CANTO QUINTO

By Giovanni Pegolotti

Se ma' pietà e paura si strinse

nella mente d'uom vivo per sospetto,

questa di palidezza mi dipinse

quando vidi quel diavol maladetto

roder colui colle taglienti sanne,

che di sangue e di bava tutto 'l petto

si facea lercio, e ambedue le canne

biasciando come porco si gonfiava

«O traditor — dicendo — giuso vanne!»

E da ciascuna man un ne pigliava;

stracciandol cogli unghion come lione,

nella sannuta bocca se 'l gittava.

Del primo disse: «Questi è Ganellone,

che fece el tradimento a Roncisvalle,

dove morîr infinite persone.

Quel che 'n la destra man ti par mi balle

è Maometto, e l'altro si fu Giuda,

che gambettò co' piè, guardando a valle.

Con questa è la gentil brigata cruda

dei Malatesti — alora el diavol disse —

e spesso tormentata a carne nuda.

E quel che 'n bocca poco fa mi misse

è Malatesta, quel da l'occhio cieco

che 'l falso ad Agnolello e a Guido scrisse.

Esso fu della mente doppio e bieco;

sempre alle spalle due diavol gli tenni,

che 'l fen fare a mio senno sanza preco».

Pose a un maligno co' le ciglia cenni

e quello a lui volando fu di botto,

dicendo: «Ecco ch'a te subito venni».

«Con voce reca chiama Galeotto

e gli altri Malatesti che son quivi,

ch'io li vo' macelar come lin cotto

nel bollicame. E que' tre che son ivi

vedran sì come i mie denti gli schiaccia

e come poi gli caco e tornan vivi».

El primo colla zampa per la faccia

uncinuta percosse, e cogli unghioni

iratamente tra i denti se 'l caccia.

«Traditor Galeotto, i tuo sermoni

falsi e bugiardi, che nel mondo usasti,

pruovan le sanne mie e' mie ramponi».

Indi si volse a Piero e disse: «I pasti

di questi traditor mi piaccion molto

perc'ha la Chiesa e' suo paesi guasti.

Questo, ch'io rodo mo, sempr'ha mal tolto;

ha tradito, rubato, arso e ucciso

fino a l'ultimo dì ch'io l'ho racolto.

Com'io l'avrò colle sanne conquiso

e dentro al ventre mio cotto e digesto,

cacato ch'io l'avrò, sarà reviso.

E quel dolente, che sta là sinestro,

è l'alma di Ciarlon, chiamato sire.

Migliaia di volte l'ho coi denti pesto.

Sì tosto ch'esso cominciò a tradire,

l'anima a me ne venne, e un diavol nero

gli feci in corpo prestamente gire

che lo governa, né mai dire un vero

gli lascia; parla doppio, e ipocresia

finge, e gonfiato sta superbo e altero.

Sempre ben dice e mal fa tuttavia,

ruba, consuma e' suo sudditi sforza,

e, quanto puote e sa, fa soddomia;

comette mal, né mai alcun ne smorza,

e de l'altrui ruine lieto gode;

in romper matrimoni usa sua forza.

Cotali sono, e peggio, le suo lode.

Menalme qua — a un gran diavol disse —

ch'adrieto pur si tira perché m'ode».

E quegli con un raffio lo trafisse

a piè delle mascelle nella gola,

sì che d'un canto a l'altro lo trafisse.

«Vien oltre, traditor! La nostra scola

è di far male a que' male n'han fatto».

Ciarlon tacendo mai non fé parola,

fin ch'a' piè di Satàn si vide tratto.

Quivi gridando disse: «Omè, che vuoi?

Tu mi tormenti e ancor non so' disfatto».

Colui rispose: «Gli argomenti tuoi,

né que' di mastro Ieronimo ancora,

ti camperan, né i silogismi suoi».

Com'avea fatto agli altri, in picciol' ora

tra li denti sel mise, maciullando

el petto e l'ossa e tutta la memora.

Volsesi a Malatesta e disse: «Quando,

romagnuol falso, traditor di vena,

sarà ch'i' t'abbia in tutto al mio comando?

Cun la tua crudeltà guastai Cesena,

e ben cento omicidi i tuoi assilli

hanno già fatto; ma ten darò pena.

Chiamar ti fa' dalla Penna di Billi.

non temi Iddio e de' santi non curi,

colla test'alta vai, piena di grilli.

Pazzo malvagio, i tuo processi duri

veder non voglion uon ch'abbia virtute,

altro che traditori falsi e furi.

Tanto non fu Breus sanza salute,

né Fallaris tiranno co mal piglio,

quanto se' tu. Ma tosto fien compiute

le tradimenta tue, pertervo figlio.

Vien qua da me, ché tu se' tutto mio!»

E coll'artigli lo ferì in sul ciglio.

Esso gridò: - Ohimè, dove son io?

L'anima è tormentata e 'l corpo vive.

D'ogni mal far lassù piglia disio

e 'l diavol che lo guida apunta e scrive

e quaggiù manda a sto diavol maggiore,

ché di pace e di posa lui mi prive».

Allor Lucifer disse: «O traditore,

non ti ricorda quanti crudi scempi

di propia mano hai fatti con furore?

Vergini hai spulzelate e arsi tempi,

adulteri comessi e sacrilegio;

perciò voglio che mo' el ventre m'empi».

E subito nel capo gli diè un fregio;

colle taglienti sanne sì l'apunta,

come lo 'mballator panni di pregio.

Poscia fece al suo dir cotale agiunta.