CANTO QUINTODECIMO.

By Ludovico Ariosto

F U il vincer sem pre mai lauda/ bil cosa

Vincasi o per for/ tuna o per in / gegno

Glie ver che la vittoria sangui nosa

Spesso far suole il capitan men degno,

E quella eternamente e gloriosa

E de i divini honori arriva al segno

Quando servando i suoi senza alcun danno

Si fa che gl'inimici in rotta vanno.

La vostra Signor mio fu degna loda

Quando al Leone in mar tanto feroce

C'havea occupata l'una e l'altra proda

Del Po, da Francolin sin'alla foce,

Faceste si, ch'anchor che ruggir l'oda

S'io vedro voi, non tremero alla voce,

Come vincer si de ne dimostraste

Ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.

Questo il Pagan, troppo in suo danno audace

Non seppe far, che i suoi nel fosso spinse

Dove la fiamma subita e vorace

Non perdono ad alcun, ma tutti estinse,

A tanti non saria stato capace

Tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse

Restrinse i corpi e in polve li ridusse,

Accio c'habile a tutti il luogo fusse.

Undici mila & otto sopra venti

Si ritrovar ne l'affocata buca

Che v'erano discesi mal contenti,

Ma cosi volle il poco saggio Duca,

Quivi fra tanto lume hor sono spenti,

E la vorace fiamma li manuca,

E Rodomonte causa del mal loro

Se ne va esente da tanto martoro.

Che tra nemici alla ripa piu interna

Era passato d'un mirabil salto:

Se con glialtri scendea ne la caverna

Questo era ben il fin d'ogni suo assalto:

Rivolge gliocchi a quella valle inferna

E quando vede il fuoco andar tant'alto

E di sua gente il pianto ode e lo strido:

Bestemmia il ciel con spaventoso grido.

In tanto il Re Agramante mosso havea

Impetuoso assalto ad una porta,

Che mentre la crudel battaglia ardea

Quivi ove e tanta gente afflitta e morta,

Quella sprovista forse esser credea

Di guardia che bastasse alla sua scorta,

Seco era il Re d'Arzilla Bambirago

E Baliverzo d'ogni vitio vago.

E Corineo di Mulga e Prusione

Il ricco Re de l'Isole beate,

Malabuferso che la regione

Tien di Fizan sotto continua estate,

Altri Signori: & altre assai persone

Esperte ne la guerra e bene armate

E molti anchor senza valore e nudi

Che'l cor non s'armerian con mille scudi.

Trovo tutto il contrario al suo pensiero

In questa parte il Re de Saracini,

Perche in persona il capo de l'Impero

V'era Re Carlo, e de suoi Paladini

Re Salamone, & il Danese Ugiero:

Et ambo i Guidi, & ambo gli Angelini:

E'l Duca di Bavera, e Ganelone

E Berlengier, e Avolio, e Avino, eOthone.

Gente infinita poi di minor conto

DeFranchi de Tedeschi e de Lombardi

Presente il suo Signor ciascuno pronto

A farsi riputar fra i piu gagliardi.

Di questo altrove io vo rendervi conto

Ch'ad un gran Duca e forza ch'io riguardi

Ilqual mi grida, e di lontano accenna

E priega ch'io nol lasci ne la penna,

Glie tempo ch'io ritorni ove lasciai

L'aventuroso Astolfo d'Inghilterra

Che'l lungo esilio havendo in odio hormai

Di desiderio ardea de la sua terra:

Come gli n'havea data pur assai

Speme colei ch'Alcina vinse in guerra,

Ella di rimandarvilo havea cura

Per la via piu espedita e piu sicura.

E cosi una Galea fu apparechiata

Di che miglior mai non solco marina,

E perche ha dubbio pur tutta fiata

Che non gli turbi il suo viaggio Alcina,

Vuol Logistilla che con forte armata

Andronica ne vada e Sophrosina

Tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo

De Persi, giunga a salvamento Astolfo.

Piu tosto vuol che volteggiando rada

Gli Scythi, & gl'Indi e i regni Nabathei

E torni poi per cosi lunga strada

A ritrovare i Persi e gli Herythrei,

Che per quel Boreal Pelago vada

Che turban sempre iniqui venti e rei:

E si,qualche stagion, pover di Sole

Che starne senza alcuni mesi suole.

La Fata poi che vide acconcio il tutto

Diede licentia al Duca di partire,

Havendol prima ammaestrato e instrutto

Di cose assai che fora lungo a dire.

E per schivar che non sia piu ridutto

Per arte maga onde non possa uscire,

Un bello & util libro gli havea dato

Che per suo amore havesse ogn'hora allato.

Come l'huom riparar debba agl'incanti

Mostra il libretto che costei gli diede,

Dove ne tratta o piu dietro o piu inanti

Per rubrica e per indice si vede,

Un'altro don gli fece anchor, che quanti

Doni fur mai, di gran vantaggio eccede,

E questo fu d'horribil suono un corno

Che fa fugire ognun che l'ode intorno.

Dico che'l corno e di si horribil suono

Ch'ovunque s'oda fa fuggir la gente,

Non puo trovarsi al mondo un cor si buono

Che possa non fuggir come lo sente,

Rumor di vento e di termuoto, e'l tuono,

A par del suon di questo, era niente ,

Con molto riferir di gratie, prese

Da la Fata licentia il buono Inglese,

Lasciando il porto e l'onde piu tranquille

Con felice aura ch'alla poppa spira

Sopra le ricche e populose ville

De l'odorifera India il Duca gira,

Scoprendo a destra, & a sinistra mille

Isole sparse, e tanto va che mira

La terra di Thomaso, onde il nocchiero

Piu a Tramontana poi volge il sentiero.

Quasi radendo l'Aurea Chersonesso

La bella armata il gran pelago frange,

E costeggiando i ricchi liti spesso

Vede come nel mar biancheggi ilGange,

E Traprobane vede e Cori appresso

E vede il mar che fra i duo liti s'ange

Dopo gran via furo a Cochino, e quindi

Usciro fuor de i termini de gl'Indi.

Scorrendo il Duca il mar con si fedele

E si sicura scorta, intender vuole,

E ne domanda Andronica: se sdele

Parti c'han nome dal cader del Sole

Mai legno alcun che vada a remi e a vele

Nel mare Orientale apparir suole,

E s'andar puo senza toccar mai terra

Chi d'India scioglia inFrancia, o in inghilterre

Tu dei sapere (Andronica risponde,)

Che d'ognintorno il mar la terra abbraccia,

E van l'una ne l'altra tutte l'onde

Sia dove bolle, o doveil mar s'aggiaccia

Ma perche qui davante si difonde

E sotto il mezo di molto si caccia

La terra d'Ethiopia: alcuno ha detto

Ch'aNettunno ir piu inanzi ivi e interdetto.

Per questo dal nostro indico levante

Nave non e che per Europa scioglia

Ne si muove d'Europa Navigante

Ch'in queste nostre parti arrivar voglia,

Il ritrovarsi questa terra avante

E questi e quelli al ritornare invoglia,

Che credeno veggendola si lunga

Che con l'altro Hemisperio si congiunga.

Ma volgendosi gli anni io veggio uscire

Da l'estreme contrade di ponente

Nuovi Argonauti, e nuovi Tiphy: e aprire

La strada ignota in fin'al di presente:

Altri volteggiar l'Africa: e seguire

Tanto la costa de la negra gente

Che passino quel segno onde ritorno

Fa il Sole a noi, lasciando ilCapricorno.

E ritrovar del lungo tratto il fine

Che questo fa parer dui mar diversi.

E scorrer tutti i liti: e le vicine

Isole d'Indi. d'Arabi, e di Persi.

Altri lasciar le destre e le mancine

Rive: che due per opra Herculea fersi:

E del Sole imitando il camin tondo

Ritrovar nuove terre e nuovo mondo.

Veggio la Santa Croce: e veggio i segni

Imperial: nel verde lito eretti.

Veggio altri a guardia de i battuti legni

Altri all'acquisto del paese: eletti,

Veggio da dieci cacciar mille: e i regni

Di la da l'India ad Aragon suggetti:

E veggio i Capitan di Carlo quinto

Dovunque vanno haver per tutto vinto.

Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa

Strada sia stata: e anchor gran tempo stia,

Ne che prima si sappia che la sesta

E la settima eta passata sia,

E serba a farla al tempo manifesta

Che vorra porre il mondo a Monarchia,

Sotto il piu saggio Imperatore e giusto

Che sia stato o sara mai: dopo Augusto.

Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio

Nascer su'l Reno alla sinistra riva

Un Principe: al valor del qual Pareggio

Nessun valor: di cui si parli o scriva:

Astrea veggio per lui riposta in seggio

Anzi di morta ritornata viva:

E le virtu che caccio il mondo: quando

Lei caccio anchora, uscir per lui di bando.

Per questi merti la bonta suprema

Non solamente di quel grande impero

Ha disegnato c'habbia Diadema

C'hebbe Augusto Traian Marco e Severo

Ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema

Che mai ne al sol ne all'anno apre il sentiero

E vuol che sotto a questo imperatore

Solo un'ovile sia , solo un pastore.

E perc'habbian piu facile successo

Gli ordini in Cielo eternamente scritti:

Gli pon la somma providentia appresso

In mare e in terra Capitani invitti,

VeggioHernando cortese, ilqualee ha messo

Nuove citta sotto i Cesarei editti

E Regni in Oriente si remoti

Ch'anoi che siamo in India non son noti.

Veggio Prosper Colonna e di Pescara

Veggio un Marchese, eveggio dopo loro

Un giovene del Vasto, che fan cara

Parer la bella Italia a i Gigli d'Oro,

Veggio ch'entrare inanzi si prepara

Quel terzo a glialtri, a guadagnar l'alloro

Come buon corridor ch'ultimo lassa

Le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.

Veggio tanto il valor veggio la fede

Tanta d'Alfonso (che'l suo nome e questo)

Ch'in cosi acerba eta (che non eccede

Dopo il vigesimo anno anchora il sesto)

L'Imperator l'esercito gli crede

Ilqual salvando salvar non che'l resto

Ma farsi tutto il mondo ubidiente

Con questo capitan sara possente.

Come con questi ovunque andar per terra

Si possa accrescera l'imperio antico,

Cosi per tutto il mar ch'in mezo serra

Di la l'Europa e di qua l'Afro aprico,

Sara vittorioso in ogni guerra

Poi ch'Andrea Doria s'havra fatto amico,

Questo e quel Doria che fa da i Pirati

Sicuro il vostro mar per tutti i lati.

Non fu Pompeio a par di costui degno

Se ben vinse e caccio tutti i corsari,

Perho che quelli al piu possente regno

Che fosse mai, non poteano esser pari,

Ma questo Doria sol col proprio ingegno

E proprie forze purghera quei mari,

Si che da Calpe al Nilo ovunque s'oda

Il nome suo tremar veggio ogni proda.

Sotto la fede entrar sotto la scorta

Di questo capitan di ch'io ti parlo

Veggio in Italia, ove da lui la porta

Gli sara aperta, alla corona Carlo,

Veggio che'l premio che di cio riporta

Non tien per se, ma fa alla patria darlo

Con prieghi ottien ch'in liberta la metta

Dove altri a se l'havria forse suggetta.

Questa pieta ch'egli alla patria mostra

E degna di piu honor d'ogni battaglia,

Ch'in Francia o in Spagna, o ne la terra vostra

Vincesse Iulio o in Africa o in Tessaglia,

Ne il grande Ottavio, ne chi seco giostra

Di par Antonio, in piu honoranza saglia

Pei gesti suoi, ch'ogni lor laude amorza

L'havere usato alla lor patria forza.

Questi & ogn'altro che la patria tenta

Di libera far serva, si arrosisca,

Ne dove il nome d'Andrea Doria senta

di levar gliocchi inviso d'huomo ardisca

Veggio Carlo che'l premio gli augumenta

Ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca

Gli da la ricca terra ch'ai Normandi

Sara principio a farli in Puglia grandi.

A questo Capitan non pur cortese

Il magnanimo Carlo ha da mostrarsi:

Ma a quanti havra ne leCesaree imprese

Del sangue lor non ritrovati scarsi:

D'haver citta d'haver tutto un paese

Donato a un suo fedel, piu ralegrarsi

Lo veggio, e a tutti quei che ne son degni

Che d'acquistar nuov'altri imperii e regni.

Cosi de le vittorie: lequal poi

Ch'un gran numero d'anni sara corso

Daranno a Carlo i capitani suoi:

Facea col Duca Andronica discorso,

E la Compagna in tanto a i venti Eoi

Viene allentando e raccogliendo il morso

E fa c'hor questo hor quel propitio l'esce.

E come vuol li minuisce e cresce.

Veduto haveano in tanto il mar de Persi

Come in si largo spatio si dilaghi,

Onde vicini in pochi giorni fersi

AlGolpho che nomar gliantiqui Maghi,

Quivi pigliaro il porto, e fur conversi

Con la poppa alla ripa, i legni vaghi:

Quindi sicur d'Alcina e di sua guerra

Astolfo il suo camin prese per terra.

Passo per piu d'un campo, e piu d'un bosco

Per piu d'un monte, e per piu d'una valle,

Ove hebbe spesso all'aer chiaro e al fosco

I ladroni hor'inanzi, hor'alle spalle

Vide Leoni e Draghi pien di tosco

Et altre fere attraversarsi il calle:

Ma non si tosto havea la bocca al corno,

Che spaventati gli fuggian d'intorno.

Vien per l'Arabia ch'e detta felice

Ricca di Myrrha, e d'odorato Incenso,

Che per suo albergo l'unica Phenice

E letto s'ha, di tutto il mondo immenso,

Fin che l'onda trovo vendicatrice

Gia d'Israel, che per divin consenso

Pharaone sommerse e tutti i suoi

E poi venne alla terra de gli Heroi.

Lungo il fiume Traiano egli cavalca

Su quel destrier ch'al mondo esenza pare

Che tanto leggiermente e corre e valca

Che ne l'arena l'orma non n'appare

L'herba non pur, non pur la nieve calca,

Coi piedi asciuti andar potria su'l mare:

E si stende al corso e si s'affretta

Che passa e vento, e folgore, e saetta.

Questo e il destrier che fu de l'Argalia

Che di fiamma e di vento era concetto

E senza fieno e biada si nutria

De l'aria pura, e Rabican fu detto,

Venne seguendo il Duca la sua via

Dove da il Nilo a quel fiume ricetto,

E prima che giugnesse in su la foce

Vide un legno venire a se veloce.

Naviga in su la poppa uno Eremita

Con bianca barba a mezo il petto lunga

Che sopra il legno il Paladino invita

E figliuol mio, gli grida dala lunga,

Se non t'e in odio la tua propria vita

Se non brami che morte hoggi ti giunga

Venir ti piaccia su quest'altra arena

Ch'a morir quella via dritto ti mena.

Tu non andrai piu che sei miglia inante

Che troverai la sanguinosa stanza

Dove s'alberga un'horribil Gigante

Che d'otto piedi ogni statura avanza,

Non habbia cavallier ne viandante

Dipartirsi da lui vivo, speranza,

Ch'altri il crudel nescanna, altri ne scuoia

Molti ne squarta, e vivo alcun ne'ngoia .

Piacer, fra tanta crudelta, si prende

D'una rete ch'egli ha molto ben fatta,

Poco lontana al tetto suo la tende

E ne la trita polve in modo appiatta

Che chi prima nol sa, non la comprende

Tanto e sottil, tanto egli ben l'adatta

E con tai gridi i peregrin minaccia

Che spaventati dentro ve li caccia.

E con gran risa aviluppati in quella

Se li strascina sotto il suo coperto.

Ne cavallier riguarda ne donzella

O sia di grande, o sia di picciol merto,

E mangiata la carne, e le cervella

Succhiate e'l sangue, da lossa al deserto,

E de l'humane pelli intorno intorno

Fa il suo palazzo horribilmente adorno.

Prendi quest'altra via, prendila figlio

Che fin'al mar ti fia tutta sicura,

Io ti ringratio padre del consiglio

(Rispose il Cavallier senza paura)

Ma non istimo, per l'honor periglio

Di ch'assai piu, che de la vita ho cura,

Per far ch'io passi, in van tu parli meco

Anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.

Fuggendo posso con disnor salvarmi,

Ma tal salute ho piu che morte a schivo,

S'io vi vo, al peggio che potra incontrarmi:

Fra molti restero di vita privo:

Ma quando Dio cosi mi drizzi l'armi

Che colui morto, & io rimanga vivo

Sicura a mille rendero la via

Si che l'util maggior che'l danno fia.

Metto all'incontro la morte d'un solo

Alla salute di gente infinita,

Vattene in pace (rispose) figliuolo

Dio mandi, in difension de la tua vita

L'Archangelo Michel dal sommo polo

E benedillo il semplice Eremita,

Astolfo lungo il Nil tenne la strada

Sperando piu nel suon che ne la spada.

Giace tra l'altro fiume e la palude

Picciol sentier ne l'arenosa riva

La solitaria casa lo richiude

D'humanitade e di commercio priva:

Son fisse intorno teste, e membra nude

De l'infelice gente che v'arriva:

Non v'e finestra, non v'e merlo alcuno

Onde penderne almen non si veggia uno.

Qual ne le alpine ville, o ne castelli

Suol cacciator che gran perigli ha scorsi

Su le porte attaccar l'hirsute pelli

L'horride zampe, e i grossi capi d'Orsi,

Tal dimostrava il fier Gigante, quelli

Che di maggior virtu gli erano occorsi:

D'altri infiniti, sparse appaion l'ossa

Et e di sangue human piena ogni fossa.

Stassi Caligorante in su la porta

(Che cosi ha nome il dispietato mostro)

Ch'orna la sua magion di gente morta

Come alcun suol de panni d'oro o d'ostro

Costui per gaudio a pena si comporta

Come il Duca lontan se gli e dimostro,

Ch'eran duo mesi, e il terzo ne venia

Che non fu cavallier per quella via.

Ver la palude ch'era scura e folta

Di verdi canne, in gran fretta ne viene,

Che disegnato havea correre in volta

E uscire al Paladin dietro alle schene,

Che ne la rete, che tenea sepolta

Sotto la polve, di cacciarlo ha spene,

Come havea fatto glialtri peregrini

Che quivi tratto havean lor rei destini.

Come venire il Paladin lo vede

Ferma il destrier, non senza gran sospetto

Chevada in quelli lacci a dar del piede,

Di che il buon Vecchiarel gli havea predetto

Quivi il soccorso del suo corno chiede

E quel sonando fa l'usato fa l'usato effetto

Nel cor fere il Gigante che l'ascolta

Di tal timor, ch'a dietro i passi volta.

Astolfo suona, e tuttavolta bada

Che gli par sempre che la rete scocchi:

Fugge il fellon, ne vede ove si vada

Che come il core havea perduti gliocchi,

Tanta e la tema che non sa far strada

Che ne li proprii aguati non trabocchi,

Va ne la rete, e quella si disserra

Tutto l'annoda: e lo distende in terra.

Astolfo ch'andar giu vede il gran peso

Gia sicuro per se, v'accorre in fretta:

E con la spada in man: d'arcion disceso

Va per far di mill'anime vendetta:

Poi gli par che s'uccideun che sia preso

Vilta piu che virtu ne sara detta,

Che legate le braccia i piedi e il collo

Gli vede si, che non puo dare un crollo.

Havea la rete gia fatta Vulcano

Di sottil fil d'acciar, ma con tal'arte.

Che saria stata ogni fatica in vano

Per ismagliarne la piu debol parte,

Et era quella che gia piedi e mano

Havea legate a Venere & a Marte

La fe il geloso, e non ad altro effetto

Che per pigliarli insieme ambi nel letto.

Mercurio al Fabbro poi la rete invola

Che Chloride pigliar con essa vuole:

Chloride bella che per l'aria vola

Dietro all'Aurora all'apparir del Sole,

E dal raccolto lembo de la stola

Gigli spargendo va rose e viole,

Mercurio tanto questa Nympha attese

Che con la rete in aria un di la prese.

Dove entra inmare il gran fiume Ethiopo

Par che la Dea presa volando fosse,

Poi nel tempio d'Anubide a Canopo

La rete molti seculi serbosse,

Caligorante tre mila anni dopo

Di la dove era sacra la rimosse,

Se ne porto la rete il ladrone empio,

Et arse la cittade, e rubo il tempio.

Quivi adattolla in modo in su l'arena

Che tutti quei c'havean da lui la caccia

Vi davan dentro,& era tocca a pena

Che lor legava, e collo, e piedi, e braccia:

Di questo levo Astolfo una catena

E le man dietro a quel fellon n'allaccia:

Le braccia e'l petto in guisa gli ne fascia

Che non puo sciorsi, indi levar lo lascia.

Da glialtri nodi havendol sciolto prima

Ch'era tornato human piu che donzella:

Di trarlo seco e di mostrarlo stima

Per ville, per cittadi, e per castella,

Vuol la rete ancho haver, di che ne lima

Ne martel fece mai cosa piu bella,

Ne fa somier colui ch'alla catena

Con pompa triomphal dietro si mena.

L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede

Come a valletto, e seguito il camino

Di gaudio empiendo, ovunque mettail piede

Ch'ir possa hormai sicuro il peregrino,

Astolfo se ne va tanto che vede

Ch'ai sepolchri di Memphy e gia vicino,

Memphy per le Pyramidi famoso:

Vede all'incontro il Chairo populoso.

Tutto il popul correndo si trahea

Per vedere il Gigante smisurato,

Come e possibil (l'un l'altro dicea)

Che quel piccolo ilgrande habbia legato,

Astolfo a pena inanzi andar potea

Tanto la calca il preme da ogni lato,

E come cavallier d'alto valore

Ognun l'ammira e gli fa grande honore.

Non era grande il Chairo cosi allhora

Come se ne ragiona a nostra etade,

Che'l populo capir che vi dimora

Non puon diciotto mila gran contrade,

E che le case hanno tre palchi, e anchora

Ne dormono infiniti in su le strade,

E che'l Soldano v'habita un castello

Mirabil di grandezza e ricco e bello.

E che quindici mila suoi vasalli

Che son Christiani rinegati tutti,

Con mogli,con famiglie, e con cavalli

Ha sotto un tetto sol, quivi ridutti,

Astolfo veder vuole, ove s'avalli

E quanto il Nilo entri ne i salsi flutti

A Damiata, c'havea quivi inteso

Qualunque passa restar morto o preso.

Perho ch'in ripa al Nilo in su la foce

Si ripara un ladron dentro una torre,

Ch'a paesani e a peregrini nuoce

E fin'al Chairo ognun rubando scorre:

Non gli puo alcun resistere, & ha voce

Che l'huom gli cerca in van la vita torre,

Cento mila ferite egli ha gia hautto,

Ne ucciderlo perho mai s'e potuto.

Per veder se puo far rompere il filo

Alla Parca di lui, si che non viva

Astolfo viene a ritrovareHorrilo,

(Cosi havea nome) e a Damiata arriva,

Et indi passa ove entra in mare il Nilo

E vede la gran torre in su la riva

Dove s'alberga l'anima incantata

Che d'un Folletto nacque, e d'una Fata .

Quivi ritruova che crudel battaglia

Era tra Horrilo, e dui guerrieri accesa

Horrilo e solo, e si que dui travaglia

Ch'a gran fatica gli puon far difesa,

E quanto in arme l'uno e l'altro vaglia

A tutto il mondo la fama palesa,

Questi erano i dui figli d'Olivero

Griphone il bianco, & Aquilante il nero.

Glie ver che'l Negromante venuto era

Alla battaglia con vantaggio grande

Che seco tratto in campo havea una fera

Laqual si truova solo in quelle bande,

Vive su'l lito, e dentro alla rivera

E i corpi humani son le sue vivande

De le persone misere & incaute

De viandanti, e d'infelici naute.

La bestia ne l'arena appresso al porto

Per man de i duo fratei morta giacea:

E per questo ad Horril non si fa torto

S'a un tempo l'uno e l'altro gli nocea,

Piu volte l'han smembrato, e non mai morto

Ne per smembrarlo uccider si potea:

Che se tagliato, o mano, o gamba gli era

La rapiccava che parea di cera.

Hor fin'a denti il capo gli divide

Griphone, hor Aquilante fin'al petto,

Egli de i colpi lor sempre si ride

S'adiran'essi che non hanno effetto,

Chi mai d'alto cader l'argento vide

Che gli Alchimisti hanno Mercurio detto

E spargere e raccor tutti i suo membri

Sentendo di costui, se ne rimembri.

Se gli spiccano il capo, Horrilo scende

Ne cessa brancolar fin che lo truovi,

Et hor pel crine & hor pel naso il prende

Lo salda al collo, e non so con che chiovi

Piglial talhor Griphone, e'l bracio stende

Nel fiume il getta, e non par ch'ancho giovi

Che nuota Horrilo al fondo come un pesce

E col suo capo salvo alla ripa esce.

Due belle donne honestamente ornate

L'una vestita a bianco, e l'altra a nero,

Che de la pugna causa erano state

Stavano a riguardar l'assalto fiero:

Queste eran quelle due benigne Fate

C'havean notriti i figli d'Oliviero

Poi che li trasson teneri citelli

Da i curvi artigli di duo grandi augelli.

Che rapiti gli havevano a Gismonda

E portati lontan dal suo paese,

Ma non bisogna in cio ch'io mi diffonda

Ch'a tutto il mondo e l'historia palese:

Ben che l'author nel padre si confonda

Ch'un per un altro (io non so come) prese

Hor la battaglia i duo gioveni fanno

Che le due donne ambi pregati n'hanno.

Era in quel clima gia sparito il giorno

All'Isole anchor alto di Fortuna:

L'ombre havean tolto ognivedere atorno

Sotto l'incerta e mal compresa Luna

Quando alla rocca Horril fece ritorno

Poi ch'alla bianca, e alla sorella bruna

Piacque di differir l'aspra battaglia

Fin che'l Sol nuovo all'Orizonte saglia.

Astolfo che Griphone, & Aquilante

Et all'insegne, e piu al ferir gagliardo

Riconosciuto havea gran pezzo inante,

Lor non fu altiero a salutar ne tardo,

Essi vedendo, che quel che'l Gigante

Trahea legato, era il Baron dal Pardo

(Che cosi in corte era quel Duca detto)

Raccolser lui con non minore affetto.

Le donne a riposare i cavallieri

Menaro a un lor palagio indi vicino,

Donzelle incontra vennero e scudieri

Con torchi accesi a mezo del camino,

Dietro, achi n'hebbe cura, i lor destrieri

Trassonsi l'arme, e dentroun bel giardino

Trovar ch'apparechiata era la cena

Ad una fonte limpida, & amena.

Fan legare il Gigante alla verdura

Con un'altra catena molto grossa,

Ad una quercia di molt'anni dura,

Che non si rompera per una scossa,

E da dieci sergenti haverne cura

Che la notte discior non se ne possa,

Et assalirli, e forse far lor danno

Mentre sicuri e senza guardia stanno,

All'abondante e sontuosa mensa

Dove il manco piacer fur le vivande

Del ragionar gran parte si dispensa

Sopra d'Horrilo, e del miracol grande

Che quasi par un sogno a chi vi pensa:

C'hor capo hor braccio a terra se gli mande

Et egli lo raccolga e lo raggiunga

E piu feroce ogn'hor torni alla pugna.

Astolfo nel suo libro havea gia letto,

Quel ch'agl'incanti riparare insegna,

Ch'ad Horril non trarra l'alma del petto

Fin ch'un crine fatal nel capo tegna.

Ma se lo svelle o tronca, fia constretto

Che suo mal grado fuor l'alma ne vegna:

Questo ne dice il libro, ma non come

Conosca il crine in cosi folte chiome.

Non men de la vittoria si godea

Che se n'havesse Astolfo gia la palma,

Come chi speme in pochi colpi havea

Svellere il crine al Negromante e l'alma,

Perho di quella impresa promettea

Tor su gli homeri suoi tutta la salma,

Horril fara morir quando non spiaccia

A i duo fratei ch'egli la pugna faccia.

Ma quei gli danno volentier l'impresa

Certi che debbia affaticarsi in vano:

Era gia l'altra Aurora in cielo ascesa

Quando calo da i muri Horrilo al piano,

Tra il Duca e lui fu la battaglia accesa

La mazza l'un l'altro ha la spada in mano,

Di mille attende Astolfo un colpo trarne

Che lo spirto gli sciolga da la carne.

Hor cadergli fa il pugno con la mazza

Hor l'uno hor l'altro braccio con la mano,

Quando taglia a traverso la corazza

E quando il va troncando a brano a brano,

Ma ricogliendo sempre de la piazza

Va le sue membra Horrilo, e si fa sano:

S'in cento pezzi ben l'havesse fatto

Redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.

Al fin di mille colpi un gli ne colse

Sopra le spalle a i termini del mento,

La testa e l'elmo dal capo gli tolse

Ne fu d'Horrilo a dismontar piu lento:

La sanguinosa chioma in man s'avolse

E risalse a cavallo in un momento

E la porto correndo incontra'l Nilo,

Che rihaver non la potesse Horrilo.

Quel sciocco che del fatto non s'accorse

Per la polve cercando iva la testa,

Ma come intese, il corridor via torse

Portare il capo suo per la foresta:

Immantinente al suo destrier ricorse

Sopra vi sale e di seguir non resta,

Volea gridar aspetta volta volta

Ma gli havea il Duca gia la bocca tolta.

Pur che non gli ha tolto ancho le calcagna

Si riconforta, e segue a tutta briglia,

Dietro il lascia gran spatio di campagna

Quel Rabican che corre a maraviglia,

Astolfo intanto per la cuticagna

Va da la nuca fin sopra le ciglia

Cercando in fretta se'l crine fatale,

Conoscer puo c'Horril tiene immortale.

Fra tanti e innumerabili capelli

Un piu de l'altro non si stende o torce,

Qual dunque Astolfo scegliera di quelli

Che per dar morte al rio ladron raccorce:

Meglio e (disse) che tutti io tagli o svelli.

Ne si trovando haver rasoi ne force.

Ricorse immantinente alla sua spada

Che taglia si.che si puo dir che rada.

E tenendo quel capo per lo naso

Dietro e dinanzi lo dischioma tutto.

Trovo fra glialtri quel fatale a caso:

Si fece il viso allhor pallido e brutto,

Travolse gli occhi, e dimostro all'occaso

Per manifesti segni, esser condutto,

E'l busto che seguia troncato al collo,

Di sella cadde, e die l'ultimo crollo.

Astolfo,ove le donne e i cavallieri

Lasciato havea, torno col capo in mano,

Che tutti havea di morte i segni veri

E mostro il tronco,ove giacea lontano,

Non so ben se lo vider volentieri

Anchor che gli mostrasser viso humano.

Che la intercetta lor vittoria, forse

D'invidia ai duo germani il petto morse.

Ne che tal fin quella battaglia havesse

Credo piu fosse alle due Donne grato

Queste, perche piu in lungo si trahesse

De duo fratelli il doloroso fato

Ch'inFrancia par ch'in breve esser dovesse,

Con loro Horrilo havean quivi azzuffato,

Con speme di tenerli tanto a bada

Che la trista influentia se ne vada.

Tosto che'l Castellan di Damiata

Certificossi ch'era morto Horrilo

La columba lascio c'havea legata

Sotto l'ala la lettera col filo,

Quella ando al Chairo, & indi fu lasciata

Un'altra altrove, come quivi e stilo:

Si che in pochissime hore ando l'aviso

Per tutto Egytto ch'era Horrilo ucciso.

Il Duca come al fin trasse l'impresa

Conforto molto i nobili Garzoni:

Ben che da se v'havean la voglia intesa

Ne bisognavan stimuli ne sproni,

Che per difender de la santa Chiesa

E del Romano Imperio le ragioni

Lasciasser le battaglie d'Oriente

E cercassino honor ne la lor gente.

Cosi Griphone & Aquilante tolse

Ciascuno da la sua Donna licentia.

Le quali anchor che lor n'encrebbe e dolse,

Non vi seppon perho far resistentia:

Con essi Astolfo a man destra si volse

Che si deliberar far riverentia

A i santi luoghi, ove Dio in carne visse

Prima che verso Francia si venisse.

Potuto havrian pigliar la via mancina

Ch'era piu dilettevole e piu piana,

E mai non si scostar da la marina

Ma per la destra andaro horrida e strana:

Perche l'alta citta di Palestina

Per questa, sei giornate, e men lontana:

Acqua si truova, & herba in questa via

Di tutti glialtri ben v'e carestia.

Si che prima ch'entrassero in viaggio

Cio che lor bisogno fecion raccorre,

E carcar su'l Gigante il carriaggio

C'havria portato in collo ancho una torre

Al finir del camino aspro e selvaggio

Da l'alto monte alla lor vista occorre

La santa terra, ove il superno Amore

Lavo col proprio sangue il nostro errore.

Trovano in su l'entrar de la cittade

Un giovene gentil lor conoscente,

Sansonetto da Meca, oltre l'etade

(Ch'era nel primo fior) molto prudente,

D'alta cavalleria d'alta bontade

Famoso, e riverito fra la gente:

Orlando lo converse a nostra fede

Et di sua man battesmo ancho gli diede.

Quivi lo trovan che disegna, a fronte

Del Calife d'Egytto una fortezza,

E circondar vuole il Calvario monte

Di muro di duo miglia di lunghezza,

Da lui raccolti fur con quella fronte

Che puo d'interno amor dar piu chiarezza

E dentro accompagnati, e con grande agio

Fatti alloggiar nel suo real palagio.

Havea in governo egli la terra, e in vece

Di Carlo, vi reggea l'imperio giusto

Il Duca Astolfo a costui dono fece

Di quel si grande e smisurato busto

Ch'a portar pesi, gli varra per diece

Bestie da soma, tanto era robusto

Diegli Astolfo il Gigante, e diegli appresso

La rete ch'in sua forza l'havea messo.

Sansonetto all'incontro al Duca diede

Per la spada una cinta ricca e bella,

E diede spron per l'uno e l'altro piede

Che d'Oro havean la fibbia e la girella,

Ch'esser del Cavallier stati si crede

Che libero dal Drago la Donzella,

Al Zaffo havuti con molt'altro arnese

Sansonetto glihavea quando lo prese.

Purgati de lor colpe a un monasterio

Che dava di se odor di buoni esempii

De la passion di Christo ogni mysterio

Contemplando n'andar per tutti i tempii

C'hor con eterno obbrobrio e vituperio

A gli Christiani usurpano i Mori empii,

L'Europa ein arme e di far guerra agogna

In ogni parte, fuor ch'ove bisogna.

Mentre havean quivi l'animo divoto

A perdonanze e a cerimonie intenti

Un peregrin di Grecia a Griphon noto

Novelle gli areco gravi e pungenti:

Dal suo primo disegno, e lungo voto

Troppo diverse, e troppo differenti:

E quelle il petto gl'infiammaron tanto

Che gli scacciar l'oration da canto.

Amava il cavallier per sua sciagura

Una donna c'havea nome Horrigille:

Di piu bel volto e di miglior statura

Non se ne sceglierebbe una fra mille,

Ma disleale, e di si rea natura,

Che potresti cercar cittadi e ville

La terra ferma, e l'Isole del mare

Ne credo ch'una le trovassi pare.

Ne la citta di Constantin lasciata

Grave l'havea di febbre acuta e fiera,

Hor quando rivederla alla tornata

Piu che mai bella, e di goderla spera,

Ode il meschin ch'in Antiochia andata,

Dietro un suo nuovo amante, ella se n'era

Non le parendo hormai di piu patire

C'habbia in si fresca eta sola a dormire.

Da indi in qua c'hebbe la trista nuova

Sospirava Griphon notte e di sempre:

Ogni piacer ch'a glialtri aggrada e giova

Par ch'a costui piu l'animo distempre,

Pensilo ognun ne li cui danni pruova

Amor, se li suoi strali han buone tempre,

Et era grave sopra ogni martire

Che'l mal c'havea si vergognava a dire.

Questo perche mille fiate inante

Gia ripreso l'havea di quello amore,

Di lui piu saggio il fratello Aquilante,

E cercato colei trargli del core.

Colei ch'al suo giudicio, era di quante

Femine rie si trovin la peggiore,

Griphon l'escusa, se'l fratel la danna

E le piu volte il parer proprio inganna.

Perho fece pensier, senza parlarne

Con Aquilante, girsene soletto

Sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne

Colei, che tratto il cor glihavea del petto

Trovar colui che gli l'ha tolta, e farne

Vendetta tal,che ne sia sempre detto,

Diro come ad effetto il pensier messe

Nell'altro canto e cio che ne successe.