CANTO QUARTO

By Ludovico Ariosto

Donne mie care, il torto che mi fate

bene è il maggior che voi mai feste altrui:

che di me vi dolete et accusate

che nei miei versi io dica mal di vui,

che sopra tutti gli altri v'ho lodate,

come quel che son vostro e sempre fui:

io v'ho offeso, ignorante, in un sol loco;

vi lodo in tanti a studio, e mi val poco.

Questo non dico a tutte, ché ne sono

di quelle ancor c'hanno il giudicio dritto,

che s'appigliano al più che ci è di buono,

e non a quel che per cianciare è scritto;

dàn facilmente a un leve error perdono,

né fan mortal un veni al delitto.

Pur, s'una m'odia, ancor che m'amin cento,

non mi par di restar però contento:

ché, com'io tutte riverisco et amo,

e fo di voi, quanto si può far, stima,

così né che pur una m'odii bramo,

sia d'alta sorte o mediocre o d'ima.

Voi pur mi date il torto, et io mel chiamo;

concedo che v'ha offese la mia rima:

ma per una ch'in biasmo vostro s'oda,

son per farne udir mille in gloria e loda.

Occasion non mi verrà di dire

in vostro onor, che preterir mai lassi;

e mi sforzerò ancor farla venire,

acciò il mondo empia e fin nel ciel trapassi;

e così spero vincer le vostr'ire,

se non sarete più dure che sassi:

pur, se sarete anco ostinate poi,

la colpa non più in me serà, ma in voi.

Io non lasciai per amor vostro troppo

Gano allegrar di Bradamante presa,

ché venir da Valenza di galoppo

feci il signor d'Anglante in sua difesa;

et or costui che credea sciorre il groppo

di Gano, e far alle guerriere offesa,

a vostro onor udite anco in che guisa,

con tutti i suoi, trattar fo da Marfisa.

Marfisa parve al stringer de la spada

una Furia che uscisse de lo inferno;

gli usberghi e gli elmi, ovunque il colpo cada,

più fragil son che le cannucce il verno;

o che giù al petto o almen che a' denti vada,

o che faccia del busto il capo esterno,

o che sparga cervella, o che triti ossa,

convien che uccida sempre ogni percossa.

Dui ne partì fra la cintura e l'anche:

restar le gambe in sella e cadde il busto;

da la cima del capo un divise anche

fin su l'arcion, ch'andò in dui pezzi giusto;

tre ferì su le spalle o destre o manche;

e tre volte uscì il colpo acre e robusto

sotto la poppa dal contrario lato:

dieci passò da l'uno all'altro lato.

Lungo saria voler tutti gli colpi

de la spada crudel, dritti e riversi,

quanti ne sveni, quanti snervi e spolpi,

quanti ne tronchi e fenda porre in versi.

Chi fia che Lupo di viltade incolpi,

e gli altri in fuga appresso a lui conversi,

poi che dal brando che gli uccide e strugge

difender non si può se non chi fugge?

Creduto avea la figlia di Beatrice

d'esser venuta a far quivi battaglia,

e si ritrova giunta spettatrice

di quanto in armi la cognata vaglia:

ché non è alcun del numero infelice

ch'a lei s'accosti pur, non che l'assaglia:

che fan pur troppo, senza altri assalire,

se puon, volgendo il dosso, indi fuggire.

D'ogni salute or disperato Gano,

di corvi, d'avoltor ben si vede ésca;

ché, poi che questo aiuto è stato vano,

altro non sa veder che gli riesca.

Lo trasser le cognate a Mont'Albano,

che più che morte par che gli rincresca;

e fin ch'altro di lui s'abbia a disporre,

lo fan calar nel piè giù d'una torre.

Ruggiero intanto al suo viaggio intento,

ch'ancor nulla sapea di questo caso,

carcando or l'orza et or la poggia al vento,

facea le prore andar volte all'occaso.

Ogni lito di Francia più di cento

miglia lontano a dietro era rimaso.

Tutta la Spagna, che non sa a ch'effetto

l'armata il suo mar solchi, è in gran sospetto.

La città nominata da l'antico

Barchino Annon, tumultuar si vede;

Taracona e Valenza, e il lito aprico

a cui l'Alano e il Gotto il nome diede;

Cartagenia, Almeria, con ogni vico,

de' bellicosi Vandali già sede;

Malica, Saravigna, fin là dove

la strada al mar diede il figliuol di Giove.

Avea Ruggier lasciato poche miglia

Tariffa a dietro, e da la destra sponda

vede le Cade, e più lontan Siviglia,

e ne le poppe avea l'aura seconda;

quando a un tratto di man, con maraviglia,

un'isoletta uscir vide de l'onda:

isola pare, et era una balena

che fuor dal mar scopria tutta la schena.

L'apparir del gran mostro, che ben diece

passi del mar con tutto il dosso usciva,

correr all'armi i naviganti fece,

et a molti bramar d'essere a riva.

Saette e sassi e foco acceso in pece

da tutto il stuolo in gran rumor veniva

di timpani e di trombe, e tanti gridi,

che facea il ciel, non che sonare i lidi.

Poco lor giova ir l'acqua e l'aer vano

di percosse e di strepiti ferendo:

che non si fa per questo più lontano,

né più si fa vicino il pesce orrendo;

quanto un sasso gittar si può con mano,

quel vien l'armata tuttavia seguendo:

sempre le appar col smisurato fianco

ora dal destro lato, ora dal manco.

Andar tre giorni et altre tante notti,

quanto il corso dal stretto al Tago dura,

che sempre di restar sommersi e rotti

dal vivo e mobil scoglio ebbon paura:

gli assalse il quarto dì, che già condotti

eran sopra Lisbona, un'altra cura:

ché scoperson l'armata di Ricardo

che contra lor venia dal mar Picardo.

Insieme si conobbero l'armate,

tosto che l'una ebbe de l'altra vista:

Ruggier si crede ch'ambe sian mandate

perché lor meno il Lusitan resista;

e non che, per zizanie seminate

da Gano, l'una l'altra abbia a far trista:

non sa il meschin che colui sia venuto

per ruinarlo, e non per darli aiuto.

Fa sugli arbori tutti e in ogni gabbia

e le bandiere stendere e i pennoni,

dare ai tamburi, e gonfiar guance e labbia

a trombe, a corni, a pifari, a bussoni:

come allegrezza et amicizia s'abbia

quivi a mostrar, fa tutti i segni buoni;

gittar fa in acqua i palischermi, e gente

a salutarlo manda umanamente.

Ma quel di Normandia, ch'assai diverso

dal buon Ruggier ha in ogni parte il core,

al suo vantaggio intento, non fa verso

lui segno alcun di gaudio né d'amore;

ma, con disir di romperlo e sommerso

quivi lasciar, ne vien senza rumore;

e scostandosi in mar, l'aura seconda

si tolle in poppa, ove Ruggier l'ha in sponda.

Poi che vide Ruggiero assenzo al mèle,

armi a' saluti, odio all'amore opporse;

e che, ma tardi, del voler crudele

del capitan di Normandia s'accorse;

né più poter montar sopra le vele

di lui, né per fuggir di mezo tòrse,

si volse e diede a' suoi duri conforti,

ch'invendicati almen non fosser morti.

L'armata de' Normandi urta e fracassa

ciò che tra via, cacciando Borea, intoppa;

e prore e sponde al mare aperte lassa,

da non le serrar poi chiovi né stoppa:

ch'ogni sua nave al mezo, ove è più bassa,

vince dei Provenzal la maggior poppa.

Ruggier, col disvantaggio che ciascuna

nave ha minor, ne sostien sei contr'una.

Il naviglio maggior d'ogni normando,

che nel castel da poppa avea Ricardo,

per l'alto un pezzo era venuto orzando:

come su l'ali il pellegrin gagliardo,

che mentre va per l'aria volteggiando,

non leva mai da la riviera il sguardo;

e vista alzar la preda ch'egli attende,

come folgor dal ciel ratto giù scende.

Così Ricardo, poi che in mar si tenne

alquanto largo, e vedut'ebbe il legno

con che venia Ruggier, tutte l'antenne

fece carcar fino all'estremo segno;

e, sì come era sopra vento, venne

ad investire, e riuscì il disegno:

ché tutto a un tempo fur l'àncore gravi

d'alto gittate ad attaccar le navi;

e correndo alle gomone in aita

più d'una mano, i legni gionti furo.

Da pal di ferro intanto e da infinita

copia di dardi era nissun sicuro:

che da le gagge ne cadea, con trita

calzina e solfo acceso, un nembo scuro:

né quei di sotto a ritrovar si vanno

con minor crudeltà, con minor danno.

Quelli di Normandia, che di luogo alto

e di numero avean molto vantaggio,

nel legno di Ruggier féro il mal salto,

dal furor tratti e dal lor gran coraggio;

ma tosto si pentir del folle assalto:

ché non patendo il buon Ruggier l'oltraggio,

presto di lor, con bel menar de mani,

fe' squarzi e tronchi e gran pezzi da cani;

e via più a sé valer la spada fece,

che 'l vantaggio del legno lor non valse,

o perché contra quattro fosson diece:

con tanta forza e tanto ardir gli assalse!

Fe' di negra parer rossa la pece,

e rosseggiar intorno l'acque salse:

ché da prora e da poppa e da le sponde

molti a gran colpi fe' saltar ne l'onde.

Fattosi piazza, e visto sul naviglio

che non era uom se non de' suoi rimaso,

ad una scala corse a dar di piglio,

per montar sopra quel di maggior vaso;

ma veduto Ricardo il gran periglio

in che incorrer potea, provide al caso:

fu la provision per lui sicura,

ma mostrò di pochi altri tener cura.

Mentre i compagni difendean il loco,

andò alli schiffi e fe' gettarli all'acque:

quattro o sei n'avisò; ma il numer poco

fu verso agli altri a chi la cosa tacque.

Poi fe' in più parti al legno porre il foco,

ch'ivi non molto addormentato giacque;

ma di Ruggier la nave accese ancora,

e da le poppe andò sin alla prora.

Ricardo si salvò dentro ai batelli,

e seco alcuni suoi ch'ebbe più cari;

e sopra un legno si fe' por di quelli

ch'in sua conserva avean solcati i mari:

indi mandò tutti i minor vasselli

a trar i suoi dei salsi flutti amari:

che per fuggir l'ardente dio di Lenno

in braccio a Teti et a Nettun si denno.

Ruggier non avea schiffo ove salvarse,

ché, come ho detto, il suo mandato avea

a salutar Ricardo et allegrarse

di quel di che doler più si dovea;

né all'altre navi sue, ch'erano sparse

per tutto il mar, ricorso aver potea:

sì che, tardando un poco, ha da morire

nel foco quivi, o in mar se vuol fuggire.

Vede in prua, vede in poppa e ne le sponde

crescer la fiamma, e per tutte le bande:

ben certo è di morir, ma si confonde,

se meglio sia nel foco o nel mar grande:

pur si risolve di morir ne l'onde,

acciò la morte in lungo un poco mande:

così spicca un gran salto da la nave

in mezo il mar, di tutte l'armi grave.

Qual suol vedersi in lucida onda e fresca

di tranquillo vivai correr la lasca

al pan che getti il pescator, o all'ésca

ch'in ramo alcun de le sue rive nasca;

tal la balena, che per lunga tresca

segue Ruggier perché di lui si pasca,

visto il salto, v'accorre, e senza noia

con un gran sorso d'acqua se lo ingoia.

Ruggier, che s'era abbandonato e al tutto

messo per morto, dal timor confuso,

non s'avvide al cader, come condutto

fosse in quel luogo tenebroso e chiuso;

ma perché gli parea fetido e brutto,

esser spirto pensò di vita escluso,

il qual fosse dal Giudice superno

mandato in purgatorio o giù all'inferno.

Stava in gran tema del foco penace,

di che avea ne la nuova Fé già inteso.

Era come una grotta ampia e capace

l'oscurissimo ventre ove era sceso:

sente che sotto i piedi arena giace,

che cede, ovunque egli la calchi, al peso:

brancolando le man quanto può stende

da l'un lato e da l'altro, e nulla prende.

Si pone a Dio, con umiltà di mente,

de' suoi peccati a dimandar perdono,

che non lo danni alla infelice gente

di quei ch'al ciel mai per salir non sono.

Mentre che in ginocchion divotamente

sta così orando al basso curvo e prono,

un picciol lumicin d'una lucerna

vide apparir lontan per la caverna.

Esser Caron lo giudicò da lunge,

che venisse a portarlo all'altra riva:

s'avvide, poi che più vicin gli giunge,

che senza barca a sciutto piè veniva.

La barba alla cintura si congiunge,

le spalle il bianco crin tutto copriva;

ne la destra una rete avea, a costume

di pescator; ne la sinistra un lume.

Ruggier lo vedea appresso, et era in forse

se fosse uom vivo, o pur fantasma et ombra.

Tosto che del splendor l'altro s'accorse

che feria l'armi e si spargea per l'ombra,

si trasse a dietro e per fuggir si torse,

come destrier che per camino adombra;

ma poi che si mirar l'un l'altro meglio,

Ruggier fu il primo a dimandar al veglio:

— Dimmi, padre, s'io vivo o s'io son morto,

s'io sono al mondo o pur sono all'inferno:

questo so ben, ch'io fui dal mar absorto;

ma se per ciò morissi, non discerno.

Perché mi veggo armato, mi conforto

ch'io non sia spirto dal mio corpo esterno;

ma poi l'esser rinchiuso in questo fondo

fa ch'io tema esser morto e fuor del mondo.

— Figliuol, — rispose il vecchio — tu sei vivo,

com'anch'io son; ma fòra meglio molto

esser di vita l'uno e l'altro privo,

che nel mostro marin viver sepolto.

Tu sei d'Alcina, se non sai, captivo:

ella t'ha il laccio teso, e al fin t'ha colto,

come colse me ancora, con parecchi

altri che ci vedrai, giovani e vecchi.

Vedendoti qui dentro, non accade

di darti cognizion chi Alcina sia;

che se tu non avessi sua amistade

avuta prima, ciò non t'avverria.

In India vedut'hai la quantitade

de le conversion che questa ria

ha fatto in fere, in fonti, in sassi, in piante,

dei cavallier di ch'ella è stata amante.

Quei che, per nuovi successor, men cari

le vengono, muta ella in varie forme;

ma quei che se ne fuggon, che son rari,

sì come esserne un tu credo di apporme,

quando giunger li può negli ampli mari

(però che mai non ne abbandona l'orme),

gli caccia in ventre a quest'orribil pesce,

donde mai vivo o morto alcun non esce.

Le Fate hanno tra lor tutta partita

e l'abitata e la deserta terra:

l'una ne l'Indo può, l'altra nel Scita,

questa può in Spagna e quella in Inghilterra;

e ne l'altrui ciascuna è proibita

di metter mano, et è punita ch'erra:

ma comune fra lor tutto il mare hanno,

e ponno a chi lor par quivi far danno.

Tu vederai qua giù, scendendo al basso,

degli infelici amanti i scuri avelli,

de' quali è alcun sì antico, che nel sasso

gli nomi non si puon legger di quelli.

Qui crespo e curvo, qui debole e lasso

m'ha fatto il tempo, e tutti bianchi i velli;

che quando venni, a pena uscìan dal mento

com'oro i peli ch'or vedi d'argento.

Quanti anni sien non saprei dir, ch'io scesi

in queste d'ogni tempo oscure grotte:

che qui né gli anni annoverar né i mesi,

né si può il dì conoscer da la notte.

Duo vecchi ci trovai, dai quali intesi

quel da che fur le mie speranze rotte:

che più de la mia età ci avean consunto,

et io gli giunsi a sepelire a punto.

E mi narrar che, quando giovenetti

ci vennero, alcun'altri avean trovati,

che similmente d'Alcina diletti,

di poi qui presi e posti erano stati:

sì che, figliuol, non converrà ch'aspetti

riveder mai più gli uomini beati,

ma con noi che tre eramo, et ora teco

siam quattro, starti in questo ventre cieco.

Ci rimasi io già solo, e poscia dui,

poi da venti dì in qua tre fatti eramo,

et oggi quattro, essendo tu con nui:

ch'in tanto mal grand'aventura chiamo

che tu ci trovi compagnia, con cui

pianger possi il tuo stato oscuro e gramo;

e non abbi a provar l'affanno e 'l duolo

che quel tempo io provai che ci fui solo. —

Come ad udir sta il misero il processo

de' falli suoi che l'han dannato a morte,

così turbato e col capo demesso

udia Ruggier la sua infelice sorte.

— Rimedio altro non ci è — soggiunse appresso

il vecchio — che di oprar l'animo forte.

Meco verrai dove, secondo il loco,

l'industria e il tempo n'ha adagiati un poco.

Ma voglio proveder prima di cena,

che qui sempre però non si digiuna. —

Così dicendo, Ruggier indi mena,

cedendo al lume l'ombra e l'aria bruna,

dove l'acqua per bocca alla balena

entra, e nel ventre tutta si raguna:

quivi con la sua rete il vecchio scese

e di più forme pesci in copia prese.

Poi, con la rete in collo e il lume in mano,

la via a Ruggier per strani groppi scorse:

al salir et al scendere la mano

ai stretti passi anco talor gli porse.

Tratto ch'un miglio o più l'ebbe lontano,

con gli altri dui compagni al fin trovorse

in più capace luogo, ove all'esempio

d'una moschea, fatto era un picciol tempio.

Chiaro vi si vedea come di giorno,

per le spesse lucerne ch'eran poste

in mezzo e per gli canti e d'ogn'intorno,

fatte di nicchi di marine croste:

a dar lor l'oglio traboccava il corno,

ché non è quivi cosa che men coste,

pei molti capidogli che divora

e vivi ingoia il mostro ad ora ad ora.

Una stanza alla chiesa era vicina,

di più famiglia che la lor capace,

dove su bene asciutta alga marina

nei canti alcun commodo letto giace.

Tengono in mezo il fuoco la cucina:

che fatto avea l'artefice sagace,

che per lungo condutto di fuor esce

il fumo, ai luoghi onde sospira il pesce.

Tosto che pon Ruggier là dentro il piede,

vi riconosce Astolfo paladino,

che mal contento in un dei letti siede,

tra sé piangendo il suo fero destino.

Lo corre ad abbracciar, come lo vede:

gli leva Astolfo incontro il viso chino:

e come lui Ruggier esser conosce,

rinuova i pianti, e fa maggior l'angosce.

Poi che piangendo all'abbracciar più d'una

e di due volte ritornati furo,

l'un l'altro dimandò da qual fortuna

fosson dannati in quel gran ventre oscuro.

Ruggier narrò quel ch'io v'ho già de l'una

e l'altra armata detto, il caso oscuro,

e di Ricardo senza fin si dolse;

Astolfo poi così la lingua sciolse:

— Dal mio peccato (che accusar non voglio

la mia fortuna) questo mal mi avviene.

Tu di Ricardo, io sol di me mi doglio:

tu pati a torto, io con ragion le pene.

Ma, per aprirti chiaramente il foglio

sì che l'istoria mia si vegga bene,

tu déi saper che non son molti mesi

ch'andai di Francia a riveder mie' Inglesi.

Quivi, per chiari e replicati avisi

essendo più che certo de la guerra

che 'l re di Danismarca e i Dazii e i Frisi

apparecchiato avean contra Inghilterra;

ove il bisogno era maggior mi misi,

per lor vietar il dismontar in terra,

dentro un castel che fu per guardia sito

di quella parte ov'è men forte il lito:

ché da quel canto il re mio padre Otton

temea che fosse l'isola assalita.

Signor di quel castell'era un barone

ch'avea la moglie di beltà infinita;

la qual tosto ch'io vidi, ogni ragione,

ogni onestà da me fece partita;

e tutto il mio voler, tutto il mio core

diedi in poter del scelerato amore.

E senza aver all'onor mio riguardo

che quivi ero signor, egli vassallo

(ché contra un debol, quanto è più gagliardo

chi le forze usa, tanto è maggior fallo),

poi che dei prieghi ire il rimedio tardo

e vidi lei più dura che metallo,

all'insidie aguzzar prima l'ingegno,

et indi alla violenzia ebbi il disegno.

E perché, come i modi miei non molto

erano onesti, così ancor né ascosi,

fui dal marito in tal sospetto tolto,

che in lei guardar passò tutti i gelosi.

Per questo non pensar che 'l desir stolto

in me s'allenti o che giamai riposi;

et uso atti e parole in sua presenza

da far romper a Giobbe la pacienza.

E perché aveva pur quivi rispetto

d'usar le forze alla scoperta seco,

dov'era tanto populo, in conspetto

de' principi e baron che v'eran meco;

pur pensai di sforzarlo, ma l'effetto

coprire, e lui far in vederlo cieco;

e mezzo a questo un cavalier trovai,

il qual molt'era suo, ma mio più assai.

A' preghi miei, costui gli fe' vedere

com'era mal accorto e poco saggio

a tener dov'io fossi la mogliere,

che sol studiava in procacciargli oltraggio;

e saria più laudabile parere,

tosto che m'accadesse a far viaggio

da un loco a un altro, com'era mia usanza,

di salvar quella in più sicura stanza.

Còrre il tempo potea la prima volta

che, per non ritornar la sera, andassi:

che spesso aveva in uso andar in volta

per riparar, per riveder i passi.

Gualtier (che così avea nome) l'ascolta,

né vuol ch'indarno il buon consiglio passi:

pensa mandarla in Scozia, ove di quella

il padre era signor di più castella.

Quindi segretamente alcune some

de le sue miglior cose in Scozia invia.

Io do la voce d'ir a Londra; e, come

mi par il tempo, un dì mi metto in via;

et ei con Cinzia sua (che così ha nome),

senza sospetto di trovar tra via

cosa ch'all'andar suo fosse molesta,

del castello esce, et entra in la foresta.

Con donne e con famigli disarmati

la via più dritta inverso Scozia prese:

non molto andò, che cadde negli aguati,

ne l'insidie che i miei li avean già tese.

Avev'io alcuni miei fedel mandati,

che co' visi coperti in strano arnese

gli furo adosso, e tolser la consorte,

e a lui di grazia fu campar da morte.

Quella portano in fretta entro una torre,

fuor de la gente, in loco assai rimoto;

donde a me senza indugio un messo corre,

il qual mi fa tutto il successo noto.

Io già avea detto di volermi tòrre

de l'isola; e la causa di tal moto

era, ch'udiva esser Rinaldo a Carlo

fatto nemico, et io volea aiutarlo.

Alli amici fo motto; e, come io voglia

passar quel giorno, inverso il mar mi movo;

poi mi nascondo, et armi muto e spoglia,

e piglio a' miei servigi un scudier novo;

e per le selve ove meno ir si soglia,

verso la torre ascosa via ritrovo;

e dove è più solinga e strana et erma,

incontro una donzella che mi ferma,

e dice: «Astolfo, giovaràtti poco»

che mi chiamò per nome «andar di piatto;

che ben sarai trovato, e a tempo e a loco

ti punirà quello a chi ingiuria hai fatto.»

Così dice; e ne va poi come foco

che si vede pel ciel discorrer ratto:

la vuo' seguir; ma sì corre, anzi vola,

che replicar non posso una parola.

E se n'andò quel dì medesimo anco

a ritrovar Gualtiero afflitto e mesto,

che per dolor si battea il petto e 'l fianco,

e gli fe' tutto il caso manifesto:

non già ch'alcun me lo dicessi, e manco

che con gli occhi i'l vedessi, io dico questo;

ma, così, discorrendo con la mente,

veggo che non puote esser altramente.

Conietturando, similmente, seppi

esser costei d'Alcina messaggera;

che dal dì ch'io mi sciolsi dai suoi ceppi,

sempre venuta insidiando m'era.

Come ho detto, costei Gualtier pei greppi

pianger trovò di sua fortuna fiera;

né chi offeso l'avea gli mostra solo,

ma il modo ancor di vendicar suo duolo.

E lo pon, come suol porre alla posta

il mastro de la caccia i spiedi e i cani;

e tanto fa, ch'un mio corrier, ch'in posta

mandav'a Antona, gli fa andar in mani.

Io scrivea a un mio, ch'ivi tenea a mia posta

un legno per portarmi agli Aquitani,

il giorno ch'io volea che fosse a punto

in certa spiaggia per levarmi giunto.

Né in Antona volea né in altro porto,

per non lasciar conoscermi, imbarcarmi:

del segno ancora io lo faceva accorto

col qual volea dal lito a lui mostrarmi,

acciò stando sul mar tuttavia sorto

mandasse il palischermo indi a levarmi;

et, all'incontro, il segno che dovessi

far egli a me in la lettera gli espressi.

Ben fu Gualtier de la ventura lieto,

che sì gli apria la strada alla vendetta.

Fe' che tornar non poté il messo, e, cheto,

dov'era un suo fratel se n'andò in fretta,

e lo pregò che gli armasse in segreto

un legno di fedele gente eletta.

Avuto il legno, il buon Gualtiero corse

al capo di Lusarte, e quivi sorse.

Vicino a questo mar sedea la rocca,

dove aspettava in parte assai selvaggia,

sì ch'apparir veggo lontan la cocca

col segno da me dato in su la gaggia:

io, d'altra parte, quel ch'a me far tocca

gli mostro da la torre e da la spiaggia.

Manda Gualtier lo schiffo, e me raccoglie,

et un scudier c'ho meco, e la sua moglie.

Né sé né alcun de' suoi ch'io conoscessi

prima scopersi che sul legno fui;

ove lasciando a pena ch'io dicessi:

— Dio aiutami —, pigliar mi fece ai sui,

che come vespe e galavroni spessi

mi s'aventaro; e, comandando lui,

in mar buttarmi, ove già questa fera,

come Alcina ordinò, nascosa s'era.

Così 'l peccato mio brutto e nefando,

degno di questa e di più pena molta,

m'ha chiuso qui, onde di come e quando

io n'abbia a uscir, ogni speranza è tolta;

quella protezion tutta levando,

che san Giovanni avea già di me tolta. —

Poi ch'ebbe così detto, allentò il freno

Astolfo al pianto, e bagnò il viso e 'l seno.

Ruggier, che come lui non era immerso

sì nel dolor, ma si sentia più sorto,

gli studiava, inducendogli alcun verso

de la Scrittura, di trovar conforto.

— Non è — dicea — del Re de l'universo,

l'intenzion che 'l peccator sia morto,

ma che dal mar d'iniquitadi a riva

ritorni salvo, e si converti e viva.

Cosa umana è a peccar; e pur si legge

che sette volte il giorno il giusto cade;

e sempre a chi si pente e si corregge

ritorna a perdonar l'Alta bontade:

anzi, d'un peccator che fuor del gregge

abbi errato, e poi torni a miglior strade,

maggior gloria è nel regno degli eletti,

che di novantanove altri perfetti. —

Per far nascer conforto, cotal seme

il buon Ruggier venìa spargendo quivi;

poi ricordava ch'altra volta insieme

d'Alcina in Oriente fur captivi;

e come di là usciro, anco aver speme

dovean d'uscir di questo carcer vivi.

— S'allora io fui — dicea — degno d'aita,

or ne son più, che son miglior di vita. —

E seguitò: — Se quando ne l'errore

de la dannata legge ero perduto,

e ne l'ozio sommerso e nel fetore

tutto d'Alcina, come animal bruto,

mi liberò il mio sommo almo Fattore;

perché sperar non debbo ora il suo aiuto,

che per la Fede essendo puro e netto

di molte colpe, io so che m'ha più accetto?

Creder non voglio che 'l demonio rio,

dal qual la forza di costei dipende,

possa nuocere agli uomini che Dio

per suoi conosce e che per suoi difende.

Se vera fede avrai, se l'avrò anch'io,

Dio la vedrà che i nostri cori intende:

e vedendola vera, abbi speranza

che non avrà il demonio in noi possanza. —

Astolfo, presa la parola, disse:

— Questo ogni buon cristian de' tener certo.

Non scese in terra Dio, né con noi visse,

né in vita e in morte ha tanto mal sofferto,

perché il nimico suo dipoi venisse

a riportar di sua fatica il merto.

Quel che sì ricco prezzo costò a lui,

non lascerà sì facilmente altrui.

Non manchi in noi contrizione e fede,

e di pregar con purità di mente;

che Dio non può mancarci di mercede:

Egli lo disse, e il dir suo mai non mente.

Scritto ha nel suo Evangelio: «Ch'in me crede,

uccide nel mio nome ogni serpente,

il venen bee senza che mal gli faccia,

sana gli infermi e gli demoni scaccia.»

E dice altrove: «Quando con perfetta

fede ad un monte a commandar tu vada:

“Di qui ti leva, e dentro il mar ti getta”;

che 'l monte piglierà nel mar la strada.»

Ma perché fede quasi morta è detta

quella che sta senza fare opre a bada,

procacciamo con buon'opre che sia

più grata a Dio la tua fede e la mia.

Proviam di trarre alla vera credenza

quest'altri che son qui presi con nui;

di che già fatto ho qualche esperienza,

ma poco un parer mio può contra dui.

Forse saremo a mutar lor sentenza

meglio insieme tu et io, ch'io sol non fui;

e se potiam questi al demonio tòrre,

non ha qua dentro poi dove si porre.

E Dio, tutti vedendone fedeli

pregar la sua clemenza che n'aiute,

dal fonte di pietà scender dai cieli

farà qua dentro un fiume di salute. —

Così dicean; poi salmi, inni e vangeli,

orazion che a mente avean tenute,

incominciar i cavallier devoti,

e a porr'in opra i prieghi e i pianti e i voti.

Intanto gli altri dui con studio grande

cercavan di far vezzi al novell'oste.

Di vari pesci varie le vivande

a rosto e lesso al foco erano poste.

Poco inanzi, un naviglio da le bande

di Vinegia, spezzato ne le coste,

la balena s'avea cacciato sotto

e tratto in ventre in molti pezzi rotto;

e le botte e le casse e gli fardelli

tutti nel ventre ingordo erano entrati.

Gli naviganti soli coi batelli

ai legni di conserva eran campati:

sì che v'è da dar foco, e nei piatelli

da condir buoni cibi e delicati

con zucchero e con spezie; et avean vini

e còrsi e grechi, preciosi e fini.

Passavano pochi anni, ch'una o due

volte non si rompesson legni quivi;

donde i prigion per le bisogne sue

cibi traean da mantenersi vivi.

Poser la cena, come cotta fue;

s'avessen pane o se ne fosson privi,

non so dir certo: ben scrive Turpino

che sotto il gorgozulle era un molino,

che con l'acque ch'entravan per la bocca

del mostro, il grano macinava a scosse,

il quale o in barcia o in caravella o in cocca

rotta, là dentro ritrovato fosse.

D'una fontana similmente tocca,

ch'a ridirla le guance mi fa rosse:

lo scrive pure, et il miracol copre

dicendo ch'eran tutte magich'opre.

Non l'afferm'io per certo né lo niego:

se pane ebbono o no, lo seppon essi.

Gli dui fedel, de' dui infedeli al prego,

fen punto ai salmi, e a tavola son messi.

Ma di Astolfo e Ruggier più non vi sego:

diròvvi un'altra volta i lor successi.

Finch'io ritorno a rivederli, ponno

cenare ad agio, e dipoi fare un sonno.

Intanto Carlo, alla battaglia intento

che 'l re boemme aver dovea con lui,

senza sospetto ignun che tradimento

(quel che non era in sé) fosse in altrui,

facea provar destrier, che cento e cento

n'avea d'eletti alli bisogni sui;

e gli migliori, a chi facea mestieri,

largamente partia fra i suoi guerrieri.

Non solo aver per sé buona armatura

quanto più si potea forte e leggiera,

ma trovarne ai compagni anco avea cura,

che se mai lor ne fu bisogno, or n'era.

Seco gli usava alla fatica dura

due fiate ogni dì, mattino e sera;

e seco in maneggiar arme e cavallo

facea provarli, e non ferire in fallo.

Ma Cardoran, che non ha alcun disegno

di por lo stato a sorte d'una pugna,

viene aguzzando tuttavia l'ingegno,

sì come tronchi all'augel santo l'ugna.

Aspetta e spera d'Ungheria, e dal regno

de li Sassoni ormai, ch'aiuto giugna:

la notte e il giorno intanto unqua non testa

di far più forte or quella cosa or questa.

E ridur si fa dentro a poco a poco

e vettovaglia e munizione e gente,

ché per la tregua, in assediar quel loco

l'esercito era fatto negligente;

e parea quasi ritornata in gioco

la guerra ch'a principio era sì ardente;

e scemata di qui più d'una lancia,

contra Rinaldo era tornata in Francia.

Sansogna e Slesia et Ungheria una bella

e grossa armata insieme posta avea:

la gente di Sansogna, e così quella

di Slesia, i pedestri ordini movea;

venir con questi, e la più parte in sella,

l'esercito de l'Ungar si vedea;

poi seguia un stuol di Traci e di Valachi,

Bulgari, Servian, Russi e Polachi.

Questi mandava il greco Costantino,

e per suo capitano un suo fratello;

sì come quel ch'a Carlo di Pipino

portava iniqua invidia et odio fello,

per esser fatto imperador latino

e usurparli il coronato augello.

Ben di lor mossa e di lor porse in via

avuto Carlo avea più d'una spia;

ma, com'ho detto, Gano con diversi

mezi gli avea cacciato e fisso in mente

che si metteva insieme per doversi

mandar verso Ellesponto quella gente,

e tragittarsi in Asia contra i Persi

ch'avean presa Bittinia nuovamente;

e ch'era a petizion fatta et instanza

del greco imperator la ragunanza.

Né ch'ella fosse alli suoi danni volta

prima sentì, ch'era in Boemmia entrata;

sì che ben si pentì più d'una volta

che la sua più del terzo era scemata.

Già credendo aver vinto, quindi tolta

n'avea una parte et al nipote data.

Ma quel ch'oggi dir volsi è qui finito:

chi più ne brama udir, domani invito.