CANTO SECONDO

By Alessandro Manzoni

Col pensier con gli orecchi e con le ciglia

i' era immerso in quell'altera vista,

come colui che tace e maraviglia;

qual dicon che de' spirti in fra la lista

stesse mirando le magiche note

il furente

Quand'io vidi la Dea, che su l'immote

maladette sorelle il cocchio spinse,

e su le infami cigolar le rote,

primamente un terror freddo mi strinse,

poi surse in petto con subita forza

la letizia, che l'altro affetto estinse.

Qual se fiamma divora arida scorza

avidamente, e d'improvviso d'acque

talun l'inonda, subito s'ammorza

così sotto la gioja il timor giacque;

poi surse un novo di stupore affetto,

e l'uno e l'altro moto in sen mi tacque.

Però ch'io vidi un bel drappello eletto

di lor che sordi furo al proprio danno,

caldi d'amor di Libertade il petto.

Vidi colui che contro al rio Tiranno

«fe’ la vendetta del superbo strupo»,

poi che s'avvide del lascivo inganno,

e corse furioso, come lupo,

se mai rapace cacciator gli fura

i cari figli dal natio dirupo.

E seco è Lei, che d'alma intatta e pura,

benché polluta ne la spoglia invita,

lavò col sangue la non sua lordura.

Quei che ritolse ai figli suoi la vita,

poi che ne fero uso malvagio e rio,

immolando a la Patria, ostia gradita,

L'affetto di parente, e dir s'udio:

quei che di fede a la sua Patria manca

non è figlio di Roma, e non è mio.

Siegue Quei che la destra ardita e franca

cacciò fremendo ne le fiamme pie,

e fe’ tremar Porsenna con la manca.

Ve' la vergin che corse a le natie

piaggie, fuggendo del Tiranno l'onte,

per le amiche del Tebro ospite vie.

Ecco quel forte, che al famoso ponte

contro l'Etruria congiurata tenne

ferme le piante, e immobile la fronte,

e l'urto d'un esercito sostenne,

e contra mille e mille lancie stette,

onde immortale a' posteri divenne.

Ma ben poria le più sottili erbette

annoverar nel prato, e 'n ciel le stelle,

e le arene nel mar minute e strette

chi noverar volesse l'alme belle,

ch'ivi eran, di valore inclito speglio,

sol de la Patria e di Virtute ancelle.

Sorgea fra gli altri il generoso Veglio,

che involò del Tiranno ai sozzi orgogli

la figlia intatta, e ben fu morte il meglio.

Fu la figlia che disse al Padre: Cogli

questo immaturo fior: tu mi donasti

queste misere membra, e tu le togli,

Pria che impudico ardir le incesti e guasti;

e in quelle cadde il colpo, e impallidiro

le guancie, e i membri intemerati e casti,

e uscì dal puro sen l'ultimo spiro,

ed a la vista orribile freméa

il superbo e deluso Decemviro,

cui stimolava la digiuna e rea

libidine, e struggea l'insana rabbia,

che i già protesi invan nervi rodea;

qual lupo, che la preda perdut'abbia

batte per fame l'arida mascella,

rugge, e s'addenta le digiune labbia.

Quindi segue una coppia rara e bella,

che ria di ben oprar mercede colse

ahi! da la Patria troppo ingrata e fella.

V'è quel grande che Roma ai ceppi tolse,

indi de l'Afro le superbe mire

e le audaci speranze in lui rivolse:

Per cui sovra le libiche ruine

vide Roma discesa al gran tragitto

il fulgor de le fiaccole Latine.

E quei che Magno detto era ed invitto,

che insiem con Libertà, spoglia schernita

giacque su l'infedel sabbia d'Egitto.

V'era la non mai doma Alma, che ardita

temé la servitù più de la morte,

amò la Libertà più de la vita;

dicendo: Poi che la nimica sorte

tanto è contraria a Libertate, e invano

la terribile armò destra quel forte,

alzisi omai la generosa mano,

e l'alma fugga pria che servir l'empio,

ch'io nacqui e vissi e vo' morir Romano.

E seco è lei, che con novello scempio

dietro la fuggitiva Libertate

corse animata dal paterno esempio.

Quindi un drappel venia d'ombre onorate

sacre a la Patria, che di sangue diro

ne spruzzar le ruine inonorate.

Bruto primo sorgea, che torvi in giro

pria torse i lumi, indi a Roma gli volse,

e da l'imo del cor trasse un sospiro.

E a l'ombre circostanti si rivolse,

in cui non fu la virtù patria doma,

indi la lingua in tai parole sciolse:

Ahi cara Patria! Ahi Roma! ah! non più Roma,

or che strappotti il glorioso lauro

invida man da la vittrice chioma.

Ov'è l'antico di virtù tesauro?

ove ove una verace alma Latina?

ove un Curio, un Fabricio, ove uno Scauro!

Ahi! de la Libertà l'ampia ruina

tutto si trasse ne la notte eterna,

ed or serva sei fatta di reina;

che il celibe Levita ti governa

con le venali chiavi, ond'ei si vanta

chiuder la porta, e disserrar superna.

E i Druidi porporati: oh casta, oh santa

turba di Lupi mansueti in mostra,

che de la spoglia de l'agnel s'ammanta

E il popol reverente a lor si prostra

in vile atto sommesso, e quasi Dii

gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!

Che valse a me di sacri ferri e pii

armar le destre, e franger la catena?

lasso! e perché la grande impresa ardii?

Spento un Tiranno un altro surse, piena

di schiavi de la terra era la Donna,

infin che strinse la temuta abena

Quei che la Galilea dimessa donna

trasse dal fango, e i membri sozzi e nudi

vestì di tolta altrui fulgida gonna;

E maritolla ai suoi nefandi Drudi

incestamente, e al vecchio Sacerdote

a la canna scappato e a le paludi,

Che infallibil divino a le devote

genti s'infinse, che a la Putta astuta

prestaro omaggio e le fornir la dote.

E nel Roman bordello prostituta,

vile superba sozza e scellerata

al maggior offerente era venduta.

Ivi un postribol fece, ove sfacciata

facea di sé mercato, ed a' suoi Proci

dispensava ora un detto, ora un'occhiata.

Ma poi che ferma in trono fu, feroci

sensi vestì, l'armi si cinse, e infece

d'innocuo sangue le mal compre croci.

E sue ministre ira e vendetta fece,

l'inganno la viltà la scelleranza,

e fe’ sua legge: Quel che giova lece.

Quindi la maladetta intolleranza

del detto e del pensier, quindi Sofia

stretta in catene, e in trono l'ignoranza.

O ditel voi, che di saver sì ria

mercede aveste di sospiri e pianto

da l'empia de l'ingegno tirannia.

O ditel voi, ch'io già non son da tanto;

gridino l'ossa inonorate, e il suono

a l'Indo ne pervenga e al Garamanto.

Questi i diletti de l'Eterno sono?

questi i ministri del divin volere?

e questo è un Dio di pace e di perdono?

Dillo, o gran Tosco, tu, che de le spere

librasti il moto, e a’ tuoi nepoti un varco

di veritate apristi e di sapere.

Contra te i dardi del diabolic'arco

sfrenò l'invidia, e contra i tuoi sistemi

indarno trasse in campo e Luca e Marco.

Empj! che di ragione i divi semi

spegner tentaro ne gli umani petti,

e colpirono il ver con gli anatemi.

Van predicando un Nume, e a' suoi precetti

fan fronte apertamente, e a chi gl'imita

fulminan le censure e gl'interdetti.

Povera, disprezzata umil la vita

quel che tu adori in Galilea menava,

e tu suo servo in Roma un sibarita.

O greggia stolta temeraria e prava,

che col suo Nume e con sé stessa pugna,

di Dio non già, ma di sue voglie schiava.

Altri nemico di sé stesso impugna

crudo flagello, e 'l sangue fonde, e 'l fura,

a la Patria, e de' suoi dritti a la pugna,

Devoto suicida, ed a la dura

verginità consacrasi, i desiri

soffocando, e le voci di natura.

Stolto crudel, che fai? de' tuoi martiri

forse l'amante comun Padre frue?

o si pasce di sangue e di sospiri?

Oh stolto! Ei nel tuo core, Ei con le sue

dita divine la diversa brama

pose Colui, che disse sia, e fue.

Ei con la voce di natura chiama

tutti ad amarsi, e gli uomini accompagna,

e va d'ognuno al cor ripetendo: ama.

E tu fuggi colei che per compagna

ei ti diede, e i fratei credi nemici,

e invan natura invan grida e si lagna.

E tal sotto i flagelli ed i cilici

cela i pugnali, e vassi a capo chino

meditando veleni e malefici.

O degenere figlia di Quirino,

che i tuoi prodi obbliando, al Galileo

cedesti i fasci del valor Latino,

Questi sono i tuoi Cati, e in sul Tarpèo

dei nostri figli si fan scherno e gioco...

ma qui si tacque e dir più non potéo.

Che tal la carità del natio loco

lo strinse e sì l'oppresse, che morìo

la voce in un sospir languido e fioco.

Quindi tra le commosse ombre s'udìo

sorgere un roco ed indistinto gemito,

poscia un cupo e profondo mormorio;

sì come allor che con interno tremito

quassano i venti il suol che ne rimbomba,

s'ode sonar da lunge un sordo fremito,

che tra le foglie via mormora e romba.