CANTO QUINDICESIMO

By Torquato Tasso

Già richiamava il bel nascente raggio

a l'opre ogni animal ch'in terra alberga,

quando venendo a i due guerrieri il saggio

portò il foglio e lo scudo e l'aurea verga.

– Accingetevi – disse – al gran viaggio

prima che 'l dì, che spunta, omai più s'erga.

Eccovi qui quanto ho promesso e quanto

può de la maga superar l'incanto. –

Erano essi già sorti e l'arme intorno

a le robuste membra avean già messe,

onde per vie che non rischiara il giorno

tosto seguono il vecchio, e son l'istesse

vestigia ricalcate or nel ritorno

che furon prima nel venire impresse;

ma giunti al letto del suo fiume: – Amici,

io v'accommiato: – ei disse – ite felici. –

Gli accoglie il rio ne l'alto seno, e l'onda

soavemente in su gli spinge e porta,

come suol inalzar leggiera fronda

la qual da violenza in giù fu torta,

e poi gli espon sovra la molle sponda.

Quinci miràr la già promessa scorta,

vider picciola nave e in poppa quella

che guidar li dovea fatal donzella.

Crinita fronte essa dimostra, e ciglia

cortesi e favorevoli e tranquille;

e nel sembiante a gli angioli somiglia,

tanta luce ivi par ch'arda e sfaville.

La sua gonna or azzurra ed or vermiglia

diresti, e si colora in guise mille,

sì ch'uom sempre diversa a sé la vede

quantunque volte a riguardarla riede.

Così piuma talor, che di gentile

amorosa colomba il collo cinge,

mai non si scorge a se stessa simile,

ma in diversi colori al sol si tinge.

Or d'accesi rubin sembra un monile,

or di verdi smeraldi il lume finge,

or insieme gli mesce, e varia e vaga

in cento modi i riguardanti appaga.

– Entrate, – dice – o fortunati, in questa

nave ond'io l'ocean secura varco,

cui destro è ciascun vento, ogni tempesta

tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.

Per ministra e per duce or me vi appresta

il mio signor, del favor suo non parco. –

Così parlò la donna, e più vicino

fece poscia a la sponda il curvo pino.

Come la nobil coppia ha in sé raccolta,

spinge la ripa e gli rallenta il morso,

ed avendo la vela a l'aure sciolta,

ella siede al governo e regge il corso.

Gonfio è il torrente sì ch'a questa volta

i navigli portar ben può su 'l dorso,

ma questo è sì leggier che 'l sosterrebbe

qual altro rio per novo umor men crebbe.

Veloce sovra il natural costume

spingon la vela inverso il lido i venti:

biancheggian l'acque di canute spume,

e rotte dietro mormorar le senti.

Ecco giungono omai là dove il fiume

queta in letto maggior l'onde correnti,

e ne l'ampie voragini del mare

disperso o divien nulla o nulla appare.

A pena ha tocco la mirabil nave

de la marina allor turbata il lembo,

che spariscon le nubi e cessa il grave

Noto che minacciava oscuro nembo:

spiana i monti de l'onde aura soave

e solo increscpa il bel ceruleo grembo,

e d'un dolce seren diffuso ride

il ciel, che sé più chiaro unqua non vide.

Trascorse oltre Ascalona ed a mancina

andò la navicella invèr ponente,

e tosto a Gaza si trovò vicina

che fu porto di Gaza anticamente,

ma poi, crescendo de l'altrui ruina,

città divenne assai grande e possente;

ed eranvi le piaggie allor ripiene

quasi d'uomini sì come d'arene.

Volgendo il guardo a terra i naviganti

scorgean di tende numero infinito:

miravan cavalier, miravan fanti

ire e tornar da la cittade al lito,

e da cameli onusti e da elefanti

l'arenoso sentier calpesto e trito;

poi del porto vedean ne' fondi cavi

sorte e legate a l'ancore le navi,

altre spiegar le vele, e ne vedieno

altre i remi trattar veloci e snelle,

e da essi e da' rostri il molle seno

spumar percosso in queste parti e in quelle.

Disse la donna allor: – Benché ripieno

il lido e 'l mar sia de le genti felle,

non ha insieme però le schiere tutte

il potente tiranno anco ridutte.

Sol dal regno d'Egitto e dal contorno

raccolte ha queste, or le lontane attende,

ché verso l'oriente e 'l mezzogiorno

il vasto imperio suo molto si stende.

Sì che sper'io che prima assai ritorno

fatto avrem noi che mova egli le tende:

egli o quel ch'in sua vece esser soprano

de l'essercito suo de' capitano. –

Mentre ciò dice, come aquila sòle

tra gli altri augelli trapassar secura

e sorvolando ir tanto appresso il sole

che nulla vista più la raffigura,

così la nave sua sembra che vole

tra legno e legno, e non ha tema o cura

che vi sia chi l'arresti o chi la segua;

e da lor s'allontana e si dilegua.

E 'n un momento incontra Raffia arriva,

città la qual in Siria appar primiera

a chi d'Egitto move; indi a la riva

sterilissima vien di Rinocera.

Non lunge un monte poi le si scopriva

che sporge sovra 'l mar la chioma altera

e i piè si lava ne l'instabil onde,

che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde.

Poi Damiata scopre, e come porte

al mar tributo di celesti umori

per sette il Nilo sue famose porte

e per cento altre ancor foci minori;

e naviga oltre la città dal forte

greco fondata a i greci abitatori,

ed oltra Faro, isola già che lunge

giacque dal lido, al lido or si congiunge.

Rodi e Creta lontane inverso al polo

non scerne, e pur lungo Africa se 'n viene,

su 'l mar culta e ferace, a dentro solo

fertil di mostri e d'infeconde arene.

La Marmarica rade, e rade il suolo

dove cinque cittadi ebbe Cirene.

Qui Tolomitta e poi con l'onde chete

sorger si mira il fabuloso Lete.

La maggior Sirte a' naviganti infesta,

trattasi in alto, invèr le piaggie lassa,

e 'l capo di Giudeca indietro resta,

e la foce di Magra indi trapassa.

Tripoli appar su 'l lido, e 'ncontra a questa

giace Malta fra l'onde occulta e bassa;

e poi riman con l'altre Sirti a tergo

Alzerbe, già de' Lotofagi albergo.

Nel curvo lido poi Tunisi vede

che d'ambo i lati del suo golfo ha un monte:

Tunisi, ricca ed onorata sede

a par di quante n'ha Libia più conte.

A lui di costa la Sicilia siede,

ed il gran Lilibeo gli inalza a fronte.

Or quivi addita la donzella a i due

guerrieri il loco ove Cartagin fue.

Giace l'alta Cartago: a pena i segni

de l'alte sue ruine il lido serba.

Muoiono le città, muoiono i regni,

copre i fasti e le pompe arena ed erba,

e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:

oh nostra mente cupida e superba!

Giungon quinci a Biserta, e più lontano

han l'isola de' Sardi a l'altra mano.

Trascorser poi le piaggie ove i Numidi

menàr già vita pastorale erranti.

Trovàr Bugia ed Algeri, infami nidi

di corsari, ed Oràn trovàr più inanti;

e costeggiàr di Tingitana i lidi,

nutrice di leoni e d'elefanti,

ch'or di Marocco è il regno, e quel di Fessa;

e varcàr la Granata incontro ad essa.

Son già là dove il mar fra terra inonda

per via ch'esser d'Alcide opra si finse;

e forse è ver ch'una continua sponda

fosse, ch'alta ruina in due distinse.

Passovvi a forza l'oceano, e l'onda

Abila quinci e quindi Calpe spinse;

Spagna e Libia partio con foce angusta:

tanto mutar può lunga età vetusta!

Quattro volte era apparso il sol ne l'orto

da che la nave si spiccò dal lito,

né mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,

e tanto del camino ha già fornito.

Or entra ne lo stretto e passa il corto

varco, e s'ingolfa in pelago infinito.

Se 'l mar qui è tanto ove il terreno il serra,

che fia colà dov'egli ha in sen la terra?

Più non si mostra omai tra gli alti flutti

la fertil Gade e l'altre due vicine.

Fuggite son le terre e i lidi tutti:

de l'onda il ciel, del ciel l'onda è confine.

Diceva Ubaldo allor: – Tu che condutti

n'hai, donna, in questo mar che non ha fine,

di' s'altri mai qui giunse, o se più inante

nel mondo ove corriamo have abitante. –

Risponde: – Ercole, poi ch'uccisi i mostri

ebbe di Libia e del paese ispano,

e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,

non osò di tentar l'alto oceano:

segnò le mète, e 'n troppo brevi chiostri

l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;

ma quei segni sprezzò ch'egli prescrisse,

di veder vago e di saper, Ulisse.

Ei passò le Colonne, e per l'aperto

mare spiegò de' remi il volo audace;

ma non giovogli esser ne l'onde esperto,

perché inghiottillo l'ocean vorace,

e giacque co 'l suo corpo anco coperto

il suo gran caso, ch'or tra voi si tace.

S'altri vi fu da' venti a forza spinto,

o non tornovvi o vi rimase estinto;

sì ch'ignoto è 'l gran mar che solchi: ignote

isole mille e mille regni asconde;

né già d'abitator le terre han vòte,

ma son come le vostre anco feconde:

son esse atte al produr, né steril pote

esser quella virtù che 'l sol n'infonde. –

Ripiglia Ubaldo allor: – Del mondo occulto,

dimmi quai sian le leggi e quale il culto. –

Gli soggiunse colei: – Diverse bande

diversi han riti ed abiti e favelle:

altri adora le belve, altri la grande

comune madre, il sole altri e le stelle;

v'è chi d'abominevoli vivande

le mense ingombra scelerate e felle.

E 'n somma ognun che 'n qua da Calpe siede

barbaro è di costume, empio di fede.

– Dunque – a lei replicava il cavaliero

– quel Dio che scese a illuminar le carte

vuol ogni raggio ricoprir del vero

a questa che del mondo è sì gran parte?

– No, – rispose ella – anzi la fé di Piero

fiavi introdotta ed ogni civil arte;

né già sempre sarà che la via lunga

questi da' vostri popoli disgiunga.

Tempo verrà che fian d'Ercole i segni

favola vile a i naviganti industri,

e i mar riposti, or senza nome, e i regni

ignoti ancor tra voi saranno illustri.

Fia che 'l più ardito allor di tutti i legni

quanto circonda il mar circondi e lustri,

e la terra misuri, immensa mole,

vittorioso ed emulo del sole.

Un uom de la Liguria avrà ardimento

a l'incognito corso esporsi in prima;

né 'l minaccievol fremito del vento,

né l'inospito mar, né 'l dubbio clima,

né s'altro di periglio o di spavento

più grave e formidabile or si stima,

faran che 'l generoso entro a i divieti

d'Abila angusti l'alta mente accheti.

Tu spiegherai, Colombo, a un nuovo polo

lontane sì le fortunate antenne,

ch'a pena seguirà con gli occhi il volo

la fama c'ha mille occhi e mille penne.

Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo

basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne,

ché quel poco darà lunga memoria

di poema dignissima e d'istoria. –

Così disse ella; e per l'ondose strade

corre al ponente e piega al mezzogiorno,

e vede come incontra il sol giù cade

e come a tergo lor rinasce il giorno.

E quando a punto i raggi e le rugiade

la bella aurora seminava intorno,

lor s'offrì di lontano oscuro un monte

che tra le nubi nascondea la fronte.

E 'l vedean poscia procedendo avante,

quando ogni nuvol già n'era rimosso,

a l'acute piramidi sembiante,

sottile invèr la cima e 'n mezzo grosso,

e mostrarsi talor così fumante

come quel che d'Encelado è su 'l dosso

che per propria natura il giorno fuma

e poi la notte il ciel di fiamme alluma.

Ecco altre isole insieme, altre pendici

scoprian alfin, men erte ed elevate;

ed eran queste l'isole Felici,

così le nominò la prisca etate,

a cui tanto stimava i cieli amici

che credea volontarie e non arate

quivi produr le terre, e 'n più graditi

frutti non culte germogliar le viti.

Qui non fallaci mai fiorir gli olivi

e 'l mèl dicea stillar da l'elci cave,

e scender giù da lor montagne i rivi

con acque dolci e mormorio soave,

e zefiri e rugiade i raggi estivi

temprarvi sì che nullo ardor v'è grave;

e qui gli elisi campi e le famose

stanze de le beate anime pose.

A queste or vien la donna, ed: – Omai sète

al fin del corso – lor dicea – non lunge.

L'isole di Fortuna ora vedete,

di cui gran fama a voi ma incerta giunge.

Ben son elle feconde e vaghe e liete,

ma pur molto di falso al ver s'aggiunge. –

Così parlando, assai presso si fece

a quella che la prima è de le diece.

Carlo incomincia allor: – Se ciò concede,

donna, quell'alta impresa ove ci guidi,

lasciami omai por ne la terra il piede

e veder questi inconosciuti lidi,

veder le genti e 'l culto di lor fede

e tutto quello ond'uom saggio m'invìdi,

quando mi gioverà narrar altrui

le novità vedute e dir: <<Io fui!>> –

Gli risponde colei: – Ben degna invero

la domanda è di te, ma che poss'io,

s'egli osta inviolabile e severo

il decreto de' Cieli al bel desio?

ch'ancor vòlto non è lo spazio intero

ch'al grande scoprimento ha fisso Dio,

né lece a voi da l'ocean profondo

recar vera notizia al vostro mondo.

A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso

de' naviganti ir per quest'acque è dato,

e scender là dove è il guerrier rinchiuso

e ridurlo del mondo a l'altro lato.

Tanto vi basti, e l'aspirar più suso

superbir fòra e calcitrar co 'l fato. –

Qui tacque, e già parea più bassa farsi

l'isola prima e la seconda alzarsi.

Ella mostrando gìa ch'a l'oriente

tutte con ordin lungo eran dirette,

e che largo è fra lor quasi egualmente

quello spazio di mar che si frammette.

Pònsi veder d'abitatrice gente

case e culture ed altri segni in sette;

tre deserte ne sono, e v'han le belve

securissima tana in monti e in selve.

Luogo è in una de l'erme assai riposto,

ove si curva il lido e in fuori stende

due larghe corna, e fra lor tiene ascosto

un ampio sen, e porto un scoglio rende,

ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto

che vien da l'alto e la respinge e fende.

S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti

fan due gran rupi segno a' naviganti.

Tacciono sotto i mar securi in pace;

sovra ha di negre selve opaca scena,

e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,

d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.

Fune non lega qui, né co 'l tenace

morso le stanche navi ancora frena.

La donna in sì solinga e queta parte

entrava, e raccogliea le vele sparte.

– Mirate – disse poi – quell'alta mole

ch'a quel gran monte in su la cima siede.

Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole

torpe il campion de la cristiana fede.

Voi con la guida del nascente sole

su per quell'erto moverete il piede;

né vi gravi il tardar, però che fòra,

se non la matutina, infausta ogn'ora.

Ben co 'l lume del dì ch'anco riluce

insino al monte andar per voi potrassi. –

Essi al congedo de la nobil duce

poser nel lido desiato i passi,

e ritrovàr la via ch'a lui conduce

agevol sì ch'i piè non ne fur lassi;

ma quando v'arrivàr, da l'oceano

era il carro di Febo anco lontano.

Veggion che per dirupi e fra ruine

s'ascende a la sua cima alta e superba,

e ch'è fin là di nevi e di pruine

sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.

Presso al canuto mento il verde crine

frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba

ed a le rose tenere: cotanto

puote sovra natura arte d'incanto.

I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio

chiuso d'ombre, fermàrsi a piè del monte;

e come il ciel rigò co 'l novo raggio

il sol, de l'aurea luce eterno fonte:

– Su su – gridaro entrambi, e 'l lor viaggio

ricominciàr con voglie ardite e pronte.

Ma esce non so donde, e s'attraversa

fèra serpendo orribile e diversa.

Inalza d'oro squallido squamose

le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,

arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose

tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira;

or rientra in se stessa, or le nodose

ruote distende, e sé dopo sé tira.

Tal s'appresenta a la solita guarda,

né però de' guerrieri i passi tarda.

Già Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,

ma l'altro grida a lui: – Che fai? che tente?

per isforzo di man, con arme tale

vincer avisi il difensor serpente? –

Egli scote la verga aurea immortale

sì che la belva il sibilar ne sente,

e impaurita al suon, fuggendo ratta,

lascia quel varco libero e s'appiatta.

Più suso alquanto il passo a lor contende

fero leon che rugge e torvo guata,

e i velli arrizza, e le caverne orrende

de la bocca vorace apre e dilata.

Si sferza con la coda e l'ire accende,

ma non è pria la verga a lui mostrata

ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia

l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.

Segue la coppia il suo camin veloce,

ma formidabile oste han già davante

di guerrieri animai, vari di voce,

vari di moto, vari di sembiante.

Ciò che di mostruoso e di feroce

erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante

par qui tutto raccolto, e quante belve

l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.

Ma pur sì fero essercito e sì grosso

non vien che lor respinga o che resista,

anzi (miracol novo) in fuga è mosso

da un picciol fischio e da una breve vista.

La coppia omai vittoriosa il dosso

de la montagna senza intoppo acquista,

se non se in quanto il gelido e l'alpino

de le rigide vie tarda il camino.

Ma poi che già le nevi ebber varcate

e superato il discosceso e l'erto,

un bel tepido ciel di dolce state

trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.

Aure fresche mai sempre ed odorate

vi spiran con tenor stabile e certo,

né i fiati lor, sì come altrove sòle,

sopisce o desta, ivi girando, il sole;

né, come altrove suol, ghiacci ed ardori

nubi e sereni a quelle piaggie alterna,

ma il ciel di candidissimi splendori

sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,

e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,

a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.

Siede su 'l lago e signoreggia intorno

i monti e i mari il bel palagio adorno.

I cavalier per l'alta aspra salita

sentiansi alquanto affaticati e lassi,

onde ne gian per quella via fiorita

lenti or movendo or fermando i passi.

Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita

l'asciutte labbia, alto cader da' sassi

e da una larga vena, e con ben mille

zampilletti spruzzar l'erbe di stille.

Ma tutta insieme poi tra verdi sponde

in profondo canal l'acqua s'aduna,

e sotto l'ombra di perpetue fronde

mormorando se 'n va gelida e bruna,

ma trasparente sì che non asconde

de l'imo letto suo vaghezza alcuna;

e sovra le sue rive alta s'estolle

l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

– Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio

che mortali perigli in sé contiene.

Or qui tener a fren nostro desio

ed esser cauti molto a noi conviene:

chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio

di queste del piacer false sirene,

così n'andrem fin dove il fiume vago

si spande in maggior letto e forma un lago. –

Quivi de' cibi preziosi e cara

apprestata è una mensa in su le rive,

e scherzando se 'n van per l'acqua chiara

due donzellette garrule e lascive,

ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara

chi prima a un segno destinato arrive.

Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso

scoprono alfin dopo il celato corso.

Mosser le natatrici ignude e belle

de' duo guerrieri alquanto i duri petti,

sì che fermàrsi a riguardarle; ed elle

seguian pur i loro giochi e i lor diletti.

Una intanto drizzossi, e le mammelle

e tutto ciò che più la vista alletti

mostrò, dal seno in suso, aperto al cielo;

e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.

Qual matutina stella esce de l'onde

rugiadosa e stillante, o come fuore

spuntò nascendo già da le feconde

spume de l'ocean la dea d'amore,

tal apparve costei, tal le sue bionde

chiome stillavan cristallino umore.

Poi girò gli occhi, e pur allor s'infinse

que' duo vedere e in sé tutta si strinse;

e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto

in un sol nodo, immantinente sciolse,

che lunghissimo in giù cadendo e folto

d'un aureo manto i molli avori involse.

Oh che vago spettacolo è lor tolto!

ma non men vago fu chi loro il tolse.

Così da l'acque e da' capelli ascosa

a lor si volse lieta e vergognosa.

Rideva insieme e insieme ella arrossia,

ed era nel rossor più bello il riso

e nel riso il rossor che le copria

insino al mento il delicato viso.

Mosse la voce poi sì dolce e pia

che fòra ciascun altro indi conquiso:

– Oh fortunati peregrin, cui lice

giungere in questa sede alma e felice!

Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro

de le sue noie, e quel piacer si sente

che già sentì ne' secoli de l'oro

l'antica e senza fren libera gente.

L'arme, che sin a qui d'uopo vi foro,

potete omai depor securamente

e sacrarle in quest'ombra a la quiete,

ché guerrier qui solo d'Amor sarete,

e dolce campo di battaglia il letto

fiavi e l'erbetta morbida de' prati.

Noi menarenvi anzi il regale aspetto

di lei che qui fa i servi suoi beati,

che v'accorrà nel bel numero eletto

di quei ch'a le sue gioie ha destinati.

Ma pria la polve in queste acque deporre

vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa tòrre. –

L'una disse così, l'altra concorde

l'invito accompagnò d'atti e di sguardi,

sì come al suon de le canore corde

s'accompagnano i passi or presti or tardi.

Ma i cavalieri hanno indurate e sorde

l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi,

e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce

di fuor s'aggira e solo i senso molce.

E se di tal dolcezza entro trasfusa

parte penètra onde il desio germoglie,

tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa

sterpa e riseca le nascenti voglie.

L'una coppia riman vinta e delusa,

l'altra se 'n va, né pur congedo toglie.

Essi entràr nel palagio, esse ne l'acque

tuffàrsi: la repulsa a lor sì spiacque.