Canto secondo

By Torquato Tasso

Parte Rinaldo, e nel partir si sente

dal petto acceso ancor partirsi il core;

null'è ch'allegri la dogliosa mente,

nulla che l'alma oppressa alzi e ristore;

vorrebbe esser rimaso, e già si pente

d'aver lasciato il suo gradito amore:

la bella donna di cui fatto è servo,

di liber ch'era più ch'in selva cervo.

Sei volte e sette a dietro il corsier volve,

e per tornar verso il suo ben s'invia;

poscia tutto al contrario si risolve,

ed oltre segue la primiera via;

instabil è vie più ch'al vento polve,

e ben par che d'amor seguace ei sia;

fa diversi pensier, e in un non ferma

pur breve spazio l'egra mente inferma.

Al fin con l'aspre cure e co' sospiri

accompagna il parlar tremante e basso,

e dice: — Ove, o disio d'onor, mi tiri

per forza, ahi folle! a periglioso passo?

Come vuoi tu ch'ad alte imprese aspiri,

s'io son privo del cor, s'a dietro il lasso?

Più che la forza in guerra il cor bisogna;

senz'esso andrò dunque a mercar vergogna?

Deh, perché, lasso! a quel parlar cortese,

a quelle dolci ed amorose note

non rimas'io con lei, di cui s'accese

l'alma, e senza cui pace aver non puote?

Chi, se non tu, crudel, ciò mi contese?

Tu le preghiere sue fêsti gir vuote,

e me l'invito a ricusar sforzasti,

misero! e lunge dal mio ben tirasti. —

Qui tace, e china a terra i lumi e 'l volto;

poi così ancora il suo parlar ripiglia:

— Ahi! quanto è quel desir fallace e stolto

che tornar a Clarice or mi consiglia,

e 'n quanti errori è 'l mio discorso involto.

Lasso! poi ch'al peggio ognor s'appiglia,

anzi donna sì chiara e sì gentile

apparir non deve uomo oscuro e vile

Né fec'io giamai cosa onde sia degno

del suo cospetto, e ciò negar non vale;

e già n'ho visto più d'un chiaro segno,

ch'ella prudente ancor mi stima tale:

ch'a le parole mie, colma di sdegno,

risposta diede al mio vil merto eguale;

e se poi m'invitò, ve la sospinse

sua cortesia, che la viltà mia vinse.

Né stato il mio restar le saria caro,

né bramar degg'io quel ch'a lei non piace:

quando sarò ne l'arme illustre e chiaro,

non mi si disdirà l'essere audace;

e 'l volto ove a sprezzar tutt'altro imparo,

che m'arde il cor d'inestinguibil face,

a ciò mi porgerà forza ed ardire,

e darà piume e vanni al mio desire.

E benché priv'or sia del core il petto,

l'alma imago in sua vece entro rinchiude,

che potrà più che 'l core in ogni effetto

rendermi ardito, e in me destar vertude. —

Clarice intanto d'amoroso affetto

non meno aviene ancor ch'agghiaci e sude,

e non meno di lui si duole e lagna,

ma 'l bel viso di più piangendo bagna.

Bagna il viso di pianto, allarga il freno

ai sospiri, ai lamenti, e così dice:

— Qual or sì novo e sì mortal veleno

t'attosca il petto, o misera Clarice?

Qual dolce mal d'alta amarezza pieno

dilettando ti fa mesta e 'nfelice?

Donde 'l desire in te, donde l'ardore,

donde la speme ancor nasce e 'l dolore?

Già ben m'accorgo apertamente, ahi lassa!

or che l'accorger più nulla mi giova,

ch'Amor, che l'alme più superbe abbassa,

or in me fa così spietata prova;

e ch'egli è quel che sì feroce passa

dentr'al mio cor come in sua stanza nuova;

e ch'egli è quel che in lui desire e speme

ed ardor ed affanno aviva insieme.

Ma s'egli è quel ch'in un lieta e dolente

mi fa, quando giamai meco contese?

Quando, meschina ancor, così repente

o per forza o per arte egli mi prese?

Come a schermirmi allor non fui possente,

ed a fuggir l'ascoste insidie tese?

Come, no 'l sapendo, io vinta restai?

Come a lui volontaria io mi donai? —

Segue intanto Rinaldo il suo viaggio,

né pur l'alma o le membra alquanto posa;

e giunge u' dal notturno umido raggio

face altrui schermo quercia alta e frondosa.

Ivi scorge nel suol, che 'l vago maggio

copria di veste allor verde ed erbosa,

assisi duo guerrier che 'l corpo stanco

rendean col cibo vigoroso e franco.

L'invitan questi con parlar cortese,

ed ei l'invito lor ricusa alquanto;

ma, non giovando il ricusar, discese

al fin di sella e lor si mise a canto.

Poi che ciascuno il nutrimento prese,

il ragionar ch'avean lasciato intanto

ripigliaro di nuovo, e quel tal era

qual conveniasi a sì onorata schiera.

A caso venne al bon Rinaldo detto

ch'a la ventura gia di quel destriero.

Uno di lor, che cavalier perfetto

tenuto ed appellato era Isoliero,

allor rispose con turbato aspetto:

— Deh! cangia omai, baron, cangia pensiero,

ché tal ventura solo a me conviensi,

e folle sei se di tentarla pensi.

Rise Rinaldo e disse: — A l'apparire

del sol serò con quel cavallo a fronte,

né lasciarlo altrui vo', né di soffrire

uso son io sì gravi ingiurie ed onte. —

Isolier lo spagnuol non può sentire

ch'altri gli parli in sì orgogliosa fronte;

onde, tratta la spada: — O qui morrai,

disse, o l'impresa a me tu lascierai. —

Il lor compagno era un gentil barone

de' più pregiati ne l'inglese regno,

forte ed ardito ad ogni paragone,

e di molti famosi assai più degno;

egli avea col destrier fatta tenzone,

e van gli era tornato ogni dissegno,

benché non gisse a la ventura ei solo,

ma di guerrier menasse ardito stuolo.

Questi che del corsier la forza ha visto,

la forza c'ha 'l suo stuol morto e conquiso,

sì che soleva dir che fece acquisto

di vita, allor non sendo anch'egli ucciso;

volto al pagan, che d'elmo è già provisto

e minaccia al garzon con fiero viso,

gli disse: — Alto guerrier, ascolta, aspetta:

non correre a ferir con tanta fretta.

Non ti sdegnar in così strana impresa

compagno aver, perché non poco fia

se tu con belva tal prendi contesa,

avendo un sol guerriero in compagnia. —

Il pagan che di sdegno ha l'alma accesa,

e che finir tal lite omai disia,

qui gli tronca 'l parlar e 'l brando stringe,

e verso il fier garzon ratto si spinge.

Tutta la sua possanza in un raccoglie,

e poi dechina giù l'orribil spada.

Nel forte scudo l'aversario coglie

e gliel manda in duo parti in su la strada;

passa oltre il colpo, ed a l'elmetto toglie

il bel cimiero, e fa ch'a terra cada:

non rompe quel, ma ne la spalla scende,

e l'acciar che la copre alquanto fende.

Posto per segno a' campi ivi giaceva

sasso d'immenso pondo antiquo e grosso;

con man robusta allor Rinaldo il leva,

là 'v'altri non l'avria di luoco mosso.

Stretto l'affera, e poi s'alza e solleva,

ed al nimico suo l'avventa adosso,

col corpo il braccio accompagnando e insieme

qui congiungendo le sue forze estreme.

Non gian presso a Pozzuol con tal furore

gravi pietre per l'aere intorno errando,

pietre cui natural impeto fuore

da l'imo centro al ciel spingea tonando,

quando dentro 'l terren, chiuso il calore,

quel ruppe, strada d'essalar trovando,

con qual dal paladin tirata è questa,

che stridendo al pagan fiede la testa.

Stridendo il grave sasso al fier pagano

percote il capo e frange pria lo scudo,

ch'opposto avea perché del tutto in vano

se 'n gisse il colpo, o men gli fusse crudo.

Si riversa Isolier tremando al piano,

privo di senso e di vigore ignudo,

ed a lui gli occhi oscura notte involve,

ed ogni membro ancor se gli dissolve.

Non morì già, ma come morto in terra

un'ora giacque, e man non mosse o piede.

Rinaldo, che finita aver la guerra

con aspra morte del pagan si crede,

a lo sdegno, al furor il petto serra,

ed affetto gentil l'alma gli fiede:

sì ch'altamente ei se n'affligge e lagna,

ché pietade a valor sempre è compagna.

Rivenuto Isolier, benché assai grave

si senta, ché 'l fier colpo ancor gli noce,

pur stringe in man la spada e nulla pave,

e ver' Rinaldo il piè drizza veloce.

Ma il buono Inglese con parlar soave

tempra lo sdegno che sì il cor gli coce,

e le non lievi differenze accorda;

ma pria l'alto periglio a lor ricorda,

e gli dice: — Signor, io vi consiglio

di non gire a provar questa ventura,

perciò che sotto 'l ciel maggior periglio

non è, né cosa ad asseguir più dura;

non val contra 'l destrier forza o consiglio,

arma non è dal suo furor secura.

Ma se pur fisse in ciò le voglie avete,

ambo uniti a l'impresa insieme andrete.

E colui col destrier venga a battaglia

verso 'l quale egli prima i passi muova;

l'altro stiasi a veder quanto che vaglia

il suo compagno in così orribil pruova.

Vi prego ben, signor, che non vi caglia,

se pur la morte di tentar vi giova,

d'usar con belva tal vani rispetti,

ma che pugniate insieme uniti e stretti. —

Rimasero a que' patti ambo contenti,

e più che 'l buon Rinaldo anco Isoliero.

Ma come il sol co' suoi bei raggi ardenti

ruppe de l'atra notte il velo nero,

a levarse i guerrier pigri né lenti

non furo, ed a montar sovra 'l destriero.

Il britanno guerrier ch'a loro è scorta

gli guida a l'antro per la via più corta.

A l'antro onde il corsier mai non solea

scostarsi, come ei lor narra per strada,

questi, che senza scudo ir ne vedea

Rinaldo e senza lancia e senza spada,

gli disse: — Credi tu la belva rea

domare inerme, o di morir t'aggrada? —

E quelli a lui: — Nel cor consiston l'armi,

onde il forte non è chi mai disarmi. —

Al disiato luoco intanto giunge

la bella compagnia. Quivi l'Inglese

da lor toglie combiato e 'l destrier punge,

ma degli altri ciascun su l'erba scese

e lascia il corridore indi non lunge,

ch'a piè vogliono far l'aspre contese

per ferir meglio e meglio ancor ritrarsi,

e più veloci intorno raggirarsi.

Ecco appare il cavallo e calci tira,

e fa saltando in ciel ben mille ruote;

da le narici il fuoco accolto spira,

move l'orecchie e l'ampie membra scuote;

a sassi, a sterpi, a piante ei non rimira,

ma fracassando il tutto urta e percote:

col nitrito i nemici a fiera guerra

sfida, e co' piè fa rimbombar la terra.

Baio e castagno, onde Baiardo è detto:

d'argentea stella in fronte ei va fregiato,

balzani ha i piè di dietro, e l'ampio petto

di grasse polpe largamente ornato;

ha picciol ventre, ha picciol capo e stretto,

si posa il folto crin sul destro lato;

sono le spalle in lui larghe e carnose,

dritte le gambe asciutte e poderose.

Tal già Cillaro fu, pria che 'l domasse

con forza e arte l'amicleo Polluce,

e tai, prima che lor Marte frenasse

quei furo, ond'ei l'alto suo carro adduce.

Ma benché tal, benché al furor sembrasse

furia da l'imo centro uscita in luce,

raddoppia al paladin pur l'ardimento,

e desta in Isolier poco spavento.

Prima verso Isolier s'invia Baiardo,

e quei l'attende con la lancia in resta;

l'asta fracassa l'animal gagliardo,

e 'l corso suo non però punto arresta.

Non fu l'Ibero a ritirarsi tardo,

ed a dar luoco a così gran tempesta;

sì che quel non l'urtò, ma tornò ratto

contra di lui ch'avea già il brando tratto.

Tratta la spada avea, perché non era

per domar il cavallo ei qui venuto,

sendo da chi ne avea notizia intera

per impossibil questo allor tenuto,

ma per ferir la poderosa fera

e dargli morte ancor col ferro acuto.

Sol Rinaldo s'avea vario consiglio

preso dagli altri, e con maggior periglio.

Ratto contra l'Ispan Baiardo torna

feroce, alzando or l'uno or l'altro piede;

dove la fronte è da la stella adorna

con la spada il baron veloce 'l fiede;

ma fiede indarno ed ei di ciò si scorna,

ch'aver percosso debilmente crede:

né sa che del corsier la pelle è tale

che presso lei l'acciaro è molle e frale.

Sibilando in giù cala il suo tagliente

ferro di nuovo, e 'l fier con maggior possa,

sì che l'aspro corsier se ne risente,

e china il capo sotto la percossa.

Ma poi di rabbia e di furore ardente

gli dà con l'urto così fiera scossa

che 'l pagan cadde, e seco cadde insieme

quella d'aver vittoria altera speme.

Rinaldo che cader vede Isoliero,

e che sua vita al fin n'andria ben tosto,

perché giacea disteso in sul sentiero

privo di forze, il primo ardir deposto,

ratto il passo drizzò verso il destriero;

e come giunto fu tanto d'accosto

che 'l potesse ferir, il pugno strinse:

indi la mano impetuosa spinse.

Con tal forza il campione il destrier tocca

che quel che prima o poi mai non gli avvenne:

di vermiglio color tinse la bocca

il sangue ch'in gran copia a terra venne.

Fuor l'arco stral sì presto mai non scocca,

né sì presto falcon batte le penne,

come presto il corsier ver' lui si volse,

e co' denti afferrargli il braccio volse.

Si ritira il guerriero, e poi raddoppia

il pugno, e lo colpisce in su la fronte.

Volto Baiardo i calci spinge a coppia,

ch'avrian gettato a terra ogn'alto monte.

Sta su l'aviso, e forze ed arte accoppia

insieme il cavalier di Chiaramonte:

dove volge il destrier la testa o 'l piede,

ei ragirando il passo il luoco cede.

Sempre al fianco gli sta, dove il cavallo

non lui con morsi o con gran calci offenda,

ché vuol che la destrezza, e no 'l metallo,

dal suo furor terribile il difenda;

pur, mettendo una volta il piede in fallo,

colpito fu d'aspra percossa orrenda:

un calcio recevè nel destro fianco,

e quasi sotto il colpo ei venne manco.

Non cadde già, ma si ritenne a pena;

e se 'l fier calcio era men scarso alquanto,

con tal vigor fu tratto e con tal lena

che gli avria l'armi insieme e l'ossa infranto.

Non qui Baiardo il suo furore affrena,

ma 'l cavalier riprese forze intanto:

la seconda schivò crudel percossa

ch'avea ver' lui con maggior forza mossa.

Non perciò i piedi a ferir vanno in vano,

ma grossa quercia e tant'entro sotterra

ascosa, quanto sorge alta dal piano,

è da lor colta, rotta e posta a terra.

Rinaldo quei con l'una e l'altra mano,

pria che gli tiri a sé, stringe ed afferra.

Cerca Baiardo uscir di questo impaccio,

ma troppo è forte del nemico il braccio.

Move indarno le gambe, indarno ancora

per morderlo ver' lui la bocca volta;

si crolla indarno e s'alza e sbuffa, e fuora

sparge anitrendo l'ira dentro accolta.

Durò tal zuffa lungo spazio d'ora:

con gran vigore al fin, con forza molta,

ma con arte maggior a terra il pone

il gran figliuol del valoroso Amone.

Sì come il mar che dianzi alto fremendo

orribil si mostrava e minaccioso,

lo suo sdegno e 'l furor poi deponendo

or tranquillo ed umil giace in riposo:

così il destrier che prima era tremendo,

ed in vista crudele e spaventoso,

t¢cco il suol poi, si sta placido e cheto;

ma serba de l'alter nel mansueto.

Gli palpa il collo e gli maneggia il petto

il cavaliero, e gli ordina le chiome;

nitrisce quegli e mostra aver diletto,

perché 'l lusinga il suo signore, e come.

Rinaldo che se 'l vede esser soggetto,

e c'ha le furie sue già tutte d¢me,

la sella e 'l resto a l'altro corsier toglie,

e questo adorna de l'aurate spoglie.

Era l'Ispan risorto allor che fêa

col destrier pugna il giovinetto ardito;

e vedendo ch'omai d¢mo l'avea,

stava per lo stupor cheto e smarrito:

ché 'n membra giovenili ei non credea

che fosse tal valore insieme unito.

Rinaldo lo saluta, e chiede poi

s'alcun rio male ancora forse l'annoi.

Ed inteso di no prendono il calle

ove torse il destrier la lor ventura,

che fuor di quella selva in una valle

gli scorse al fine assai profonda e scura.

Scontrano ivi un guerrier che verdi e gialle

le sopravesti avea su l'armatura,

e dimostra a l'aspetto alto e superbo

esser di gran vigore e di gran nerbo.

Dipinto questi porta in aureo scudo

con l'ali al fianco il faretrato arciero,

le belle membra pargolette ignudo,

bendato gli occhi e di sembiante altero,

sotto i cui piedi giace avinto il crudo

Marte. Rinaldo allor da lo scudiero

del suo compagno una gross'asta tolse,

e così ver' colui la lingua sciolse:

— Molto a me più ch'a te conviensi questo

scudo, o barone; e se no 'l credi, io sono

accinto e pronto a fartel manifesto.

Vien dunque a giostra, o pur quel dammi in dono:

a me più si convien, ché provo infesto

più ch'altro amor, né spero indi perdono,

e più son ch'altri di sue fiamme caldo,

e più in seguirlo ancor costante e saldo. —

— Ciò vedrassi la pruova, allor l'estrano

rispose, e se tu vinci, egli tuo fia:

ma spero tosto riversarti al piano,

s'ora minor non è la forza mia. —

Detto così, tolse la lancia in mano,

e prese al corso un gran spazio di via,

ed in quel tempo ancor volse Baiardo

l'altro baron, nulla di lui più tardo.

Fu dal guerriero estran nel petto colto

il buon Rinaldo, e quasi a terra spinto,

ch'era quel forte e valoroso molto,

e rade volte avezzo ad esser vinto;

con la lancia egli a lui percosse il volto

con forza tal che ben l'avrebbe estinto,

se di tempra men fina era l'elmetto:

pur di sella lo trasse al suo dispetto.

Sùbito in piedi lo stranier risorse,

d'infinito stupor ingombro e pieno:

ché rade volte caso tal gli occorse,

e gli occorse or quando il credette meno;

e 'l forte scudo a l'aversario porse

dicendo: — Or, cavalier, uscito a pieno

son da l'obligo mio; tu con la spada,

se pur la vòi, guadagnar déi la strada. —

Isolier che mostrarsi al paragone

degno compagno di Rinaldo ha spene,

disse a lui volto: — A me questa tenzone

ed il francarvi il passo or s'appertiene;

in imprese maggior voi mio campione

sarete. — E così detto a terra viene,

e s'incomincia il periglioso assalto,

ed a girare il ferro or basso or alto.

Ambo sanno ferir, sanno pararsi,

ambo han possenti membra, ardito core;

ambo spingere inanzi, ambo ritrarsi

san quando è d'uopo, e dar luogo al furore;

tal ch'or con pieni colpi, ora con scarsi,

senza vantaggio alcun pugnar due ore.

Qui si comincia a rivoltar la sorte,

ed appar Isolier più destro e forte.

L'audace Ispan, ch'avere il meglio scorge

di questa pugna, l'animo rinfranca,

e tanto in lui la forza accresce e sorge,

quanto dechina nel nemico e manca;

tal che sì gravi colpi a l'altro porge,

e sì lo preme, lo raggira e stanca,

ch'egli loro la strada a forza cesse,

come che regger più non si potesse.