CANTO SECONDO

By Ludovico Ariosto

Pensar cosa miglior non si può al mondo,

d'un signor giusto e in ogni parte buono,

che del debito suo non getti il pondo,

benché talor ne vada curvo e prono;

che curi et ame i populi, secondo

che da' lor padri amati i figli sono;

che l'opre e le fatiche pei figliuoli

fan quasi sempre, e raro per sé soli:

ponga ai perigli et alle cose strette

il petto inanzi, e faccia agli altri schermo:

che non sia il mercenario il qual non stette,

poi che venir vide a sé il lupo, fermo;

ma sì bene il pastor vero, che mette

la vita propria pel suo gregge infermo,

il qual conosce le sue pecorelle

ad una ad una, e lui conoscono elle.

Tal fu in terra Saturno, Ercole e Giove,

Bacco, Poluce, Osiri e poi Quirino,

che con giustizia e virtuose prove,

e con soave e a tutti ugual domino,

fur degni in Grecia, in India, in Roma, e dove

corse lor fama, aver onor divino;

che riputar non si potrian defunti,

ma a più degno governo in cielo assunti.

Quando il signor è buono, i sudditi anco

fa buoni; ch'ognun imita chi regge:

e s'alcun pur riman col vizio, manco

lo mostra fuor, o in parte lo corregge.

O beati gli regni a chi un uom franco

e sciolto da ogni colpa abbi a dar legge!

Così infelici ancora e miserandi,

ove un ingiusto, ove un crudel commandi;

che sempre accresca e più gravi la soma,

come in Italia molti a' giorni nostri,

de' quali il biasmo in questo e l'altro idioma

faran sentir anco i futuri inchiostri:

che migliori non son che Gaio a Roma,

o Neron fosse, o fosser gli altri mostri:

ma se ne tace, perché è sempre meglio

lasciar i vivi, e dir del tempo veglio.

E dir qual sotto Fallari Agrigento,

qual fu sotto i Dionigi Siracusa,

qual Fere in man del suo tiran cruento;

dai quali e senza colpa e senza accusa

la gente ogni dì quasi a cento a cento

era troncata, o in lungo esiglio esclusa.

Ma né senza martìr sono essi ancora,

ch'al cor lor sta non minor pena ognora.

Sta lor la pena de la qual si tacque

il nome dianzi, e de la qual dicea

che nacque quando la brutt'Ira nacque,

la Crudeltade e la Rapina rea:

e quantunque in un ventre con lor giacque,

di tormentarle mai non rimanea.

Or dirò il nome, ch'io non l'ho ancor detto:

nomata questa pena era il Sospetto.

Il Sospetto, piggior di tutti i mali,

spirto piggior d'ogni maligna peste

che l'infelici menti de' mortali

con venenoso stimolo moleste;

non le povere o l'umili, ma quali

s'aggiran dentro alle superbe teste

di questi scelerati, che per opra

di gran fortuna agli altri stan di sopra.

Beato chi lontan da questi affanni

nuoce a nessun, perché a nessun è odioso!

Infelici altretanto e più i tiranni,

a cui né notte mai né dì riposo

dà questa peste, e lor ricorda i danni,

e morti date od in palese o ascoso!

Quinci dimostra che timor sol d'uno

han tutti gli altri, et essi n'han d'ognuno.

Non v'incresca di starmi un poco a udire,

ché non però dal mio sentier mi scosto;

anzi farò questo ch'or narro uscire

dove poi vi parrà che sia a proposto.

Uno di questi, il qual prima a nudrire

usò la barba, per tener discosto

chi gli potea la vita a un colpo tòrre,

nel suo palazzo edificò una torre,

che, d'alte fosse cinta e grosse mura,

avea un sol ponte che si leva e cala;

fuor ch'un balcon, non v'era altra apertura,

ove a pena entra il giorno e l'aria esala:

quivi dormia la notte, et era cura

de la moglier di mandar giù la scala:

di quella entrata è un gran mastin custode,

ch'altri mai che lor due non vede et ode.

Non ha ne la moglier però sì grande

fede il meschin, che prima ch'a lei vada,

quand'uno e quando un altro suo non mande,

che cerchi i luoghi onde a temer gli accada.

Ma ciò poco gli val, ché le nefande

man de la donna, e la sua propria spada,

fér d'infinito mal tarda vendetta,

e all'inferno volò il suo spirto in fretta.

E Radamanto, giudice del loco,

tutto il cacciò sotto il bollente stagno,

dove non pianse e non gridò: — I' mi cuoco —,

come gridava ogn'altro suo compagno;

e la pena mostrò curar sì poco,

che disse il giustiziere: — Io te la cagno —;

e lo mandò ne le più oscure cave,

dov'è un martìr d'ogni martìr più grave.

Né quivi parve ancor che si dogliesse;

e domandato, disse la cagione:

che quando egli vivea, tanto l'oppresse

e tal gli diè il Sospetto afflizione

(che nel capo quel giorno se gli messe,

che si fece signor contra ragione),

che sol ora il pensar d'esserne fuore

sentir non gli lasciava altro dolore.

Si consigliaro i saggi de l'inferno

come potesse aver degno tormento;

che saria contra l'instituto eterno

se peccator là giù stesse contento;

e di nuovo mandarlo al caldo, al verno

concluso fu da tutto il parlamento;

e di nuovo al Sospetto in preda darlo,

ch'entrasse in lui senza più mai lasciarlo.

Così di novo entrò il Sospetto in questa

alma, e di sé e di lei fece tutt'uno,

come in ceppo salvatico s'inesta

pomo diverso, e 'l nespilo sul pruno;

o di molti colori un color resta,

quando un pittor ne piglia di ciascuno

per imitar la carne, e ne riesce

un differente a tutti quei che mesce.

Di sospettoso che 'l tiràn fu in prima,

or divenuto era il Sospetto istesso;

e, come morte la ragion di prima

avesse in lui, gli parea averla appresso.

Ma ritornando al mio parlar di prima,

ché per questo in oblio non l'avea messo,

Alcina se ne va dove sul tergo

d'un alto scoglio ha questo spirto albergo.

Lo scoglio ove 'l Sospetto fa soggiorno

è dal mar alto da seicento braccia,

di rovinose balze cinto intorno,

e da ogni canto di cader minaccia.

Il più stretto sentier che vada al Forno,

là dove il Grafagnino il ferro caccia,

la via Flamminia o l'Appia nomar voglio

verso quel che dal mar va in cima al scoglio.

Prima che giunghi alla suprema altezza,

sette ponti ritrovi e sette porte:

tutte hanno con lor guardie una fortezza;

la settima de l'altre è la più forte.

Là dentro, in grande affanno e in gran tristezza,

ché gli par sempre a' fianchi aver la morte,

il Sospetto meschin solo s'annida;

nessun vuol seco e di nessun si fida.

Grida da' merli e tien le guardie deste,

né mai riposa al sol né al cielo oscuro;

e ferro sopra ferro e ferro veste:

quanto più s'arma, è tanto men sicuro.

Muta et accresce or quelle cose or queste

alle porte, al serraglio, al fosso, al muro:

per darne altrui, munizion gli avanza;

e non gli par che mai n'abbia a bastanza.

Alcina, che sapea ch'indi il Sospetto

né a prieghi né a minacce vorria uscire,

e trarlone era forza al suo dispetto,

tutto pensò ciò che potea seguire.

Avea seco arrecato a questo effetto

l'acqua del fiume che fa l'uom dormire,

et entrando invisibil ne la rocca,

con essa ne le tempie un poco il tocca.

Quel cade addormentato; Alcina il prende,

e scongiurando gli spirti infernali

fa venir quivi un carro, e su vel stende,

che tiran duo serpenti c'hanno l'ali;

poi verso Italia in tanta fretta scende,

che con la più non van di Giove i strali.

La medesima notte è in Lombardia,

in ripa di Ticin dentro a Pavia:

là dove il re de' Longobardi allora

l'antiquo seggio, Desiderio, avea.

Nel ciel oriental sorgea l'aurora

quando perdé il vigor l'acqua letea:

lasciò il sonno il Sospetto; e quel, che fuora

e lontan dal castel suo si vedea,

morto saria, se non fosse già morto;

ma la fata ebbe presta al suo conforto.

Gli promesse ella indietro rimandarlo

senza alcun danno; e in guisa gli promesse,

che poté in qualche parte assicurarlo,

non sì però ch'in tutto le credesse;

ma prima in Desiderio, che di Carlo

temea le forze, entrasse gli commesse,

e che non se gli levi mai del seno

fin che tutto di sé non l'abbia pieno.

Mentre fu Carlo i giorni inanzi astretto

dal re d'Africa a un tempo e da Marsiglio,

il re de' Longobardi, per negletto

e per perduto avendo posto il giglio,

non curando né papa né interdetto

alla Romagna avea dato di piglio;

po' entrando ne la Marca, con battaglia

e Pesaro avea preso e Sinigaglia.

Indi sentendo ch'era il foco spento,

morto Agramante e il re Marsiglio rotto,

de la temerità sua mal contento

si riputò a mal termine condotto.

Or viene Alcina, e accresceli tormento:

ché fa 'l rio spirto entrar in lui di botto,

che notte e dì l'afflige, crucia et ange,

e più che sopra un sasso in letto il frange.

Gli par veder che lassi il Reno e l'Erra

il popul già troiano e poi sicambro,

et apra l'Alpi e scenda ne la terra

che riga il Po, l'Ada, il Ticino e l'Ambro:

veder s'aspetta in casa sua la guerra,

e sua ruina più chiara che un ambro;

né più certo rimedio al suo mal truova,

che contra Francia ogni vicin commova.

E come quel che gran tesori uniti

avea d'esazioni e di rapine,

et avea i sacri argenti convertiti

in uso suo da le cose divine;

con doni e con proferte e gran partiti

colligò molte nazion vicine,

come già il conte di Pontier gli scrisse

prima che da la corte si partisse.

Tutta avea Gano questa tela ordita,

che 'l Longobardo dovea tesser poi;

e quella poi non era oltre seguita,

e fin qui stava ne' principii suoi.

Or la mente, d'un stimolo ferita

piggior di quel che caccia asini e buoi,

conchiuse e fece nascer com'un fungo

quel che più giorni avea menato in lungo.

Fe' in pochi dì che Tassillone, ch'era

suo genero e cugin del duca Namo,

tutta la stirpe sua fuor di Bavera

cacciò, senza lasciarvene un sol ramo:

fe' similmente ribellar la fera

Sansogna, e ritornar a re Gordamo;

e trasse, per por Carlo in maggior briga,

con gli Ungheri Boemi in una liga;

e 'l re di Dazia e il re de le due Marche

pór tra la Frisa e il termine d'Olanda

tante fuste, galee, carache e barche,

per gir ne l'Inghilterra e ne l'Irlanda,

che per fuggir avean le some carche

molte terre da mar da quella banda.

Da un'altra parte si sentiva il vecchio

nimico in Spagna far grande apparecchio.

Tutto seguì ciò ch'avea ordito Gano,

ch'era d'insidie e tradimenti il padre.

Fu suscitato Unnuldo l'aquitano

a soldar genti faziose e ladre:

mettendo terre a sacco, capitano

di ventura era detto da le squadre;

nascosamente da Lupo aiutato,

di Bertolagi di Baiona nato.

Fér queste nove, per diversi avisi

venute, a Carlo abbandonar le feste,

e a donne e a cavallieri i giochi e' risi,

e mutar le leggiadre in scure veste.

De' saccheggiati populi et uccisi

per ferro, fiamme, oppressioni e peste,

le memorie percosse ad ora ad ora

prometteano altrotanto e peggio ancora.

O vita nostra di travaglio piena,

come ogni tua allegrezza poco dura!

Il tuo gioir è come aria serena,

ch'alla fredda stagion troppo non dura:

fu chiaro a terza il giorno, e a vespro mena

sùbita pioggia, et ogni cosa oscura.

Parea ai Franchi esser fuor d'ogni periglio,

morto Agramante e rotto il re Marsiglio;

et ecco un'altra volta che 'l ciel tuona

da un'altra parte, e tutto arde de lampi,

sì che ogni speme i miseri abbandona

di poter frutto cor de li lor campi.

E così avvien ch'una novella buona

mai più di venti o trenta dì non campi,

perché vien dietro un'altra che l'uccide;

e piangerà doman l'uom ch'oggi ride.

Per le cittadi uomini e donne errando,

con visi bassi e d'allegrezza spenti,

andavan taciturni sospirando,

né si sentiano ancor chiari lamenti:

qual ne le case attonite avvien, quando

mariti o figli o più cari parenti

si veggon travagliar ne l'ore estreme,

ch'infinito è il timor, poca è la speme.

E quella poca pur spegnere il gelo

vuol de la tema, e dentro il cor si caccia:

ma come può d'un piccolin candelo

fuoco scaldar dov'alta neve agghiaccia?

Chi leva a Dio, chi leva a' Santi in cielo

le palme giunte e la smarrita faccia,

pregandoli che, senza più martìre,

basti il passato a disfogar lor ire.

Come che il popul timido per tema

disperi, e perda il cor e venga manco,

nel magnanimo Carlo non iscema

l'ardir, ma cresce, e nei paladini anco:

ché la virtù di grande fa suprema,

quanto travaglia più, l'animo franco;

e gloria et immortal fama ne nasce,

che me' d'ogn'altro cibo il guerrier pasce.

Carlo, a cui ritrovar difficilmente,

la terra e 'l mar cercando a parte a parte,

si potria par di santa e buona mente,

e d'ogni finzion netta e d'ogn'arte

(e lasso ancor oltre l'età presente

volgi l'antique e più famose carte);

a Dio raccomandò sé, i figli e il stato,

né più curò ch'esser di fede armato.

Né men saggio che buono, poi ch'avuto

ebbe ricorso alla Maggior Possanza,

che non mancò né mancherà d'aiuto

ad alcun mai che ponga in lei speranza,

fece che, senza indugio, proveduto

fu a tutti i luoghi ov'era più importanza:

gli capitani suoi per ogni terra

mandò a far scelta d'uomini da guerra.

Non si sentiva allor questo rumore

de' tamburi, com'oggi, andar in volta,

invitando la gente di più core,

o forse (per dir meglio) la più stolta,

che per tre scudi e per prezzo minore

vada ne' luoghi ove la vita è tolta:

stolta più tosto la dirò che ardita,

ch'a sì vil prezzo venda la sua vita.

Alla vita l'onor s'ha da preporre;

fuor che l'onor non altra cosa alcuna:

prima che mai lasciarti l'onor tòrre

déi mille vite perdere, non ch'una.

Chi va per oro e vil guadagno a porre

la sua vita in arbitrio di fortuna,

per minor prezzo crederò che dia,

se troverà chi compri, anco la mia.

O, com'io dissi, non sanno che vaglia

la vita quei che sì l'estiman poco;

o c'han disegno, inanzi alla battaglia,

che 'l piè gli salvi a più sicuro loco.

La mercenaria mal fida canaglia

prezzar li antiqui imperatori poco:

de la lor nazion più tosto venti

volean, che cento di diverse genti.

Non era a quelli tempi alcun escluso

che non portasse l'armi e andasse in guerra,

fuor che fanciul da sedici anni in giuso,

o quel che già l'estrema etade afferra:

ma tal milizia solo era per uso

di bisogno e d'onor de la sua terra:

sempre sua vita esercitando sotto

buon capitani, in arme era ognun dotto.

Carlo per tutta Francia e per la Magna,

per ogni terra a' suoi regni soggetta,

fa scriver gente, e poi la piglia e cagna

secondo che gli par atta et inetta;

sì che fa in pochi giorni alla campagna

un esercito uscir di gente eletta,

da far che Marte fin su nel ciel treme,

non che a' nimici l'impeto non sceme.

Gli elmi, gli arnesi, le corazze e scudi,

che poco dianzi fur messi da parte,

e de lor fatte ampie officine ai studi

de l'ingegnose aragne era gran parte,

sì che forse tornar in su gli incudi

temeano, e farsi ordigni a più vil arte;

or imbruniti, fuor d'ogni timore,

godeano esser riposti al primo onore.

Sonan di qua, di là tanti martelli,

che n'assorda di strepito ogni orecchia:

quei batton piastre e le rifanno, e quelli

vanno acconciando l'armatura vecchia;

altri le barde torna alli penelli,

coprirle altri di drappo s'apparecchia:

chi cerca questa cosa, e chi ritrova

quell'altra; altri racconcia, altri rinuova.

Poi che Carlo al tesor ruppe il serraglio,

ebbon da travagliar tutti i mestieri:

ma né maggior né più commun travaglio

era però, che di trovar destrieri:

ché gli disagi e de le spade il taglio

tolto n'avean da le decine i zeri:

quali si fosson (ché i buon eran rari),

come il sangue e la vita erano cari.

Carlo, oltra l'ordinario che solea

aver d'uomini d'armi alle frontiere,

e de la gente che a piè combattea,

che per pace era usato anco tenere,

de l'un canto e de l'altro fatto avea

che pieno era ogni cosa di bandiere:

trenta sei mila armati in su l'arzoni,

e quattro tanto e più furo i pedoni.

E per gli molti esempi che già letto

de' capitani avea del tempo veglio,

com'uom ch'amava sopra ogni diletto

d'udir istorie e farne al viver speglio;

e più perché vedutone l'effetto

per propria esperienzia, il sapea meglio;

conobbe al tempo la prestezza usata

aver più volte la vittoria data;

e ch'era molto meglio ch'egli andasse

i nimici a trovar ne la lor terra,

e sopra gli lor campi s'alloggiasse,

e desse lor de' frutti de la guerra;

che dentro alle confine gli aspettasse

che l'Alpi e 'l Pireneo fra dui mar serra.

Fatta la mostra, i populi divise

in molte parti, e a' suoi capi i commise.

In quel tempo era in Francia il cardinale

di Santa Maria in Portico venuto,

per Leon terzo e pel seggio papale

contra Lombardi a domandarli aiuto;

ché mal era tra spada e pastorale,

e con gran disvantaggio combattuto.

L'imperator, dunque, il primier stendardo

che fe' espedir, fu contra il Longobardo.

Era Carlo amator sì de la Chiesa,

sì d'essa protettor e di sue cose,

che sempre l'augumento e la difesa,

sempre l'util di quella al suo prepose:

però, dopo molt'altre, questa impresa

nome di Cristianissimo gli pose,

e dal santo Pastor meritamente

sacrato imperador fu di Ponente.

Mandò il nipote Orlando, e mandò fanti

seco, a cavallo e una gran schiera d'archi.

Subito Orlando a pigliar l'Alpi inanti

fece ir gli suoi più d'armatura scarchi;

ma trovar ch'i nemici vigilanti

avean prima di lor pigliato i varchi,

e fur constretti d'aspettar il Conte

con tutto l'altro campo a piè del monte.

Orlando quei da l'armi più leggiere,

quando pedoni e quando gente equestre,

cominciò a la sua giunta a far vedere

or su le manche or su le piagge destre;

e far fuochi avampar tutte le sere,

di qua e di là, per quelle cime alpestre;

e di voler passar mostra ogni segno

fuor ch'ove di passar forse ha disegno.

A Mon Ginevra, al Mon Senese avea,

e a tutti i monti ove la via più s'usa,

provisto il Longobardo, e vi tenea

con fanti e cavallieri ogni via chiusa;

sopra Saluzzo i monti difendea

un suo figliuolo, et esso quei di Susa.

Per tutti questi passi, or basso or alto,

Orlando movea loro ogni dì assalto.

Spesso fa dar all'armi, e mai non lassa

l'inimico posar né dì né notte:

né però l'un su quel de l'altro passa,

e ben si puon segnar pari le botte.

Ma sarebb'ita in lungo e forse cassa

d'effetto sua fatica in quelle grotte,

se non gli avesse la vittoria in mano

fatta cader un nuovo caso strano.

Nel campo longobardo un giovane era,

signor di Villafranca a piè de' monti,

capitan de li armati alla leggiera,

che n'avea mille ad ogn'impresa pronti,

di tanto ardir, d'audacia così fiera,

che sempre inanzi iva alle prime fronti;

e sue degne opre non pur fra gli amici,

ma laude anco trovar da gli nimici.

Era il suo nome Otton da Villafranca,

di lucid'armi e ricche vesti adorno,

che la fida moglier, nomata Bianca,

in ricamar avea speso alcun giorno.

La destra parte era oro, era la manca

argento, et anco avean dentro e d'intorno,

quella d'argento e questa in nodi d'oro,

le note incomincianti i nomi loro.

Avea un caval sì snello e sì gagliardo,

che par non avea al mondo, et era còrso,

sparso di rosse macchie il col leardo,

l'un fianco e l'altro, e dal ginocchio al dorso.

Men sicuro di lui parea e più tardo,

volga alla china o drizzi all'erta il corso,

quell'animal che da le balze cozza

coi duri sassi, e lenta la camozza.

Su quel destrier Ottone, or alto or basso

correndo, era per tutto in un momento,

quando lanciando un dardo e quando un sasso,

ché la persona sua ne valea cento.

Or s'opponeva a questo, or a quel passo;

né sol valea di forza e d'ardimento,

ma facea con la lingua e con la fronte

audaci mille cor, mille man pronte.

Poi che Fortuna a quella audacia arriso

ebbe cinque o sei giorni, entrò in gran sdegno;

ché pur troppa baldanza l'era aviso

ch'Otton pigliasse nel suo instabil regno,

ch'avendo di lontano alcuno ucciso,

d'entrar nel stuol facesse anco disegno;

e gli ruppe in un tratto, come vetro,

ogni speranza di tornar a dietro.

Baldovin con molt'altri gli la tolse,

ch'a un stretto passo il colse per sciagura:

il cavallo al voltar dietro gli colse

dove i schinchi e le cosce hanno giuntura;

sì che lo fe' prigion, volse o non volse,

quantunque il cavallier senza paura

non si rendette mai, fra la tempesta

di mille colpi, fin ch'ebbe elmo in testa.

Perduto l'elmo, non fe' più contrasto,

ma disse: — Io mi vi rendo —; e lasciò il brando,

molto più del destrier che vedea guasto

che del maggior suo danno sospirando.

La presa di quest'uomo venne il basto,

com'io vi dirò appresso, rassettando,

sul qual fur poi le gravi some poste

ch'a Desiderio si rupper le coste.

Lasciato a Villafranca avea la fida,

casta, bella, gentil, diletta moglie,

quando di quella schiera si fe' guida,

seguendo più l'altrui che le sue voglie:

or restando prigion, n'andar le grida

là dove più poteano arrecar doglie;

alla moglie n'andar casta e fedele,

che mandò al cielo i pianti e le querele.

Sparso la Fama avea, com'è sua usanza

di sempre aggrandir cosa che rapporte,

che Otton preso e ferito era, non sanza

grandissimo periglio de la morte.

Perciò il figliuol del re, ch'avea la stanza

vicino a lei con parte di sua corte,

andò per visitarla e trar di pianto,

se valesse il conforto però tanto.

Penticon (ché quel nome avea il figliuolo

del re de' Longobardi) poi che venne

a veder la beltà che prima, solo

conoscendo per fama, minor tenne;

com'augel ch'entra ne le panie a volo,

né può dal visco poi ritrar le penne,

si ritrovò nel cieco laccio preso,

che nel viso di lei stava ognor teso.

E dove era venuto a dar conforto,

non si partì che più bisogno n'ebbe.

Dal camin dritto immantinente al torto

voltò il disio, che smisurato crebbe:

or, non che preso, ma che fosse morto

Otton suo amico, intendere vorrebbe:

l'uom che pur dianzi con ragione amava,

contra ragione or mortalmente odiava.

Né può d'un mutamento così iniquo

render la causa o far scusa migliore,

che attribuirlo all'ordine che, obliquo

da tutti gli umani ordini, usa Amore;

di cui per legge e per costume antiquo

gli effetti son d'ogn'altro esempio fuore.

Non potea Penticon al disio folle

far resistenza; o se potea, non volle.

E lasciandosi tutto in preda a quello,

senza altra escusa e senza altro rispetto,

cominciò a frequentar tanto il castello,

ch'a tutto il mondo dar potea sospetto:

indi fatto più audace, col più bello

modo che seppe, a palesarle il petto,

a pregar, a promettere, a venire

a' mezi onde aver speri il suo desire.

La bella donna, che non men pudica

era che bella, e non men saggia e accorta,

prima che farsi oltre il dovere amica

di sì importuno amante, esser vuol morta.

Ma quegli, avegna ch'ella sempre dica

di non voler, però non si sconforta;

et è disposto di far altre prove,

quando il pregar e proferir non giove.

Ella conosce ben di non potere

mantener lungamente la contesa;

e stando quivi, se non vuol cadere,

non può, se non da morte, esser difesa.

Ma questa suol, fra l'aspre, orride e fiere

condizion, per ultima esser presa:

quindi, prima fuggir, e perder prima

ciò ch'altro ha al mondo, che l'onor, fa stima.

Ma dove può ella andar, ch'ogni cittade

che tra il mar, l'Alpi e l'Appennino siede,

del padre de l'amante è in podestade,

né sicuro per lei luogo ci vede?

Passar l'Alpi non può, ch'ivi le strade

chiude la gente, chi a caval, chi a piede:

non ha il destrier che fe' alle Muse il fonte,

né il carro in che Medea fuggì Creonte.

Di questo fe' tra sé lungo discorso,

né mai seppe pigliar util consiglio.

Ad un suo vecchio al fin ebbe ricorso,

che amava Otton come signore e figlio.

Costui s'imaginò tosto il soccorso

di trar l'afflitta donna di periglio,

e le propose per segreti calli

salva ridurla alle città dei Galli.

Stato era cacciator tutta sua vita,

ma molto più quand'eran gli anni in fiore;

et avea per quei monti ogni via trita,

di qua errando e di là, dentro e di fuore.

Pur che non fosse nel partir sentita,

la condurrebbe salva al suo signore:

solo si teme che la prima mossa

occulta a Penticon esser non possa;

che, non che un dì, ma poche ore interpone

che non sia seco, e v'ha sempre messaggio.

Mentre va d'una in altra opinione

come abbia a proveder il vecchio saggio,

vede che lei salvar, e con ragione

Otton può vendicar di tanto oltraggio,

portar facendo al folle amante pena

di quel desir ch'a tanto obbrobrio il mena.

Esorta lei ch'anco duo dì costante

stia, fin che di là torni ove andar vuole;

e, come saggia, intanto al sciocco amante

prometta largamente e dia parole.

Fatto il pensier, si parte in uno instante

per una via ch'in uso esser non suole,

con lunghi avolgimenti, ma assai destra

quanto creder si può d'una via alpestra.

Tosto arrivò dove occupava il monte

la gente del figliuol del re Pipino,

e dimandò voler parlar al Conte;

ma la guardia il condusse a Baldovino,

che del campo tenea la prima fronte.

Costui d'Orlando frate era uterino:

vuo' dir ch'ambi eran nati d'una madre;

ma l'un Milon, l'altro avea Gano padre.

Il Maganzese, poi che di costui

attentamente ebbe il parlar inteso,

di liberar il signor suo, e per lui

darli il figliuol del re nimico preso;

non lasciò che parlasse al Conte, in cui

di virtù vera era un disio sì acceso,

che di ciò non seria stato contento,

ch'aver gli parria odor di tradimento.

E dubitava non facesse Orlando

quel che Fabrizio e che Camil già féro,

che l'uno a Pirro, e l'altro già assediando

Falisci, in mano i traditor lor diero.

Finse voler la notte occupar (quando

la strada avea imparata) un poggio altiero

che si vedea all'incontro oltre la valle,

e i nimici assalir dietro alle spalle.

Con volontà d'Orlando, in su la sera

Baldovin se ne va con buona scorta

de cavallieri armati alla leggiera,

e un fante ognun di lor dietro si porta.

La luna in mezo 'l ciel, che ritond'era,

vien lor mostrando ogni via dritta e torta:

appresso a terza, si trovar dal loco

dove s'hanno a condur lontani poco.

Si fermar quivi, e ricrear alquanto

sé et i cavalli in una occulta piaggia;

che seco vettovaglia aveano, quanto

bastar potea per quella via selvaggia.

Il vecchio corre alla sua donna intanto,

e le divisa ciò ch'ordinato aggia.

A Villafranca Penticon rimena

il suo desio, che 'l giorno spunta a pena.

La donna, che dal dì che le fu tolto

il suo marito andò sempre negletta;

questo, che spera di vederlo sciolto

e far d'ogni sua ingiuria alta vendetta,

ritrova i panni allegri, e il crine e 'l volto,

quanto più sa, per più piacer rassetta;

e fe' quel dì, quel che non fe' più inante,

grata accoglienza al poco cauto amante.

E con onesta forza, la mattina,

e dolci preghi, a mangiar seco il tenne.

Il vecchio intanto a Baldovin camina,

ch'al venir ratto aver parve le penne:

piglia tosto ogni uscita, indi declina

ove il dì si facea lieto e solenne;

e quivi, senza poter far difese,

e Penticone e de' suoi molti prese.

Lasciato avea chi sùbito al fratello

la vera causa del suo andar narrassi;

ch'avea per prender Penticon, non quello

monte occupar, volti la sera i passi;

sì che per l'orme sue verso il castello

pregava che col resto il seguitassi.

Benché non piacque al Conte che tacciuto

questo gli avesse, pur non negò aiuto:

e con tutti gli altri ordini si mosse,

senza che tromba o che tambur s'udisse;

e perché inteso il suo partir non fosse,

lasciò chi 'l fuoco insino al dì nutrisse.

La presa del figliuol, non che percosse,

ma al vecchio padre in modo il cor trafisse,

che si levò de l'Alpi; e mezza rotta

salvò a Chivasco et a Vercei la frotta.

Né a Vercei né a Chivasco il paladino

di voler dar l'assalto ebbe disegno;

anzi i passi volgea dritto al Ticino,

alla città che capo era del regno.

Desiderio, per chiuderli il camino,

lo va a trovar, ma non gli fa ritegno;

et è sì inferior nel gran conflitto,

che ne riman perpetuamente afflitto.

Quivi cader de' Longobardi tanti,

e tanta fu quivi la strage loro,

che 'l loco de la pugna gli abitanti

Mortara dapoi sempre nominoro.

Ma prima che seguir questo più inanti,

ritornar voglio agli altri gigli d'oro,

che Carlo ai capitani raccommanda

ch'alle sue giuste imprese altrove manda.

Con dieci mila fanti e settecento

lance e duo milla arcier andò Rinaldo

verso Guascogna, per far mal contento

di sua perfidia l'Aquitan ribaldo.

Bradamante e Ruggier, che 'l regimento

avean del lito esposto al fiato caldo,

ebbon di fanti non so quanti miglia,

e legni armati a guardia di Marsiglia.

Come chi guardi il mar, così si pone

chi a cavallo, chi a piè, che guardi il lito.

Olivier guardò Fiandra, Salamone

Bretagna, Picardia Sansone ardito:

dico per terra; ch'altra provisione,

altro esercito al mar fu statuito.

Con grossa armata cura ebbe Ricardo

da la foce del Reno al Mar Picardo.

E dal Picardo al capo di Bretagna,

avendo uomini e legni in abondanza,

uscì Carlo col resto alla campagna,

e venne al Reno, e lo passò a Costanza;

et arrivò sì presto ne la Magna,

che la fama al venir poco l'avanza;

passò il Danubio, e si trovò in Bavera,

che mosso Tassillone anco non s'era.

Tassillon, de Boemi e de Sassoni

esercito aspettando e d'Ungheria,

alle squadre di Francia e legioni

tempo di prevenirli dato avia.

Carlo fermò ad Augusta i confaloni,

e mandò all'inimico ambasceria

a saper se volesse esperienza

far di sua forza o pur di sua clemenza.

Tassillon, impaurito de la presta

giunta di Carlo, ch'improviso il colse,

con tutto il stato se gli diè in podesta,

e Carlo umanamente lo raccolse;

ma che rendesse alla prima richiesta

il tolto a Namo et a' consorti, volse;

e che lor d'ogni danno et interesse

ch'avean per questo avuto, sodisfesse;

e settecento lance per un anno,

e dieci mila fanti gli pagasse;

la qual gente volea ch'allora a danno

di Desiderio in Lombardia calasse.

Con gli statichi i Franchi se ne vanno;

e prima che 'l passaggio altri vietasse

(ché de' Boemi prossimi avean dubio),

tornar ne l'altra ripa del Danubio.

E verso Praga in tanta fretta andaro,

di nostra fede a quella età nimica

(ben che né ancora a questa nostra ho chiaro

che le sia tutta la contrada amica),

ch'a prima giunta i varchi le occupato,

cacciato e rotto con poca fatica

re Cardoranno, che mezo in fracasso

quivi era accorso a divietar il passo.

Gli Franceschi cacciar fa su le porte

di Praga gli Boemi in fuga e in rotta.

Quella città, di fosse e muta forte,

salvò col suo signor la maggior frotta:

le diè Carlo l'assalto; ma la sorte

al suo disegno mal rispose allotta,

ch'a gran colpi di lance il popul fiero

fe' ritornar la gente de lo Impero.

Ché, mentre era difeso et assalito

da un lato il muro, il forte Cardorano

(di cui se si volesse un uom più ardito,

si cercheria forse pel mondo in vano)

fuor d'una porta era d'un altro uscito,

et avea fatto un bel menar di mano;

e dentro, con prigioni e preda molta,

sua gente seco salva avea raccolta.

E fe' che Carlo andò più ritenuto

et ebbe miglior guardia alle sue genti,

avendo lor d'un sito proveduto

da porvi più sicuri alloggiamenti,

dove il fiume di Molta è ricevuto

da l'acque d'Albi all'Oceàn correnti:

la barbara cittade in loco sede,

che quinci un fiume e quindi l'altro vede.

Tra le due ripe, alla città distanti

un tirar d'arco, s'erano alloggiati,

sì che s'avean la città messa inanti,

che gli altri fiumi avea dietro e dai lati.

Carlo, perché dai luoghi circonstanti

non abbian vettovaglia gli assediati,

e perché il campo suo stia più sicuro,

tra un fiume e l'altro in lungo tirò un muro;

che era di fuor di travi e di testura

di grossi legni, e dentro pien di terra;

e perché non uscisson de le mura

dal canto ove la doppia acqua gli serra,

su le ripe di fuor ebbe gran cura

di por ne le bastie genti da guerra,

che con velette e scolte a nissun'ora

lassassino uomo entrar o venir fuora.

Quindi una lega appresso, era una antica

selva di tassi e di fronzuti certi,

che mai sentito colpo d'inimica

secure non avea né d'altri ferri:

quella mai non potesti fare aprica,

né quando n'apri il dì né quando il serri,

né al solstizio, né al tropico, né mai,

Febo, vi penetrar tuoi chiari rai.

Né mai Diana, né mai Ninfa alcuna,

né Pane mai, né Satir, né Sileno

si venne a ricrear all'ombra bruna

di questo bosco di spavento pieno;

ma scelerati spirti et importuna

religion quivi dominio avieno,

dove di sangue uman a Dei non noti

si facean empi sacrifici e voti.

Quivi era fama che Medea, fuggendo

dopo tanti inimici al fin Teseo,

che fu, con modo a ricontarlo orrendo,

quasi ucciso per lei dal padre Egeo;

né più per tutto il mondo loco avendo

ove tornar se non odioso e reo,

in quelle allora inabitate parti

venne, e portò le sue malefiche arti.

So ch'alcun scrive che la via non prese,

quando fuggì dal suo figliastro audace,

verso Boemia, ma andò nel paese

che tra i Caspi e l'Oronte e Ircania giace,

e che 'l nome di Media da lei scese:

il che a negar non serò pertinace;

ma dirò ben ch'anco in Boemia venne

o dopo o allora, e signoria vi tenne;

e fece in mezo a questa selva oscura,

dove il sito le parve esser più ameno,

la stanza sua di così grosse mura

che non verria per molti secol meno;

e per potervi star meglio sicura,

di spirti intorno ogn'arbor avea pieno,

che rispingean con morti e con percosse

chi d'ir nei suoi segreti ardito fosse.

E perché, per virtù d'erbe e d'incanti,

de le Fate una et immortal fatt'era,

tanto aspettò, che trionfar di quanti

nimici avea vid'al fin Morte fiera:

indi a grand'agio ripensando a tanti

a' quai fatt'avea notte inanzi sera,

all'ingiurie sofferte, affanni e lutto,

vid'esser stato Amor cagion di tutto.

E fatta omai per lunga età più saggia

(ché van di par l'esperienze e gli anni),

pensa per lo avvenir come non caggia

più negli error ch'avea passati, e danni;

e vede, quando Amor poter non v'aggia,

ch'in lei né ancor avran poter gli affanni;

e studia e pensa e fa nuovi consigli,

come di quel tiran fugga gli artigli.

Ma perché, essendo de la stirpe antica

che già la irata Vener maledisse,

vide che non potea viver pudica,

et era forza che 'l destin seguisse;

pensò come d'amor ogni fatica,

ogni amarezza, ogni dolor fuggisse;

come gaudi e piacer, quanti vi sono,

prender potesse, e quanto v'è di buono.

Cagion de la sua pena l'era aviso

che fosse, com'avea visto l'effetto,

il tener l'occhio tuttavia pur fiso,

e l'animo ostinato in uno oggetto;

ma quando avesse l'amor suo diviso

fra molti e molti, arderia manco il petto:

se l'un fosse per trarla in pena e in noia,

cento serian per ritornarla in gioia.

Di quel paese poi fatta regina,

che venne a lungo andar pieno e frequente,

perché ammirando ognun l'alta dottrina

le facea omaggio volontariamente;

nuova religione e disciplina

instituì, da ogn'altra diferente:

che, senza nominar marito o moglie,

tutti empìano sossopra le sue voglie.

E de li dieci giorni aveva usanza

di ragunarsi il populo gli sei,

femine e maschi, tutti in una stanza,

confusamente i nobili e i plebei:

in questa dimandavan perdonanza

d'ogni gaudio intermesso agli lor Dei,

ch'era a guisa d'un tempio fabricata

di vari marmi, e di molt'oro ornata.

Finita l'orazion, facean due stuoli,

da un lato l'un, da l'altro l'altro sesso;

indi levati i lumi, a corsi e a voli

venian al nefandissimo complesso;

e meschiarsi le madri coi figliuoli,

con le sorelle i frati accadea spesso:

e quella usanza, ch'ebbe inizio allora,

tra gli Boemi par che duri ancora.

Deh! perché quando, o figlia del re Oeta,

o d'Atene o di Media tu fuggisti,

deh! perché a far l'Italia nostra lieta

con sì gioconda usanza non venisti?

Ogni mente per te seria quieta,

senza cordoglio e senza pensier tristi;

e quella gelosia che sì tormenta

gli nostri cor, serìa cacciata e spenta.

Oh come, donne, miglior parte avreste

d'un dolce, almo piacer, che non avete!

Dove voi digiunate, e senza feste

fate vigilie in molta fame e sete,

tal satolle e sì fatte prendereste,

che grasse vi vedrei più che non sete.

Ma bene io stolto a porre in voi desire

da farvi, per gir là, da noi fuggire!

Visse più d'una età leggiadra e bella,

regina di quei populi, Medea;

ch'ad ogni suo piacer si rinovella,

e da sé caccia ogni vecchiezza rea;

e questo per virtù d'un bagno ch'ella

per incanto nel bosco fatto avea;

al qual, perché nissun altro s'accosti,

avea mille demoni a guardia posti.

Questa fata del populo boemme

ebbe per tanti secoli governo,

che 'l tempo si potria segnar con l'emme,

e quasi credea ognun che fosse eterno:

ma poi che a partorir in Bettelemme

Maria venne il figliuol del Re superno;

quivi regnare non poté, o non volse,

e di vista degli uomini si tolse.

E ne l'antiqua selva, fra la torma

de li demoni suoi tornò a celarsi,

dove ogni ottavo dì sua bella forma

in bruttissima serpe avea a mutarsi.

Per questa opinion, vestigio et orma

di piede uman nissun potea trovarsi

inanzi a questo dì di ch'io vi parlo,

che l'aurea fiamma alzò in Boemia Carlo.

L'imperador commanda che dal piede

taglin le piante a lor bisogno et uso:

l'esercito non osa, perché crede,

da lunga fama e vano error deluso,

che chi ferro alza incontra il bosco, fiede

sé stesso e more, e ne l'inferno giuso

visibilmente in carne e in ossa è tratto,

o resta cieco o spiritato o attratto.

Carlo, fatta cantar una solenne

messa da l'arcivescovo Turpino,

entra nel bosco, et alza una bipenne,

e ne percuote un olmo più vicino:

l'arbor, che tanta forza non sostenne,

ché Carlo un colpo fe' da paladino,

cadde in duo tronchi, come fu percosso;

e sette palmi era d'intorno grosso!

Chi si ricorda il dì di san Giovanni,

che sotto Ercole o Borso era sì allegro?

che poi veduto non abbian molt'anni,

come né ancora altro piacere integro,

di poi che cominciar gli assidui affanni

dei quali è in tutta Italia ogni core egro:

parlo del dì che si facea contesa

di saettar dinanzi alla sua chiesa.

Quel dì inanzi alla chiesa del Battista

si ponean tutti i sagittari in schiera;

né colpo uscia fin ch'al bersaglio vista

la saetta del principe non era;

poi con la nobiltà la plebe mista

l'aria di frecce a gara facea nera:

così ferito ch'ebbe il bosco Carlo,

fu presto tutto il campo a seguitarlo.

Sotto il continuo suon di mille accette

trema la terra, e par che 'l ciel ribombi;

or quella pianta or questa in terra mette

il capo, e rompe all'altre braccia e lombi.

Fuggon da' nidi lor guffi e civette,

che vi son più che tortore o colombi;

e, con le code fra le gambe, i lupi

lascian l'antiche insidie e i lochi cupi.

Per la molta bontà ch'era in effetto

e vera in Carlo, non mendace e fata,

fu sì la forza al diavol maledetto

da l'aiuto di Dio quivi rispinta,

ch'a lui non nocque, né, per suo rispetto,

a chi s'avea per lui la spada cinta:

sì che mal grado de l'inferno tutto

alli demoni il nido era distrutto.

Un fremito, qual suol da l'irate onde

del tempestoso mar venir a' lidi,

cotal si udì fra le turbate fronde,

meschio di pianti e spaventosi gridi;

indi un vento per l'aria si difonde

che ben appar che Belzebù lo guidi:

ma né per questo avvien ch'al saldo e fermo

valor di Carlo abbia la selva schermo.

Cade l'eccelso pin, cade il funebre

cipresso, cade il venenoso tasso,

cade l'olmo atto a riparar che l'ebre

viti non giaccian sempre a capo basso;

cadono, e fan cadendo le latebre

cedere agli occhi et alle gambe il passo:

piangon sopra le mura i Pagan stolti,

vedendo alli lor Dei gli seggi tolti.

Alcun dentro ne gode, ché n'aspetta

di veder sopra a Carlo e tutti i Franchi

scender dal ciel così dura vendetta

ch'a sepelirli il populo si stanchi.

Com'è troncato un arbore, si getta

nel fiume ch'alla selva bagna i fianchi;

e quello, ubidiente, ai corni sopra

lo porta al loco ov'è poi messo in opra.

In questo tempo avea l'iniquo Gano,

per dar a Carlo in ogni parte briga,

composto il re d'Arabia e il Soriano

col Calife d'Egitto in una liga;

e dopo il colpo, per celar la mano,

in guisa d'uom che conscienza instiga,

per voto a cui già s'obligasse inanti,

era andato al Sepolcro, ai Luoghi santi.

Quivi da Sansonetto ricevuto,

che da Carlo in governo avea la terra,

era stato alcun giorno, e poi venuto

verso Costantinopoli per terra;

dove certa notizia avendo avuto

di Carlo che in Boemia facea guerra,

s'era voltato, per la dritta via

di Servia e di Belgrado, in Ungheria.

Ritrovò, essendo già Filippo morto,

aver il regno un figlio d'Otacchiero,

che come l'avol dritto, così ei torto

ebbe l'animo sempre da lo Impero.

Gano gli venne in tempo a dar conforto,

ch'era pel re di Francia in gran pensiero,

del qual nimico discoperto s'era

per la causa del duca di Baviera:

e molto si dolea di Tassillone

ch'avesse senza lui fatta la pace,

di che il Boemme e l'Ungaro e il Sassone

restava in preda alla francesca face.

Avea d'aiutar Praga intenzione,

ma de lo assunto si vedea incapace:

impossibil gli par che in così breve

tempo far possa quel ch'in ciò far deve.

Ma se lo assedio si potea produrre,

se potea andar in lungo ancora un mese,

tanta gente era certo di condurre,

oltre il soccorso che daria il paese,

che i gigli d'or ne le bandiere azzurre

quivi restar faria con l'altro arnese:

ma s'ora andasse, non farebbe effetto

se non d'attizzar Carlo a più dispetto.

Gano promesse che farebbe ogn'opra

che Praga ancor un mese si terrebbe;

e poi che molto han ragionato sopra

quanto far ciascun d'essi in questo debbe,

parte Gano da Buda, e tra via adopra

lo 'ngegno che molt'atto a tradire ebbe:

va da Strigonia in Austria, indi si tiene

a destra mano et in Boemia viene.

Il peregrino di Gerusalemme,

con quanti avea condotti a' suoi servigi,

umilmente, senza oro e senza gemme

ma di panni vestiti grossi e bigi,

nel campo tolto al popolo boemme

baciò la mano al buon re di Parigi,

ch'avendolo raccolto ne le braccia,

di qua e di là gli ribaciò la faccia.

Era inclinato di natura molto

a Gano Carlo, e ne facea gran stima,

e poche cose fatte avria, che tolto

il suo consiglio non avesse prima;

com'ogni signor quasi in questo è stolto,

che lascia il buono et il piggior sublima;

né, se non fuor del stato, o dato in preda

degli inimici, par che 'l suo error veda.

Per non saper dal finto il vero amico

scernere, in tal error misero incorre.

Di questo vi potrei, ch'ora vi dico,

più d'un esempio inanzi agli occhi porre;

e senza ritornar al tempo antico,

n'avrei più d'uno a nostra età da tòrre:

ma se più verso a questo Canto giungo,

temo vi offenda il suo troppo esser lungo.