CANTO TERZO
«La giustizia d'Iddio, che tutto vede
e che da sé cacciò la gran superba
degli angioli ribelli e sanza fede,
tosto confonderà la voglia acerba
del già dannato Carlo e di suo gesta,
che sempre tradimenti in sé riserba.
Nel dir menzogne e talor finger festa
faran che Dio rivòchi la sentenzia,
c'ha dato contra lor tanto molesta.
Ora seguiamo la nostra scïenzia
— disse quel cristo che fu macelato —.
D'Iddio ommessa ogni reverenzia,
questo ipocrita Carlo scellerato
nei primi tempi di sua signoria
volle fingere al mondo eser beato.
Quando da Pesar Malatesta gia
fragellando la Chiesa e tolse Todi
e Narni e Orti colla voglia ria,
costui si mosse, sì come tu m'odi,
contra 'l nipote, non già per ben fare,
sol per invidia e puzzolenti frodi.
Le terre, ch'avia tolte, fé lasciare,
fingendo della Chiesa eser campione
per poter quella poi meglio rubare.
E col Mostarda maligno e fellone,
che stava pella Chiesa nella Marca,
Osimo tolse e po' Monte Lupone.
Tolse la Terra, di fellonia carca,
che già distrusse el ventidue Giovanni,
quando rebella fu a la santa barca.
Con tradimenti ancora e molti inganni
hanno cacciato fòri di Romagna
di Pier la nave e postola in afanni.
E poi che i primi lor tradîr Montagna
in Arimino quando gli diêr zara,
sempr'a la Chiesa han fatto ogni magagna
Se mai in istudio scïenzia s'apara
per pratica teolica o dottrina,
per natura costoro han questa cara.
Né creder tu che Pier da Medicina
potessi dir di questa schiatta seva
i tradimenti della lor fucina,
ché, poi che 'l primo generato d'Eva
nacque in sta luce, fu mai nulla gente
piena di tradimenti a corpo creva,
quanto costor, di cui mo' al presente
io ti ragiono; sì che que' da Fano,
e Guido e Agnolello, ancora el sente,
i quali al parlamento andâro invano
co' Malatesta Vecchio alla Cattolica,
sommo maestro de l'arte di Gano.
Non fu Sinone per la gente argolica
traditor più solenne al gran vasello,
quando lesse a' Troian falsa beccolica.
Tacer non debbo punto del fratello
Galeotto, el quale falsamente fece
essere Agobio alla Chiesa rebello,
fingendo adoperare in quella vece
quanto potea pella Chiesa d'Iddio,
fin che la rocca d'Ancona disfece.
Mandovi el figlio Malatesta rio
colle suo forze a dar consiglio e 'iuto;
e questo certo vidi e senti'io.
Ma perché troppo tosto son venuto
a queste nuove ofese, torneremo
dicer del tempo che non hai veduto.
Costui ridusse tanto sullo stremo
la navicella del beato Piero
che non avea timon né quasi remo.
Ascoli e Ancona e il Presidato intero
tolto gli avea e Fano e Sinigaglia
e 'l contado di Fermo, a dirti el vero.
Avea usurpato con crudel battaglia
Racanati incostante, e Macerata
tenea in tirannia e gran travaglia,
Fossonbruno e la Pergola ocupata,
Osimo e Jesi e Cornalto e Domo;
di queste e di molt'altre avea spogliata
la santa sedia, e vie più ch'io non nomo.
Ma perché 'l dir troppo lungo sarebbe,
voglio tacere el tempo, el modo e 'l como.
Molto a quel da Varan questo rincrebbe,
ché la madonna sua e pia madre
fosse tenuta in così fatte lebbre
dai due tiranni, pien d'opere ladre.
Mosso a pietà, co legato si strinse
Egidio cardinal, di vertù padre,
e a Paternò sì sconfisse e vinse
Galeotto, dannato patarino,
sì che d'infamia el viso gli dipinse.
Missel prigion nella rocca a Sentino
e quivi tanto in buona guardia el tenne
ch'umano el fé venir com'uccellino.
Rendere al Cardinale alor convenne
la maggior parte di quel ch'avia tolto:
così fu spennacchiato delle penne.
Non so stù hai fin qui el mio dir racolto;
penso di sì; ma fa' come colui
che spesso nota quand'egli ode molto.
Nel tempo che nel mondo vivo fui
nell'opere d'esta malvagia gente
molto m'afaticai vie più ch'altrui.
Che state in tutto allor fossono spente
le lor memorie, maladetta schiatta,
che ma' pietà di nullo amico sente!
Ben che spero sarà tosto disfatta».