CANTO TERZO

By Ludovico Ariosto

D'ogni desir che tolga nostra mente

dal dritto corso et a traverso mande,

non credo che si trovi il più possente

né il più commun di quel de l'esser grande:

brama ognun d'esser primo, e molta gente

aver dietro e da lato, a cui commande;

né mai gli par che tanto gli altri avanzi,

che non disegni ancor salir più inanzi.

Se questa voglia in buona mente cade

(ch'in buona mente ha forza anco il desire),

l'uom studia che virtù gli apra le strade,

che sia guida e compagna al suo salire:

ma se cade in ria mente (ché son rade

che dir buone possiam senza mentire),

indi aspettar calunnie, insidie e morte,

et ogni mal si può di piggior sorte.

Gano, non gli bastando che maggiore

non avea alcuno in corte, eccetto Carlo,

era tanto insolente, che minore

lui vorria ancora, e avea disio di farlo;

et or che sopranatural favore

si sentia da colei che potea darlo,

oltra il desir avea speme e disegno

fra pochi giorni d'occupargli il regno.

E pur che fosse il suo desir successo,

non saria dal fellon, senza rispetto

che tra gli primi suoi baroni messo

Carlo l'avea di luogo infimo e abietto,

stato ferro né tòsco pretermesso,

né scelerato alcun fatto né detto;

e mille al giorno, non che un tradimento,

ordito avria per conseguir suo intento.

Carlo tutto il successo de la guerra

narrò senza sospetto al Maganzese,

e gli mostrò ch'avria in poter la terra

prima ch'a mezo ancor fosse quel mese.

Questo nel petto il traditor non serra,

ma tosto a Cardoran lo fa palese;

e per un suo gli manda a dar consiglio

come possa schifar tanto periglio

Da quella volpe il re boeme instrutto,

mandò un araldo in campo l'altro giorno,

che così disse a Carlo, essendo tutto

corso ad udir il populo d'intorno:

— Il mio signor, da la tua fama indutto,

o imperador d'ogni virtute adorno,

per crudeltà non pensa né avarizia

ch'abbi raccolto qui tanta milizia;

né che tu metta il fin di tua vittoria

in averli la vita o il stato tolto,

ma solo in aver vinto; ché tal gloria

più che sua morte o che 'l suo aver val molto

acciò che il nome tuo ne la memoria

del mondo viva e mai non sia sepolto:

ché contra ogni ragion saresti degno,

come tu sei, se fessi altro disegno.

Ma tu non guardi fosse che l'effetto

tutto contrario appar a quel che brami:

tu brami d'esser glorioso detto,

e con l'effetto tuttavia t'infami.

Che tu sia entrato nel nostro distretto

con cento mille armati, gloria chiami;

ma quanto ella sia grande estimar déi,

che noi siamo a fatica un contra sei.

Milziade e Temistocle converse

a parlar in suo onor tutte le genti,

perché con pochi armati, questi Xerse,

quel vinse Dario, in terra e in mar possenti.

Vincer pochi con molti, mai tenerse

non sentisti fra l'opere eccellenti.

S'in te è valor, pon giù il vantaggio, e poi

vien alla prova, e vincine, se puoi.

Da sol a sol la pugna t'offerisce,

da dieci a dieci, o voi da cento a cento,

il mio signor; e accresce e minuisce,

secondo che accettar tu sei contento:

con patto che se Dio lui favorisce,

sì che tu resti vinto o preso o spento,

che tu gli abbi a rifar e danni e spese,

e tornar col tuo campo in tuo paese;

né chi la Francia e chi l'Imperio regge

fino a cento anni lo guerreggi mai:

ma se tu vinci lui, torrà ogni legge

ch'imporre a senno tuo tu gli vorrai.

Il buon pastor pon l'anima pel gregge:

essendo tu quel re di che fama hai,

la tua persona o di pochi altri arrisca,

acciò così gran popul non perisca. —

Così disse lo araldo, né risposta

lo imperador gli diede allora alcuna;

ma da la moltitudine si scosta

e i consiglieri suoi seco raguna,

ché lor sentenzie sopra la proposta

de l'araldo udir vuol ad una ad una.

Il primo fu Turpin che consigliasse

che l'invito del Barbaro accettasse,

non già da sol a sol, ma in compagnia

di quattro o sei de' suoi guerrier più forti;

dei quali egli esser uno si offeria.

Così Namo et Uggier par che conforti;

e che fra dieci dì la pugna sia,

o quanto può che 'l termine più scorti:

perché, successo che lor sia ben questo,

possano volger poi l'animo al resto.

Era in quei cavallier tanta arroganza

pei fortunati antichi lor successi,

che tutti in quella impresa, con baldanza

di restar vincitor, si sarian messi.

Poi disse il suo parer quel di Maganza,

che la pugna accettar pur si dovessi;

ma non però venir a farla inante

che Rinaldo ci fosse o quel d'Anglante;

che ci fosse Olivier con ambi i figli,

Ruggier et alcun altro dei famosi:

ché quando senza questi ella si pigli,

fòran di Carlo i casi perigliosi.

— Tenete voi sì privi di consigli

gli inimici, — dicea — che fosser osi

di domandar a par a par battaglia,

se non han gente ch'al contrasto vaglia?

Se non ci intervenisse la corona

di Francia, non avrei tanti riguardi;

benché, né senza ancor, di scelta buona

si de' mancar in tòrre i più gagliardi:

ma dovendo venirci il re in persona,

come a bastanza potremo esser tardi

a darli, con consiglio ben maturo,

compagnia con la qual sia più sicuro?

Io non vi contradico che valenti

cavallier qui non sian come coloro

che nominati v'ho per eccellenti;

ma non sappiàn così le prove loro.

Questo luogo non è da esperimenti

di chi sia, al paragon, di rame o d'oro:

vogliàn di quei che cento volte esperti,

de la virtute lor n'han fatti certi. —

E seguitò mostrando, con ragioni

di più efficacia ch'io non so ridire,

che non doveano senza i dui campioni,

lumi di Francia, a tal pruova venire;

e la sua vinse l'altre opinioni,

che la pugna si avesse a diferire

fin che venisse a così gran bisogna

l'uno d'Italia e l'altro di Guascogna.

Queste parole et altre dicea Gano

per carità non già del suo signore;

ma di vietar che non gli andasse in mano

quella città studiava il traditore,

e tanto prolungar, che Cardorano

l'aiuto avesse che attendea di fuore:

in somma, il suo parer parve perfetto,

e fu per lo miglior di tutto eletto.

Che dieci guerrier fossero, si prese

conclusion, pur come Gano volse;

e da' dieci di maggio al fin del mese

di giugno un lungo termine si tolse.

In questo mezo si levar le offese,

e quello assedio tanto si disciolse,

che Praga potea aver di molte cose

che fossino alla vita bisognose.

Nuove intanto venian de l'apparecchio

che l'Ungaro facea d'armata grossa;

ma sempre Gano a Carlo era all'orecchio,

che dicea: — Non temer che faccia mossa. —

Io lessi già in un libro molto vecchio,

né l'auttor par che sovvenir mi possa,

ch'Alcina a Gano un'erba al partir diede,

che chi ne mangia fa ch'ognun gli crede.

Quella mostrò nel monte Sina Dio

a Moise suo, sì che con essa poi

il popul duro fece umile e pio,

e ubidiente alli precetti suoi.

Poi la mostrò il demonio a Macon rio,

a perdizion degli Afri e degli Eoi:

la tenea in bocca predicando, e valse

ritrar chi udiva alle sue leggi false.

Gano, avendo già in ordine l'orsoio,

di sì gran tela apparecchiò la trama;

e quel demon che d'uno in altro coio

si sa mutar, a sé da l'anel chiama.

— Vertunno, — disse — di disir mi moio

di fornir quel che da me Alcina brama;

e pensando la via, veggio esser forza

che d'alcun ch'io dirò tu pigli scorza. —

E le parole seguitò, mostrando

che tramutar s'avea prima in Terigi:

Terigi che scudiero era d'Orlando,

venuto da fanciul ai suo' servigi;

e dopo in altre facce, e seminando

dovea gir sempre scandali e litigi.

Presa che di Terigi ebbe la forma,

di quanto avesse a far tolse la norma.

Di sua mano le lettere si scrisse

credenzial, come dettolli Gano;

che, con stupor vedendole, poi disse

Orlando, e Carlo, ch'eran di sua mano.

Postole il sigil sopra, dipartisse

Vertunno, e col signor di Mont'Albano,

ch'era a campo a Morlante, ritrovosse

prima che giunto al fin quel giorno fosse.

Presso a Morlante avea Rinaldo, e sotto

il vicin monte, avuto aspra battaglia;

et in essa lo esercito avea rotto

de li nimici, e morto e messo a taglia.

Unuldo ne la terra era ridotto,

e Rinaldo gli avea fatto serraglia,

pien di speranza, in uno assalto o dui,

d'aver in suo poter la terra e lui.

Veduto il viso et il parlar udito,

che di Terigi avean chiara sembianza,

Rinaldo fa carezze in infinito

al messaggier del conte di Maganza:

che sia d'Orlando, e quello avea sentito

per fama, gli dimanda con instanza;

come abbia a piè de l'Alpi, et indi appresso

Vercelli, in fuga il Longobardo messo.

Come presente alle battaglie stato

fosse il demonio, gli facea risposta;

e la lettera intanto, che portato

di credenza gli avea, gli ebbe in man posta.

Quel l'apre e legge; e lui per man pigliato,

da chi lo possa udir seco discosta.

Vertunno, prima ch'altro incominciasse,

di petto un'altra lettera si trasse.

Poi disse: — Il cugin vostro mi commise

ch'io vi facessi legger questa appresso. —

Rinaldo mira le note precise,

che gli paion di man di Carlo istesso;

il qual Orlando di Boemia avise

d'esser pentito senza fin, che messo

così potente esercito abbia in mano

de l'audace signor di Mont'Albano:

però che, vinto Unuldo (come crede

che vincer debbia) e toltoli Guascogna,

egli d'Unuldo esser vorrà l'erede,

ché crescer stato a Mont'Alban agogna;

e la sospizion c'ha de la fede

di Rinaldo corrotta, non si sogna:

in somma, par che sia disposto Carlo,

per forza o per amor, quindi levarlo.

Ma che prima tentar vuol per amore:

finger ch'al maggior uopo lo dimande

per un dei dieci il cui certo valore

abbatta a Cardoran l'orgoglio grande;

e vuol per questo che dia un successore

all'esercito c'ha da quelle bande;

e che disegna mai più non gli porre

governo in man, se gli può questo tòrre.

Vuol ch'Orlando gli scriva ch'esso ancora

serà in questa battaglia un degli eletti,

e gl'insti che, rimossa ogni dimora,

veduto il successor venire, affretti.

Rinaldo, mentre legge, s'incolora

per ira in viso, e par che fuoco getti;

morde le labbia, or l'uno or l'altro; or geme,

e più che 'l mar quand'ha tempesta freme.

Letta la carta, il spirto gli soggiunge,

pur da parte d'Orlando: — Abbiate cura,

che se alla discoperta un dì vi giunge,

vi farà Carlo peggio che paura;

però che tuttavia Gano lo punge

che la corte di voi faccia sicura:

la qual, sì come dice egli, ogni volta

che voglia ve ne vien, sossopra è volta.

Al cugin vostro acerbamente duole

che 'l re tenga con voi questa maniera,

che cerchi, a instanza di chi mal vi vuole,

far parer vostra fé men che sincera;

e che più creda alle false parole

d'un traditor, ch'a tanta prova vera

che si vede di voi: ma dagli ingrati

son le più volte questi modi usati.

Ché, quando l'avarizia gli ritiene

di render premio a chi di premio è degno,

studian far venir causa, e se non viene,

la fingon, per la quale abbiano sdegno;

e di esilio, di morte o d'altre pene,

in luogo di mercé, fanno disegno;

per far parer ch'un vostro error seguito

quel ben che far voleano abbia impedito.

Orlando, perché v'ama, e perché aspetta

il medesmo di sé fra pochi giorni,

che 'l re in prigion, Gano instigando, il metta

o gli dia bando o gli faccia altri scorni

(ché, come contra voi, così lo alletta

contra esso ancor), senza far più soggiorni

per me vi esorta a prender quel partito

ch'egli ha di tòr di sé già statuito:

che di quel mal che senza causa teme

facciate morir Carlo, come merta.

Prendete accordo con Unuldo, e insieme

con lui venite a fargli guerra aperta:

vegga se Gano, e se 'l suo iniquo seme,

contra il valor e la possanza certa

di Chiaramonte, e l'una e l'altra lancia

tanto onorata, può difender Francia. —

E seguitò dicendoli che Orlando

prima favor occulto gli darebbe;

poscia in aiuto alla scoperta, quando

fosse il tempo, in persona li verrebbe.

Rinaldo avea grand'ira, et attizzando

il fraudolente spirto, sì l'accrebbe,

ch'allora allora pensò armar le schiere

e levar contra Carlo le bandiere;

poi diferì fin che arrivasse il messo

ch'alla pugna boemica il chiamasse,

e che sentisse commandarsi appresso

ch'in guardia altrui l'esercito lasciasse.

Quel che Gano gli avea quivi commesso,

Vertunno a fin con diligenzia trasse:

poi, con lettere nuove e nuovo aspetto,

venne a Marsiglia e fece un altro effetto.

D'Arriguccio s'avea presa la faccia,

ch'era di Carlo un cavallaro antico:

egli scrive le lettere, egli spaccia

se stesso e chiude egli in la bolgia il plico:

l'insegna al petto e il corno al fianco allaccia,

e fu a Marsiglia in men ch'io non lo dico;

e le dettate lettere da Gano

pose a Ruggiero et alla moglie in mano.

Alla sorella di Ruggier, Marfisa,

mostrò che Carlo lo mandasse ancora,

come a tutti tre insieme, e poi divisa

mente a ciascun da Carlo scritto fòra.

Sotto il nome del re Gano gli avisa

che navighi Ruggier senza dimora

ver' le colonne che Tirinzio fisse,

e sorga sopra la città d'Ulisse;

e Marfisa con gli altri da cavallo

si vada con Rinaldo a porre in schiera;

ché vinto Unuldo, come senza fallo

vederlo vinto in pochi giorni spera,

vuol ch'assalti Galizia e Portogallo;

né l'impresa esser può se non leggiera:

ché gli dà aiuto, passo e vettovaglia

Alfonso d'Aragon, re di Biscaglia.

Appresso scrive all'animosa figlia

del duca Amon che stia sicuramente:

che né da terra né da mar Marsiglia

ha da temer di peregrina gente.

Se false o vere son non si consiglia,

né si pensa alle lettere altrimente:

Ruggier va in Spagna, Marfisa a Morlante,

resta a guardar Marsiglia Bradamante.

L'imperadore, intanto, che le frode

non sa di Gano, e solo in esso ha fede,

di tutti gli altri amici il parere ode,

ma solamente a quel di Gano crede;

né cavallier, se non che Gano lode,

a far quella battaglia non richiede:

con lui consiglia chi si debba porre

nei luoghi onde gli due s'aveano a tòrre.

Quando Gano ha risposto, ogn'altro chiude

la bocca, né si replica parola.

In luogo di Rinaldo egli conclude

che mandi Namo; e l'intenzion è sola

perché Rinaldo, a cui le voglie crude

l'ira facea, lo impichi per la gola;

ché pensarà che sol lo mandi Carlo

per levarli l'esercito e pigliarlo.

Consiglia che si lassi Baldovino

a governar in Lombardia le squadre;

il qual fratel d'Orlando era uterino,

nato, com'ho già detto, d'una madre;

cortese cavalliero e paladino,

e degno a cui non fosse Gano padre,

per consiglio del qual Carlo lo elesse

ch'all'imperio fraterno succedesse.

Gli dieci eletti alla battaglia fòro

Carlo, Orlando, Rinaldo, Uggier, Dudone,

Aquilante, Grifone, il padre loro,

e con Turpino il genero d'Amone.

Fatta la elezione di costoro,

si spacciaro in diversa regione

prima gli avisi, e poi quei che ordinati

in luogo fur dei capitan chiamati.

Namo fu il primo, il qual, correndo in posta,

insieme con l'aviso era venuto.

Già Rinaldo sua causa avea proposta,

e dimandato alla sua gente aiuto;

che tanto in suo favor s'era disposta,

che, dai maggiori al populo minuto,

tutti affatto volean prima morire

che Rinaldo lasciar così tradire.

Tra Rinaldo et Unuldo già fatt'era

accordo et amicizia, ma coperta.

Allo arrivar del duca di Baviera

Rinaldo, che la fraude avea per certa,

di sdegno arse e di còlera sì fiera,

che tre volte la man pose a Fusberta,

con voglia di chiavargliela nel petto;

pur (non so già perché) gli ebbe rispetto.

Ma spesso nominandol traditore,

e Carlo ingrato, e minacciandol molto

che lo faria impiccar in disonore

di Carlo, lo raccolse con mal volto.

Namo, a cui poco noto era l'errore

in che Vertunno avea Rinaldo involto,

mirando ove da l'impeto era tratto,

stava maraviglioso e stupefatto:

ma magnanimamente gli rispose

che, traditor nomandolo, mentia.

Rinaldo, se non ch'uno s'interpose,

alzò la mano e percosso lo avria:

prender lo fece, et in prigion lo pose;

e tolto ch'ebbe Unuldo in compagnia,

le ville, le cittadi e le castella

dal re per forza e per amor rubella.

E dovunque ritrovi resistenza

o dà il guasto o saccheggia o mette a taglia:

gli dà tutta Guascogna ubidienza,

e poche terre aspettan la battaglia.

Gan da Pontier, che n'ebbe intelligenza,

ché del tutto Vertunno lo raguaglia,

con lieto cor, ma con dolente viso,

fu il primo che ne diede a Carlo aviso.

Gano gli diè l'aviso, e poi che 'l varco,

come bramato avea, vide patente

di potersi cacciar a dire incarco

et ignominia del nimico absente,

sciolse la crudel lingua, e non fu parco

a mandar fuor ciò che gli venne in mente:

dei falli di Rinaldo, poi che nacque,

che fece o puoté far, nessuno tacque.

Come si arruota e non ritruova loco

né in ciel né in terra un'agitata polve,

come nel vase acqua che bolle al foco,

di qua di là, di su di giù si volve:

così il pensier gira di Carlo, e poco

in questa parte o in quella si risolve.

Provision già fatta nulla giova;

tutta lasciar conviensi, e rifar nuova.

Se padre, a cui sempre giocondo e bello

fu di mostrarsi al suo figliuol benigno,

se lo vedesse incontra alzar coltello,

fatto senza cagione empio e maligno;

più maraviglia non avria di quello

ch'ebbe Carlo, vedendo in corvo il cigno

Rinaldo esser mutato, e contra Francia

volta senza cagion la buona lancia.

Quel ch'averria a un nocchier che si trovasse

lontano in mar, e fremer l'onde intorno,

tornar di sopra, e andar le nubi basse

vedesse negre et oscurarsi il giorno;

che mentre a divietar s'apparecchiasse

di non aver da la fortuna scorno,

il governo perdesse, o simil cosa

alla salute sua più bisognosa;

quel ch'averrebbe a una cittade astretta

da nimici crudel, privi di fede,

che d'alcun fresco oltraggio far vendetta

abbian giurato e non aver mercede;

che, mentre la battaglia ultima aspetta

e all'ultima difesa si provede,

vegga la munizione arsa e distrutta,

in ch'avea posto sua speranza tutta;

quel ch'averria a ciascun che già credesse

d'aver condotto un suo desir a segno,

dove col tempo la fatica avesse,

l'aver, posto, gli amici, ogni suo ingegno;

e cosa nascer sùbito vedesse

pensata meno, e romperli il disegno:

quel duol, quell'ira, quel dispetto grave

a Carlo vien, come l'aviso n'have.

Or torna a Carlo il conte di Pontiero,

e gli dà un altro aviso di Marsiglia,

ch'indi sciolta l'armata avea Ruggiero

per uscir fuor del stretto di Siviglia,

né ad alcun avea detto il suo pensiero;

e certo, poi che questa strada piglia,

gli è manifesto che, voltando intorno,

si troverà sorto in Guascogna un giorno.

E de la coniettura sua non erra:

perché Marfisa ad un medesmo punto

se n'era coi cavalli ita per terra,

et a Rinaldo avea potere aggiunto.

Or, se Carlo temea di questa guerra,

ché Rinaldo lo fa restar consunto;

quanto ha più da temer, se questi dui

di tal valor, si son messi con lui?

Gano con molta instanza lo conforta

che di Rinaldo tolga la sorella,

prima che di Provenza et Acquamorta

seco gli faccia ogni città rubella,

et al fratello apra quest'altra porta

d'entrar in Francia sin ne le budella;

ché ben deve pensar ch'ella il partito

piglierà del fratello e del marito.

E che mandasse sùbito a Ricardo,

ch'avea l'armata in punto, anco gli disse,

acciò che dal Fiamingo e dal Picardo

ne l'Atlantico mar ratto venisse;

et il rubello e truffator stendardo

di Ruggier inimico perseguisse,

che con tutte le navi s'avea, senza

sua commission, levato di Provenza;

e che sùbito a Orlando paladino

con diligenza vada una staffetta

ad avisarlo, come avea il cugino

del perfido Aquitan preso la setta;

e ch'egli dia la gente a Balduino,

ripassi l'Alpi, e a Francia corra in fretta,

e con lui meni tutta quella schiera

che dianzi gli ha mandata di Baviera;

e che tra via faccia cavalli e fanti,

quanti più può, da tutte le contrade;

non quelli sol che gli verranno inanti,

ma che constringa a darne ogni cittade,

altre mille, altre il doppio, altre non tanti,

come più e men avran la facultade:

e ch'egli dare il terzo gli volea

di questi che in Boemia seco avea.

Carlo pensava chi d'Orlando in vece,

e chi degli altri dui poner dovea

nella battaglia, che da diece a diece

dianzi promessa a Cardorano avea.

Come quel mulatiero, in somma, fece,

ch'avea il coltel perduto e non volea

che si stringesse il fodro vòto e secco,

e 'n luogo del coltel rimesse un stecco:

così, in luogo d'Orlando e di Ruggiero

e di Rinaldo, fu da Carlo eletto

Ottone, Avolio e il frate Berlingiero:

ch'Avino infermo era già un mese in letto.

Gli dà consiglio il conte di Pontiero

che di Giudea si chiami Sansonetto,

per valer meglio, quando a tempo giugna,

che i tre figli di Namo in questa pugna.

A danno lo dicea, non a profitto

di Carlo, il traditor; perché all'offesa

che di far in procinto ha il re d'Egitto,

non sia in Ierusalem tanta difesa.

A Sansonetto fu sùbito scritto,

e dal corrier la via per Tracia presa,

il qual, mutando bestie, sì le punse,

ch'in pochi giorni a Palestina giunse.

Di tòr Marsiglia si proferse Gano,

senza che spada stringa o abbassi lancia:

vuol sol da Carlo una patente in mano

da poter commandar per tutta Francia.

Nulla propone il fraudolente in vano:

se giova o nuoce, Carlo non bilancia;

né vèntila altrimenti alcun suo detto,

ma sùbito lo vuol porre ad effetto.

Di quanto avea ordinato il Maganzese

andò l'aviso all'Ungaro e al Boemme,

ne le Marche, in Sansogna si distese,

in Frisa, in Dazia, all'ultime maremme.

Gano de' suoi parenti seco prese,

seco tornati di Ierusalemme;

e quindi se n'andò per tòr la figlia

del duca Amon, con frode, di Marsiglia.

Di Baviera in Suevia, et indi, senza

indugio, per Borgogna e Uvernia sprona;

e molto declinando da Provenza,

sparge il rumor d'andar verso Baiona:

finge in un tratto di mutar sentenza,

e con molti pedoni entra in Narbona,

che per Francia in gran fretta e per la Magna

raccolti e tratti avea seco in campagna.

Giunge in Narbona all'oscurar del giorno,

e, giunto, fa serrar tutte le porte,

e pon le guardie ai ponti e ai passi intorno,

che novella di sé fuor non si porte.

D'un corsar genoese (Oria od Adorno

fosse, non so) quivi trovò a gran sorte

quattro galee, con che predando gia

il mar di Spagna e quel di Barberia.

Gano, dato a ciascun debiti premi,

sopra i navigli i suoi pedoni parte;

e, come biancheggiar vide gli estremi

termini d'oriente, indi si parte,

e va quanto più può con vele e remi:

ma tien l'astuto all'arrivar quest'arte,

che non si scuopre a vista di Marsiglia

prima che 'l sol non scenda oltra Siviglia.

La figliuola d'Amon, che non sa ancora

che Rinaldo rubel sia de l'Impero,

veduto il giglio che sì Francia onora,

la croce bianca e l'uccel bianco e il nero,

e poi Vertunno in su la prima prora,

ch'avea l'insegna e il viso di Ruggiero,

senza timor, senz'armi corse al lito,

credendosi ire in braccio al suo marito;

il qual sia, per alcun nuovo accidente,

tornato a lei con parte de l'armata:

non dal marito, ma dal fraudolente

Gano si ritrovò ch'era abbracciata.

Come chi còrre il fior volea, e il serpente

truova che 'l punge; così disarmata,

e senza poter farli altra difesa,

dagli nimici suoi si trovò presa.

Si trovò presa ella e la rocca insieme,

ché non vi poté far difesa alcuna.

Il popul, che ciò sente e peggio teme,

chi qua chi là con l'armi si raguna;

il rumor s'ode, come il mar che freme

vòlto in furor da sùbita fortuna:

ma poi Gano parlandogli, e di Carlo

mostrando commission, fece acchetarlo.

Disegna il traditor che di vita esca

la sua inimica, innanzi ch'altri il viete;

poi muta voglia, non che gli n'incresca

né del sangue di lei non abbia sete;

ma spera poter meglio con tal ésca

Rinaldo e Ruggier trarre alla sua rete:

e tolti alcuni seco, con speranza

di me' guardarla, andò verso Maganza.

Dui scudier de la donna, ch'a tal guisa

trar la vedean, montar sùbito in sella

e l'uno andò a Rinaldo et a Marfisa

verso Guascogna a darne la novella;

l'altro Orlando trovar prima s'avisa,

che 'l campo non lontano avea da quella,

da quella strada, per la qual captiva

la sfortunata giovane veniva.

Orlando avendo in commissione avuto

di dar altrui l'impresa de' Lombardi

et a' Franceschi accorrere in aiuto

contra Rinaldo e gli fratei gagliardi,

era già in ripa al Rodano venuto,

e fermati a Valenza avea i stendardi

dove da Carlo esercito aspettava,

altro n'avea et altro n'assoldava.

Venne il scudiero, e gli narrò la froda

ch'alla donna avea fatto il Conte iniquo,

e ch'in Maganza lungi da la proda

del fiume la traea per calle obliquo;

poi gli soggiunse: — Non patir che goda

d'aver quest'onta il tuo avversario antiquo

fatta al tuo sangue. Se ciò non ti preme,

come potranno in te gli altri aver speme?—

Di sdegno Orlando, ancor che giusto e pio,

fu per scoppiar, perché volea celarlo,

come di Gano il nuovo oltraggio udio;

e benché fa pensier di seguitarlo,

pur se ne scusa e mostrasi restio,

ché far non vuol sì grave ingiuria a Carlo,

per commission del qual sa ch'avea Gano

posto in Marsiglia e ne la donna mano.

Così risponde, e tuttavia dirizza

a far di ciò il contrario ogni disegno;

ché l'onta sì de la cugina attizza,

sì accresce il foco de l'antiquo sdegno,

che non truova per l'ira e per la stizza

loco che 'l tenga, e non può stare al segno:

a pena aspettar può che notte sia,

per pigliar dietro al traditor la via.

Né Brigliador né Vaglientino prese,

perché troppo ambi conosciuti furo;

ma di pel bigio un gran corsier ascese,

ch'avea il capo e le gambe e il crine oscuro:

lassò il quartiero e l'altro usato arnese,

e tutto si vestì d'un color puro:

partì la notte, e non fu chi sentisse,

se non Terigi sol, che si partisse.

Gano per l'acque Sestie, indi pel monte

alla man destra avea preso il camino;

passò Druenza et Issara, ove il fonte

a men di quattro miglia era vicino:

ché nel paese entrar volea del conte

Macario di Losana, suo cugino;

e per terre di Svizzeri andar poi,

e per Lorena, a' Maganzesi suoi.

Orlando venne accelerando il passo,

ch'ogni via sapea quivi o breve o lunga;

e come cacciator ch'attenda al passo

ch'a ferire il cingial nel spiedo giunga,

si mise fra dui monti dietro un sasso;

né molto Gano il suo venir prolunga,

che dinanzi e di dietro e d'ambi i lati

cinta la donna avea d'uomini armati.

Lassò di molta turba andare inante

Orlando, prima che mutasse loco;

ma come vide giunger Bradamante,

parve bombarda a cui sia dato il foco:

con sì fiero e terribile sembiante

l'assalto cominciò, per durar poco:

la prima lancia a Gano il petto afferra,

e ferito aspramente il mette a terra.

Passò lo scudo, la corazza e il petto;

e se l'asta allo scontro era più forte,

gli seria dietro apparso il ferro netto,

né data fòra mai più degna morte.

Pur giacer gli conviene a suo dispetto,

né quindi si può tòr, ch'altri nol porte:

Orlando il lassa in terra e più nol mira,

volta il cavallo e Durindana aggira.

Le braccia ad altri, ad altri il capo taglia;

chi fin a' denti e chi più basso fende;

chi ne la gola e chi ne la inguinaglia,

chi forato nel petto in terra stende.

Non molto in lungo va quella battaglia,

ché tutta l'altra turba a fuggir prende:

gli caccia quasi Orlando meza lega,

indi ritorna e la cugina slega.

La quale, eccetto l'elmo, il scudo e il brando,

tutto il resto de l'armi ritenea:

ché Gano, per alzar sua gloria, quando

non più ch'una donzella presa avea,

pensò, avendola armata, ir dimostrando

che 'l medesimo onor se gli dovea

ch'ad Ercole e Teseo gli antiqui dènno

di quel ch'a Termodonte in Scizia fenno.

Orlando, che non volse conosciuto

esser d'alcun, indi accusato a Carlo;

e per ciò con un scudo era venuto

d'un sol color, che fece in fretta farlo;

andò là dove Gano era caduto,

e prima l'elmo, senza salutarlo,

e dopo il scudo, la spada gli trasse,

e volse che la donna se n'armasse.

Poi se n'andò fin che a Mattafellone,

il buon destrier di Gan, prese la briglia,

e ritornando fece ne l'arcione

salir d'Amon la liberata figlia;

né, per non dar di sé cognizione,

levò mai la visiera da le ciglia:

poi, senza dir parola, il freno volse,

e di lor vista in gran fretta si tolse.

Bradamante lo prega che 'l suo nome

le voglia dire, et ottener nol puote:

Orlando in fretta il destrier sprona, e come

corrier che vada a gara, lo percuote.

Va Bradamante a Gano, e per le chiome

gli leva il capo, e due e tre volte il scuote;

et alza il brando nudo ad ogni crollo,

con voglia di spiccar dal busto il collo.

Ma poi si avvide che, lasciandol vivo,

potria Marsiglia aver per questo mezo,

e gli faria bramar, d'ogn'agio privo,

che di sé fosse già polvere e lezo.

Come ladro il legò, non che cattivo,

e col capo scoperto al sole e al rezo,

per lunga strada or dietro sel condusse,

or cacciò innanzi a gran colpi di busse.

Quella sera medesima veduto

le venne quel scudier del quale io dissi

ch'andò a Valenza a dimandare aiuto,

né parve a lui che Orlando lo esaudissi;

indi era dietro all'orme egli venuto

di Gano, per veder ciò che seguissi

de la sua donna, e per poter di quella

ai fratelli portar poi la novella.

A costui diede la capezza in mano,

che pel collo, pei fianchi e per le braccia,

sopra un debol roncin l'iniquo Gano

traea legato a discoperta faccia.

Curar la piaga gli fe' da un villano,

che per bisogno in tal opre s'impaccia;

il qual, stridendo Gano per l'ambascia,

tutta l'empie di sal, e a pena fascia.

Il Maganzese al collo un cerchio d'oro

e preziose annella aveva in dito,

et alla spada un cinto di lavoro

molto ben fatto e tutto d'or guarnito;

e queste cose e l'altre che trovoro

di Gano aver del ricco e del polito,

la donna a Sinibaldo tutte diede,

ch'era di maggior don degna sua fede.

A Sinibaldo, che così nomato

era il scudier, con l'altre anco concesse

la gemma in che Vertunno era incantato,

ma non sapendo quanto ella gli desse;

né sapendolo ancora a chi fu dato,

con l'altre annella in dito se lo messe;

stimòllo et ebbe in prezzo, ma minore

di quel ch'avria, sapendo il suo valore.

Pel Delfinato, indi per Linguadoca

ne va, dove trovar spera il fratello,

ch'avea Guascogna, o ne restava poca,

omai ridotta al suo voler ribello.

Come la volpe che gallina od oca,

o lupo che ne porti via l'agnello

per macchie o luoghi ove in perpetuo adugge

l'ombra le pallide erbe, ascoso fugge;

ella così da le città si scosta

quanto più può, né dentro mura alloggia;

ma dove trovi alcuna casa posta

fuor de la gente, ivi si corca o appoggia:

il giorno mangia e dorme e sta riposta,

la notte al camin suo poi scende e poggia:

le par mill'anni ogni ora che 'l ribaldo

s'indugi a dar prigion al suo Rinaldo.

Come animal selvatico, ridotto

pur dianzi in gabbia o in luogo chiuso e forte,

corre di qua e di là, corre di sotto,

corre di sopra, e non trova le porte;

così Gano, vedendosi condotto

da' suoi nimici a manifesta morte,

cercava col pensier tutti gli modi

che lo potesson trar fuor di quei nodi.

Pur la guardia gli lascia un dì tant'agio,

che dà de l'esser suo notizia a un oste;

e gli promette trarlo di disagio

s'andar vuol a Baiona per le poste,

et al Lupo figliuol di Bertolagio

far che non sien le sue miserie ascoste:

ch'in costui spera, tosto che lo intenda,

ch'alli suoi casi alcun rimedio prenda.

L'oste, più per speranza di guadagno

che per esser di mente sì pietosa,

salta a cavallo, e la sferza e 'l calcagno

adopra, e notte o dì poco riposa:

giunse, io non so s'io dica al Lupo o all'agno:

so ch'io l'ho da dir agno in una cosa:

ch'era di cor più timido che agnello,

nel resto lupo insidioso e fello.

Tosto che 'l Lupo ha la novella udita,

senza far il suo cor noto a persona,

con cento cavallier de la più ardita

gente ch'avesse, uscì fuor di Baiona;

e verso dove avea la strada uscita

che facea Bradamante, in fretta sprona;

poi si nasconde in certe case guaste

ch'era tra via, ma ch'a celarlo baste.

L'oste quivi lasciando i Maganzesi,

andò per trovar Gano e Bradamante,

ché da l'insidie e dagli lacci tesi

non pigliassero via troppo distante.

Non molto andò che di lucenti arnesi

guarnito un cavallier si vide inante,

che cacciando il destrier più che di trotto,

parea da gran bisogno esser condotto.

Galoppandoli innanzi iva un valletto,

due damigelle poi, poi veniva esso:

le damigelle avean l'una l'elmetto,

la lancia e 'l scudo all'altra era commesso.

Prima che giunga ove lor possa il petto

vedere o 'l viso, o più si faccia appresso,

l'oste all'incontro la figlia d'Amone

vede venir col traditor prigione.

Poi vide il cavallier da le donzelle,

tosto ch'a Bradamante fu vicino,

ire a 'bracciarla, et accoglienze belle

far l'una all'altra a capo umile e chino;

e poi ch'una o due volte iterar quelle,

volgersi e ritornar tutte a un camino:

e chi pur dianzi in tal fretta venia,

lasciar per Bradamante la sua via.

Quest'era l'animosa sua Marfisa,

la qual non si fermò, tosto ch'intese

de la cognata presa, et in che guisa;

e per ir in Maganza il camin prese,

certa di liberarla, pur ch'uccisa

già non l'avesse il Conte maganzese;

e se morta era, far quivi tai danni,

che desse al mondo da parlar mill'anni.

L'oste giunse tra lor e salutolle

cortesemente, e mostrò far l'usanza,

ché la sera albergar seco invitolle,

e finse che non lungi era la stanza;

poi, mal accorto, a Gano accennar volle,

e del vicino aiuto dar speranza:

ma dal scudier che Gano avea legato

fu il misero veduto et accusato.

Marfisa, ch'avea l'ira e la man presta,

lo ciuffò ne la gola, e l'avria morto,

se non facea la cosa manifesta

ch'avea per Gano ordita, et il riporto;

pur gli travolse in tal modo la testa,

ch'andò poi, fin che visse, a capo torto.

Le chiome in fretta armar, ch'eran scoperte,

de le vicine insidie amendue certe.

Tolgon tra lor con ordine l'impresa,

che Bradamante non s'abbia a partire,

ma star del traditor alla difesa,

ch'alcun nol scioglia né faccia fuggire;

e che Marfisa attenda a fare offesa

a' Maganzesi, ucciderli e ferire.

Così ne van verso la casa rotta,

dove i nimici ascosi erano in frotta.

L'altre donzelle e i dui scudier restaro,

ch'eran senz'armi, non troppo lontano;

Bradamante e Marfisa se n'andaro

verso gli aguati, avendo in mezo Gano.

Tosto che dritto il loco si trovaro,

saltò Marfisa con la lancia in mano

dentro alla porta, e messe un alto grido,

dicendo: — Traditor, tutti vi uccido. —

Come chi vespe o galavroni o pecchie

per follia va a turbar ne le lor cave,

se gli sente per gli occhi e per l'orecchie

armati di puntura aspera e grave;

così fa il grido de le mura vecchie

del rotto albergo uscir le genti prave

con un strepito d'armi e, da ogni parte,

tanto rumor ch'avria da temer Marte.

Marfisa, che dovunque apparia il caso

più periglioso divenia più ardita,

con la lancia mandò quattro all'occaso,

che trovò stretti insieme in su l'uscita;

e col troncon, ch'in man l'era rimaso,

solo in tre colpi a tre tolse la vita.

Ma tornate ad udir un'altra volta

quel che fe' poi ch'ebbe la spada tolta.