CANTO QUARTO
«Poscia che fu la superbia rapace
dei Malatesti così rafrenata,
stette la Chiesa in gran queta e pace,
infin che la bandiera fu levata
di quella libertà ch'Italia mosse
pell'avarizia dei perlati ingrata
in se stessa crear novelle posse
e far tiranni e rinovar signori,
che dierono alla Chiesa gran percosse.
Crebono in essa infiniti dolori
per la malignità di Galeotto,
che subito cacciò le corna fòri.
Questi Cesena si rapì di botto;
ma pria la fece rubare ai Brett¢ni
e a molti cittadin dar mortal botto.
D'allora in qua esti perversi dimoni
cun fraude, con inganni e tradimenta
sempre son iti, e con doppi sermoni.
Ruboron Cervia alla ca' da Polenta,
la chiesa di Ravenna hanno diserta
e d'ogni degnità quasi spenta.
O vendetta d'Iddio che stai coperta,
come può eser che tu non provegga
punir di questa le proterve merta?»
Po' disse: «Or qui convien ch'io soprasegga
fin che l'apostol ditermini quello
che per me omai gli piace far si degga».
Indi al padre santo si vols'ello,
dicendo: «In ispirto mi par che costui
venga a vedere e udir Pasquin Capello».
El santo apostol ci mosse ambedui
cun quella carità che dal ciel vène
«Discendian — dicendo — ai luoghi bui.
Quivi udirai quel che si conviene
e non più punto; ché Dio non consente
tu senta se non quanto al ver si dene.
Or viemmi dietro e fa' che tenghi a mente
ciò che vedrai in ispirto, ché Dio vòle
che 'l mondo sappia come Ciarlon mente».
Nella profondità dove si cole
dai neri cherubini Satanasso,
a cui d'ogni ben far non poco dole,
subito mi trova' sanza gir passo
col prenze degli apostoli beato
e con colui che fu di vita casso.
Quando fumo in quel loco sventurato,
i maligni dimoni tutti quanti
cominciaro a fremir da ciascun lato,
dicendo l'uno a l'altro: «Fatti avanti!
Soccorete quaggiù spiriti pravi,
ché 'n questo loco già no stano santi!
Egli è venuto qui chi tien le chiavi
del celeste reame e serra e apre
e, quando vol, par le peccata lavi».
Corevan d'ogni parte come capre
i diavoli menando gran tempesta,
dicendo: «Qui non fa mestier che s'apre».
Sorise Pietro e po' mena la testa
e disse: «O Belïal, che pensi fare,
ché la tua canna di gridar no resta?
Al voler di Colui che ti fa stare
in questo tanto puzzolento loco,
bestia, ti credi poter contastare?
E tu, Panon, accenditor di foco,
richiama a te questi spirti maligni;
se non, ch'io ti farò, credi, un mal gioco».
Volsonsi tutti a lui con visi arcigni,
dicendo: «Che vuo' tu? Màndati Cristo
a vicitar questi luoghi ferrigni?
Santo quaggiù certo non fu più visto
po' che ci venne lo nimico nostro
a dispogliarci di quel grande acquisto».
E Pier col dito indical disse: «El vostro
sfrenato ardimento è oma' troppo.
Or va' ratto corendo al nono chiostro.
Moviti, dico, più che di gualoppo.
Porta 'mbasciata al tuo prenze e mesere,
che fa dei traditor coi denti groppo.
Digli ch'io voglio inanzi a lui vedere
Pasquin Capello e tutti i Malatesti,
che 'nsieme stanno con Giuda a sedere».
E que' co' passi suoi veloci e presti
allor si mosse e Pier dietro a lui
per lo vïaggio dello 'nferno alpestri.
Ma po' che giunti fumo a' lochi bui,
Satanasso, parte irato e spaventoso,
disse: «Da poi che qui dannato fui,
dinanzi a me non fu nullo argoglioso
colla front'alta e faccia tanto altera
che di mirarmi come tu foss'oso.
Venuto se' da me per tal manera
che non posso negar quel che tu vuoi.
Pasquin segue Ciarlon p'esta rivera.
Esso descrive i tradimenti suoi,
che molto tempo fa gli ho fatto fare,
sì come che saper son certo puoi».
Detto ch'egli ebbe, a sé fece chiamare
Pasquino, el quale a lui di botto venne,
come a tutti i dannati convien fare.
El superbo Satàn sua vista tenne
fiso ver noi con torta guatatura.
O Dio, allor che paura mi venne!
E Pier disse: «Figliuolo, or t'asicura
che questi non può nuocere a coloro
ch'al mondo vivon colla mente pura.
La possa sua e del suo consistoro
è sopra i rei falsi e fraudolenti,
che non han fede né carità in loro.
Vedi che mo' un ne schiaccia co' denti;
da le ginocchia in giù co' piè gambetta,
patendo pena de' suo tradimenti.
Così di quelli Iddio fa far vendetta».