CANTO PRIMO

By Giovanni Pegolotti

Nella stagion che Febo i rubicondi

cavalli 'n Tauro guida, rivestendo

i prati d'erbe e gli albori di frondi,

già presso al giorno m'aparve dormendo

in bianca stolla un vecchio d'onor degno,

con voce umile e piana a me dicendo:

«Odimi, figlio, e non avere a sdegno

el mio parlar, ch'io son a te mandato

dal buon Gesù, re del superno regno.

Esso fu crocefisso e fragellato

per far la Chiesa santa, ond'io pastore

a lui fu' fatto e in sacro ordinato.

Diemmi posanza che ciascuno errore

solver potessi e ancor legare

qualunque fossi ingiusto peccatore;

diemmi le chiavi e diemmi el pasturale,

ché le pecore sue nel pasco santo

io pascessi del ben, cacciando el male;

diemmi del suo papato el caro manto

e dicernette ch'io sedessi a Roma,

allor del mondo donna d'ogni canto,

dove 'l sevo Neron, ch'ancor si noma,

imperava in coltura degl'iddii

falsi e bugiardi con superbia soma.

Quivi sedetti e quivi i modi pii

della cristiana fede predicai,

fin che martorezzato al ciel salii.

A Lino el manto e 'l pastural lasciai,

e lui martorezzato el lasciò a Cleto;

poscia l'ebbe Clemente, a cu' 'l donai.

E Sisto e Adrian morîr nel fleto

del propio sangue, con quella corona

che 'n ciel mi fa star grolïoso e lieto.

Così di mano in man, com'or si sona

nella scrittura sacra, tutti i papi

provâr la morte ch'a lor groria dona.

Fino a Salvestro, come so che sapi,

perseguitati fùr d'Iddio i cristi

e coronati di martiro i capi.

Ma poi che Costantin fece gli acquisti

de' barbari e di lor gran nazïone,

non fùr fra tante pene i fede' misti.

Allor cessò la perseguizione

e fé Salvestro sucitare il toro

e della lebra la liberagione.

Donò le dote a esso pe' ristoro,

liberato che fu el buon Costantino,

e fece la mia chiesa e 'l gran lavoro

di Laterano; e per voler divino

la terza a Paolo fabricò per certo

per sua conversïon, non per destino.

Stette la Chiesa mia allor per merto

in dolce pace, fin che Iulïano

apostata maligno fu scoperto.

Costui fu falso e crudele pagano,

perseguitò la Chiesa ad ambo mani,

imperador perverso e innumano.

Fé molte leggi e fé dicreti vani

contra la santa cattolica fede,

uccidendo i perlati e buon cristiani.

Protervo fu colui sanza merzede

fin che poté; ma, quando Gesù volle,

come giusto signor che ben provede

e ch'a' superbi ogni posanza tolle

e agli uomini di sangue pur resiste

dannando l'oper loro e 'l penser folle,

fece finir le sue maligne viste

co' morte obrobriosa e allo 'nferno

etternalmente el dannò fra l'alme triste.

Su' opre fùr dannate in sempiterno

ed ebbon pace poi i successor miei,

la quel sta sempre ne' regno superno.

Atila venne poi, fragelum Dei,

nimico in tutto della nostra fede,

guastando i buoni e essaltando i rei.

Costui fu uom crudel sanza merzede,

costui distrusse Verona e Bologna

e Milano e Fiorenza ancor si vede.

Strusse Mascona e strusse Pompologna,

sì che fuggissi d'indi el buon Cerbono,

le cui opere in cielo ancor s'agogna.

A Roma venne, ov'io adorato sono,

dove di far gran mali ebbe diletto,

dando le cose sacre in abandono.

Di poi andò a veder Benedetto,

che coi monaci suoi serviva a Dio,

e inchinogli el capo, el busto e 'l petto.

Pur ebbe reverentia al tempio mio,

ché nol guastò, né a Roma chiesa strusse,

quantunque avesse di mal far disio.

E a quel la Chiesa in Italia condusse

che non potea spirar né più far voce

di sé, né dir che Gesù Cristo fusse.

Ma esso, che per falla pende in croce,

di mala morte tosto el fé morire

e cacciollo in abisso ov'or si cuoce.

Per cotal modo fa esso finire

qualunque la sua Chiesa strugge e ofende,

che gran fatica a me sarie il dire

che merti a que' cotali infine rende»