CANTO SECONDO.
— Salve, l'ombra gridò, salve, aspettate
Buon pellegrino. Al tuo cammin felice
Arride folgorando il ciel placato.
Dio s'affacciò dall'orrida pendice
Dell'altissimo suo monte profondo
Che su l'altre montagne ha la radice:
Diede uno sguardo al sottoposto mondo
E il mondo vacillò. Cader sospinto
Temea del nulla nell'orror secondo.
La gran catena da cui pende avvinto
Scoteasi tutta, e alzarsi orribilmente
Parea la polve del creato estinto.
Càlmati, disse allor l'Onnipossente,
Càlmati, o mondo. — E al suon di sue parole
Quel tremendo fragor tacque repente.
Brillò sereno dall'olimpo il sole,
Riser campi e colline e in dolce aspetto
Si rabbellîr di rose e di viole.
O tu che calchi, ad alte imprese eletto,
Dell'eterno voler la traccia oscura,
Apri al mio dir l'orecchio e l'intelletto.
Non il silenzio sempre di natura
Nè dei venti la calma e delle stelle
I disegni di Dio compie e matura:
Talvolta ancor fra i lampi e le procelle
Più luminoso il suo pensier traluce
E le divine idee fansi più belle.
Ei padre e fonte d'inesausta luce
Pur circonda talor gli eterei troni
Di maestà caliginosa e truce;
Onde sotto il suo piè s'odono i tuoni
Ruggir profondamente e con baldanza
Mormorar le burrasche e gli aquiloni.
In questa di furor torba sembianza
Parla pur anco alla sua sposa, e il core
Col rigor ne cimenta e la costanza:
Quindi spesso le invía guerra e terrore;
Quindi gli affanni che funesti e rei
D'odio sembrano segno e son d'amore.
Nè da' barbari colli giebusei
Sempre il nemico turbine si scaglia
Che il raggio offusca di quegli occhi bei.
Nel seno di Sion fiera battaglia,
Fiero nembo si desta anco talora,
Che l'invitte sue torri urta e travaglia.
La bella Sulamite si scolora,
Che il vide rovinar su le fiorenti
Vigne d'Engaddi, e al ciel si volge e plora.
Odi il romor delle quadrighe ardenti
D'Aminadabbo irato, odi il bisbiglio
Dell'atterrito Giuda, odi i lamenti.
Tu che pietoso accorri al reo periglio
Della redenta Sulamite, e vai
In sul Danubio ad asciugarle il ciglio,
Cresci speme e coraggio; e senti omai
Come chiaro su te parla il destino
Là dell'abisso degli eterni rai.
Splenderà la tua gloria, o pellegrino,
Più che le chiome e le lucenti rote
Dell'astro che le porte apre al mattino.
D'intorno a te s'affolleran divote,
Siccome intorno al suo pastor le agnelle,
Le più barbare genti e più remote:
E tu la fè la caritade in elle
Accenderai col guardo e col sembiante,
Mille mietendo al ciel palme novelle.
Dietro a' tuoi passi estatica ed amante
Affrettarsi vedrai l'Europa intera,
L'orme baciando dell'auguste piante:
Dell'Istro la regal sponda guerriera
Vedrai di vele e popoli coperta
Vari di ciel di lingua e di maniera.
Come d'Orebbe la vallea deserta,
Quando piovve sul querulo Israele
Celeste cibo dalla nube aperta,
Tu pioverai sul popol tuo fedele
Lo spirto che securo a Pier già feo
Di Cafarnao calcar l'onda crudele;
Spirto che del Tesbite e d'Eliseo
Scaldò le invitte labbra, e tutta un giorno
La Palestina di portenti empieo.
Un'altra volta di Moabbo a scorno
Di Balamo la voce udrassi intanto
Con maraviglia risuonar d'intorno.
Quanto son belle le tue tende! oh quanto,
Alma Sion, leggiadro è il tuo stendardo,
E glorioso de' tuoi duci il vanto!
In Ascaln correa romor bugiardo,
Che in Babilonia ti dicea conversa
E schiava di tiranno empio e codardo;
Profanato l'altar, guasta e perversa
La tua dottrina, e te in un mar che bolle
Di sozzura e d'orror tutta sommersa.
Mentì l'orribil grido. Il tuo bel colle
Di fiori ancor si veste e d'arboscelli
Nudriti al fiato d'un'auretta molle.
I tuoi cedri famosi ancor son quelli:
Ancor son fresche per la rupe e monde
L'urne de' tuoi fatidici ruscelli.
Venite a dissetarvi alle bell'onde,
O mal accorte agnelle che succhiate
Del sozzo Egitto le cisterne immonde.
Quel buon Pastor che abbandonaste, ingrate,
Ecco ch'ei viene pellegrin pietoso
Fra' dirupi a cercarvi, o sconsigliate.
Egli è tutto sudante e polveroso:
Amor lo guida, Amor che al varco il prese
E tolse agli occhi suoi sonno e riposo.
Deh! voli una soave aura cortese,
Che dalla via gli tempri le fatiche
Fra le piene d'orror balze scoscese.
Stendete la vostr'ombra, o piante amiche:
E voi di fior spargetegli il sentiere,
O pastorelle del Saron pudiche.
Fra sì dolci d'amor note sincere
Verrai su l'Istro, e ti vedrai davanti
Le tedesche piegarsi aste e bandiere.
E le madri di gioia palpitanti
T'insegneran col dito ai pargoletti,
Con mille baci confondendo i pianti:
Ed essi delle madri al fianco stretti
Ti cercheran col guardo, e si dorranno
Che veloce trapassi e non aspetti,
Ed il picciolo mento allungheranno,
Onde sul folto della calca alzarse
Con avid'occhio e fanciullesco affanno.
Ecco intanto le grida raddoppiarse:
Ecco Giuseppe.... — A questo nome un foco
Del pellegrino sulle guance apparse:
Fu il cor che dentro si commosse, e poco
Di sè capace ritrovando il petto
Tentò co' balzi dilatarsi il loco.
Tenerezza e pietà, gioia e rispetto
Gli fêro assalto all'anima, e sul viso
Si spinser tutti con diverso affetto.
Del visibile fremito improvviso
S'avvide il parlator veglio canuto;
E il divin labbro aprendo ad un sorriso,
— Vedrai, seguìa, vedrai questo temuto
Eroe dell'Austria innanzi a cui vacilla
E stassi il mondo riverente e muto,
Non già truce il sembiante e la pupilla,
Qual sovente il mirâr la Molda e il Reno
Là tra il fumo di Marte e la favilla,
Ma placido gentil mite e sereno
Venirti incontro, e, come al padre il figlio,
Chinarsi, e palpitar stretto al tuo seno.
Oh palpiti d'amor non di periglio!
Oh regal bacio! oh memorando amplesso!
Oh d'alta providenza alto consiglio!
Le sue le tue virtù d'un nodo istesso
Si stringeranno, e si faran tra loro
Scambievole di rai dolce riflesso.
Aureo d'affetti l'amistà lavoro
Nelle vostr'alme tesserà, che poi
Fian del tempio di Dio base e decoro;
Finchè d'applausi carco, e degli eroi
Il più grande lasciando all'Istro in riva
Innamorato de' pensieri tuoi,
Alle contrade della tua giuliva
Difficil Roma tornerai lodato
Coll'invidia al tuo piè vinta e cattiva.
Ivi lungo di giorni ordin beato
Trarrai sicuro; e del tuo sacro impero
Salomon nuovo tranquillando il fato,
Auspice avventuroso e condottiero
Sarai del secol che s'appressa e chiede
Del tuo bel nome ornar l'anno primiero.
Questo è il voler di lui che al tuo cor diede
L'alto coraggio, e su l'avel lo scrisse
D'onde al sacro cammin movesti il piede. —
L'amica ambasciatrice ombra sì disse,
E girò gli occhi quai due soli: e il monte
Par che tutto di luce si vestisse,
Che poi si stese all'ultimo orizzonte;
E ne rise per giubilo la valle,
E traballonne d'Appennin la fronte;
Onde agitate su l'acute spalle
Si scomposer le nevi, e sciolte in fiumi
Giù per rotto dirupo aprirsi il calle.
Grondavan tutti delle balze i dumi,
E le colline rugiadose un nembo
Alzavan di gratissimi profumi.
Ma l'ombra già confusa erasi in grembo
Dell'angelica nube, che repente
Per abbracciarla avea squarciato il lembo.
Sparir la vide il pellegrin dolente,
E col guardo la nebbia accompagnando
Che portavala al cielo dolcemente,
Ed ambedue le palme alto levando,
— Padre, gridò, così t'involi, e lassi
Meco le cure del divin comando?
Meglio era che il mio corso anco mutassi.
Ma, se vuolsi che io resti e alle serene
Sedi d'Olimpo senza me tu passi,
Deh! narra a Pietro, se a incontrar ti viene,
Narra pietoso i miei disastri e tutte
Del suo fedele successor le pene. —
Disse; qual su l'erbe appaiono le stille
Delle nubi d'april scosse e produtte,
Che brillan tremolando a mille a mille
Davanti al sol che irradiale e percote,
Tal corse il pianto intorno alle pupille.
Si terse il pellegrin santo le gote;
E pien la mente della grande idea
Che inspirògli l'antico sacerdote,
Fiamme spargendo, ovunque il piè volgea,
D'amor di fede di pietà di zelo,
Corse oltre la gelata alpe Retea
Gli alti presagi ad avverar del cielo.