi boschetti gli fan cerchio intorno.
Pascono al rezzo delle piante amiche
Ben cento greggi, e quinci e quindi ingombra
Fuma la spiaggia di capanne antiche.
L'aria era queta e di vapori sgombra:
Ma turbossi ad un tratto l'orizzonte,
E di pallore si coperse e d'ombra.
Pria diè vento la terra, e poi dal monte
Con orrendo silenzio orrenda emerse
Nube e giù scese in procellosa fonte.
Ahi quant'era terribile a vederse!
Di Dio lo spirto le gonfiava il grembo,
E tale al muto campo si converse.
E già squarciato d'ogni parte il lembo
Piovea grandine e fuoco: e palpitando
Fuggìan le genti dall'irato nembo.
Solo fra tanta tema un venerando
Pastor si stette, e denudò la testa,
Le palme al ciel pietosamente alzando.
Voce di tuono allor gridò: — T'arresta,
Angelo punitor: lungi la spada
Torci dal campo, e scendi alla foresta. —
Tacque: e il turbo al furor mutò la strada.
E qual recisa dalle curve ronche
Cader sul solco fa il villan la biada,
Tal fea quello balzar divelte e tronche
Le selve: e tutte per diversa via
Le fiere abbandonâr l'atre spelonche.
Cotal portento al pellegrin s'offría;
E mentre fise ei tienvi le pupille,
Dispar l'oggetto, e un altro lo disvía.
Immantinente ei mille vede e mille
Pronte a seguirlo angeliche figure
Affrettarsi e gittar lampi e faville.
Vede d'abisso le potenze oscure
Sbarrargli il passo, e in questo lato e in quello
Di fantasmi assalirlo e di paure.
Smunta il volto e con torvo occhio rubello
V'è l'invidia di lui vecchia nemica,
E primo degli eroi vanto e flagello:
V'è del vario Tarpéo tiranna antica
Maledicenza, che, il pugnal deposto,
L'anime di segreti odi nutrica:
V'è il falso zelo, che d'amor s'è posto
Una larva sul volto, e un cuor nel seno
Di demone crudel tiensi nascosto;
Ed altri mostri che diverse avieno
Di prudente virtù forme mentite
E le labbra stillanti di veleno.
Come alla voce di Gesù smarrite
Là nell'orto fatal caddero al suolo
Le turbe al grande tradimento uscite;
Così davanti al pellegrin d'un solo
Sguardo percosso sul negato calle
Cadde rovescio il temerario stuolo,
Che non osò seguirlo, ed alle spalle
A bestemmiar rimase e di sfacciato
Susurro empiè del Tevere la valle.
L'angel di Roma dalla fè chiamato
Alto allor si levò sul Vaticano,
E largo diede alla sua tromba il fiato;
Tromba a quelle simìl che del Giordano
Arrestâr l'onde stupefatte e fêro
Gerico rovinar spezzata al piano.
L'angelo della Senna e dell'Ibero,
E quel del Reno e quel dell'Alpi udillo,
E fecer plauso al difensor di Piero.
L'angel dell'Istro anch'esso al forte squillo
Destasi, e l'altro ad incontrar se 'n viene,
Pace gridando per lo ciel tranquillo.
Fin dentro il lago dell'eterne pene
Giunse il suon della tuba; e un cupo udissi
Doppio stridor di denti e di catene.
Trascorse ancor fra i lumi erranti e fissi:
E degli spirti a cui fur dati in cura
Forte l'orecchio rintronar sentissi.
Allor de Uriele più lucente e pura
Uscir del die la lampa imperatrice,
Bella nemica della notte oscura.
D'improvviso tepor dispensatrice
La gran face del sol tosto si mira
Rallegrar la pianura e la pendice.
Ovunque il passo imprime o il guardo gira
L'illustre viator, nuova virtude
Sente natura e la stagion respira.
Volea del verno le sembianze crude
Depor la terra innanzi tempo e presta
D'erbe e fiori ammantar le spiagge ignude;
Ogni arbor rinverdir volea la vesta,
E le nevi, del gel rotto il rigore,
Alle montagne liberar la testa:
Ma vietollo umiltà che del pastore
Venìa scorta e compagna; e intorno a lui
Parve del verno raddoppiar l'orrore.
Languido un'altra volta i raggi sui
Contrasse il sole, e il capo aureo lasciosse
Imbrunir da vapori erranti e bui.
Dal suo speco l'acquoso austro si mosse
E dalle nubi che la man stringea
E nevi e piogge furibondo scosse.
Tutta qual pria tornò contraria e rea
La gelata stagion, posta in obblìo
La deitade che passar dovea.
Le sue porte l'olimpo intanto aprío,
E calossi di fumo e foco mista
Nube che l'aria di fragranza empío:
L'ignea colonna imíta, che fu vista
Il ramingo guidar stanco Israello
Per lo deserto alla fatal conquista.
Ma la nube nel sen porta un drappello
D'invisibili altrui spirti moventi
Quale l'occhiute rote d'Ezechiello;
Spirti che di soavi almi concenti
Van ricreando l'aure innamorate
E raddolcendo della via gli stenti.
Pria le cure il travaglio e l'umiltate
Del buon pastor cantaro, che la vita
Pone in periglio per le agnelle amate:
Poi, stendendo a più grave arpa le dita,
Cantar quell'alto sdegno onde la terra
Fu sepolta nel pelago e punita;
E come l'arca fra l'orrenda guerra
Degl'irati elementi alto sul flutto
Galleggia e salva le montagne afferra:
Indi il roveto rammentar, che tutto
D'Orebbe apparve al pastorel famoso
Dalle fiamme ravvolto, e non distrutto:
Nè quel vello obliâr, che in rugiadoso
Molle terren su l'alba raccogliesti
Secco ed asciutto, o Gedeon dubbioso;
Onde di sangue madianito festi
Rosse le glebe, e di Giudea cattiva
Le pentite pupille alfin tergesti.
Tal era il canto e l'armonía festiva
Che al sacro pellegrino il cuor molcendo
Soavemente dalla nube usciva.
E già la balza del Soratte orrendo
Scoprìasi tutta, e nebuloso il piede
Il padre Tebro le venìa lambendo.
Dimentica del ciel spesso ivi riede
Di Silvestro a vagar l'ombra pensosa,
Innamorata dell'antica sede:
Onde il verno alla rupe erta e petrosa
Per riverenza a tanto ospite nume
Di nevi il capo più coprir non osa,
E zefiro gentil scuoter le piume
In sua stagion vi lascia, e folte al basso
Pender le spiche e tremolar sul fiume.
Sul limitar dello scavato sasso,
Ove al furor barbarico sottratto
Raccolse un tempo fuggitivo il passo,
Stavasi il veglio venerando in atto
D'uom che qualcuno attende e impaziente
Per soverchio aspettare omai s'è fatto;
Ed ecco che apparir vede repente
La portentosa nube, e più vicina
Farsi l'ascosa melodìa già sente.
Qual da un fiume talor la vespertina
Nebbia s'estolle, e dopo breve istante
Giù nella valle rotasi e declina;
Tal, la cima radendo delle piante,
D'un venticel portata in su le penne,
La celeste discese ombra aspettante.
Lieve d'incontro al pellegrin se 'n venne,
E lampeggiando in un gentil sorriso
Gli sfavillò su gli occhi e lo trattenne.
Videro dalle nubi l'improvviso
Splendor gli spirti ascosi, e ravvisaro
L'antico cittadin del paradiso.
Tosto il canto e le dolci arpe fermaro,
Chè agli atti al volto in lui desío cortese
Di favellar gran cose argomentaro.
S'appressâr tutte ad ascoltarlo intese
Quelle dive potenze. Allor di zelo
Fe l'ombra scintillar le labbra accese,
E a parlar cominciò. Spirti del cielo
Che dappresso l'udiste e di vostre ali
All'uman guardo gli faceste un velo,
Piacciavi di ridir, spirti immortali,
Ad un mortal le sue parole, e darmi
Lingua ed accenti al gran subbietto eguali
Se lice col pensier tanto levarmi.