CANTO QUINTO

By Ludovico Ariosto

Un capitan che d'inclito e di saggio

e di magno e d'invitto il nome merta,

non dico per ricchezze o per lignaggio,

ma perché spesso abbia fortuna esperta,

non si suol mai fidar sì nel vantaggio,

che la vittoria si prometta certa:

sta sempre in dubbio ch'aver debbia cosa

da ripararsi il suo nimico ascosa.

Sempre gli par veder qualche secreta

fraude scoccar, ch'ogni suo onor confonda:

ché pur là dove è più tranquilla e queta,

più perigliosa è l'acqua e più profonda;

perciò non mai prosperità sì lieta

né tal baldanza a' suoi desir seconda,

che lasciar voglia gli ordini e i ripari

che faria avendo uomini e Dei contrari.

Io 'l dirò pur, se bene audace parlo,

che quivi errò quel sì lodato ingegno

col qual paruto era più volte Carlo

saggio e prudente e più d'ogn'altro degno:

ma il vincer Cardorano, e vinto trarlo,

glorioso spettacolo, al suo regno,

quivi gli avea così occupati i sensi,

ch'altro non è che ascolti, vegga e pensi.

Né si scema sua colpa, anzi augumenta,

quando di Gano il mal consiglio accusi.

Per lui vuol dunque ch'altri vegga o senta,

et ei star tuttavia con gli occhi chiusi?

Dunque l'aloppia Gano e lo addormenta,

e tutti gli altri ha dai segreti esclusi?

Ben seria il dritto che tornasse il danno

solamente su quei che l'error fanno.

Ma, pel contrario, il populo innocente,

il cui parer non è chi ascolti o chieggia,

è le più volte quel che solamente

patisce quanto il suo signor vaneggia.

Carlo, che non ha tempo che di gente,

né che d'altro ripar più si proveggia,

quella con diligenzia, che si trova,

tutta rivede e gli ordini rinova.

E come che passar possa la Molta

sul ponte che v'è già fatto a man destra,

e sua gente ne li ordini raccolta

ritrarre ai monti et alla strada alpestra;

e ver' le terre Franche indi dar volta,

o dove creda aver la via più destra:

pur ogni condizion dura et estrema

vuol patir, prima che mostrar che tema.

Or quel muro ch'opposto avea alla terra

tra un fiume e l'altro con sì lungo tratto,

fa con crescer di fosse, e legne e terra,

più forte assai che non avea già fatto;

e con gente a bastanza i passi serra,

acciò non, mentre attende ad altro fatto,

questi di Praga, ritrovato il calle

di venir fuor, l'assaltino alle spalle.

L'un nimico avea dietro e l'altro a fronte,

e vincer quello e questo animo avea.

L'esercito de' Barbari su al monte

passò l'Albi, vicino ove sorgea.

Carlo tenea sopra l'altr'acqua il ponte,

ch'uscìa verso la selva di Medea;

e quello alla sua gente, che divise

in tre battaglie, al destro fianco mise.

E così fece che 'l sinistro lato

non men difeso era da l'altro fiume:

si pose dietro l'argine e il steccato,

da non poter salir senza aver piume.

Il corno destro ad Olivier fu dato,

del sangue di Borgogna inclito lume,

che cento fanti avea per ogni fila,

le file cento, con cavai seimila.

Ebbe il Danese in guardia l'altro corno,

con numer par de fanti e de cavalli.

L'imperator, di drappo azurro adorno

tutto trapunto a fior de gigli gialli,

reggea nel mezo; e i Paladini intorno,

duchi, marchesi e principi vassalli,

e sette mila avea di gente equestre,

e duplicato numero pedestre.

All'incontro, il stuol barbaro, diviso

in tre battaglie, era venuto inanti,

men d'una lega appresso a questi assiso,

e similmente avea i dui fiumi ai canti.

Cento settanta mila era il preciso

numer, ch'un sol non ne mancava a tanti;

e in ogni banda con ugual porzioni

partiti i cavalli erano e i pedoni.

Ogni squadra de' Barbari non manco

ivi quel giorno stata esser si crede,

che tutto insieme fosse il popul franco,

quanto ve n'era, chi a caval, chi a piede:

ma tal ardir e tal valor, tal anco

ordine avean questi altri, e tanta fede

nel suo signor, d'ingegno e di prudenza,

che ciascun valer quattro avea credenza.

Ma poi sentir, che si trovar in fatto,

che pur troppo era un sol, non che a bastanza;

né di quella battaglia ebbono il patto

che lor promesso avea lor arroganza:

e potea Carlo rimaner disfatto

se Dio, che salva ch'in lui pon speranza,

non gli avesse al bisogno proveduto

d'un improviso e non sperato aiuto.

E non poteron sì l'insidie astute,

l'arte e l'ingan del traditor crudele,

che non potesse più chi per salute

nostra morendo, volse bere il fele:

Gano le ordì, ma al fin l'Alta virtute

fece in danno di lui tesser le tele:

lo fe' da Bradamante e da Marfisa

metter prigione, e detto v'ho in che guisa.

Quelle gli avean già ritrovato adosso

lettere e contrasegni e una patente,

per le quali apparea che Gano mosso

non s'era a tòr Marsiglia di sua mente,

ma che venuto il male era da l'osso:

Carlo n'era cagion principalmente;

e vider scritto quel ch'in mar appresso

per distrugger Ruggier s'era commesso.

E leggendo, Marfisa vi trovoro

e Ruggier traditori esser nomati,

perché, partiti da le guardie loro,

in favor di Rinaldo erano andati;

e per questo ribelli ai gigli d'oro

eran per tutto il regno divulgati;

e Carlo avea lor dietro messo taglia,

sperando averli in man senza battaglia.

Marfisa, che sapea che alcun errore,

né suo né del fratello, era precorso,

pel qual dovesse Carlo imperatore

contr'essi in sì grand'ira esser trascorso,

di giusto sdegno in modo arse nel core,

che, quanto ir si potea di maggior corso,

correr penso in Boemia e uccider Carlo,

che non potrian suoi Paladin vietarlo.

E ne parlò con Bradamante, e appresso

col Selvaggio Guidon, ch'ivi era allora:

ché Mont'Alban gli avea il fratel commesso

che vi dovesse far tanta dimora

che Malagigi, come avea promesso,

venisse; e l'aspettava d'ora in ora

per dar a lui la guardia del castello,

e poi tornar in campo al suo fratello.

Marfisa ne parlò, come vi dico,

ai dui germani, e gli trovò disposti

che s'abbia a trattar Carlo da nimico

e far che l'odio lor caro gli costi;

che si meni con lor Gano, il suo amico,

e che s'un par di forche ambi sian posti;

e che si scanni, tronchi, tagli e fenda

qualunque d'essi la difesa prenda.

Guidon, ch'andar con lor facea pensiero

né lasciar senza guardia Mont'Albano,

espedì allora allora un messaggiero,

ch'andò a far fretta al frate di Viviano;

e gli parve che fosse quel scudiero

che tratto avea quivi legato Gano;

per narrar lui che la figlia d'Amone

libera e sciolta, e Gano era prigione.

Sinibaldo, il scudier, calò del monte

e verso Malagigi il camin tenne;

e noi potendo aver in Agrismonte,

più lontan per trovarlo ir gli convenne.

Ma il dì seguente Alardo entrò nel ponte

di Mont'Albano; e bene a tempo venne,

ché, lui posto in suo loco, entrò in camino

Guidon, senza aspettar più il suo cugino.

Egli e le donne, tolto i loro arnesi,

in Armaco e a Tolosa se ne vanno

due donzelle e tre paggi avendo presi,

col conte di Pontier che legato hanno.

Lasciànli andar, che forse più cortesi

che non ne fan sembianti, al fin seranno:

diciam del messo il qual da Mont'Albano

vien per trovar il frate di Viviano.

Non era in Agrismonte, ma in disparte,

tra certe grotte inaccessibil quasi,

dove imagini sacre, sacre carte,

sacri altar, pietre sacre e sacri vasi,

et altre cose appartinenti all'arte,

de le quai si valea per vari casi,

in un ostello avea ch'in cima un sasso

non ammettea, se non con mani, il passo.

Sinibaldo, che ben sapea il camino

(ché vi venne talor con Malagigi,

del qual da' tener'anni piccolino

fin a' più forti stato era a' servigi),

giunse all'ostello, e trovò l'indovino

ch'avea sdegno coi spirti aerii e stigi,

ché scongiurati avendoli due notti

gli lor silenzi ancor non avea rotti.

Malagigi volea saper s'Orlando

nimico di Rinaldo era venuto,

sì come in apparenza iva mostrando,

o pur gli era per dar secreto aiuto:

perciò due notti i spirti scongiurando,

l'aria e l'inferno avea trovato muto;

ora s'apparecchiava al ciel più scuro

provar il terzo suo maggior scongiuro.

La causa che tenean lor voci chete

non sapeva egli, et era nigromante;

e voi non nigromanti lo sapete,

mercé che già ve l'ho narrato inante.

Quando contra l'imperio ordì la rete

Alcina, s'ammutiro in un instante,

eccetto pochi, che serbati fòro

da quelle Fate alli servigi loro.

Malagigi, al venir di Sinibaldo,

molto s'allegra udendo la novella

che sia di man del traditor ribaldo

in libertà la sua cugina bella,

e ch'in la gran fortezza di Rinaldo

si truovi chiuso in potestà di quella;

e gli par quella notte un anno lunga,

che veder Gano preso gli prolunga.

Perciò s'affretta con la terza prova

di vincer la durezza dei demoni;

e con orrendo murmure rinova

preghi, minacce e gran scongiurazioni,

possenti a far che Belzebù si mova

con le squadre infernali e legioni.

La terra e il cielo è pien di voci orrende;

ma del confuso suon nulla s'intende.

Il mutabil Vertunno, ne l'anello

che Sinibaldo avea sendo nascosto

(sapete già come fu tolto al fello

Gan di Maganza, e in altro dito posto:

non che 'l scudier virtù sapesse in quello,

ma perché il vedea bello e di gran costo),

Vertunno, a cui il parlar non fu interdetto,

là si trovò con gli altri spirti astretto.

E perché il silinguagnolo avea rotto,

narrò di Gano l'opera volpina,

ch'a prender varie forme l'avea indotto

per por Rinaldo e i suoi tutti in ruina;

e gli narrò l'istoria motto a motto,

e da Gloricia cominciò e d'Alcina,

fin che sul molo Bradamante ascesa

per fraude fu con la sua terra presa.

Maravigliossi Malagigi, e lieto

fu ch'un spirto a sé incognito gli avesse

a caso fatto intendere un secreto

che saper d'alcun altro non potesse.

L'anel in ch'era chiuso il spirto inquieto,

nel dito onde lo tolse, anco rimesse;

e la mattina andò verso Rinaldo,

pur con la compagnia di Sinibaldo.

Rinaldo dava il guasto alla campagna

de li Turoni e la città premea;

ché, costeggiando Arverni e quei di Spagna,

col lito di Pittoni e di Bordea,

se gli era il pian renduto e la montagna,

né fatto colpo mai di lancia avea:

ma già per l'avvenir così non fia,

poi ch'Orlando al contrasto gli venia.

Orlando amò Rinaldo, e gli fu sempre

a far piacer e non oltraggio pronto;

ma questo amore è forza che distempre

il veder far del re sì poco conto.

Non sa trovar ragion per la qual tempre

l'ira c'ha contra lui per questo conto:

cagion non gli può alcuna entrar nel core,

che scusi il suo cugin di tanto errore.

Or se ne vien il paladino innanti

quanto più può verso Rinaldo in fretta;

e seco ha cavallieri, arcieri e fanti,

varie nazion, ma tutta gente eletta.

Sa Rinaldo ch'ei vien; né fa sembianti

quali far debbe chi 'l nimico aspetta:

tanto sicur di quello si tenea

ch'in nome suo detto 'l demon gli avea.

Da campo a Torse, ove era, non si mosse,

né curò d'alloggiarsi in miglior sito.

È ver che nel suo cuor maravigliosse

che, dopo che Terigi era partito,

avisato dal conte più non fosse,

per tramar quanto era tra loro ordito:

molto di ciò maravigliossi, e molto

ch'avessi il baston d'or contra sé tolto;

e non gli avesse innanzi un dei mal nati

del scelerato sangue di Maganza

mandato a castigar de li peccati

indegni di trovar mai perdonanza:

ma tal contrari non puon far che guati

fuor di quanto gli mostra la fidanza,

né che per suo vantaggio se gli affronti,

dove vietar gli possa guadi o ponti.

Ben mostra far provision; ma solo

fa per dissimulare e per coprire

l'accordo ch'aver crede col figliuolo

del buon Milon, da non poter fallire.

Ma 'l Conte, che non sa di Gano il dolo,

fa le sue genti gli ordini seguire;

né questa né altra cosa pretermette,

ch'a valoroso capitan si spette.

Alla sua giunta, tutti i passi tolle,

che non venga a Rinaldo vettovaglia;

e di quanti ne prese, alcun non volle

vivo serbar, ma impicca e i capi taglia.

Quel donde più Rinaldo d'ira bolle,

è che 'l cugin fa publicar la taglia,

la qual su la persona il re de' Franchi

bandita gli ha di cento mila franchi.

Et ha fatto anco publicar per bando

che 'l re vuol perdonar a tutti quelli

che verran ne l'esercito d'Orlando

e lasceran Rinaldo e gli fratelli.

Rinaldo al fin si vien certificando

ch'Orlando esser non vuol de li ribelli;

e si conosce, in somma, esser tradito,

ma quando non vi può prender partito.

Vede che se non vien al fatto d'arme,

ancor che noi può far con suo vantaggio,

di fame sarà vinto, se non d'arme,

ch'a lui nave ir non può né cariaggio;

e teme appresso, che la gente d'arme

un giorno non si levi a farli oltraggio:

ché non è cosa che più presto chiame

a ribellarsi un campo, che la fame.

Mirava le sue genti, e gli parea

che di febre sentissero ribrezo:

sì la giunta d'Orlando ognun premea,

ch'avean creduto dover star di mezo.

Rinaldo, poiché forza lo traea,

fece tutto il suo campo uscir del rezo,

e cautamente, in quattro schiere armato,

al Conte il fe' veder fuor del steccato.

Già prima i fanti e i cavallieri avea

con Unuldo partito e con Ivone;

quei di Medoco il duca conducea,

con quei di Villanova e di Rione,

da San Macario, l'Aspara e Bordea,

Selva Maggior, Caorsa e Talamone,

e gli altri che dal mar fino in Rodonna

tra Cantello s'albergano e Garonna.

Usciti erano gli Auscii e gli Tarbelli

sotto i segni d'Unuldo alla campagna;

gli Cotueni e gli Ruteni, e quelli

de le vallee che Dora e Niva bagna;

e gli altri che le ville e gli castelli

quasi vuoti lasciar de la montagna

che già natura alzò per muro e sbarra

al furore aquitano e di Navarra.

Rinaldo gli Vassari e gli Biturgi,

Tabali, Petrocori avea in governo,

e Pittoni e gli Movici e Cadurgi,

con quei che scesi eran dal monte Arverno;

e quei ch'avean tra dove, Loria, surgi,

e dove è meta al tuo viaggio eterno,

le montagne lasciate e le maremme,

con quei di Borgo, Blaia et Angolemme.

Et oltre a questi, avea d'altro paese

e fanti e cavallier di buona sorte;

di quai parte avea prima, e parte prese

dal suo signor, quando partì di corte;

tutti all'onor di lui, tutti all'offese

di suoi nimici pronti sino a morte.

Dato avea in guardia questo stuol gagliardo

a Ricciardetto et al fratel Guicciardo.

Unuldo d'Aquitania era nel destro,

Ivo sul fiume avea il sinistro corno;

de la schiera di mezo fu il maestro

Rinaldo, che quel dì molto era adorno

d'un ricco drappo di color cilestro

sparso di pecchie d'or dentro e d'intorno,

che cacciate parean dal natio loco

da l'ingrato villan con fumo e foco.

E perché ad ogni incommodo occorresse

(che non men ch'animoso, era discreto),

contra quei de la terra il fratei messe,

con buona gente, per far lor divieto

che, mentre gli occhi e le man volte avesse

a quei dinanzi, non venisser drieto,

o venisser da' fianchi, e con gran scorno,

oltre il danno, gli dessero il mal giorno.

Da l'altra parte il capitan d'Anglante

quelli medesimi ordini gli oppone:

fa lungo il fiume andar Teone innante,

figliuolo e capitan di Tassillone;

da l'altro corno al conte di Barbante,

alla schiera di mezo egli s'oppone.

Bianca e vermiglia avea la sopravesta,

ma di ricamo d'or tutta contesta.

Ne l'un quartiero e l'altro la figura

d'un rilevato scoglio avea ritratta,

che sembra dal mar cinto, e che non cura

che sempre il vento e l'onda lo combatta.

L'uno di qua, l'altro di là procura

pigliar vantaggio, e le sue squadre adatta

con tal rumor e strepito di trombe

che par che triemi il mar e 'l ciel ribombe.

Già l'uno e l'altro avea, con efficace

et ornato sermon, chiaro e prudente,

cercato d'animar e fare audace

quanto potuto avea più la sua gente.

Era d'ambi gli eserciti capace

il campo, sino al mar largo e patente;

ché non s'era indugiato a questo giorno

a levar boschi e far spianate intorno.

Gli corridori e l'arme più leggiere,

e quei che i colpi lor credono al vento,

or lungi, or presso, intorno alle bandiere

scorrono il pian con lungo avvolgimento;

mentre gli uomini d'arme e le gran schiere

vengon de' fanti a passo uguale e lento,

sì che né picca a picca o piede a piede,

se non quanto vuol l'ordine, precede.

L'un capitano e l'altro a chiuder mira

dentro 'l nimico, e poi venirli a fianco.

Teon, per questo, il corno estende e gira,

e Ivo il simil fa dal lato manco.

Andar da l'altra parte non s'aspira,

ché l'acqua vi facea sicuro e franco

a Rinaldo il sinistro, al Conte serra

il destro corno il gran fiume de l'Erra.

L'un campo e l'altro venìa stretto e chiuso

con suo vantaggio, stretto ad affrontarsi:

tutte le lance con le punte in suso

poteano a due gran selve assimigliarsi,

le quai venisser, fuor d'ogn'uman uso,

forse per magica arte, ad incontrarsi.

Cotali in Delo esser doveano, quando

andava per l'Egeo l'isola errando.

All'accostarsi, al ritener del passo,

all'abbassar de l'aste ad una guisa,

sembra cader l'orrida Ircina al basso,

che tutta a un tempo sia dal piè succisa:

un fragor s'ode, un strepito, un fracasso,

qual forse Italia udì quando divisa

fu dal monte Apennin quella gran costa

che su Tifeo per soma eterna è imposta.

Al giunger degli eserciti si spande

tutto 'l campo di sangue e 'l ciel di gridi:

a un volger d'occhi in mezo e da le bande

ogni cosa fu piena d'omicidi:

in gran confusion tornò quel grande

ordine, e non è più chi regga o guidi,

o ch'oda o vegga; ché conturba e involve,

assorda e accieca il strepito e la polve.

A ciascuno a bastanza, a ciascun troppo

era d'aver di se medesmo cura.

La fanteria fu per disciorre il groppo,

perduto 'l lume in quella nebbia oscura:

ma quelli da cavallo al fiero intoppo

già non ebbon la fronte così dura;

le prime squadre sùbito e l'estreme

di qua e di là restar confuse insieme.

Le compagnie d'alcuni, che promesso

s'avean di star vicine, unite e strette,

e l'un l'altro in aiuto essersi appresso

né si lasciar se non da morte astrette,

in modo si disciolser che rimesso

non fu più 'l stuol fin che la pugna stette;

e di cento o di più ch'erano stati,

al dipartir non foro i dui trovati.

Ché da una parte Orlando e da l'altra era

Rinaldo entrato, e prima con la lancia

forando petti e più d'una gorgiera,

più d'un capo, d'un fianco e d'una pancia;

poi, l'un con Durindana, e con la fera

Fusberta l'altro, i dui lumi di Francia,

a' colpi, qual fece in Val Flegra Marte,

poneano in rotta e l'una e l'altra parte.

Come nei paschi tra Primaro e Filo,

voltando in giù verso Volana e Goro,

nei mesi che nel Po cangiato ha il Nilo

il bianco uccel ch'a' serpi dà martoro,

veggiàn, quando lo punge il fiero asilo,

cavallo andare in volta, asino e toro,

così veduto avreste quivi intorno

le schiere andar senza pigliar soggiorno.

A Rinaldo parea che, distornando

da quella pugna il cavallier di Brava,

gli suoi sarebbon vincitori, quando

sol Durindana è che gli afflige e grava;

di lui parea il medesimo ad Orlando:

che se da le sue genti il dilungava,

facilmente alli Franchi e alli Germani

cederiano i Pittoni e gli Aquitani.

Perciò l'un l'altro, con gran studio e fretta

e con simil desir, par che procacci

di ritrovarsi, e da la turba stretta

tirarse in parte ove non sia ch'impacci.

Per vietarli il camin nessun gli aspetta,

non è chi lor s'opponga o che s'affacci;

ma in quella parte ove gli veggon volti,

tutti le spalle dàn, nissuno i volti.

Come da verde margine di fossa

dove trovato avean lieta pastura,

le rane soglion far sùbita mossa

e ne l'acqua saltar fangosa e scura

se da vestigio uman l'erba percossa

o strepito vicin lor fa paura;

così le squadre la campagna aperta

a Durindana cedono e a Fusberta.

Gli duo cugin, di lance proveduti

(che d'olmo l'un, l'altro l'avea di cerri),

s'andaro incontro, e i lor primi saluti

furo abbassarsi alle visiere i ferri.

Gli dui destrier, che senton con ch'acuti

sproni alli fianchi il suo ciascun afferri,

si vanno a ritrovar con quella fretta

che uccel di ramo o vien dal ciel saetta.

Negli elmi si feriro a mezo 'l campo

sotto la vista, al confinar dei scudi:

suonar come campane, e gittar vampo,

come talor sotto 'l martel gl'incudi.

Ad amendui le fatagion fur scampo,

che non potero entrarvi i ferri crudi:

l'elmo d'Almonte e l'elmo di Mambrino

difese l'uno e l'altro Paladino.

Il cerro e l'olmo andò, come se stato

fosser di canne, in tronchi e in schegge rotto:

messe le groppe Brigliador sul prato,

ma, come un caprio snel, sorse di botto.

L'uno e l'altro col freno abbandonato,

dove piacea al cavallo, era condotto,

coi piedi sciolti e con aperte braccia,

roverscio a dietro, e parea morto in faccia.

Poi che per la campagna ebbono corso

di più di quattro miglia il spazio in volta,

pur rivenne la mente al suo discorso,

e la memoria sparsa fu raccolta:

tornò alla staffa il piè, la mano al morso,

e rassettati in sella dieder volta;

e con le spade ignude aspra tempesta

portaro al petto, agli omeri e alla testa.

Tutto in un tempo, d'un parlar mordente

Rinaldo a ferir venne, e di Fusberta,

al cavallier d'Anglante, e insiememente

gli dice — Traditor — a voce aperta;

e la testa che l'elmo rilucente

tenea difesa, gli fe' più che certa

ch'a far colpo di spada di gran pondo

si ritrovava altro che Orlando al mondo.

Per l'aspro colpo il senator romano

si piegò fin del suo destrier sul collo;

ma tosto col parlare e con la mano

ricompensò l'oltraggio e vendicollo:

gli fe' risposta che mentia, e villano

e disleal e traditor nomollo;

e la lingua e la mano a un tempo sciolse

e quella il core e questa l'elmo colse.

Multiplicavan le minacce e l'ire,

le parole d'oltraggio e le percosse;

né l'un l'altro potea tanto mentire

che detto traditor più non gli fosse.

Poi che tre volte o quattro così dire

si sentì Orlando dal cugin, fermosse;

e pianamente domandollo come

gli dava, e per che causa, cotal nome.

Con parole confuse gli rispose

Rinaldo, che di còlera ardea tutto;

Carlo, Orlando e Terigi insieme pose

in un fastel, da non ne trar construtto:

come si suol rispondere di cose

donde quel che dimanda è meglio instrutto.

— Pian, pian, fa ch'io t'intenda, — dicea Orlando

— cugino; e cessi intanto l'ira e 'l brando. —

In questo tempo i cavallieri e i fanti

per tutto il campo fanno aspra battaglia,

né si vede anco in mezo, né dai canti

qual parte abbia vantaggio e che più vaglia.

Le trombe, i gridi, i strepiti son tanti,

che male i duo cugin alzar, che vaglia,

la voce ponno, e far sentir di fuore

perché l'un l'altro chiami traditore.

Per questo fur d'accordo di ritrarsi

e diferir la pugna al nuovo sole;

poi, la mattina, insieme ritrovarsi

nel verde pian con le persone sole;

e qual fosse di lor certificarsi

il traditor, con fatti e con parole.

Fatto l'accordo, dier subito volta,

e per tutto sonar féro a raccolta.

Al dipartir vi fur pochi vantaggi;

pur, s'alcun ve ne fu, Rinaldo l'ebbe:

che, oltre che prigioni e carriaggi

vi guadagnasse, a grand'util gli accrebbe,

ché alloggiò dove aver da li villaggi

copia di vettovaglie si potrebbe.

L'altra mattina, com'era ordinato,

si trovò solo alla campagna armato.

Scendono a basso a Basilea et al Reno,

e van lungo le rive insino a Spira,

lodando il ricco e di cittadi pieno

e 'l bel paese ove il gran fiume gira.

Entrano quindi alla Germania in seno,

e son già a Norimbergo, onde la mira

lontan si può veder de la montagna

che la Boemia serra da la Magna.

Venner, continuando il lor viaggio,

su 'n monte onde vedean giù ne la valle

la pugna che Sassoni, Ungari e Traci

facean crudel contra i Francesi audaci:

e gli aveano a tal termine condotti,

per esser tre, come io dicea, contr'uno;

e sì gli avean ne l'antiguardia rotti,

che senza volger volto fuggia ognuno:

né per fermargli i capitani dotti

de la milizia avean riparo alcuno;

anzi, i primi che 'n fuga erano volti,

i secondi e i terzi ordini avean sciolti.

L'ardite donne, con Guidone, e 'nsieme

gli altri venuti seco a questa via,

sul monte si fermar che da l'estreme

rive d'intorno tutto il pian scopria:

dove sì Carlo e li suoi Franchi preme

la gente di Sansogna e d'Ungheria,

e l'altre varie nazioni miste,

barbare e greche, ch'a pena resiste.

Con gran cavalleria russa e polacca,

l'esercito di Slesia e di Sansogna

guida Gordamo; e sì fiero s'attacca

con la gente di Fiandra e di Borgogna,

e sì l'ha rotta, tempestata e fiacca

al primo incontro, che fuggir bisogna;

né può Olivier fermargli, ch'è lor guida,

e prega invano e 'nvan minaccia e grida.

Or, mentre questo et or quell'altro prende

ne le spalle, nel collo e ne le braccia,

volge per forza l'un, l'altro riprende,

che 'l nemico veder non voglia in faccia;

Gordamo di traverso a lui si stende,

e s'un corsier ch'a tutta briglia caccia

sì con l'urto il percuote e sì l'afferra

con la gross'asta, che lo stende in terra.

Non lunge da Olivier era un Gherardo

et un Anselmo: il primo è di sua schiatta,

ché di don Buovo nacque, ma bastardo

(però avea il nome del vecchio da Fratta);

il secondo fiamingo, il cui stendardo

seguia una schiera in sue contrade fatta:

restar questi dui soli alle difese,

fuggendo gli altri, del gentil marchese.

Gherardo col caval d'Olivier venne,

e si volea accostar perché montassi;

et Anselmo, menando una bipenne,

gli andava innanzi e disgombrava i passi:

quando Gordamo alzò la spada, e fenne

con un gran colpo i lor disegni cassi:

ché da la fronte agli occhi a quello Anselmo

divise il capo, e non li valse l'elmo.

Tutto ad un tempo, o con poco intervallo,

con la spada a due man menò Baraffa,

venuto quivi con Gordamo, et hallo

accompagnato il dì sempre alla staffa;

e le gambe troncò dietro al cavallo

de l'altro sì, che parve una giraffa:

ch'alto dinanzi e basso a dietro resta.

Sopra Gherardo ognun picchia e tempesta;

e tanto gli ne dàn che l'hanno morto

prima ch'aiutar possa il suo parente.

Dolse a Olivier vederli far quel torto,

ma vendicar non lo potea altrimente;

perché, da terra a gran pena risorto,

avea da contrastar con troppa gente;

pur, quanto lungo il braccio era e la spada,

dovunque andasse si facea far strada.

E se non fosser stati sì lontani

da lui suoi cavallieri in fuga volti,

che fuggian come il cervo inanzi a' cani

o la perdice alli sparvieri sciolti;

tra lor per forza de piedi e di mani

saria tornato, e gli avria ancor rivolti:

ma che speme può aver perché contenda

che forza è ch'egli muoia o che s'arrenda?

Ecco Gordamo, senza alcun rispetto

ch'egli a cavallo e ch'Olivier sia a piede,

arresta un'altra lancia, e 'n mezzo il petto

a tutta briglia il Paladino fiede;

e lo riversa sì, che de l'elmetto

una percossa grande al terren diede.

Tosto ch'in terra fu, sentì levarsi

l'elmo dal capo, e non potere aitarsi:

ché li son più di venti adosso a un tratto,

su le gambe, sul petto e su le braccia;

e più di mille un cerchio gli hanno fatto:

altri il percuote et altri lo minaccia;

chi la spada di mano, chi gli ha tratto

dal collo il scudo, e chi l'altre arme slaccia.

Al duca di Sansogna al fin si rende,

che lo manda prigione alle sue tende.

Se non tenea Olivier, quando avea ancora

l'arme e la spada, la sua gente in schiera,

come fermarla e come volgerl'ora

potrà, che disarmato e prigion era?

Fuggesi l'antiguardia, et apre e fora

l'altra battaglia, e l'urta in tal maniera

che, confondendo ogn'ordine, ogni metro,

seco la volge e seco porta indietro.

E perché Praga è lor dopo le spalle,

i fiumi a canto e gli Alemanni a fronte,

non sanno ove trovar sicuro calle

se non a destra, ov'era fatto il ponte;

e però a quella via sgombran la valle

con li pedoni i cavallieri a monte;

ma non riesce, perché già re Carlo

preso avea il passo e non volea lor darlo.

Carlo, che vede scompigliata e sciolta

venir sua gente in fuga manifesta,

la via del ponte gli ha sùbito tolta,

perché ritorni, o ch'ivi faccia testa;

né vi può far però ripar, ché molta

l'arme abbandona e di fuggir non resta;

e qualche un, per la tema che l'affretta,

lascia la ripa e nel fiume si getta.

Altri s'affoga, altri nuotando passa,

altri il corso de l'acqua in giro mena;

chi salta in una barca e 'l caval lassa,

chi lo fa nuotar dietro alla carena;

o dove un legno appare, ivi s'ammassa

la folta sì, che, di soverchio piena,

o non si può levar se non si scarca,

o nel fondo tra via cade la barca.

Non era minor calca in su l'entrata

del ponte, che da Carlo era difesa;

e sì cresce la gente spaventata,

a cui più d'ogni biasmo il morir pesa,

che 'l re non pur, con tutta quella armata

che seco avea, ne perde la contesa,

ma, con molt'altri uomini e bestie a monte,

nel fiume è rovesciato giù del ponte.

Carlo ne l'acqua giù dal ponte cade,

e non è chi si fermi a darli aiuto;

che sì a ciascun per sé da fare accade,

che poco conto d'altri ivi è tenuto:

quivi la cortesia, la caritade,

amor, rispetto, beneficio avuto,

o s'altro si può dire, è tutto messo

da parte, e sol ciascun pensa a se stesso.

Se si trovava sotto altro destriero

Carlo, che quel che si trovò quel giorno,

restar potea ne l'acqua di leggiero,

né mai più in Francia bella far ritorno.

Bianco era il buon caval, fuor ch'alcun nero

pelo, che parean mosche, avea d'intorno

il collo e i fianchi fin presso alla coda:

da questo al fin fu ricondotto a proda.