CANTO PRIMO
Nella stagion che Febo i rubicondi
cavalli 'n Tauro guida, rivestendo
i prati d'erbe e gli albori di frondi,
già presso al giorno m'aparve dormendo
in bianca stolla un vecchio d'onor degno,
con voce umile e piana a me dicendo:
«Odimi, figlio, e non avere a sdegno
el mio parlar, ch'io son a te mandato
dal buon Gesù, re del superno regno.
Esso fu crocefisso e fragellato
per far la Chiesa santa, ond'io pastore
a lui fu' fatto e in sacro ordinato.
Diemmi posanza che ciascuno errore
solver potessi e ancor legare
qualunque fossi ingiusto peccatore;
diemmi le chiavi e diemmi el pasturale,
ché le pecore sue nel pasco santo
io pascessi del ben, cacciando el male;
diemmi del suo papato el caro manto
e dicernette ch'io sedessi a Roma,
allor del mondo donna d'ogni canto,
dove 'l sevo Neron, ch'ancor si noma,
imperava in coltura degl'iddii
falsi e bugiardi con superbia soma.
Quivi sedetti e quivi i modi pii
della cristiana fede predicai,
fin che martorezzato al ciel salii.
A Lino el manto e 'l pastural lasciai,
e lui martorezzato el lasciò a Cleto;
poscia l'ebbe Clemente, a cu' 'l donai.
E Sisto e Adrian morîr nel fleto
del propio sangue, con quella corona
che 'n ciel mi fa star grolïoso e lieto.
Così di mano in man, com'or si sona
nella scrittura sacra, tutti i papi
provâr la morte ch'a lor groria dona.
Fino a Salvestro, come so che sapi,
perseguitati fùr d'Iddio i cristi
e coronati di martiro i capi.
Ma poi che Costantin fece gli acquisti
de' barbari e di lor gran nazïone,
non fùr fra tante pene i fede' misti.
Allor cessò la perseguizione
e fé Salvestro sucitare il toro
e della lebra la liberagione.
Donò le dote a esso pe' ristoro,
liberato che fu el buon Costantino,
e fece la mia chiesa e 'l gran lavoro
di Laterano; e per voler divino
la terza a Paolo fabricò per certo
per sua conversïon, non per destino.
Stette la Chiesa mia allor per merto
in dolce pace, fin che Iulïano
apostata maligno fu scoperto.
Costui fu falso e crudele pagano,
perseguitò la Chiesa ad ambo mani,
imperador perverso e innumano.
Fé molte leggi e fé dicreti vani
contra la santa cattolica fede,
uccidendo i perlati e buon cristiani.
Protervo fu colui sanza merzede
fin che poté; ma, quando Gesù volle,
come giusto signor che ben provede
e ch'a' superbi ogni posanza tolle
e agli uomini di sangue pur resiste
dannando l'oper loro e 'l penser folle,
fece finir le sue maligne viste
co' morte obrobriosa e allo 'nferno
etternalmente el dannò fra l'alme triste.
Su' opre fùr dannate in sempiterno
ed ebbon pace poi i successor miei,
la quel sta sempre ne' regno superno.
Atila venne poi, fragelum Dei,
nimico in tutto della nostra fede,
guastando i buoni e essaltando i rei.
Costui fu uom crudel sanza merzede,
costui distrusse Verona e Bologna
e Milano e Fiorenza ancor si vede.
Strusse Mascona e strusse Pompologna,
sì che fuggissi d'indi el buon Cerbono,
le cui opere in cielo ancor s'agogna.
A Roma venne, ov'io adorato sono,
dove di far gran mali ebbe diletto,
dando le cose sacre in abandono.
Di poi andò a veder Benedetto,
che coi monaci suoi serviva a Dio,
e inchinogli el capo, el busto e 'l petto.
Pur ebbe reverentia al tempio mio,
ché nol guastò, né a Roma chiesa strusse,
quantunque avesse di mal far disio.
E a quel la Chiesa in Italia condusse
che non potea spirar né più far voce
di sé, né dir che Gesù Cristo fusse.
Ma esso, che per falla pende in croce,
di mala morte tosto el fé morire
e cacciollo in abisso ov'or si cuoce.
Per cotal modo fa esso finire
qualunque la sua Chiesa strugge e ofende,
che gran fatica a me sarie il dire
che merti a que' cotali infine rende»